Google Chrome OS: primissime riflessioni

Mele e appunti

Lo scorso 19 novembre, Google mi ha fatto un regalino interessante per il mio compleanno: ha presentato una prima idea dei lavori in corso su Chrome OS. Non ho letto moltissime reazioni altrui alla presentazione, a parte il solito Gruber e qualcun altro, e per quanto riguarda il materiale su Google Chrome OS mi sono limitato a quel che Google ha messo a disposizione, in special modo le pagine di Chromium OS, più questo video in cui viene presentata l’interfaccia utente.

Quanto sto per scrivere sono solo reazioni e riflessioni basate sullo stato attuale del progetto, e visto che Chrome OS ha ancora davanti circa un anno di sviluppo prima di essere pronto per la commercializzazione, è tutto da prendere con beneficio di inventario.

La mia impressione generale su Chrome OS è positiva, nel senso che la mera esistenza di un progetto del genere è una boccata d’aria fresca nel panorama attuale dei sistemi operativi, che mi pare piuttosto stagnante. Scendendo nei particolari, non posso fare a meno di notare come per me gli aspetti positivi e negativi di Chrome OS siano essenzialmente due facce della stessa moneta. Vediamo un po’.

1. La prima cosa da evidenziare è che Chrome OS non vuole essere un sistema operativo completo come Windows o Mac OS X. È un sistema progettato fin da subito per essere installato su hardware specifico (netbook e simili), hardware da non considerarsi come principale. L’idea del netbook è quella di avere una seconda (o terza) macchina ultraportatile molto comoda da avere sempre con sé per effettuare una serie specifica e limitata di compiti (essenzialmente navigare il Web, leggere la posta, sfogliare qualche documento o anche eBook, passare in rassegna un po’ di foto digitali…). Come i netbook non pretendono di sostituire il Mac o PC principali, Google si prefigge lo stesso obiettivo sul fronte del software. Chrome OS deve quindi essere veloce, leggero (per non affaticare troppo i processori a bassa potenza dei netbook), e fare poche cose ma bene e con eleganza.

Un simile approccio è sensato e permette di costruire il prodotto guardando avanti, invece di preoccuparsi di realizzare un altro mastodonte come Windows che deve essere compatibile con un numero impressionante di macchine, supportare programmi di oggi, ieri e dell’altroieri, e via dicendo.

L’altra faccia della medaglia, però, è il rischio di focalizzarsi su una nicchia di prodotti che potrebbe trovarsi parecchio cambiata da qui a un anno. È vero che Google può benissimo modificare, adattare e riplasmare Chrome OS strada facendo, ma continuo a ritenere la fascia dei netbook un settore fragile e capriccioso. Uno degli intenti — lodevoli — di Google è proprio quello di rafforzare questo settore, offrendo una migliore integrazione hardware/software e rendendo così meno frustrante per l’utente medio tutta l’esperienza del computerino ultraportatile; al tempo stesso mi chiedo, non è che l’autunno del 2010 sia un po’ troppo tardi per debuttare?

Una grossa incognita che ha la potenzialità di scombussolare completamente il contesto è il famigerato tablet Apple. Lo so, al momento è tutta speculazione, ma supponendo che Apple presenti un simile dispositivo prima dell’estate prossima, e supponendo che abbia l’impatto che ci si aspetta da un simile prodotto, Google potrebbe trovarsi nella posizione di dover fare degli aggiustamenti e delle correzioni di tiro al progetto Chrome OS in modo da tener conto dell’innovazione che invariabilmente introdurrà Apple nel settore. D’accordo, questa è una bella serie di ‘se’ e ‘forse’, ma in sostanza la mia osservazione è che Google, progettando Chrome OS per essere un sistema operativo ottimizzato e mirato a una fascia specifica di computer, rischia di creare un prodotto a spettro limitato e poco flessibile.

In altre parole: Google vuole rafforzare e potenziare la ‘piattaforma netbook’ in modo che superi certi limiti attuali (fra cui: interfaccia utente non eccelsa, variegata e dipendente da altri sistemi operativi — Windows e Linux — che non offrono versioni veramente ottimizzate per i netbook); quel che spero non accada è che Chrome OS finisca, in un certo senso, col cadere vittima dei limiti che vuole superare, che finisca con l’essere un sistema operativo di nicchia e non estendibile ad altre soluzioni.

