La scrivania e la macchina da scrivere

Mele e appunti

Nelle mie ricerche mi sono imbattuto in un libro molto affascinante e direi miliare in materia di interfaccia utente (trattata in special modo da un punto di vista storico-evolutivo): Interface Culture di Steven Johnson. Il libro è del 1997, ma questo non toglie nulla alla sua validità e importanza per mettere in prospettiva certi discorsi ancora molto accesi oggi quando si parla di interfacce grafiche, metafora della scrivania, finestre vs. linea di comando. Non ho ancora terminato di leggerlo, ma lo sto divorando, anche grazie allo stile chiaro, lucido ed estremamente scorrevole dell’autore.

Riflettere sulle possibili evoluzioni dell’ormai pluriventennale metafora della scrivania, usata per l’interfaccia utente grafica dei maggiori sistemi operativi attualmente in circolazione, è una delle attività più stimolanti per me, appassionato di tecnologia, di storia dell’informatica e naturalmente di interfacce e usabilità. E il volume di Johnson è decisamente ricco di spunti in questo senso. Vorrei ricongiungermi ad alcuni di questi spunti, e dato che è piuttosto difficile non citare intere sezioni del Capitolo 2 (“The Desktop”, la scrivania) e del Capitolo 3 (“Windows”, cioè “finestre” — non l’omonimo sistema operativo), partirò provocatoriamente da questa frase, a chiusura di un paragrafo a pagina 57:

Gli errori e insuccessi concettuali della metà degli Anni Ottanta derivarono da una incapacità — o dal rifiuto — di considerare la potenza della metafora della scrivania. I fallimenti dell’epoca presente derivano dall’aver preso quella metafora in maniera troppo letterale.

Il passaggio dalla linea di comando all’interfaccia a finestre è stato epocale. Il vantaggio delle finestre non deriva tanto da una questione di memoria visiva e spaziale, come molti sono intuitivamente portati a credere. In un’interfaccia grafica che ricorda una scrivania, i documenti vengono distribuiti in modo spaziale; per questo, la percezione comune è che, nel ricercare un certo file, si pensi anzitutto in termini di ‘dove’ si trova, in che luogo. L’interfaccia grafica dà al file delle coordinate spaziali e delle proprietà analoghe a un file vero e proprio, del mondo reale. Ma, spiega Johnson, questa percezione è fuorviante proprio perché il sistema a finestre è molto flessibile, e anche i sostenitori più convinti dell’interfaccia grafica a finestre pensano ai loro file in termini testuali e conformi a interfacce UNIX o DOS:

Per comprenderlo basta fare attenzione ai nostri processi mentali quando stiamo utilizzando una qualche applicazione di gestione dei file, alla ricerca di un dato documento. In un sistema puramente spaziale, il nostro pensiero seguirebbe questa logica: “mi pare che il file si trovasse nella parte sinistra dello schermo, qualche livello più sotto”. Ma in realtà ciò che pensiamo è: “sono quasi certo di averlo messo nella cartella Cose da fare, ma forse si trova nella cartella Lavori in corso”. In altre parole, stiamo organizzando le informazioni in maniera testuale, seguendo delle categorie da noi stessi definite. La dimensione spaziale è soltanto un’illusione, ovvero l’illusione di un’illusione. Facciamo finta di ricordarci ‘dove’ abbiamo messo il file, ma ciò che stiamo veramente ricordando è semplicemente il nome della cartella che lo contiene. […] (L’unica eccezione è il caso di quei file o elementi che sono stati disposti direttamente sulla scrivania, aggirando del tutto il concetto di finestra. Queste icone possono sviluppare attributi spaziali genuini, rendendole più semplici da ritrovare — anche se la maggior parte degli utenti preferisce non riempire la propria scrivania con troppe icone).

In realtà, il vantaggio delle finestre deriva dalla possibilità di vedere più applicazioni/processi alla volta e di passare rapidamente dall’uno all’altro mettendo le singole finestre in primo piano. La finestra si rivela essere una maniera di visualizzare quel che i programmatori chiamano mode switch. Nell’uso quotidiano del computer, ormai, passiamo spessissimo da una modalità all’altra senza nemmeno accorgercene. Per esempio, si ha una modalità per creare un nuovo documento di testo, una modalità per editare un foglio di calcolo esistente, una modalità per riorganizzare una directory di file, una modalità per modificare le preferenze di sistema. Ai tempi della linea di comando — scrive Johnson — si doveva lanciare una di quelle modalità inserendo un’oscura sequenza di lettere, e i confini che delimitavano le singole modalità erano ben tracciati. Immettendo un comando si entrava in modalità gestione directory, scrivendone un altro si passava alla modifica delle preferenze di sistema, e via dicendo.

