A ognuno il suo: ottimizzazione dei Mac

Con gli anni, sono venuto accumulando parecchi Mac. Fra desktop e portatili, la mia piccola collezione conta una quindicina di Mac tutti funzionanti. Mi piacerebbe avere spazio sufficiente per vederli tutti installati (li potrei perfino collegare tutti in rete locale), ma occorre essere realisti. I Mac che uso principalmente sono quattro. L’elenco, in ordine decrescente di utilizzo, è il seguente:

  1. PowerBook G4 12 pollici, 1 GHz, 1,25 GB di RAM, disco rigido da 40 GB. (La macchina principale)
  2. PowerBook G4 Titanium 15 pollici, 500 MHz, 1 GB di RAM, disco rigido da 40 GB.
  3. PowerMac G4 Cube, 450 MHz, 256 MB di RAM, disco rigido da 20 GB.
  4. iBook G3 Firewire, 466 MHz SE graphite (“conchiglione”), 576 MB di RAM, disco rigido da 10 GB.

Considerazioni, e un excursus sui dischi rigidi

Le prime due cose che saltano all’occhio sono a) la relativa età avanzata delle mie “macchine da combattimento” (l’epoca di questi Mac si estende dal 1999 al 2004 circa), e b) le dimensioni piuttosto ridotte dei dischi rigidi, almeno rispetto agli standard attuali.

Per quanto riguarda l’età, e anche considerando l’altra dozzina di Mac non inclusi in questo elenco, e tutti ancora più vecchi, bisogna riconoscere uno dei più grandi punti di forza della piattaforma Macintosh: la longevità. Per chi, come il sottoscritto, non deve utilizzare per lavoro strumenti software che necessitano di hardware costantemente aggiornato, l’aspetto della longevità del Mac è una vera manna. Dei quattro Mac che uso più frequentemente, in tutti questi anni, gli unici elementi che si sono guastati e che ho dovuto sostituire sono stati i dischi rigidi (dei due PowerBook), e il lettore DVD (dell’iBook G3). L’unico Mac a lasciarmi davvero a piedi fu il sempre caro iMac G3 blueberry, colpa di un brutto difetto di quella generazione di iMac: l’estrema suscettibilità alle variazioni di corrente. Un brutto temporale era spesso fatale per gli iMac G3. Saltava la scheda del monitor CRT e, nei casi peggiori, in una reazione a catena si friggeva anche la scheda logica. Non bastava spegnere il computer, bisognava scollegarlo fisicamente dalla presa a muro. Ricordo ancora quanto mi costò ripararlo, nel lontano 2001: 1.400.000 delle vecchie lire (con la riparazione mi aggiunsero però 128 MB di RAM), un milione meno di quanto lo pagai due anni prima.

In merito ai dischi rigidi, quella di mantenere dischi di piccola capacità è una scelta personale. Quando cambiai i dischi ai due PowerBook avrei potuto acquistare hard disk capaci il doppio, se non il triplo, degli originali. Ho preferito optare per piccole dimensioni e utilizzo di dischi rigidi esterni, partizionati in volumi i cui contenuti sono suddivisi per categorie. Ho tre dischi rigidi esterni per un totale di circa 600 GB. In una partizione sono contenuti i vecchi backup: posta, preferenze, applicazioni, documenti personali, cose scaricate da Internet e ora introvabili, manuali, eccetera. Un’altra partizione contiene la mia libreria iTunes, un’altra film ed episodi di serie televisive in formato divx, un’altra ancora è dedicata a Time Machine, poi possiedo svariati backup di foto e documenti, a volte in triplice copia (su hard disk, DVD e CD). La mia politica, da qualche anno a questa parte, è quella di esternalizzare il più possibile, e tenere sul disco interno del PowerBook solo il sistema, le applicazioni, i dati e i documenti più recenti, e poco altro. Questo ha per me il duplice vantaggio di avere spazio libero su disco e di non perdere quasi nulla in caso di guasti improvvisi.

