LinkedIn non rispetta i traduttori

Mi è arrivato un messaggio email da LinkedIn, dove mi si chiedeva se volessi rispondere, in qualità di traduttore professionista, a un breve questionario. A quanto pare LinkedIn sta cercando di reclutare traduttori per estendere il proprio sito anche ad altre lingue e paesi, un’operazione economicamente vantaggiosa per LinkedIn, ma ai poveri traduttori viene offerta tutt’al più la gloria. Bella manovra di crowdsourcing a cui auguro ogni male.

Il particolare che mi ha fatto più infuriare è che il pagamento non è nemmeno contemplato fra le risposte alla domanda chiave:

Per la cronaca, ho selezionato 'Altro' e ho specificato: 'Ricevere un compenso'.

Per la cronaca, ho selezionato ‘Altro’ e ho specificato: ‘Ricevere un compenso’.

Traduco per chi non conosce l’inglese:

Che tipo di incentivo vi aspettereste per tradurre il sito di LinkedIn? (Contrassegnare tutte le risposte pertinenti)

  • Lo farei perché è divertente
  • Riconoscimento nella categoria dei traduttori (Siete il traduttore numero uno di LinkedIn in [nome della lingua] per aver inviato [indicare il numero] di traduzioni!
  • Sottoscrizione al Gruppo di Traduttori di LinkedIn
  • Riconoscimento del lavoro di traduzione per LinkedIn nel mio profilo LinkedIn (Sono il traduttore numero uno di LinkedIn in [nome della lingua] )
  • Account LinkedIn di livello superiore
  • Altro (Specificare)

Ovvero diverse opzioni per diverse sfumature di aria fritta.

Noi traduttori abbiamo subito creato un gruppo in LinkedIn: Translators against Crowdsourcing by Commercial Businesses (Traduttori contro il crowdsourcing operato da società e imprese commerciali), e la discussione è viva. Uno degli interventi che sposo parola per parola è quello di Serena Dorey, altra traduttrice freelance:

Tradurre gratuitamente per organizzazioni non governative e no-profit va bene, ma fare un lavoro di traduzione gratuito che contribuisce ai guadagni di un’azienda non ha senso. Come si è detto, è assai probabile che LinkedIn paghi i suoi programmatori, copywriter, Web designer, consulenti di pubbliche relazioni, eccetera. Tutte queste persone sono professionisti che offrono servizi professionali e qualificati. Stesso dicasi per i traduttori. Tradurre è molto più che conoscere un’altra lingua e/o starsene seduti con un dizionario per produrre un testo. Ci vogliono anni di formazione, pratica e investimento continuo per mantenere e sviluppare le nostre capacità. Tutte cose che, fra l’altro, devono essere finanziate…

L’aspetto che non mi piace del fatto che LinkedIn abbia mandato un questionario ai traduttori chiedendo loro se sarebbero disposti a tradurre il sito gratuitamente, è che non veniamo rispettati in quanto professionisti da un sito che avrebbe lo scopo di favorire le categorie professionali.

Come afferma Luke Spear, altro traduttore freelance, sarebbe bello essere riconosciuti come traduttori ‘importanti’ da LinkedIn; un po’ meno finire nel calderone a fianco di sedicenti traduttori privi di esperienza e che offrono lavori di quarta categoria. Questo non farebbe altro che rafforzare l’idea corrente per cui chiunque sia bilingue può fare il traduttore, e farà sembrare la traduzione offerta dai traduttori automatici una valida alternativa al lavoro di traduttori professionisti.

Tradurre è un lavoro spesso difficile, lungo e che ruba tempo e risorse. Nella mia esperienza, i profani hanno un’immagine molto idealizzata di chi traduce lavorando da casa — pensano al traduttore come uno che lo fa per hobby, che se ne sta al computer tutto il giorno, che si prende le pause che vuole, fa gli orari che vuole, ed è una bella vita; mica alzarsi alle 6 tutti i santi giorni per andare a lavorare in ufficio. Pertanto, quando a volte esterno le mie frustrazioni, le reazioni dei non addetti ai lavori sono ugualmente frustranti: con quell’immagine del traduttore che si portano dietro, pensano che io faccia una vita invidiabile e quindi mi dicono “… e ti lamenti?”. Certa clientela, siccome appunto vede il traduttore come un nerd seduto al computer tutto il giorno, pensa bene di inviare lavori urgenti alle 18 del venerdì e chiederli pronti per la mattina del lunedì. Il traduttore professionista non ha diritto al finesettimana, perché sicuramente avrà riposato a sufficienza tutta la settimana…

E siccome non è un lavoro serio, paghiamolo pure a babbo morto. Se si lamenta, che cerchi uno di quei mestieri che portano davvero la pagnotta a casa tutti i giorni.

Non è sempre così, intendiamoci, e io stesso ho avuto ottimi clienti. Ma accade spesso. È una categoria professionale abusata e sminuita, e voler vivere di questo lavoro sembra un oltraggio ai ‘veri’ professionisti. Prima di LinkedIn ci ha provato Facebook, e Google ha tentato un simile approccio con gli artisti poco tempo fa (consiglio la lettura di questo articolo del New York Times a proposito).

Come ha detto bene un altro traduttore, occorre comprendere che la traduzione non è né una commodity, né un servizio gratuito.

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