Adesso ci sono, adesso no

Di rientro dalle vacanze, una sgradita sorpresa: il mio disco rigido esterno LaCie Firewire da 160 GB non funziona. Si accende, ma invece di fare la classica sequenza di rumorini di avviamento per poi montarsi sulla scrivania del Mac, entra in un ciclo assai simile a quello di un’auto che non va in moto. Ovviamente il giorno prima di partire tutto funzionava come di consueto. L’imprevisto non mi affligge più di tanto: posso ricuperare all’incirca i 3/4 dei dati contenuti in quel disco da backup effettuati su altri dischi (rigidi e ottici) e su altri Mac. Rimane però la seccatura legata all’imprevisto in sé, e alle conseguenze che esso porta. 1) Tempo da investire nel tentativo di ricuperare i dati del disco (tentativo che voglio comunque fare, provando a smontare il case e a trapiantare il disco in un altro guscio Firewire); 2) Ricerca e acquisto di un altro disco rigido esterno; 3) Perdita di una seppur ridotta percentuale di dati, che al momento non so identificare con esattezza: quel disco era una sorta di sgabuzzino, ci mettevo un po’ di tutto, e potrebbe contenere versioni più recenti di certe cartelle che ho in backup altrove.

Questa disavventura mi porta a riflettere. Non sulle mie strategie di backup, che considero ancora valide. Se mai sul più ampio discorso della conservazione (e quindi trasmissione, ricuperabilità) dei dati in quest’epoca tanto farcita di ‘alta tecnologia’.

Il progresso tecnologico di questi ultimi decenni è notevole e sotto gli occhi di tutti; molti entusiasti vedono passi avanti dappertutto, ma non bisogna trascurare certi compromessi e, se vogliamo, certe curiose contraddizioni che tale progresso si porta dietro. Una di queste riguarda appunto la conservazione dei dati.

Il backup è una strategia di sopravvivenza: si fanno più copie degli stessi dati su più supporti. Questa ridondanza è tranquillizzante: se perdo quel CD, se quel disco rigido si guasta, poco male perché ho una copia dei dati e non perdo nulla. Fare il backup dei dati è pratica sempre più consigliata e adottata, anche perché oggi si digitalizza sempre di più. Il backup non è più una pratica che si svolge unicamente in ambito aziendale (ricordate le grandi unità a nastro, grandi come frigoriferi, che riempivano le stanze dei ‘centri meccanografici’?), ma riguarda ormai tutti, utenti esperti e non. Le foto di famiglia, le foto delle vacanze, i filmini, la musica, tutto si sta riducendo a file, a sequenze di zeri e uni, da un lato intrinsecamente perfette, non soggette a degrado a ogni riproduzione; dall’altro costrette a essere registrate su supporti men che perfetti. Supporti a buon mercato, che durano poco. Che oggi ci sono, domani no. Ah, il paradigma della mortalità.

Sì perché il backup, a un livello astratto, concettuale, è una sciocchezza. È un’operazione che si fa perché si è coscienti dell’inaffidabilità dei supporti. Da un punto di vista progressista, un disco rigido, un CD-ROM, una memoria flash, dovrebbero essere migliori della carta, del negativo fotografico, e di molti altri ‘vecchi’ supporti. Lo sono se consideriamo gli aspetti della comodità di trasporto, della grande capacità di immagazzinamento in uno spazio così ridotto, della facilità con cui è possibile accedere ai dati che contengono ed effettuare ricerche, e via dicendo. Ma perdono miseramente il confronto in termini di affidabilità pura, di capacità di conservazione dei dati, di durata nel tempo.

Oggi i dischi rigidi archiviano una quantità sempre maggiore di dati, e costano sempre meno. Ho dato un’occhiata ad alcuni dischi che potrebbero rimpiazzare il mio defunto LaCie da 160 GB; ve n’è uno da 500 GB che mi costerebbe meno della metà di quanto pagai il mio da 160 circa quattro anni fa. E che probabilmente durerà meno di quattro anni. Per quanto ne so potrebbe durare quattro mesi o quattro settimane. Certo, sono i dati la cosa importante, più che i supporti, che sono un mezzo e non fine. Ma l’imprevedibilità di certi supporti ‘moderni’, lasciatemelo dire, alle volte è esasperante, che uno abbia fatto il backup o no. L’idea di conservare dati attraverso una continua duplicazione e utilizzando strategie di ridondanza, estrapolata e considerata in sé e per sé, è terribile e dovrebbe essere superata. È come tornare al Medioevo, prima dell’invenzione della stampa; per far sì che uno scritto, un trattato, un’opera in versi o in prosa, durassero e venissero diffusi e tramandati, occorreva ricopiarli interamente a mano. Più copie si facevano, migliori erano le possibilità che l’opera sopravvivesse. Poi la stampa rivoluzionò il contesto, e oggi farebbe sorridere uno che si mettesse a fotocopiare tutti i libri che possiede per conservarne i contenuti, o a scrivere gli stessi identici appunti su tre taccuini differenti. Eppure con i contenuti digitali lo facciamo continuamente. L’inaffidabilità dei supporti viene controbilanciata da un ripetuto baby-sitting dei dati. Oggi si privilegia la velocità, la facilità di gestione, di ricerca, di riproduzione. Sono indubbiamente tutte buone cose, non intendo certo dire che si stava per forza meglio quando si stava peggio. Un disco rigido esterno ha lo stesso ingombro di una pila di 3-5 CD audio e può contenere una quantità di dati migliaia di volte superiore, ma potrebbe smettere di funzionare la prossima settimana, domani, oggi, alla prossima accensione. Ieri ho ascoltato nello stereo il CD “Hot Rats” di Frank Zappa, acquistato nel 1989, e quando ho premuto Play, le possibilità che il CD ‘non funzionasse’ erano, in proporzione, pressoché nulle.

In quest’epoca dove ormai vige la mentalità del “tutto si butta e si ricompra, non si ripara” ci ritroviamo i negozi pieni di prodotti informatici (ma non solo) certamente a buon mercato ma in gran parte mediocri, che durano sempre meno e che forniscono un’affidabilità paurosamente scarsa. All’industria dell’hardware non chiedo il ‘disco rigido eterno’, ma supporti più durevoli, che riservino meno sorprese e che non necessitino di attenzioni continue per salvaguardare i dati che contengono. Preferirei di gran lunga pagare di più, piuttosto che riempirmi la scrivania di tanti hard disk da 80-100 Euro l’uno, ognuno contenente il backup del backup del backup…

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About Riccardo Mori

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