2. Tutto nella nuvola. Una delle caratteristiche più prevedibili di un ambiente operativo (mi sembra che la definizione sia più calzante per Chrome OS) prodotto da Google è la forte dipendenza dalla cosiddetta ‘nuvola’, ovvero la stragrande maggioranza delle informazioni che l’utente gestisce — la posta elettronica, i documenti creati con Google Docs, ecc. — saranno conservate in server remoti. Come riportato da questo articolo di Macworld, Sundar Pichai, vice presidente del Product Management di Google, alla presentazione di Chrome OS ha detto che la semplicità di Chrome OS deriva anzitutto dalla sua interfaccia basata sul browser; ogni applicazione è quindi un’applicazione Web e non sono presenti programmi di tipo desktop. Gli utenti non devono installare programmi, né software, né preoccuparsi degli aggiornamenti, nulla. È una Web app, è un link, è un URL, ha detto Pichai.

Se un utente smarrisce il suo netbook con Chrome OS, o subisce un furto, può tranquillamente acquistarne un altro, autenticarsi e accedere immediatamente a tutte le proprie applicazioni e informazioni, così come a qualsiasi impostazione precedentemente personalizzata, perché tutto sarà basato sulla ‘nuvola’, ha continuato Pichai.

Sempre citando l’articolo di Macworld, per quanto riguarda la sicurezza Chrome OS mette ogni applicazione in quella che Google definisce ‘security sandbox’ (ossia un’area circoscritta); alle applicazioni vengono levati gli estesi privilegi d’accesso che tipicamente hanno nei sistemi operativi convenzionali. Così facendo si limita anche la loro possibilità di fare danni in caso vengano compromesse dal malware. Se Chrome OS rileva un problema di sicurezza, la procedura che segue è il riavvio. Chrome OS si esegue totalmente entro il modello di sicurezza del browser, che è molto diverso da come funzionano attualmente i sistemi operativi tradizionali, ha detto Pichai.

I netbook con Chrome OS non supporteranno dischi rigidi, si dice nell’articolo, solo dischi a stato solido, e i dati verranno continuamente sincronizzati fra il computer e la ‘nuvola’.

Questo sistema, pesantemente orientato al cloud computing, riduce il computer con Chrome OS praticamente allo stato di un terminale senza cervello, e i benefici elencati sono senza dubbio interessanti: sincronizzazione immediata dei dati (immaginate di avere tutto il sistema dentro una cartella come Dropbox); minor rischio per l’integrità dei dati in caso di smarrimento, furto, o guasto del netbook; meno preoccupazioni per l’utente per quanto concerne il mantenimento della macchina (sono tutte applicazioni Web, quindi ogni aggiornamento di una o più parti di Chrome OS viene presumibilmente fatto a monte, nella ‘nuvola’, e il singolo netbook sincronizza la situazione in locale e quindi si aggiorna in automatico).

Anche qui, il rovescio della medaglia è proprio nella grande dipendenza dalla ‘nuvola’ e nel fatto che i dati vengono conservati in remoto. Sarà che provengo da un uso pluriventennale dei computer, sarà che ho da sempre il pallino di archiviare e fare backup locali, ma l’idea di non avere direttamente sottomano le mie cose a me mette ansia. È storia di un mese fa il mezzo disastro che è accaduto ai clienti di T-Mobile muniti di smartphone Sidekick, che per un problema di backup occorso a Danger (il provider del servizio, un’azienda che appartiene a Microsoft), hanno perduto parte delle informazioni personali sincronizzate appunto attraverso la ‘nuvola’. Certo, sono io il primo ad avere più fiducia in Google che in una compagnia di Microsoft, ma la possibilità di un guasto tecnico a monte c’è sempre, e il fatto che non sia mai successo nulla di grave a Gmail, Google Docs e affini, non vuol dire che non possa accadere. Della mia posta Gmail conservo una copia in locale, e mi auguro che Chrome OS, quando sarà terminato, potrà permettere il salvataggio dei dati offline.

Oltre alla dipendenza dai servizi della ‘nuvola’, c’è anche il discorso della dipendenza dall’essere collegati a Internet. Sto pasticciando con un’installazione di Chrome OS in una macchina virtuale usando Sun VirtualBox, e noto che all’avvio di Chrome OS viene presentata una maschera di login. Si accede ovviamente con un account Google, ma la differenza con un login in Mac OS X è che in Mac OS X ci si autentica in un account locale, mentre in Chrome OS il login è al proprio profilo Google remoto. Questo significa che se non c’è rete, o se c’è un problema qualsiasi di connessione, non si entra nel sistema. Come dicevo, lo sviluppo è solo agli inizi, e il prodotto finale potrebbe benissimo essere totalmente diverso, però ritengo che si debba dare all’utente la possibilità di lavorare anche in locale, magari su copie temporanee dei dati che poi vengono sincronizzate quando la connessione torna a essere disponibile.

