I compromessi nella realizzazione di un dispositivo portatile (1)

In uno dei suoi post più recenti, Questi erano netbook, Lucio esalta la grande autonomia di due dispositivi portatili da lui usati in passato, un Cambridge Z88 e un Newton MessagePad 2100. Come ho accennato in un mio commento a quel post, a mio avviso il confronto fra quei dispositivi (il primo ha vent’anni, il secondo dieci) e gli attuali netbook non deve essere inteso come un parallelo fra mere specifiche tecniche e prezzi di listino. Se così fosse, è ovvio che i netbook moderni vincerebbero senza problemi.

Ciò che forse vuole dire Lucio — e ciò che sicuramente intendo dire io — è che quei dispositivi ormai vintage e dalle caratteristiche tecniche risibili per gli standard di oggi, hanno moltissimo da insegnare su quali compromessi attuare e su come pensare al design di un dispositivo che nasce per essere portatile e affidabile.

Che cosa rende appetibile un netbook attuale? Il prezzo. È quindi il prezzo a dettare legge nella progettazione e realizzazione di uno di questi sub-computer. Quindi piccole dimensioni, piccole tastiere, piccoli trackpad, piccoli schermi, processori meno veloci e meno avidi di risorse, materiali di costruzione economici, qualità dei componenti media, e batterie che fanno quello che possono. Qualsiasi eccezione farà aumentare il prezzo. I netbook più belli — perché hanno maggiore potenza, o uno schermo più luminoso o a maggiore risoluzione, o materiali migliori, o una tastiera usabile, ecc. — costano di più.

Prezzo e buona qualità sono però due parametri inconciliabili. Se è il prezzo a dettare legge, la serie di compromessi che ne deriva finisce ben presto con lo svantaggiare il prodotto finale. Il prezzo costringe a rinunce praticamente su ogni fronte. Sacrifica questo, sacrifica quello, e il risultato è sì un prodotto da 300 Euro più portatile di un computer portatile standard, ma la raggiunta ultraportatilità va a scapito di una serie di fattori da non trascurare: scomodità di tastiera e trackpad ridotti, scomodità di uno schermo spesso troppo piccolo ovvero con un rapporto densità/dimensioni sfavorevole (schermo da 7-10 pollici + alta risoluzione = icone testo ed elementi di interfaccia minuscoli), usabilità discutibile, un’integrazione fra hardware e software non sempre efficiente, e infine un’autonomia che dovrebbe essere maggiore considerando la varietà di sacrifici apportati ai netbook, e che invece non è.

C’è chi si accontenta di un prodotto così, e non discuto. La parola chiave è però ‘accontentarsi’.

La mia tesi è che gli attuali netbook potrebbero essere prodotti migliori se i costruttori operassero una serie differente di compromessi. Per esempio, nessuno o quasi sembra partire dal software e dall’interfaccia utente. La stragrande maggioranza dei netbook sono concepiti per funzionare come normali computer ma in forma ‘concentrata’ e assai di rado vengono davvero ottimizzati per fare bene una serie ristretta e precisa di compiti. Pensiamo a quando visitiamo un sito Web con MobileSafari su iPhone: confrontiamo la versione standard del sito e quella ottimizzata per lo schermo di iPhone. Quale delle due sarà più efficiente e usabile? Torniamo ai netbook e sostituiamo ‘sito Web’ con ‘sistema operativo’. Meglio un Windows XP e applicazioni derivate che trattino un netbook con schermo da 9 pollici e processore da 1 GHz come fosse un computer da scrivania normale, o un sistema operativo ‘ridotto’ e ottimizzato per quello schermo, per quella famiglia di processori, per gestire le risorse in maniera più economica e far quindi risparmiare energia al dispositivo e aumentarne l’autonomia?

Invece no: il netbook deve anzitutto costare poco, e cercare di fare tutto, non importa quanto bene. Evidentemente, quando il prezzo è l’unità di misura, anche la ricerca & sviluppo e il marketing sono quelli che sono.

Tornando al Newton e al Cambridge Z88, nessuno dei due era e voleva essere un computer completo. Entrambi erano dispositivi incentrati sulla portabilità e ottimizzati per svolgere con relativa agilità una serie di compiti lontano dal proprio computer principale. Il lavoro fatto in viaggio o in movimento poteva poi essere trasferito, se lo si desiderava, sulla macchina principale. Vi era quindi una componente ‘gregaria’, dipendente, e questo limite apparente era a mio avviso il punto di forza di tali dispositivi, del Newton in primis.

Sul Newton non girava il Mac OS né aveva uno schermo a colori (e nei primi MessagePad non vi era nemmeno la retroilluminazione), ma per svolgere i compiti di assistente personale digitale non era necessario. Per gestire note, documenti, appuntamenti, email e fax, leggere e-Book, ecc., basta uno schermo a scala di grigi — è un compromesso accettabile e funzionale. Che forse potrebbe funzionare anche oggi sui netbook: meglio uno schermo a colori o uno schermo leggibile, ben contrastato, che faciliti la lettura e scrittura di messaggi email, siti Web, e quant’altro? “Eh, ma le foto… i video…”. Beh, uno non si mette a fare del fotoritocco serio su un netbook, e i video si vedono comunque meglio su schermi più grandi (e consumano risorse CPU e batteria).

Con un sistema operativo ottimizzato e orientato al risparmio energetico come punto di partenza, ecco che il processore e la scheda grafica si ritrovano con un carico di lavoro minore e possono compensare sotto il profilo della responsività. Possono essere più efficienti a parità di prestazioni, consumare meno, e contribuire ad avere un netbook che dura più a lungo. (Riuscire a realizzare un netbook che potesse alimentarsi con normali pile alcaline o ricaricabili e durare settimane, non ore, sarebbe il non plus ultra, ma dati i consumi dell’hardware e software moderni, mi pare un traguardo alquanto improbabile). Partendo da questo genere di compromessi è forse possibile arrivare allo stesso obiettivo, quello di avere un computer ultraportatile a un prezzo competitivo, e con i vantaggi dati da un’interfaccia e da un sistema forse meno completi e attraenti, ma più efficaci e usabili. Il netbook nasce come seconda o terza macchina — se si comportasse come tale sarebbe ancora meglio.

Nota: questo pezzo è stato originariamente concepito come un unico articolo che avrebbe integrato la traduzione di parti dello studio del 1994 Low Power Hardware for a High Performance PDA a cura di Michael Culbert, allora System Architect in Apple. Ma sarebbe diventata una lettura lunghissima e complessa. Ho deciso quindi di dividere l’articolo in due parti e di dedicare la seconda parte allo studio citato, che è un ottimo esempio dei compromessi e delle scelte di design architettonico effettuati per rendere il Newton un dispositivo potente, versatile e dai consumi contenuti.

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