Pecore digitali

Ieri Diego Petrucci de Il Mac Minimalista ha pubblicato un articolo intitolato Barboni digitali, che consiglio di leggere interamente. Si parla di come potrebbe proseguire la rivoluzione del cloud computing appena iniziata, di come il passaggio dai supporti fisici per musica, film, libri alla loro virtualizzazione possa spostare il paradigma del possesso verso quello dell’accesso/fruizione di tali contenuti, tutti disponibili in una enorme biblioteca online. In altre parole, in un futuro prossimo, cloud computing da una parte, e accesso a intere biblioteche di contenuti multimediali online dall’altra (mediante streaming in tempo reale, noleggio, acquisto di materiale digitale e non fisico), concorreranno alla diminuzione progressiva dell’accumulo di oggetti fisici, forse anche smantellando il concetto di possesso di quei beni atti all’intrattenimento.

Per parte mia, comprendo l’entusiasmo nei confronti di questo percorso verso l’immateriale — del quale intuisco le comodità: già in parte le sto sperimentando — ma non lo condivido in pieno.

Petrucci scrive:

La tendenza alla riduzioni delle possessioni fisiche sta prendendo piede anche grazie alla rivoluzione digitale. Io posseggo circa 7000 canzoni che mi occupano lo spazio del portatile, ovvero non più di mezzo metro cubo. A quanti CD corrispondono? Semplificando a 10 tracce per CD abbiamo 700 supporti fisici, i quali occuperebbero ben più di mezzo metro cubo. La sproporzione si acuisce maggiormente con i libri: l’iPad è grande quanto due di essi, ma quanti ne può contenere? A occhio direi qualche decina di migliaia, ma sono convinto che il numero possa essere maggiore.

È vero, ma bisogna anche considerare il rovescio della medaglia. Mi si guasta il disco rigido del portatile: quanta musica perdo? Smarrisco o mi rubano l’iPad: quanti libri perdo?

Lo so: il backup, il backup, il backup. Sono certo che i lettori di blog come il mio o come quello di Petrucci sono in gran parte persone che hanno una certa esperienza con i computer, persone nient’affatto aliene al concetto di backup, magari entusiasti praticanti dello stesso. Ma gli utenti che oggi salvaguardano accuratamente i propri dati e i propri beni digitali mediante backup a prova di catastrofe non sono molti. Occorre considerare anche quel tipo di utenza.

Certo, un cloud computing ben funzionante può mitigare i disastri e permettere lo scaricamento di dati persi in locale. Certo, esistono dei negozi online che consentono, una volta acquistato un libro elettronico o un MP3, di riscaricarlo quante volte si vuole nel caso venga cancellato sul computer o dispositivo locale per qualsiasi motivo. Ma iTunes Store (che non è proprio un negozietto), per esempio, non lo permette. In caso di problemi minori e occasionali, come la perdita dei file audio di un solo album, si scrive al supporto tecnico dell’iTunes Store e in genere un impiegato risponde ripristinando l’acquisto (in pratica è come se mettesse l’album in uno stato “acquistato ma non ancora scaricato”) e tutto finisce bene. Ma non credo sia possibile rimediare in questo modo quando si perde un’intera libreria di acquisti di iTunes Store.

L’immateriale è tanto bello e comodo quanto fragile. E siamo d’accordo: anche i libri stampati, i vinili, i CD possono essere soggetti a rischi, ma converrete che le probabilità che una biblioteca di libri fisici, di dischi in vinile, di CD venga distrutta o rubata nella sua interezza sono nettamente inferiori rispetto alla controparte digitale. La quale, trovandosi archiviata in supporti di cui non conosciamo mai la reale qualità, in supporti intrinsecamente più fragili e soggetti a malfunzionamenti per le cause più varie, necessita di cure costanti e maggiori. Backup ridondanti a più non posso.

Come ben sottolinea Kurai e come ho avuto modo di far notare precedentemente quando parlavo di Last.fm, ciò a cui stiamo assistendo (o perlomeno assisteremo tra qualche anno) è uno spostamento verso la direzione della possessione nulla. Arriverà un giorno in cui non avremo — anche se digitale — una collezione di musica o di libri, ma più semplicemente avremo l’accesso ad una, unica, fonte di “oggetti”. La cloud. Sta cambiando il modo in cui “otteniamo” i nostri acquisti e due esempi sono la neonata in casa Apple Apple TV e i dispositivi come il Kindle. Entrambi non si appoggiano più ad una libreria dell’utente ma, invece, si basano sull’accesso ad una libreria universale messa a disposizione da un fornitore unico.