Occorreva naturalmente una certa opera di memorizzazione, e a volte ci si dimenticava in quale modalità ci si trovava. In generale, questo sistema era parecchio anti-intuitivo. Doug Engelbart e gli ingegneri dello Xerox PARC si resero conto che queste modalità potevano essere rimpiazzate da finestre; le finestre potevano rappresentare le modalità e soprattutto un sistema per passare da una modalità all’altra. Era difficile sbagliarsi: la modalità corrente sarebbe stata rappresentata dalla finestra attiva (ovvero in primo piano), mentre le altre avrebbero atteso il loro turno, stratificate in secondo piano.

Il passaggio dal concetto di modalità (mode) al concetto di finestre è stato un passo avanti in termini di facilità d’uso di una tale entità che, ancora oggi, è arduo pensare a un mondo digitale senza finestre. L’interfaccia grafica a finestre ha portato con sé una serie di convenzioni che sono diventate così naturali e familiari da essere ormai trasparenti per gli utenti. E così radicate che pare impossibile progredire. Dai primi Anni Ottanta a oggi, la ‘scrivania’ e le ‘finestre’ sono andate raffinandosi, espandendosi, rendendosi sempre più versatili, ma il succo della metafora è sempre quello. I progressi dell’interfaccia utente sono rimasti sempre circoscritti all’ambito della scrivania.

Periodicamente si riaccende il dibattito: bisogna trovare qualcosa che vada oltre la scrivania, si avverte l’esigenza di qualcosa di nuovo, ma proposte concrete non se ne vedono. Alan Kay [Wikipedia ING | Wikipedia ITA], ideatore della metafora della scrivania, ha lavorato alla creazione di altri progetti di interfaccia utente come Etoys o Croquet, ma sono progetti circoscritti e sperimentali. In Apple, negli Anni Novanta, si studiò a lungo un’interfaccia alternativa, in un progetto chiamato HotSauce o Project X, la cui idea fondamentale era sostituire il concetto di finestre con una navigazione più genuinamente spaziale, tridimensionale.

L’ostacolo più evidente, il macigno da superare sulla strada dell’evoluzione dell’interfaccia utente, è a mio avviso quel groviglio di abitudini + efficienza che ormai si è stratificato e raffinato nell’interfaccia grafica e nella metafora della scrivania attuali. Ed è a questo punto del mio ragionamento che ho pensato ancora alla macchina da scrivere, ovvero alla convenzione del layout di tastiera QWERTY universalmente adottato (con lievi variazioni a seconda dei paesi e delle lingue). In un mio articolo recente, Innovare è difficile, nel trattare i tentativi di innovazione nell’ambito dei dispositivi di input, facevo l’esempio della tastiera e citavo Donald Norman:

[…] Baloccarsi con il progetto della tastiera ideale è un passatempo diffuso. […] Ma nessuna di queste innovazioni è stata realizzata perché la tastiera QWERTY, con i suoi difetti, è sufficientemente buona. Benché la sua disposizione pensata per evitare l’accavallarsi dei martelletti [della macchina da scrivere] non abbia più nessuna giustificazione meccanica, resta il fatto che molte coppie di lettere di uso comune sono assegnate alle due mani: una mano può prepararsi a battere il suo tasto mentre l’altra sta finendo, cosicché la velocità di battuta è migliore.

[…] C’è un sistema migliore [della QWERTY] — la tastiera Dvorak — laboriosamente messa a punto da uno dei fondatori dell’ingegneria industriale (da cui prende il nome). È più facile da imparare e permette un aumento di velocità di circa il 10%, ma questo non è un miglioramento sufficiente a legittimare una rivoluzione nella tastiera. Milioni di persone dovrebbero reimparare a scrivere a macchina. Milioni di macchine dovrebbero essere cambiate. I vincoli sostanziali della pratica preesistente impediscono il cambiamento, anche quando questo sarebbe un progresso.

Ecco, sotto questo aspetto vedo un’analogia molto forte con l’attuale impasse dell’evoluzione della metafora della scrivania nell’ambito dell’interfaccia utente. Probabilmente da qualche parte esiste un progetto di interfaccia in grado di superare certi limiti della metafora della scrivania, ma il fatto è che abbiamo appreso una tale efficienza e sviluppato una tale profonda familiarità con concetti quali finestre, menu, pannelli, scrivanie e cestini, che si fatica a vedere qualcos’altro al di fuori di queste metaforiche quattro mura entro le quali ci sentiamo sicuri e produttivi.

