Uscire dal letargo del design

Mettiamo da parte per un momento la piattaforma iPhone / iPod touch, che è senza dubbio innovativa, entusiasmante e ricca di promesse, e andiamo a riprendere i computer Macintosh. Ieri, di transito alla solita FNAC, passavo in rassegna i vari modelli di Mac esposti, portatili e desktop (tutti diligentemente presenti, escluso l’ingombrante Mac Pro), e non ho potuto fare a meno di trattenere un pensiero. Sono vecchi. Vecchi tra virgolette, s’intende. Nelle loro interiora battono processori e tecnologie moderni, ma in tutta onestà è ormai passato un certo tempo da quando Apple mi stupiva con il design di un Macintosh. MacBook Air mi ha dato qualche sussulto: bello, elegante, sottile. Come no, puro stile Apple, direi prevedibilmente Apple. Però è da un po’ che Apple non sforna un Mac che abbia il profumo di ‘svolta’ nel design. Come fu il primo iMac, e anche l’iMac G4, che osava un vero sconvolgimento del concetto e del form factor associato all’iMac. Nella linea dei portatili, ricordo il salto fra il PowerBook G3 (Lombard e Pismo) e il PowerBook G4 Titanium. Poi ricordo il PowerMac G4 Cube. Poi ricordo gli iBook conchiglioni colorati.

Insomma, ricordo una Apple che osava un po’ di più sotto il profilo estetico-funzionale. Oggi ci sono i MacBook Pro da 15 e 17 pollici, che esteriormente sono praticamente identici ai PowerBook G4 di alluminio introdotti a settembre 2003 (il PowerBook G4 da 17”) e ad aprile 2004 (il PowerBook G4 Aluminium da 15”), ossia praticamente cinque anni fa. I MacBook sono in sostanza degli iBook G4 con una tastiera un poco differente. Ma gli iBook G4 a loro volta derivano il loro aspetto dagli iBook G3 dual USB (dal colore metallico prima, bianco-ghiaccio poi), che è un design del 2001 — sette anni fa. Gli iMac Intel hanno una forma simile al primo iMac G5 (introdotto ad agosto 2004); sono più sottili, sono fatti con materiali e finiture diverse, ma il form factor è quello, ossia un monitor LCD con un Mac dentro.

Il Mac mini aveva destato in me un tiepido interesse, più che altro per le dimensioni e la compattezza — un piccolo concentrato di tecnologia (come poi il MacBook Air). Ma l’idea di design dietro al Mac mini era già stata esplorata dal Cube nel 2000. Il Mac Pro ha l’aspetto di un PowerMac G5, il cui design risale al 2003. I Cinema Display hanno lo stesso aspetto dal 2004.

Senza dubbio la transizione PowerPC-Intel ha giocato un fattore determinante nel rallentamento dell’innovazione e sperimentazione del design per i Macintosh: era necessario che l’utenza percepisse una familiarità formale. Il passaggio a Intel generò forti discussioni specie tra gli utenti Mac di lungo corso, e forse Apple ha ritenuto opportuno spingere le macchine sotto il profilo delle prestazioni, ma senza contemporaneamente calcare la mano anche da un punto di vista estetico e formale. Però secondo me adesso è arrivato il momento di una boccata d’aria fresca, di qualcosa di nuovo; un Mac da scrivania diverso, magari una via di mezzo fra un mini e un Mac Pro e che non abbia uno schermo incorporato come l’iMac. Oppure un nuovo portatile che abbia qualcosa di mai visto prima — non dev’essere necessariamente fantascienza, basterebbe la scelta di materiali nuovi, o una qualche soluzione modulare che permetta una facile rimozione/espansione delle componenti (un disco rigido o a stato solido estraibile senza dover smontare mezzo computer, per esempio). Qualcosa che susciti stupore, che faccia dire “Apple è di nuovo avanti cinque anni rispetto alla concorrenza”. Una tastiera più ergonomica o uno schermo più luminoso non sono delle ‘novità’, ma ormai dei feature bump prevedibili. Intendiamoci, non discuto la bontà dei Mac oggi a listino, né la loro indubbia potenza. Non sto dicendo che Apple abbia smesso di innovare tout-court, anzi. Il mio discorso verte unicamente sul design dei Macintosh, specie i modelli portatili, che sembrano essere arrivati a un punto in cui “meglio di così non si può”.

In ogni caso non sono pessimista; i tempi per una qualche sorpresa sono maturi. Come vorrei trovarmi nello studio di Jonathan Ive…

(Una cosa gli direi: basta, basta, basta con gli schermi traslucidi!)

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About Riccardo Mori

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