[…]

Come in tutti i nuovi paradigmi questo cambiamento porta con sé una lunga serie di pro e contro. I pro sono lampanti: non dovremo più preoccuparci di perdere i dati e quindi di dover fare un backup, potremo considerare come “nostro” computer qualunque computer, o ancora di dover ricordarsi su quale dispositivo avevamo scaricato un determinato file e successivamente di doverlo sincronizzare con gli altri. No, questi sono passaggi che verranno resi inutili dalla cloud e dall’accesso ad una libreria unica. I contro, invece, quali possono essere? Certe persone sono legate sentimentalmente ad oggetti fisici (o anche digitali) e faranno di tutto per non doversene liberare. Non c’è nulla di male, resta il fatto che questi saranno casi sporadici.

Tutto questo, ovviamente, in un mondo ideale. A mio parere i contro sono più infidi. Il cloud computing richiede innanzi tutto una fiducia pressoché totale da parte dell’utente. Fiducia che i dati archiviati esternamente siano protetti e non accessibili da altri. Fiducia che l’azienda fornitrice del servizio continui a garantirlo e che sia costantemente affidabile. Fiducia che l’azienda, in caso debba chiudere baracca, dia agli utenti tempo sufficiente a ricuperare i dati. (Si veda quel che scriveva in proposito Bruce Schneier l’anno scorso, da me tradotto e citato in questo post).

Questo per quanto riguarda nostri materiali digitali conservati esternamente. Ma che dire di quella mirabolante fonte unica da cui attingere per leggere libri elettronici, ascoltare musica, guardare film? Siamo davvero disposti a una tale dipendenza? Che la ‘libreria unica’ non sia letteralmente una sola, enorme, in tutta Internet, ma che esistano diversi Grandi Magazzini virtuali, il discorso non cambia. Io non riesco ad avere così tanta fiducia in questi fornitori da rinunciare ai supporti fisici in toto e a rimettermi nelle loro mani. Per non parlare del fatto che si diventerebbe ancora più dipendenti da Internet e dall’avere una connessione. E già siamo nelle mani di chi questa connessione ce la fornisce (aziende di telefonia mobile, sto guardando nella vostra direzione), con condizioni a volte tutt’altro che entusiasmanti. Poi dovremmo iniziare a dipendere dai fornitori di contenuti per poter riscaricare quel che vogliamo leggere, ascoltare, guardare?

Non nego certi vantaggi e certe comodità. Comprendo e approvo gli aspetti positivi. Sono un utente soddisfatto di MobileMe e Dropbox e ho deciso di affidarmi alle aziende che forniscono questi servizi. Ma mi rifiuto di diventare una pecora digitale. Non è tanto il desiderio di possesso o la lussuria da collezionismo ciò che mi spinge alla cautela. È, semmai, la libertà che mi concede il possesso di determinati oggetti. La libertà di leggermi un libro dovunque di contro al preoccuparmi se ho già passato l’e-book sul dispositivo portatile o se è ancora sul computer, e se il dispositivo ha batteria sufficiente, e se in caso di problemi mi posso collegare a Internet per riscaricare l’e-book, e poi potrò riscaricarlo o sarò costretto a riacquistarlo, eccetera. La libertà di prestarlo. La libertà di ascoltare un CD non solo mediante i poveri altoparlanti di un computer o importato in un iPod, ma di inserirlo nel lettore dell’impianto Hi-Fi e godere di un’esperienza di ascolto di tutt’altro livello. La libertà di non dover dipendere da Internet sempre e comunque.

Quel che sicuramente verrà rivoluzionato sarà il consumo, la maniera di fruire certi contenuti. Se voglio mettere della musica di sottofondo, ovvero se ho voglia di sentirla (non di ascoltarla come si deve), allora una radio Internet o un servizio come Spotify vanno benissimo. Se poi il compromesso è usufruire del servizio gratuitamente in cambio di qualità audio non eccelsa e di messaggi pubblicitari ogni tanto, la cosa è accettabilissima. Ma che in un futuro non vi sia altra alternativa all’immateriale, questo un po’ mi inquieta.

A volte sento dire che oggi siamo troppo dipendenti dagli oggetti che accumuliamo, che ci condizionano, che diventano un peso. Domani però saremo dipendenti dai servizi, e un servizio, essendo in mano a terzi, essendo qualcosa fuori dal nostro controllo, è sicuramente più condizionante di un oggetto qualsiasi.

Petrucci conclude il suo pezzo così:

Saremo barboni digitali, e la vita non sarà mai stata così meravigliosa.

L’importante è non finire con l’essere pecore digitali, alla mercé dei vari cani da guardia e pastori.

Category Mele e appunti Tags

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