Durante la scorsa decade — ed è evidente leggendo il libro di Steven Johnson — il progresso sembrava tutto nelle mani del 3-D. Il già citato progetto HotSauce di Apple, l’estensione della metafora della scrivania operata da interfacce quali Magic Cap e Microsoft Bob (che immaginavano interi ambienti a circondare l’ufficio virtuale: corridoi, salotti, altri uffici, aree ricreative), progetti come The Palace di Mark Jeffries (che estendeva in ambito tridimensionale lo spazio tradizionalmente bidimensionale e testuale della chat, creando un mondo virtuale in cui i partecipanti alla chat venivano rappresentati da omini stilizzati disseminati in un ambiente e liberi di circolare e incontrarsi nelle sue svariate stanze; per capirci: una sorta di versione embrionale — siamo nel 1995 — dell’attuale Second Life), l’idea di prendere spunto dai mondi virtuali di due giochi di successo come Doom e Quake per creare un ambiente grafico ‘non-violento’ in cui collocare file, documenti, applicazioni… Tuttavia, la ragione primaria del fallimento di tali modelli stava (e probabilmente sta tuttora) nella loro inefficienza. Leggiamo le impressioni di Johnson in merito a HotSauce:

[…] Il prototipo di Apple serve a ricordarci quanto piccolo sia il ruolo giocato dalla memoria spaziale nelle moderne interfacce. Ho provato a fare un esperimento, una sorta di studio di caso, e per alcuni giorni ho utilizzato HotSauce come sostituto del mio sistema di gestione file, giusto per farmi un’idea più chiara di tutta l’esperienza. Le prime esplorazioni erano tremendamente divertenti, sembrava di star giocando a un videogioco più che navigare tra i miei file, ma l’eccitazione si è presto tramutata in irritazione non appena i limiti della navigazione si sono resi evidenti. Muoversi all’interno dello spazio richiedeva troppa attenzione e troppe energie, e finivo col concentrarmi più su come spostarmi e ‘sterzare’ col puntatore che non sui documenti che stavo cercando. […]

Mi sembra chiaro che, dopo il primo grande passo in avanti — dalla linea di comando alla scrivania e alle finestre –, la situazione si sia fatta sostanzialmente stagnante. Notare come gli sforzi innovativi odierni siano di contorno alla metafora della scrivania, più che tentare l’impatto diretto: tutto il furoreggiare dell’interfaccia multi-touch e dell’interfaccia tattile in generale, è sì uno sforzo verso una maggior efficienza, facilità d’uso, immediatezza e quindi (forse) produttività, ma non è un paradigma, non è una nuova concezione, una nuova metafora che definisce e regola l’ambiente dell’interfaccia utente. Siamo sempre qui a manipolare ‘documenti’ dentro ‘cartelle’ in ‘volumi’ all’interno di una ‘scrivania’. Li manipoliamo più direttamente, ma non diversamente dalla manipolazione mediata della coppia puntatore-mouse. Per tornare alla citazione di Johnson in apertura di articolo, I fallimenti dell’epoca presente derivano dall’aver preso quella metafora [della scrivania] in maniera troppo letterale.

The Author

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10 Comments

  1. Articolo molto interessante, se trovo il libro di Steven Johnson lo leggerò di sicuro.
    Credo che una possibile evoluzione dell’interfaccia uomo — macchina sia il totale abbandono del concetto di documento -> cartella -> scrivania. Un motore di ricerca (semantico?) ci troverà tutti i file che vogliamo e noi non dovremo preoccuparci della loro organizzazione, il file system così come conosciuto ora potrebbe sparire.
    Certo sarà dura far morire l’interfaccia punta e clicca…

  2. Paolo says

    Riccardo questo non è pane per i miei denti, è ossigeno per i miei polmoni.

    C’è un po’ di confusione qui.

    Una cosa è il paradigma Scrivania-Cartelle-File e in tal caso parliamo propriamente di file-management.

    Un’altra cosa sono le finestre come organizzazione dei task ( lo switch mode ).

    Hai parlato di tutti e due ma ti sei focalizzato più sul file manager con la storia dell’ HotSource e la frase conclusiva: “Siamo sempre qui a manipolare ‘documenti’ dentro ‘cartelle’ in ‘volumi’ all’interno di una ’scrivania’.” il che è un problema più circoscritto che l’intera GUI ( siamo in un sottodominio ).

