Comando-S

Mele e appunti

Circa un anno fa, John Gruber scrisse un articolo molto interessante, intitolato Untitled Document Syndrome, ovvero Sindrome del documento senza titolo. Ieri mi è capitato un fastidioso imprevisto che mi ha fatto ricordare l’incipit di quell’articolo:

Scenario: vi viene un’idea riguardo a qualcosa, aprite un documento nuovo nell’applicazione più appropriata, e poi ci lavorate per ore prima di rendervi conto che non avete ancora salvato il documento. Quando succede, solitamente ridacchiate fra voi: Hah, mi sa che è meglio salvare questa cosa. A volte, però, è un disastro, perché vi rendete conto di questa dimenticanza quando l’applicazione va in crash o quando salta la corrente.

Negli anni la versione disastrosa mi è capitata alcune volte. Quel che mi pare davvero strano, tuttavia, è che di tanto in tanto mi accorgo di ricascarci. La chiamo ‘Sindrome del documento senza titolo’, perché quando mi colgo in flagrante, noto che mi succede quasi sempre con una finestra di un nuovo documento senza titolo, e non con un file già esistente con modifiche non salvate. Tutti i salvataggi dopo il primo non richiedono altro che un veloce Comando-S (⌘-S)

Ieri, come dicevo, mi è successa esattamente la versione disastrosa dello scenario raccontato da Gruber. In mattinata avevo iniziato un lavoro di traduzione: aperto il testo originale inglese in BBEdit 8.2.6, gli affiancavo una finestra con un nuovo documento senza titolo in cui battere la traduzione italiana. Preso dal lavoro, dopo qualche ora ero arrivato circa al 40% del totale da fare. Mi sono fermato, sono andato a farmi una doccia e a prepararmi per andare alla biblioteca del Politecnico di Valencia, dove avrei continuato a lavorare sul MacBook Pro per poi tornare a casa con mia moglie.

La cronaca del disastro, al rallentatore, è come segue. Pronto per andare, mi avvicino alla scrivania per scollegare il MacBook Pro dalla postazione desktop. Invece di dare il comando di stop dal menu Mela — come faccio sempre prima di staccare alimentazione, cavo Ethernet, cavo video che va al monitor esterno, cavi USB vari — nella fretta metto in stop il MacBook Pro chiudendo il coperchio. Facendo così, il Mac ha creduto che volessi continuare a usare il monitor esterno con il Mac chiuso (si dice anche ‘modalità clamshell’), quindi il monitor LCD esterno si è riacceso. Staccando i vari cavi, compreso l’adattatore mini DisplayPort — VGA, il MacBook Pro è infine andato in stop. Tutto bene, in fondo — almeno così credevo.

Sfortuna ha voluto che in biblioteca non c’era un luogo tranquillo dove mettermi (mi ero dimenticato che al Politecnico è epoca di esami, e gli studenti sovraffollano le varie biblioteche di dipartimento), e ho detto a mia moglie che, avendo bisogno di concentrazione, preferivo tornare a casa. Giunto nel mio studio, prendevo il MacBook Pro dallo zaino e lo ricollegavo a tutte le periferiche sulla scrivania. Solo che, a causa del modo in cui avevo messo a dormire il portatile prima, quando ho ricollegato il monitor esterno mi è accaduto quello spiacevole (e tuttora irrisolto) inconveniente di cui avevo parlato in questo articolo — il MacBook Pro si è spento.

Quando l’ho riavviato, ho riaperto le applicazioni che erano attive al momento dello spegnimento improvviso (ognuna, a suo modo, maledicendomi e protestando: i browser lamentavano sessioni chiuse inaspettatamente, Mailsmith si lagnava di alcuni lievi errori di scrittura su certe caselle di posta, che andavano quindi ricostruite, eccetera). Ho lanciato BBEdit e ho cercato il mio file nei documenti recenti, ma c’era soltanto il documento con il testo originale inglese. A quel punto mi è sceso un brivido lungo la schiena: non avevo salvato la controparte italiana. Ho frugato con Spotlight e Find Any File nelle cache e nei documenti nascosti creati durante la giornata, ma niente da fare. Una mattina di lavoro buttata alle ortiche. Colpa di un momento di sbadataggine unito a una certa dose di sfortuna (perché non avrei perso nulla se solo avessi risvegliato dallo stop il Mac in biblioteca: mi sarei accorto del documento senza titolo e lo avrei salvato seduta stante), ma è anche compito delle applicazioni dare un minimo di protezione all’utente in casi come questo, come sostiene anche Gruber nell’articolo citato.

