Hello, I’m a Mac. — And I’m an iPhone.

I will repeat the following until I am hoarse: it is contagion that determines the fate of a theory in social science, not its validity.

(Nassim Nicholas Taleb, in The Black Swan — The Impact of the Highly Improbable)

Apro con questa citazione da Nassim Nicholas Taleb, tratta dal suo interessantissimo saggio (che sto ultimando), perché credo si possa applicare a molti altri contesti. Per chi non mastica l’inglese, traduco: Lo ripeterò fino a non aver più voce: a determinare il destino di una teoria, nelle scienze sociali, è il contagio e non la sua validità intrinseca.

Da tempo noto una dinamica analoga nell’opinionismo informatico dilagante sul Web, a prescindere dall’oggetto della discussione. Dato che mi occupo di Apple e di Mac, le mie osservazioni si limitano a questa porzione di dibattito.

Il titolo di questo mio intervento si ispira al famigerato incipit di una delle campagne pubblicitarie maggiormente di successo di Apple: Get a Mac, con gli attori John Hodgman e Justin Long a impersonare rispettivamente un PC e un Mac. Ogni spot pubblicitario si apriva con il ‘saluto’: “Hello, I’m a Mac” — “And I’m a PC” (Salve, sono un Mac — E io un PC), dichiarando differenze e antagonismi in modo informale e diretto. Il mio mettere ‘iPhone’ invece di ‘PC’ è provocatorio, perché pare che secondo molti espertoni queste due piattaforme interne ad Apple stiano progressivamente diventando due entità in lotta fra loro — e che ormai il destino del Mac sia segnato.

Le loro giustificazioni: 1. Dal 2007 (anno in cui fu introdotto iPhone) in avanti, è evidente che i maggiori sforzi di Apple nella direzione innovatrice siano stati dedicati alla piattaforma iPhone OS (ora iOS), che non al Mac (sia dal punto di vista dell’hardware, sia dal punto di vista dello sviluppo di Mac OS X); 2. Il keynote di quest’ultima WWDC è stato dedicato interamente alla piattaforma touch: sia nei dati statistici esposti, sia sotto l’aspetto hardware con l’introduzione di iPhone 4, sia per quanto concerne lo sviluppo software; nessun accenno al Mac, nemmeno una breve menzione della nuova versione di Safari, la quinta, che offre novità interessanti.

Ogni tanto salta fuori qualche altra argomentazione tangente, ma il succo sono i due punti appena citati. Secondo questi opinionisti dalla sottile vena millenaristica, la fine del Mac è certa e prossima, a Steve Jobs non importa più nulla del Mac, gli interessano solo gli iGadget, come faremo, dove andremo a finire, eccetera.

Facciamo un bel respiro profondo e vediamo di accendere il buonsenso.

È tutta botanica — Mi viene un paragone semplice: la piattaforma touch è una piantina giovane, promettente, precoce e redditizia; va curata e seguita per renderla ancor più robusta e fiorente. Mi sembra sensato dunque dedicarle le migliori spinte innovative. Macintosh è una pianta di più di 25 anni, che ormai non necessita di cure giornaliere e bambagia, e sa sostenersi da sola. Apple (Jobs), come per la musica con iPod e iTunes Store qualche anno fa, ha avuto l’intuizione giusta: si deve stare al passo coi tempi e le esigenze attuali, ed è inconcepibile pensare di andare avanti con una cultura monolitica (“Costruiremo computer e solo computer fino alla morte!”) che poteva andar bene vent’anni fa. L’esempio di un’azienda che non ha fatto alcun progresso dal punto di vista della cultura interna ed è rimasta sostanzialmente agli anni Novanta, l’abbiamo sotto gli occhi: Microsoft.

Pensate a una qualsiasi azienda produttrice di dispositivi elettronici, una qualsiasi, e vedrete che nel proprio catalogo annovera svariate linee di prodotti: televisori, monitor, computer, componenti hi-fi, cellulari, lettori di DVD/Blu-Ray, lettori MP3, eccetera. Perché dunque se Apple si permette di creare una nuova piattaforma / linea di prodotto, e darle la massima spinta per fare in modo che abbia successo, allora deve per forza ucciderne un’altra? Non c’è sostituzione, ma aggiunta, e possibilmente integrazione.