    In quanto il problema dell’interfaccia grafica nella sua interezza è molto complesso e ampio e rischerei di rivelarVi tutto il mio inesauribile scibile sulla materia senza soluzione di continuità mi soffermerò sul sotto-problema, il paradigma Scrivania-Cartelle-File anche dicasi file manager.

    Let’s go!

    A livello di metafora-scrivania si è seguito con le prime implementazioni di GUI il concetto di spazialità.
    Mi rifaccio ovviamente al Lisa e al Macintosh, poichè pur essendoci precursori (e in effetti sono il seme da cui è sbocciato il fiore ) come lo Xerox Star o l’Alto questi non si sono diffusi in maniera considerevole e in realtà non ne so ( o non si sa ) poi molto anche se non penso di sbagliare affermando che anche qui si è cominciato con la spazialità ( ripresa da Apple successivamente ).

    La spazialità ( da cui il Finder “spaziale” presente dal primo System 1 all’ultimo Mac Os 9 ) è il concetto per cui ad ogni cartella corrisponde una sola finestra e viceversa, quindi non si può come avviene oggi nel Finder aprire una cartella/finestra e navigare nella gerarchia del file system sempre in un unica finestra.
    Inoltre nel finder spaziale ogni finestra o icona conserva le sue proprietà spaziali come dimensione, posizione e altre caratteristiche visibili.

    Nel vecchio finder “spaziale” ogni cartella che aprivi si apriva una nuova finestra, per raggiungere un file innestato in una gerarchia di 10 cartelle aprivi 10 finestre. La spazialità agli inizi era vista come un bonus, una miglioria, in quanto rendeva il nostro spazio di lavoro virtuale (la scrivania) più coerente con la realtà.
    Ad ovviare al problema dell’ammontare delle finestre si sono aggiunti concetti “non reali” come gli alias, oppure il menù Mela per cui se inserivi un’alias di cartella o una cartella vera nella cartella Mela ( non ricordo effettivamente il nome esatto ) potevi navigarci dal menù mela tramite la gerarchia dei menù.

    Quindi dico che “sforare” dalla realtà ( in questo caso introduzione degli alias ) per creare qualcosa di prettamente virtuale è un vantaggio mentre perseguire a tutti i costi la realtà può essere limitante. ( E’ il caso dei primi concetti di GUI che si vantano da essere così vicini alla realtà da ereditarne anche i limiti. )
    Alcuni esempi fra i più famosi file manager spaziali erano il Workbench di AmigaOs ( Commodore ), il Workplace Shell di OS/2 (IBM), il Tracker di BeOS (Be).

    A dare un calcio a tutte queste “reali limitazioni” ovviamente per primo ci ha pensato il nostro Steve Jobs con il suo NeXTstep.
    In NeXTstep c’è stata la prima implementazione di file manager di tipo browser, “navigazione” del file system, un’ unica finestra per navigare fra la gerarchia di cartelle, concetto ripreso da Windows (che copiò da Apple e da NeXT contemporaneamente tanto per essere sicura) e che abbiamo nel Finder di Mac Os X.
    Un altro concetto brevettato NeXTstep fu il dock altro esempio concetto virtuale non ripreso dalla realtà che ha dato e dà ancora indubbi vantaggi a chi lo usa.

    Riassumendo, un percorso evolutivo nella metafora della scrivania io la vedrei… ma non si ferma qui.

    Nell’era del desktop moderno sono stati introdotti nuovi concetti altamente astratti come le smart folders (le ricerche virtuali del Mac Os X, in altri os hanno altri nomi) che accomunano tutti i documenti che hanno caratteristiche comuni specificate dall’utente.
    Windows Seven ha le Raccolte (Libraries) sono cartelle “virtuali” ( non trovo altro modo per dire che in effetti non sono cartelle virtuali classiche ) che racchiudono il contenuto di più cartelle specificate dall’utente.

    Abbiamo l’introduzione fantastica dei metadati che è ancora al suo livello embrionale e il futuro sta tutto qui.
    Il primo os ad usare i metadati nel suo file system è stato il BeOs, il concetto è stato ripreso da Mac Os X a partire da Tiger traducendosi nella nascita di Spotlight ( copiato anni dopo da Windows Vista ).
    Tra gli sviluppatori di Spotlight abbiamo un dipendente Apple, ex-dipendente BeOs, che al tempo creò il file system del BeOS…

    Bisogna sfruttare i metadati, un file manager pienamente basato sui metadati che funzioni tipo un database relazionale ( il file system / DB relazionale era una delle miliardi di promesse del caccoso Windows Vista, tale chimera avrebbe dovuto chiamarsi WinFS ) è il futuro a cui stiamo andando incontro.

