Sciocchezze più e meno serie

1.

Durante l’installazione del nuovo Adobe Reader 9 facciamoci accompagnare dai commenti di Gus Mueller. Ironia sua e tragicommedia di Adobe, che col passare del tempo mi sembra cadere sempre più in basso.

Traduzione delle didascalie:

– La decompressione è fornita da chi? Perché dovrebbe importarmi? Che fanno, mettono la pubblicità sugli installer?

– “Recomposition”: questa mi giunge nuova. Cos’è, un’altra parola per dire “decompressione”? (Fornita da INOSSO, naturalmente).

– Ok, è venuto il momento di lanciare l’applicazione. Oh certo, Adobe Reader ha una sua cartella specifica in /Applicazioni… che contiene semplicemente l’applicazione e un file Leggimi. Non avrebbe più senso mostrare il file Leggimi all’avvio del programma e mettere soltanto Adobe Reader in /Applicazioni? Naah, macché.

– Primo avvio. Una barra dei menu senza menu, poi questo messaggio. Perché la cosa non mi sorprende?

– Ma tu pensa.
– Ehi, avete sentito che il PDF adesso è uno standard ISO? Wow! (fine del sarcasmo)

* * * * * *

2.

Divertentissima e brillante risposta di Macalope a questo articolo totalmente idiota scritto da Anita Hamilton su Time, la quale Hamilton si chiede perché Apple non mette a disposizione gratuitamente tutte le applicazioni per iPhone dell’App Store prossimo venturo. Traduco un estratto interessante (in corsivo ciò che scrive la Hamilton, in tondo la risposta di Macalope):

Attualmente, la fetta più grande dei profitti di Apple proviene dalle vendite dirette, che siano MacBook, iTunes [Store] o iPhone. E il sistema di pagamento per giochi, suonerie e video per cellulari viene da tempo utilizzato da altri fornitori di tecnologia come Verizon e Research In Motion, e persino da app store di terze parti come Handango. “È un business model storico”, fa notare Kevin Burden di ABI Research.

Ciò avviene probabilmente perché Apple è soprattutto un’azienda che vende prodotti e non servizi. Alla Hamilton inoltre sfugge il fatto che qui entrano in gioco svariati altri business model. Google ‘regala’ le proprie applicazioni agli utenti finali e i suoi profitti derivano dagli annunci e dalla vendita delle proprie soluzioni back-end ad altre compagnie. Altri produttori offrono gratuitamente i propri programmi perché inseriscono annunci pubblicitari nei software stessi.

I consumatori, però, hanno voglia di pagare, a causa del prestigio del marchio Apple.

Hmm, no. I consumatori hanno voglia di pagare perché i prodotti di Apple valgono qualcosa, hanno una certa qualità.

Se Apple dovesse decidere di offrire gratuitamente tutte le applicazioni per iPhone, sarebbe un cambiamento radicale rispetto al suo solito modo di fare business. Passando a un modello supportato dalla pubblicità, Apple dovrebbe entrare in partnership con un’azienda che ha già a disposizione un vasto repertorio di annunci interattivi. Google sarebbe la scelta più ovvia, ma il gigante della ricerca sul Web ha già il ruolo di maggior concorrente di Apple nel mercato della telefonia mobile con l’introduzione dei dispositivi Android quest’autunno. Una tale alleanza sarebbe un tantino scomoda.

Ma che gliene importerebbe a Google? Tutto quel che Google vuol fare è sbatterti un annuncio pubblicitario davanti agli occhi. È questa la ragione principale che sta dietro ad Android. È per questo che lo ‘regaleranno’. Se Apple decidesse di scegliere la strada della pubblicità, Google sarebbe ben lieta di metterli sull’iPhone. Dopotutto, gli attuali utenti di iPhone si contano nell’ordine dei milioni, mentre il numero degli utenti Android è nell’ordine… degli zeri.