L’informatica oggi è in una fase di marcata trasformazione e riconsiderazione. C’è chi non se ne rende conto e chi non vuole rendersene conto. Oggi è importante che l’informatica e la tecnologia offrano soluzioni personalizzate che puntino alla grande portabilità, che pongano l’accento sulla sfera personale dell’utenza, che offrano una facilità d’uso — specie per la fruizione di contenuti e la gestione di quella sfera personale — che si adatti anche all’utente più tecnicamente impreparato. È presente, insomma, una forte esigenza di differenziazione e di granularità. La mossa a mio avviso vincente di Apple è quella di aver fiutato questo bisogno e di averlo foraggiato. La piattaforma touch mira a offrire soluzioni tecnologiche più rifinite. Fino a non molto tempo fa l’idea del personal computer era quella di acquistare un oggetto che ‘facesse tutto’: dalla modellazione 3D, all’audio/video professionale, ma che soddisfacesse anche esigenze meno specifiche e più ludiche, di intrattenimento.

Il primo segnale verso la differenziazione è venuto dalle console di videogiochi: dispositivi che, essenzialmente, svolgono uno o due compiti, ma li svolgono al meglio, sono ottimizzati per quel tipo di compiti, e alla fine sono una soluzione migliore a quella di comprare un computer solo per giocarci. Apple, con iPhone, iPod touch e ora iPad, non sta facendo altro che offrire dispositivi dedicati, che non pretendono di sostituire un computer in tutto e per tutto, ma che possono svolgere al meglio e in maniera più pratica, facile e intuitiva, quelle funzioni per cui sono stati pensati. Sono dispositivi raffinati e capillari. (Con ‘raffinati’ ovviamente non intendo un discorso estetico, ma proprio un processo di raffinazione informatica). La missione di Jobs è sempre stata quella di mettere un computer nelle mani di tutti, e ci sta riuscendo, anche se non con un Mac in senso stretto. Ma del resto siamo nel 2010, non nel 1984. È legittimo correggere il tiro.

Nel dibattito “Il Mac è spacciato” ho sentito anche tirar fuori l’analogia con la linea Apple II. Ovvero: la piattaforma touch è oggi quel che il Mac fu ai tempi per l’Apple II, e che quindi il Mac di oggi è destinato a essere abbandonato come fu Apple II. Ma come analogia mi pare un po’ fallata. Al di là del fatto che la linea Apple II è stata in produzione sino al 1993, quasi dieci anni dopo l’introduzione del Macintosh, bisogna notare come ormai Apple II avesse raggiunto il tetto di sviluppo ed era necessario fornire qualcosa di più sofisticato. Con Mac era possibile fare ciò che faceva un Apple II e molto molto altro. iPhone e iPad non rappresentano uno sviluppo del Mac tale da poterlo sostituire. Di certo non adesso, né domani.

Come faremmo senza Mac? — La piattaforma touch non è autosufficiente. Un giorno probabilmente lo sarà. Ma nel breve e medio termine per sviluppare per iOS occorre il Mac. Certo, Apple potrebbe rilasciare una versione di Xcode per Windows e smettere di produrre computer. Ma, come fa giustamente notare il buon Lucio Bragagnolo, se abbandonasse il Mac, la Apple di oggi, che impedisce a Flash di funzionare su tutti gli iDevice, che si fa la propria agenzia di pubblicità, che impone agli sviluppatori le regole di sviluppo del software, che si riserva di approvare qualsiasi applicazione si scriva per gli iDevice suddetti, la Apple che vuole evidentemente il controllo completo della propria piattaforma, come può fidarsi di fare girare iTunes su Windows e nient’altro? Apple, come ho già detto, vuole informatica raffinata, sia per l’utente finale e consumatore, il quale può trovare fra i prodotti Apple quello che più si avvicina ai propri bisogni e stile di vita; sia per lo sviluppatore Mac e iOS, che non deve cercare altrove gli strumenti per programmare e sviluppare per queste piattaforme.