    Un futuro in cui il file system mi organizza al volo i file in “cartelle” come lo decido io tramite ad esempio un menù: organizza tutti i file immagine secondo la data di creazione, ed ecco apparire diverse cartelle ognuna contenente file creati lo stesso giorno.
    Oppure “incartella” queste immagini a seconda de tipo di macchina fotografica che le ha scattate, dell’ora, della luce del buio… una cosa così, ma al volo, immadiata, senza pensarci, non ci saranno più le classiche e statiche cartelle di adesso.…

    Riccardo ho raccontato la Storia, analizzato il presente, predetto il futuro… offrimi un caffè.

    (Per quanto riguarda la Gui vedo molta time machine, leggi della prospettiva, resolution independent gui, 4o livello layer grafico, e rendering della luce.)

    • Paolo: Apprezzo senz’altro l’entusiasmo, ma nella foga di buttare tanta carne al fuoco ti sei perso per strada. Facciamo un po’ d’ordine.

      Ho parlato della metafora della scrivania e del sistema a finestre come organizzazione dei task perché i due ambiti sono convergenti e, nello stato attuale dei sistemi operativi con interfaccia grafica, strettamente connessi. Non sono d’accordo che la gestione dei file sia “un problema più circoscritto” dell’intera GUI, proprio perché la GUI è stata creata intorno alla gestione dei file e si è sviluppata di conseguenza. Il passaggio dalla linea di comando all’interfaccia grafica è stato primariamente dettato da esigenze di una migliore e più efficiente manipolazione dei documenti.

      La spazialità significa dare a un elemento delle coordinate spaziali, o almeno dare all’utente l’illusione che un elemento abbia un ‘luogo’ — anche qui l’ispirazione viene dal mondo reale. Si prendono i concetti di foglio, cartella, raccoglitore, cassetto, scrivania (piano di lavoro), ecc., e si traspongono nel virtuale. Nel libro, Johnson fa notare come questa sia un’illusione, un gioco a cui l’utente accetta di prestarsi per ragioni di praticità, in quanto si dimostra che i processi mentali in azione durante un’operazione di ricerca di documenti sono di natura ‘testuale’ e ‘nominale’, più che spaziale. In altre parole, ragioniamo ‘a linea di comando’, ma è più efficiente piegarsi all’illusione di star manipolando file dentro cartelle dentro volumi, perché la visualizzazione di questi elementi nella scrivania virtuale ci permette di evitare lunghe operazioni di battitura in una finestra di terminale per navigare e muoverci all’interno dell’organizzazione dei file.

      Il Finder delle prime versioni del System di Macintosh era estremamente limitato, al punto da essere un passo indietro rispetto al Desktop Manager di Lisa. Le prime versioni del Finder non contribuivano affatto alla creazione di una metafora omogenea della scrivania: date le ridotte capacità dei primi Macintosh, che avevano solo 128 e 512 KB di RAM, il Finder era un’applicazione che si chiudeva ogni volta che ne veniva lanciata un’altra. Questo significa che, lanciando MacWrite o MacDraw, il contesto veniva a mancare. L’applicazione lanciata riempiva lo schermo e la scrivania — il contenitore — spariva. Si è dovuto aspettare il Multifinder, introdotto nel 1988 come estensione del System 5, per avere il multitasking e per avere sostanzialmente un contenitore entro il quale comprendere le applicazioni e i documenti da esse prodotti e, in ultima analisi, avere una metafora della scrivania consistente e omogenea. Che è ciò che ottiene il Finder del System 7 dopo un lungo percorso di perfezionamento, per arrivare dove il Desktop Manager di Lisa era già arrivato nel 1983.

      Gli alias e le scorciatoie sono concetti meno irreali di quanto tu possa pensare, in quanto si rifanno all’idea della fotocopia nel mondo reale. Io posso avere un ufficio con un enorme archivio fatto di documenti inseriti in armadi e scaffali, ma per accedere rapidamente a quei documenti che utilizzo con più frequenza, ne faccio una fotocopia che tengo in una cartella sulla scrivania. Così, quando voglio consultare il tal documento, invece di dovermi ricordare che si trova nel terzo cassetto dello scaffale 23, apro la cartella che ho sulla scrivania e ne consulto la copia (l’alias). Le cartelle Smart di Mac OS X non sono tanto diverse: contengono ‘fotocopie’ di documenti che corrispondono a una ricerca secondo una serie di criteri.

