The Twitter trap

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Bill Keller wrote an excellent article in The New York Times. After reading, my first reaction was I could have written this piece myself, it sounds just like me — only better, more concise and to the point. A couple of quotes:

I don’t mean to be a spoilsport, and I don’t think I’m a Luddite. […] I get that the Web reaches and engages a vast, global audience, that it invites participation and facilitates — up to a point — newsgathering. But before we succumb to digital idolatry, we should consider that innovation often comes at a price. And sometimes I wonder if the price is a piece of ourselves.

[…]

My father, who was trained in engineering at M.I.T. in the slide-rule era, often lamented the way the pocket calculator, for all its convenience, diminished my generation’s math skills. Many of us have discovered that navigating by G.P.S. has undermined our mastery of city streets and perhaps even impaired our innate sense of direction. Typing pretty much killed penmanship. Twitter and YouTube are nibbling away at our attention spans. And what little memory we had not already surrendered to Gutenberg we have relinquished to Google. Why remember what you can look up in seconds?

It’s really a worthwhile read. The article is rather short, but quite thought-provoking. Be sure to follow the links in it as well.

The Author

Writer. Translator. Mac consultant. Enthusiast photographer. • If you like what I write, please consider supporting my writing by purchasing my short stories, Minigrooves or by making a donation. Thank you!

1 Comment

  1. Michele says

    Un grande articolo che ti ringrazio di averci segnalato. Da quarantenne appassionato ed assiduo lettore di notizie di tecnologia ed informatica (temi che non riguardano direttamente il mio lavoro di giurista) devo dire che Facebook e Twitter sono due mondi ai quali ho sempre guardato con grande scetticismo per svariati motivi, e l’analisi di Keller ne fa emergere anche molti altri. Uno dei principali dubbi che ho sempre avuto è il tempo che questi social network assorbono, sia per chi pubblica che per chi segue; fatico ad immaginare che il beneficio che si trae da queste comunicazioni sia sufficiente per compensare quanto occorre loro sacrificare. Sicuramente vi sono casi ed autori specifici che fanno eccezione, ma nel complesso ho il sentimento che vi sia un enorme dispersione di risorse.
    Mi piace credere che siano strumenti di potenziale utilità in particolari contesti sociali o geografici, dove per ragioni contingenti scarseggiano le possibilità di veri contatti sociali (come certi minuscoli gruppi di case sperdute nel deserto dell’Arizona o dello Utah, tanto per fare un esempio), ma per chi vive vicino ad un centro urbano mi paiono più elementi di piuttosto vacua distrazione che opportunità di vero contatto. Penso sia un punto su cui restare vigilanti nei confronti dei nostri giovani in quanto intravendo un rischio di incomunicabilità a livello di “vita vera” e di capacità di approccio ed interazione personale.
    Per quanto riguarda il regresso delle capacità individuali indotto dalla tecnologia in una sorta di certo analfabetismo di ritorno, è un rischio che può essere effettivo ma che presenta indubbi vantaggi a livello di contropartita. Penso in particolare alla velocità con cui oggigiorno vanno svolti certi compiti e che era impensabile sino a pochi decenni fa, come anche alla velocità con cui cambiano ed evolvono testi normativi di riferimento che potrebbero divenire desueti prima ancora di venire compiutamente memorizzati (e qui emerge la quotidianità dell’avvocato).
    A livello di scuola dell’obbligo penso sia avveduto cercare di confinare la tecnologia a quanto è necessario, in quanto un determinato numero di abilità intellettive e mnemoniche se non sviluppate a quel momento difficilmente potranno esserle in seguito. Ma nella vita pratica il problema principale non lo vedo tanto nell’arrugginirsi nel memorizzare certe cose o nello svolgere certe operazioni mentali specifiche (per quanto sarebbe salutare tenersi in esercizio anche su questo), ma soprattutto a livello di tempo per vivere, per fermarsi a pensare e a riflettere, o anche semplicemente rilassarsi senza pensare a nulla, come stando in silenzio a ritrovare se stessi in mezzo a tutto quello che ci circonda, a riscoprire per qualche momento la nostra umanità restando soli con noi stessi. Se ogni tanto non usciamo dal vortice di musiche, suoni, messaggi e notizie che ci circonda rischiamo davvero a poco a poco di inaridirci e di ridurci a spettatori della vita e dei pensieri di altri.
    Forse mi preoccupo troppo, ma è un rischio che sento davvero come concreto; pur confidando nelle riserse dell’umanità, preferisco come atteggiamento base mantenere un adeguato distacco da questi strumenti.
    Comunque confidiamo nelle risorse dell’umanità!

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