Nello specifico, non mi sento di dare la colpa a BBEdit. Se mai l’episodio mi ha ricordato che forse è giunto il momento di fare l’aggiornamento alla versione 9 del programma; la quale, fra le tante altre belle cose, possiede proprio una funzione ‘salvagente’. Ne parla Gruber sempre in Untitled Document Syndrome:

[…] [G]li sviluppatori di applicazioni basate su documenti dovrebbero proteggere gli utenti da se stessi. Il nostro lavoro dovrebbe essere salvato anche se non viene salvato il documento stesso. Separiamo la gestione di elementi nel file system dall’idea che quel che abbiamo scritto o disegnato o editato debba essere ‘sicuro’. BBEdit 9 ha una buona implementazione di tale funzione. Una volta ogni minuto, il programma memorizza in maniera silenziosa e invisibile una copia di ogni finestra di documento aperta. Se BBEdit va in crash o viene terminato in maniera anomala (per esempio se l’intero sistema va in crash), la prossima volta che si avvia BBEdit, esso ricupererà il nostro lavoro fino all’ultimo stato auto-salvato. Perciò, alla peggio, avremo perduto gli ultimi 59 secondi del lavoro. Non si tratta di effettuare un auto-salvataggio dei file nel file system — la funzione di autosave di BBEdit ripristina anche le finestre di documenti ‘senza titolo’ che non sono mai stati salvati come file. Non vedo proprio perché ogni applicazione non debba proteggere il nostro lavoro in modo simile.

Appunto. MarsEdit, l’ottimo programma che utilizzo per scrivere i miei articoli e pubblicarli online ha una funzione analoga, e non ho mai perso un post non salvato. Il già citato Notational Velocity ha una memoria persistente per le note create, e non esiste il comando ‘Salva’. Proprio come accade sul Newton con ogni applicazione. Nei prossimi giorni cercherò di stilare un elenco delle applicazioni che proteggono l’utente in questo senso. Nel frattempo il mio banale consiglio è quello di salvare frequentemente, anzi salvare subito il documento vuoto senza titolo, per evitare che un imprevisto qualsiasi lo faccia svanire nel nulla.

The Author

Writer. Translator. Mac consultant. Enthusiast photographer. • If you like what I write, please consider supporting my writing by purchasing my short stories, Minigrooves or by making a donation. Thank you!

11 Comments

  1. Capita, non sei l’unico!
    Anche InDesign crea un fila salvagente che ripristina il file dopo un crash. Utilissimo, più di una volta mi ha salvato!

  2. Carlo says

    Io non concepisco chi , come per esempio mio padre, lavora ad un documento per ore poi lascia il Mac all suo destino senza salvare il documento. Il Mac andrà in stop, ok, e di solito si riprende dallo stopo quando torniamo con il nostro documento ancora da salvare.
    Ma prima di allontanarci dal Mac un command-s di grazia non lo volete fare? Ecco perchè quando vedo il mac di mio padre in stop ( luce lampeggiante ) lo riprendo e gli salvo i docuemnti aperti.

    Questo non è un problema tecnologico è un problema umano, di persone, tipo quando ci si dimentica di chiudere le porte (quando le aprono e stavano già chiuse) , di alzare la tazza del water, di scaricare, dopo aver mangiato portarsi il piatto in cucina almeno.

    Cioè io sono pignolo, ma c’è gente che se non ha nemmeno la cura di schiacciare due tasti nel mondo virtuale prima di lasciare il mac così come nella vita reale ha altre dimenticanze per colpa del carattere io dico ben gli sta. finchè non imparano.

  3. Jacopo says

    Mi risulta che anche text edit abbia questa funzione, sbaglio?

  4. Vittorio says

    Un problema analogo, che mi è capitato diverse volte, è quando si scrive un lungo testo direttamente sul browser, per postare su un blog o, più spesso, per intervenire in un forum, o in un blog tenuto da altre persone. Anche in questo caso il crash del browser o, più semplicemente, un deficit della connessione di cui ci si rende conto solo dopo aver inviato lo scritto, fanno sì che il lavoro (o il divertimento) magari di un paio d’ore vada a farsi friggere. Ho preso l’abitudine di scrivere sempre su un editor di testo, e poi di copiare e incollare nell’apposita finestra del browser.

  5. Vittorio: quel che dici è verissimo. Ricordo che quando migrai Autoritratto con Mele sulla piattaforma gratuita di WordPress e scrivevo gli articoli direttamente nell’editor dell’interfaccia Web di WordPress, persi un paio di scritti proprio perché si inchiodò tutto e non ci fu verso di ricuperare nulla.

    Successivamente WordPress ha implementato una funzione di auto-salvataggio, grazie al cielo, ma io mi sono munito di un ottimo client esterno come MarsEdit e ho giurato che mai e poi mai avrei scritto un solo articolo in più usando l’interfaccia Web.

    • koolinus: Al momento non ho molto da dire su Typekit. Intanto mi ha dato la possibilità di abbellire leggermente il blog (inoltre differenziare una citazione anche usando un font diverso mi sembra utile in quanto a leggibilità e per distinguere ancor meglio la provenienza di un testo), e ho trovato piuttosto semplice tutto il processo di integrazione con WordPress. Anche partendo con un account free, i font offerti da Typekit mi paiono decenti.

  6. il problema con le font è che non sai mai quel che trovi lato utente … questo che ti linko e’ un estratto del testo citato che tanto ti piace visto su un Windows 7 con l’ultima beta di Chromium:

    http://www.ipernity.com/doc/koolinus/7166037

    {non ho office installato quindi la dotazione di font è abbastanza minimale …}

    abbastanza Urendo, no ???

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