      Scrivi: “In NeXTstep c’è stata la prima implementazione di file manager di tipo browser, “navigazione” del file system, un’ unica finestra per navigare fra la gerarchia di cartelle”. Quel tipo di browser era stato ideato molto prima. Fu quasi implementato nel Lisa (già nel 1980 gli ingegneri del team Lisa avevano buttato giù un prototipo) e il concetto si rifà al browser per la navigazione delle class library di Smalltalk (quindi si va ancor più indietro del 1980).

      Anche l’idea del Dock è anteriore a NEXTSTEP: una barra nella parte inferiore dello schermo con le icone dei volumi e delle applicazioni attive era già presente nel RISC OS, il sistema operativo introdotto da Acorn Computers nel 1987 per la sua linea di computer Archimedes.

      Il “percorso evolutivo” della scrivania è, in generale, piuttosto piatto. La scrivania virtuale si è certamente raffinata col tempo, soprattutto grazie all’evoluzione dei processori, della potenza di calcolo dei computer e conseguentemente delle loro capacità grafiche. Così come si sono evoluti gli strumenti per la scrittura a mano: oggi usiamo penne a sfera, pennarelli, matite, e carta. Migliaia di anni fa gli strumenti erano altri e i materiali erano altri: c’erano bastoncini e stilo e tavole di argilla, ma il processo è rimasto uguale: afferriamo tuttora uno strumento che lascia un segno su una superficie. Con la metafora della scrivania è la stessa cosa: sono migliorati gli strumenti e gli attrezzi di contorno, ma non si esce dalla metafora. E forse, in un certo senso, è perché la maggioranza delle persone non ne sente poi questa grande esigenza. Quando in un ambito si raggiunge un certo livello di efficienza ed economia, è difficile pensare di riazzerare tutto e muoversi in un’altra direzione. Il percorso evolutivo della metafora della scrivania, per come stanno le cose, credo possa essere un percorso per stadi progressivi di raffinazione, ma non credo che vedremo una rifondazione profonda e radicale dell’intera metafora in tempi brevi. Tu stesso, immaginando il “futuro”, adoperi gli stessi termini del passato: filesystem, file, cartelle, menu.

      Sull’interfaccia grafica del futuro possiamo star qui ore e ore a stordirci immaginando gli scenari più vari, ma bisogna anche prendere quei termini che butti lì — ” molta time machine, leggi della prospettiva, resolution independent gui, 4o livello layer grafico, e rendering della luce” — e analizzarne la fattibilità e le possibilità che vengano adottati su vasta scala. Sento parlare di risoluzione indipendente da almeno una quindicina d’anni, poi noto che sotto questo aspetto — per fare un piccolo esempio — in Snow Leopard le cose stanno quasi peggio che in Leopard, e che pare essere uno dei punti più trascurati dell’interfaccia.

      Per concludere, noto il tuo interesse per l’argomento, vedo l’entusiasmo, ma devi studiare di più per arrivare a quel caffé :)

      Ciao,
      Riccardo

  3. Paolo says

    Quando nacqui, in un bosco, un vecchio e sacro cervo mi diede una cornata pazzesca nell’occhio destro. Questo cervo era alato, ma non ne sono così sicuro in quanto scorsi le sue ali piumate solo dopo la cornata.

    Proprio così gli dei mi infusero il mistico dono della Vedenza… miope ma con il dono.

  4. Paolo says

    Potresti avere un 45% di ragione…

    ——–

    Permettimi di dissentire sulla questione alias.

    Fotocopie? Tutto tranne quello.

    Le fotocopie sono le copie dei file che otteniamo facendo Archivio ->Duplica. Ed abbiamo 2 documenti: l’originale e la copia.

    Mentre gli alias sono puntatori: ti aprono il vero documento a cui puntano e quindi editando il documento modifichiamo l’originale, mica la fotocopia!!!!
    Quindi sempre un solo documento, l’originale.

    ——

    Le cartelle Smart di Mac OS X non sono tanto diverse: contengono ‘fotocopie’ di documenti che corrispondono a una ricerca secondo una serie di criteri.”

    Mai frase fu più errata.

    Anche in questo caso confondi il documento originale con delle fotocopie.…
    Infatti le cartelle Smart non contengono fotocopie ( o copie ) di documenti e nemmeno alias.
    Contengono i veri e propri documenti originali, per cui puoi spostarli, cancellarli, modificarli come ti pare e stai agendo sugli originali.

    —–

    Riccardo capisco la tua posizione dettata anche dalla lunga esperienza, certo ci separa sempre un ventennio o poco meno e penso di avere più del tempo necessario per studiare e recuperare…

    Sai cosa?

    Caffè? al bar?