Agire in questo modo, tuttavia, non ha molto senso per Apple: chi compra i prodotti Apple solitamente preferisce un’esperienza utente pulita ed elegante, non compromessa dal dover, che so, inseguire un coniglietto animato (come quello del Larchmont Outlet Mall!) per tutto lo schermo prima di poter utilizzare un’applicazione.

* * * * * *

3.

Per finire, l’esperienza allucinante di Marko Karppinen. Apple ha divulgato la password del suo Apple ID (e quindi di tutti i servizi accessibili dal suo account .Mac) solo perché qualcuno ne ha fatto richiesta:

L’altra mattina ho cercato di effettuare il login sul sito della Apple Developer Connection e ho scoperto che la mia password era stata cambiata e che l’indirizzo email associato al mio account era diventato un indirizzo yahoo.com non mio. Per fortuna la mia “domanda di sicurezza” era ancora quella, e così ho potuto resettare la password e tornare in possesso del mio account.

Osservando gli ultimi messaggi email apparsi nella mia casella .Mac, il “dirottamento” è riuscito grazie a questo semplice messaggio di una riga:

È dimenticato la mia password mac, avete darmi la password su nuova email marko.[xxxxx]@yahoo.com [Nota: il messaggio originale è sgrammaticato e ho cercato di renderne l’effetto in italiano]

Alla cui richiesta Apple non ha fatto altro che rispondere “Sissignore!” e divulgando così le mie informazioni personali. Questa è l’email che ho inviato ad Apple:

Cara ADC,

Avete resettato la mia password basandovi su una richiesta proveniente da qualcuno che non ero io. Invece di controllare se la persona che richiedeva tali informazioni fosse davvero il sottoscritto, facendo un confronto delle informazioni dei profili personali, avete permesso a terzi di accedere al mio Apple ID senza alcuna ragione plausibile.

Oggi ho cercato di effettuare il login e ho scoperto che la mia password era stata cambiata e che l’indirizzo email associato al mio account era diventato “marko.[xxxxxxx]@yahoo.com”.

Apparentemente, grazie a un messaggio email lungo una sola riga, avete permesso a un’altra persona di avere accesso:

  • Alle mie informazioni personali
  • Alla mia posta privata
  • A tutti i file conservati sul mio iDisk
  • A tutto quel che ho sincronizzato con .Mac (la mia Rubrica Indirizzi, i Bookmark, gli elementi di Accesso Portachiavi, ecc.)
  • Alle informazioni della mia carta di credito conservate nel mio profilo Apple Store
  • Al mio account iTunes Store
  • Alla mia ADC Premier Membership, compresa la chiave dei seed software e di altre risorse
  • Al Program Portal dell’iPhone Developer Program, compresi i dettagli sul nostro team di sviluppo
  •  

    Francamente sono fuori di me dalla rabbia per quanto è accaduto. Non vi è proprio passato per l’anticamera del cervello che il titolare dell’indirizzo “marko.[xxxxxxx]@yahoo.com” non fossi io? Che so, perché magari i nomi sono differenti?

    Avete la benché minima idea della mole di lavoro che mi tocca affrontare per rendere nuovamente sicure le informazioni da voi compromesse? Come pensate di ristabilire la volontà da parte mia, o di chiunque, di affidare ai vostri sistemi qualsiasi informazione sensibile in futuro?

    Cordiali saluti,
    Marko Karppinen

    Aggiornamento: qualche ora dopo aver pubblicato quanto sopra, un team leader dell’organizzazione di supporto della Apple Developer Connection europea si è messo in contatto con me, si è scusato dell’immenso pasticcio, e mi ha assicurato che normalmente non agiscono in questa maniera. Ha promesso di scoprire se Apple può determinare, basandosi sui log a sua disposizione, quando e come è stato utilizzato il mio Apple ID dal momento in cui è avvenuto il primo reset della password al momento in cui ho scoperto il ‘dirottamento’ 12 ore dopo. […]

    Che dire, no comment.

    Category Mele e appunti Tags

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