3. Come accennato al punto precedente, un punto di forza della semplicità di Chrome OS è il poggiarsi sul browser, e alle attività a esso relative; le applicazioni Web di contorno sembrano essere delle estensioni, dei widget; un po’ come se — in Mac OS X — lavorassimo esclusivamente in Dashboard. Anche in questo caso, rovesciando la medaglia ci troviamo di fronte ai limiti di avere un browser come nodo centrale del sistema operativo. Chrome OS invita ad aprire parecchi pannelli nel browser; quelli delle applicazioni Web che usiamo più spesso si possono persino ‘ancorare’ e mantenere nel browser nella parte sinistra, come sorta di segnalibri per accedere rapidamente alle applicazioni (in figura si vedono i pannelli di Gmail e Google Calendar).

Pannelli di Chrome OS

Chrome OS non ha una barra menu. L’icona Chrome all’estrema sinistra ha una funzione analoga al menu Mela sui sistemi Macintosh, e richiama una serie di applicazioni correlate ai servizi Google. I pannelli più corti sono ‘ancorati’ e servono ad avere accesso diretto alle applicazioni aperte. Gli altri sono normali pannelli di pagine Web.

Certo, sono più piccoli dei normali pannelli delle pagine Web, ma o si continuano ad aprire finestre del browser e altri pannelli al loro interno, oppure l’affollamento sulla parte superiore del browser diventa ingestibile (un problema analogo ai famigerati tab on top di Safari 4 beta). È vero che Chrome OS permette di passare rapidamente tra finestre e attività in corso con una funzione simile a Exposé in Mac OS X, ma a chi come me preferisce avere una sola finestra con svariati pannelli, il browser di Chrome OS potrebbe risultare un po’ strettino, anche considerando le dimensioni ridotte degli schermi dei netbook.

4. Appunto: dimensioni ridotte degli schermi dei notebook. Pichai ha dichiarato che Lo scopo di questo sistema è quello di fornire un’esperienza Web meravigliosa per l’utente. Questo è lo scenario su cui ci stiamo concentrando. Da quel che ho visto finora, Chrome OS sembra essere un sistema particolarmente efficace su schermi di dimensioni sicuramente maggiori di quelle offerte dal netbook medio. L’idea dei pannelli è affascinante, e mi piace soprattutto la possibilità di collassarli e tenerli nella parte inferiore, pronti all’uso e all’interscambio di informazioni. Questo tipo di minimizzazione mi ricorda molto la vista come finestre a comparsa in Mac OS 8 e 9, e trovo che sia un’idea utile e con molte potenzialità. Tuttavia, nel contesto di un display compreso fra gli 8 e gli 11 pollici, non so quanto sia efficace affollare l’interfaccia con pannelli (anche se a scomparsa) e zone d’interesse al di fuori del browser. Browser che dovrebbe essere, appunto, al centro del sistema operativo e fornire un’esperienza Web il più soddisfacente possibile. Secondo me, con l’area di lavoro ristretta messa a disposizione dal netbook medio, l’interfaccia dovrebbe orientarsi sullo schermo pieno e su elementi di contorno poco intrusivi.

Come dicevo, sono osservazioni che si basano sullo stato dei lavori attuale e virtualmente ogni elemento dell’aspetto e dell’idea di Chrome OS potrebbe cambiare in corso d’opera. La perplessità più forte rimane legata alla forte dipendenza di Chrome OS dalla ‘nuvola’, che è l’aspetto che molto probabilmente rimarrà costante fino al completamento del prodotto. Sono comunque molto curioso e molto interessato a vedere gli sviluppi di Chrome OS e come sarà il sistema nella sua veste definitiva. Che l’azienda Google piaccia o no, occorre constatarne le spinte innovative e la voglia di cambiare le carte in tavola in un ambito difficile e consolidato come quello dei sistemi operativi.

The Author

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5 Comments

  1. Pur apprezzando lo sforzo di Google di portare qualcosa di nuovo nell’ambito dei sistemi operativi devo dire che la sua proposta mi lascia parecchio perplesso.
    Basarsi interamente su internet senza supporto di memoria locale mi sembra troppo estremo come approccio, specie per quanto riguarda il multimedia e in rapporto ai costi delle connesioni mobili 3G.
    Un altro punto che lascia perplesso è la sicurezza: le applicazioni web non son fatte solo da Google ed il rischio di attacco remoto è preoccupante, per non parlare del furto della password che lascierebbe i nostri dati in balia di chissà chi.
    Vedremo tra qualche mese come procederanno le cose ma per ora questo proposto da Google non mi sembra un modo di lavorare saggio.