    No. Per me meglio il solito: un Mojito in una fresca notte d’estate su una spiaggia bailera contornato da centinaia e migliaia di ragazze diciottenni in calore che mi si strusciano sopra…

    Ciao,
    Paolo

    • Paolo: Sapevo che avresti risposto in questo modo. Con il discorso delle fotocopie stavo facendo un’analogia. So benissimo che cosa sono gli alias nella scrivania virtuale. So benissimo che cosa sono le cartelle Smart. Quel che stavo spiegando è che ‘alias’ e ‘cartelle Smart’ non sono entità astratte nate in una dimensione puramente virtuale. Ho messo il termine fotocopia fra virgolette per quello, intendendo una rappresentazione simbolica del documento in una scrivania reale. Pensavo più all’icona che al documento stesso. L’alias è come avere sottomano il documento originale, ma in una posizione preferenziale che ci evita di spostare fisicamente l’originale. Il mio riferirmi alla fotocopia era in senso operativo e spaziale, ossia l’atto di manipolare l’alias come elemento spostabile e collocabile in una posizione preferenziale. Ma immaginavo che il discorso si sarebbe fatto fuorviante.

      Potresti avere un 45% di ragione”… Cerca di essere meno sbruffone e supponente. A me interessa sempre il confronto di opinioni, ma certe sparate e certi atteggiamenti (o posture) mi indispongono. L’ho già detto e non ho intenzione di ripeterlo ulteriormente.

  5. Paolo says

    Sai una cosa Riccardo? Solo qui mi sento veramente me stesso. Nemmeno con gli amici più confidenti riesco ad esserlo, invece con Te parliamo, mi ascolti, mi capisci…
    Nelle normali serate in pub o alla disco quando per spassarcela io e i miei amici incontriamo al solito un paio di ragazze tirate se incominciassi a parlare di scrollbar o click-through o API cocoa, bhè i miei amici si dimenticherebbero di esserlo e mi sacramenterebbero di botte lasciandomi lì a terra a godere degli ultimi attimi di vita rimasti.

    P.S. una volta in verità ho cercato di dare il meglio di me stesso con una tipa e se devo essere sincero non mi sono nemmeno sbilanciato tanto, cose basilari, tipo: di che sistema operativo sei? preferisci carbon o cocoa? ridimensiona o a schermo intero?
    Cioè domande semplici alla vero o falso, si o no, al massimo scelta multipla… Bhè non ha funzionato, solo sul click-through l’ho vista abbastanza interessata e mi ha chiesto se si facesse col preservativo o senza.

    • Paolo: Guardalo bene, perché questo è l’ultimo commento off topic che apparirà in questa sede. D’ora in avanti ci si attiene all’articolo che si commenta, o si finisce nello spam. È una delle poche regole che voglio si rispettino qui.

      R.

  6. Paolo says

    Non potrei davvero vedere qualcosa di diverso dal punta e cliccka per quanto riguarda i personal computer, a breve e medio termine.
    A meno che non vada oltre la scienza che conosciamo e allora potrei predire computer a riconoscimento vocale (che funziona, alla star-trek), o comandati via onde cerebrali ma qui non stiamo parlando di 10 anni parliamo di almeno 30 o 40 anni e mi sono contenuto.

    Prima di questi 30 anni e più, secondo il mio modesto parere, ci tocca coesistere con le interfacce punta e cliccka.
    E allora ho già una visione di come la tecnologia di oggi potrebbe evolvere, e non essere soppiantata da una completamente differente.

    E si, mi spiace ma userò ancora i termini file, cartella e scrivania e così via…

    Iniziamo dalla Resolution Independent GUI.
    La Apple ci sta lavorando da Tiger quindi non è un’idea così fuori dal normale.
    Penso che, anche se ci sarà moltissimo lavoro da fare, il fattore minimo per poterci lavorare è che tutte le applicazioni esistenti a un certo punto vengano sviluppate con l’unica api Cocoa, sarebbe il framework più moderno dove Apple potrebbe aggiungere aggratis (o come quasi sempre solo con piccole modifiche alle app esistenti da parte degli sviluppatori) la RIG.
    Anche per questo penso che Apple abbia rinunciato a rendere Carbon a 64bit e stia spingendo su Cocoa 64bit, per poter inserire facilmente ad un certo punto evolutivo di os x una caratteristica come la RIG (e facendo un discorso generale possiamo parlare di qualsiasi altra caratteristica che avremo in futuro) senza scendere a compromessi: niente vecchie app Carbon da supportare con favolosi contorsionismi del codice di Os X e nessuna cpu PowerPc ( più in là nel tempo verranno dichiarati obsoleti tutti i mac powerpc e Apple non dovrà più rilasciare aggiornamenti di sicurezza e mantenimento per Os X su PowerPC ).
    Un giorno (evolutivo di os x) questo sarà fattibile e verrà adottato su vasta scala.
    E’ un fattore inevitabile del progresso dell’interfaccia grafica:
    già conosciamo la differenza fra grafica raster e grafica vettoriale;
    questo stesso principio, quando ci saranno le risorse computazionali adeguate ( e qui entrano in gioco i recenti openCL e Grand Central Dispatch che assecondano la mia tesi ) saranno utilizzate per “calcolare” la GUI a differenti risoluzioni.
    E’ solo questione, come sempre, di risorse tecnologiche.