Sempre in tema di dischi rigidi, mi sembra di aver accumulato sufficiente esperienza (maneggiando Mac dalla fine degli anni Ottanta) per poter affermare ciò che per alcuni è già un truismo e per altri magari no: non esiste la “marca buona” o “migliore”. Specie oggigiorno, l’unica raccomandazione è quella di evitare dischi di marche ignote e provenienza dubbia. Per il resto, Maxtor, Seagate, IBM, Quantum, Western Digital, Hitachi, Fujitsu, Toshiba e compagnia bella sono fondamentalmente tutti un terno al lotto, a meno che non si stiano acquistando dei modelli particolari per l’uso intensivo su server. Ho sentito le storie e le lamentele più buffe sui dischi rigidi: c’è chi evita una tal marca perché “ne ho presi tre in quattro anni e non mi sono durati niente”. Spiacente, ma la diagnosi è ‘sfortuna’ e niente più. Una partita difettosa, un problema di alimentazione nel guscio Firewire/USB da 25 Euro comprato all’ipermercato, e via dicendo, ma in sintesi è sfortuna. Vengono prodotti in tutto il mondo milioni di dischi rigidi. Chi si lamenta in quel modo perde di vista una cosa basilare: è un insignificante incidente statistico.

Quanto appena detto dovrebbe essere evidente di per sé, ma molte persone affrontano tuttora la tecnologia con retaggi di superstizione e scaramanzia. Ci si convince che una marca è buona perché “non si rompe mai”, o “mai avuto problemi”. Bene, dico io, finché dura, tutto bene, ma fai un bel backup ogni tanto.

Qualche esempio di inconsistenze: ho un Seagate da 130 MB che funziona dal 1993. È stato nella pancia di due PC, poi l’ho montato in un guscio esterno. Un altro Seagate da 2 GB funziona in un PowerMac 9500 da 10 anni senza problemi. Nello scatolone della ferraglia giacciono due Seagate comprati nel 2001 e nel 2003 e durati circa sei mesi l’uno. E gli IBM? La serie Travelstar, da quel che ho potuto vedere su hardware mio e altrui, sarebbe da evitare: un floppy dura di più. Però il mio PowerBook 5300 del 1995 ha ancora il suo disco rigido IBM originale da 1,1 GB e funziona benone. Il Quadra 950 ha un secondo disco rigido, un IBM, comprato di seconda mano nel 1997 e ancora pimpante. Ho visto dischi Toshiba durare tre settimane tre, e il mio iBook G3 ha ancora il suo Toshiba originale da 4200 giri al minuto del 2000. Insomma, ho provato le marche più disparate, sia sui miei Mac, sia facendo assistenza ad altri, e ogni marca ha dato risultati di affidabilità piuttosto casuali e incoerenti. Di tanto in tanto vengo ancora interpellato a riguardo, mi si chiede un consiglio su una “buona marca” di hard disk. Col tempo, ho condensato la risposta, che ora è più o meno Inutile affannarsi: va a culo.

Ottimizzare i Mac

Abbiamo visto nel post precedente come sia inutile ottimizzare i dischi sotto Mac OS X. Ottimizzare i Mac è un altro discorso, e può essere utile, sia al Mac che all’organizzazione del proprio lavoro. Io parlerò della mia esperienza. Ognuno avrà una situazione e configurazione diversa e con risultati diversi.