    • Brando:

      Basarsi interamente su internet senza supporto di memoria locale mi sembra troppo estremo come approccio, specie per quanto riguarda il multimedia e in rapporto ai costi delle connesioni mobili 3G.

      Anche a me sembra estremo. Ma non sono sicurissimo che il supporto di unità disco locali sia del tutto mancante (o lo sarà nella versione finale). È vero che ‘netbook’ contiene la parola ‘net’, e che quindi definisce un sistema che in condizioni ottimali se ne sta sempre connesso alla rete — ma sono, appunto, condizioni ottimali (e in certe zone geografiche persino utopiche). Un netbook può e deve poter servire anche se l’utente non è collegato a Internet. In Google guardano avanti ma non penso siano così spregiudicati dal non considerare la possibilità di memorizzazione dei dati sulla macchina. Non foss’altro per fornire una zona di parcheggio — di cache, se vogliamo — dove conservare almeno temporaneamente le informazioni quando non è possibile collegarsi ai server di Google per una qualsiasi ragione.

      Staremo a vedere. Ci aspettano tempi interessanti :)

      Ciao!
      Riccardo

  2. Paolo scrive:

    …mi piacerebbe tanto partecipare a questa discussione portando il mio umile contributo ma sono stato deluso da un blogger che consideravo un Apple-compagno… consideravo…
    Addio.

    Per puro scrupolo di chiarezza e trasparenza nei confronti di chi legge il mio weblog, voglio solo fare una considerazione.

    Mi fa piacere essere considerato un ‘Apple-compagno’, ma se uno mi considera davvero tale potrebbe almeno cercare di dimostrare un po’ di rispetto verso il luogo in cui vuole aggiungere la propria voce alla discussione, e verso la persona che ha creato e mantiene quel luogo.

    Esempio: tutti i lettori che passano di qui regolarmente (ma anche il raro imbecille di passaggio) lasciano un indirizzo email valido nel form richiesto per commentare, ma Paolo no, perché si sente speciale e anticonformista. E di tanto in tanto lo vuol dimostrare con qualche stupidaggine off topic, che alla discussione non aggiunge niente, e in alcune occasioni si è rivelata anche offensiva e sgradita.

    Io sono buono gentile e paziente, ho cercato di vedere l’umorismo anche dove era difficile vederlo, e ho avvisato Paolo più volte. A ogni avviso, arrivava un commento pertinente; e come è giusto che sia, lo approvo. Poi il commentino stupido. Come ho già detto, non ho tempo né voglia di sorbirmi questi tira-e-molla. Finita la pazienza — come avevo pubblicamente avvertito — ho chiuso le comunicazioni.

    In sintesi: se uno se la va a cercare, poi non si lamenti.

    Riccardo

  3. giovanni says

    Stavo scrivendo un commento sul fatto che si presuppone il lavoro in rete, poi mi sono reso conto che nell’ospedale dove lavoro tengo tutti i file sul server quindi non in locale così da poter accedere da qualsiasi computer e non per forza da quello posto sulla mia scrivania. Certo è una rete diversa e i file sono solo file di lavoro, che si presuppone non siano di mia proprietà e quindi un domani dovrebbero essere accessibili a chi mi sostituirà. Quindi forse quelli di Google che lavorano con Internet si sono accorti che i tempi sono maturi, io personalmente sono della categoria paranoica, ho aperto Genius solo perché convinto dal discorso che la mia libreria può aiutare l’intelligenza del “genio”.

  4. GoogleOS cosi’ com’è è una cagata pazzesca!

    ^___^

    Illuminante in tal senso è la schermata proposta da Nicola D’Agostino nel suo articolo per MyTech [1] dove, in mancanza di connessione di rete, non si riesce neanche a fare il login !!!

    Ora, i signori ammerigani, ogni tanto dovrebbero tener conto che il resto del mondo NON È come loro. La rete costa, la rete ha dei buchi, e pure con un telefono smart e 5 tacche ti copertura 3G scaricare a 6kbps di picco fa ripiombare nel 199* …

    Ora, con queste premesse, come pensiamo di “scambiarci” con la nuvola megapixel di foto con il nostro social network ?{e non parliamo di attività più onerose}

    E se sono al lavoro e un operaio distratto sottocasa trancia un cavo fondamentale per la connessione o l’alimentazione di rete e cade la mia connessione che faccio? Vado a casa perchè non posso più lavorare? O rimango a girarmi i pollici sino a quando non posso timbrare l’uscita ?

    MAH !!!

    [1] http://blog.mytech.it/2009/11/niente-internet-niente-chrome-os/

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