    Possiamo trovare un analogia nel passato proprio in un commento del nostro Riccardo: a causa delle limitate risorse hardware dei primi Mac, i primi System non avevano un vero e proprio ambiente desktop, non erano multitasking, potevano aprire solo un’applicazione alla volta (come nell’iPhone privo di multitasking per sole ristrettezze hardware, infatti nell’ iPhone Os il codice per la gestione del multitasking c’è tutto ma è inibito ), dal System 5 in poi, quando apparverò Mac con maggiore capacità hardware (in questo caso è importante la maggiore capacità della Ram) , si è avuto il Multifinder cioè, per semplificare, il desktop (che era il Finder) in background girava assieme alle applicazioni in foreground.

    Bhè, grazie a Grand Central Dispatch, a openCL, alle sempre più potenti cpu e gpu, alla possibilità per Apple di concentrari solo su Cocoa, quando si incroceranno questi tasselli ci sarà il presupposto tecnologico per avere la Resolution Independent GUI.
    Magari Apple l’ha già implementata sperimentalmente a livello software su un suo supercomputer (Mac), forse non proprio ricalcando l’interfaccia odierna di os x, magari usa monitor a 300dpi non ancora diffusi a livello commerciale ( ma esistono fatevi un giro su google) , ma comunque ha già i principi software di funzionamento di tutta l’intera baracca e sta aspettando solo che si congiungano gli ultimi tasselli tecnologici. (avete detto come l’iphone? prototipizzato da anni ma svelato solo grazie a batterie, schermi capacitivi e cpu mobile decenti???? o avete pensato all’imminente Apple Slate anche questo in cantiere da secoli???)

    Ho detto “iniziamo con la RIG” ma qui finisco perchè mi sono lasciato andare… ho ancora comunque da togliermi gli altri sassolini-predizioni-tecnologiche dalle scarpe…

    • Paolo:

      Iniziamo dalla Resolution Independent GUI.
      La Apple ci sta lavorando da Tiger quindi non è un’idea così fuori dal normale.

      La capacità di gestire la visualizzazione indipendente dalla risoluzione era già contenuta — ma non attivamente implementata — in QuickDraw, quindi si va parecchio indietro nel tempo.

      Mi fermo qui. Altri, se vorranno, potranno dare il loro contributo alla discussione, che mi sembra sia già stata ampiamente monopolizzata. Dopo questo commento non hai resistito a inviarne un altro, che ho cancellato, in cui ti complimentavi con te stesso sulla scorrevolezza di questo lungo commento, che ho approvato perché giustamente in-topic. Ma sono stanco, e questo è davvero l’ultimatum: ancora un commento fuori dagli schemi e chiudo le comunicazioni.

      (A beneficio di tutti i lettori del blog, voglio chiarire una cosa: da quando ho uno spazio personale con i commenti abilitati non ho mai ‘bandito’ nessuno, a parte qualche personaggio sgradevole che lasciava commenti stupidi e attacchi personali qualche anno fa. In generale, da quando Autoritratto con mele è più conosciuto, ho sempre trovato interlocutori rispettosi del luogo e del sottoscritto. Non mi piace fare il censore, ma questo è il mio spazio e mi sembra giusto stabilire certi paletti. Uno di questi è che i commenti siano pertinenti agli argomenti trattati. Questo non è il luogo adeguato per sfoghi personali, manifestazioni di atteggiamenti più o meno convenzionali, e cose del genere. Investo del tempo nello scrivere gli articoli, così come nel leggere e moderare i commenti, porto rispetto per i vari punti di vista, cerco di rispondere investendo altro tempo per cercare di offrire risposte documentate. Se devo anche mettermi a filtrare attivamente i commenti fuori luogo perché qualcuno oggi mi scrive spinto da qualche impulso artistico o umorale, beh, mi spiace ma non lo accetto.)

      Riccardo

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