Ognuno dei miei quattro Mac principali ha un suo ruolo e quindi una sua configurazione ben precisa. Tutti si integrano a vicenda. Il Cube, per esempio, è fisicamente collocato a sinistra del mio monitor principale. Il Cube è collegato a un monitor CRT da 17 pollici, anch’esso a sinistra del mio monitor (LCD da 20 pollici) principale, a cui è collegato il PowerBook G4 12 pollici, che si trova all’estrema destra. Alla mia postazione ho quindi 3 monitor davanti a me. La funzione del Cube è pertanto di unità gregaria, sul cui schermo fa comodo avere informazioni addizionali, pertanto c’è Safari sempre aperto, insieme a un lettore di feed RSS (NetNewsWire) e a Mail, che contiene tutto l’archivio di posta elettronica (10 anni di email) importato da Netscape 4.77, nonché due indirizzi Gmail che uso marginalmente. Il Cube mi aiuta a non avere troppe pagine Web aperte sul PowerBook e a non avere, in generale, troppo affollamento quando sto lavorando. La configurazione del Cube è un piccolo esperimento che ho voluto fare sin da subito. Visto che mi è arrivato con una versione di Mac OS 9 intonsa e nient’altro, ho subito installato Mac OS X 10.4.11 e ho ridotto al minimo indispensabile l’aggiunta di software di terze parti (2 o 3 applicazioni, credo). Non vi sono pannelli di controllo di terze parti, niente che possa interferire col sistema, nemmeno un menu extra. Dei 20 GB di capacità del disco rigido, ho al momento 15 GB liberi. In sei mesi il Cube non si è mai piantato, ed è percettibilmente più reattivo del PowerBook Titanium, che ha un G4 leggermente più veloce e 768 MB di RAM in più.

Parlando del Titanium, la sua funzione è quella di essere il secondo portatile in carica e macchina di rinforzo quando lavoro fuori sede e non voglio scollegare il PowerBook G4 12 pollici dalla sua configurazione “desktop”. Il Titanium contiene tutti i programmi di scrittura che uso per lavorare; una cartella “Rix@Work” con i lavori recenti sempre sincronizzata con il PowerBook principale; Mail e Mailsmith, che tengono una copia delle email dei miei account di lavoro (a parte .Mac, che sincronizza la posta in entrata su mac.com su qualsiasi Mac, con gli altri account Mailsmith ha l’ordine di scaricare ma di non rimuovere la copia dal server); in più utilizzo il Titanium come macchina per le prove: ci installo tutti i programmi che mi sembrano interessanti, parecchio open source, ecc. Se il programma mi piace, mi è utile, è stabile e non fa danni, lo trasmetto anche al PowerBook principale, se no butto e non è successo niente. Sul Titanium, sotto l’Ambiente Classic ci sono anche programmi Mac OS 9 di una certa caratura che utilizzo saltuariamente ma che non voglio abbandonare, come Adobe Framemaker.

L’iBook G3 è la macchina da scrittura. Pur avendo installato Mac OS X 10.4.11, il tutto è ridotto all’osso. Non perché la macchina ha un disco rigido da soli 10 GB, ma perché è inutile gonfiarla di programmi che la renderebbero solamente più lenta e affaticata. Il sistema è al minimo (occupa meno di 2 GB). I browser sono due: Safari e Camino, nient’altro. Mail ha configurato solo l’account .Mac. Dashboard ha solo la calcolatrice e l’orologio. Contiene solo i documenti personali e di lavoro, più la scrittura creativa. Così configurato, viaggia benone e non sembra neanche un G3. Peccato per la batteria, dopo anni di buona autonomia con la vecchia, e alcuni mesi di autonomia eccezionale (più di 5 ore) con la nuova, quest’ultima ha bruscamente smesso di funzionare in maniera affidabile.

Menzione speciale per il Colour Classic e il PowerBook 5300, gli unici Mac della vecchia guardia a non essere in un armadio. Li uso saltuariamente, e anch’essi vengono sfruttati in modo efficace. Il PowerBook 5300 è archivio e fonte principale di software per i miei Newton. In più è configurato per essere il Mac da ultimissima spiaggia nell’improbabile scenario in cui tutti gli altri Mac più moderni non dovessero funzionare. Tempo fa ho dimostrato che, almeno per il mio lavoro, questo Mac ormai obsoleto può ancora funzionare e venirmi in aiuto in casi molto estremi. Il Colour Classic, come ho già accennato varie volte, è il mio database librario (mantenuto in FileMaker 2), che consulto alla bisogna. Il bello del Colour Classic è che si avvia in circa 30 secondi, alla faccia dei Mac moderni.

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About Riccardo Mori

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