C’è sempre di mezzo l’usabilità — Come ho detto poco sopra, la piattaforma touch non è autosufficiente e non può (ancora) sostituire un computer, per il discorso già visto delle funzionalità, ma anche per questioni di pura usabilità. Supponiamo per un momento che, almeno soltanto dal punto di vista software, Mac OS X sparisca e Apple metta iOS e tecnologia touch dappertutto. Immaginiamo un nuovo Mac senza mouse e con un bel monitor tutto da toccare. Implementare la tecnologia touch di iPhone/iPad su un monitor piatto è una sciocchezza dal punto di vista dell’usabilità, e Apple lo sa bene. Tutti pensano alla mirabolante interfaccia gestuale vista nel celebre Minority Report e molti si esaltano al pensare di avere un computer così in casa. Io lo trovo estremamente scomodo, e non resisterei un quarto d’ora a sbracciarmi così davanti a un monitor. Non a caso, nello stesso film, c’è Tom Cruise a sbracciarsi, mica Danny DeVito.

(Lasciamo che sia HP a fare questa sciocchezza. Ho provato il TouchSmart esposto in due negozi diversi: sarà stata la configurazione Windows dell’unità demo, ma la reattività al tocco era mediocre. C’era questo salvaschermo-acquario, la cui idea è: tocca l’acqua in corrispondenza dei pesci rossi, l’acqua fa splash, e questi reagiscono scappando. La pratica: tocchi lo schermo, e due-tre secondi dopo, quando hai già tolto il dito, si vede lo splash e il pesce scappare — con buona pace del ‘touch’).

Oltre a essere una sciocchezza per il motivo citato (stanchezza del braccio), si aggiunga la precisione del puntatore. Un’interfaccia touch non è adatta a qualsivoglia lavoro di precisione, dove è meglio il mouse — no, anzi, la tavoletta grafica. La precisione dell’interfaccia touch è grossolana. Certo, se proprio si vuole è possibile arrivare alla precisione di un mouse, ma è necessario moltiplicare le gestualità necessarie. Il che significa un inutile bagaglio cognitivo aggiunto e un rallentamento nell’esecuzione del compito.

Un’implementazione a livello di sistema operativo del multi-touch non può prescindere dall’hardware su cui tale sistema operativo deve funzionare. E deve essere uno hardware comodo da impugnare e manovrare. Non un monitor da 24″ ritto sulla scrivania e inamovibile. Per compiti altamente professionali e specializzati, che richiedono monitor tradizionali di grandi dimensioni, ritengo che mouse e Mac OS X siano ancora la soluzione più sensata; per questo non credo ci lasceranno tanto presto.

È economicamente sensato — Il Mac rappresenta una fonte di introiti non indifferente, si vende praticamente da solo, e sta registrando una quantità di vendite per trimestre mai vista nell’intera storia di Apple. È follia cessarne la produzione, anche gradualmente. Molti hanno interpretato gli ultimi dati finanziari in maniera miope, secondo me. Hanno visto che le vendite di iPhone rappresentano il 40% degli introiti di Apple e quelle di Mac rappresentano il 28% come ulteriore segnale che per Apple il Mac ha perso d’importanza, ma dimenticano l’indubbio peso specifico di quel 28% e dimenticano una prospettiva essenziale: che le vendite di Mac continuano a crescere negli anni. Del resto è molto più facile vendere uno smartphone che non un computer, ed è più facile che in un qualsiasi nucleo familiare vi siano più iPhone che Mac. Le vendite di due prodotti così diversi non si possono mettere sullo stesso piano.

Concludendo — Detto questo, il Mac un giorno sparirà, ma se lo farà è perché sarà arrivato un valido sostituto, oppure perché si sarà trasformato in qualcosa di veramente efficace e moderno. Per intanto godiamoci le innovazioni che Apple sta introducendo, come il Retina Display su iPhone 4, che è da ingenui pensare che sia un’innovazione creata solo ed esclusivamente per iPhone…

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About Riccardo Mori

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