Apple e le condizioni di lavoro in Cina: tanto parlare a vanvera

Qualche giorno fa il New York Times ha pubblicato un lungo reportage sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi in cui vengono assemblati, fra gli altri, i prodotti Apple. Reportage che ho visto tradotto anche su El País e che immagino sia stato riportato anche dalla stampa italiana. 

È un argomento spinoso. Non è la prima volta che emerge, e non è la prima volta che mi raggiungono delle email di lettori che vorrebbero sapere la mia opinione in proposito. Seguendo i miei principi, per poter parlare con cognizione di causa dovrei mettermi a compiere un’indagine approfondita per mio conto, recandomi in Cina, visitando le fabbriche, chiacchierando con gli impiegati, e così via. Purtroppo non mi è possibile farlo. La mia opinione ‘da salotto’, quindi, è che Apple sia ancora una volta il capro espiatorio di una situazione che non riguarda soltanto Apple. Certo, leggendo quegli articoli e reportage, si vedono citati di passaggio i nomi di altre aziende di computer ed elettronica occidentali, ma chi si limita a far scorrere superficialmente i titoli e i trafiletti vede solo il nome di Apple. Ancora una volta si prende di mira Apple perché, dato il suo fragoroso successo, è un bersaglio facile. Accadde lo stesso quando Greenpeace sollevò un polverone, qualche anno fa, sulla questione dell’impatto ambientale. Apple, all’epoca, non era la sola azienda del settore a non essere ‘verde’, ma chissà perché la campagna di Greenpeace aveva scelto proprio Apple come bersaglio.

Due giorni fa mi sono imbattuto in un ottimo articolo apparso su Forbes, scritto da Tim Worstall, e intitolato Il boicottaggio di Apple: sulla produzione in Cina molta gente sta parlando a vanvera (The Apple Boycott: People Are Spouting Nonsense about Chinese Manufacturing). Worstall riporta ampi stralci da Paul Krugman, di cui ho molta stima, e pertanto ho deciso di tradurre integralmente l’articolo e di sceglierlo come risposta personale alla questione, dato che ne condivido molto i contenuti.

Buona lettura.


 

Sembrerebbe che stia prendendo piede l’idea di boicottare i prodotti Apple in base alle condizioni di lavoro nella sua catena di produzione in Cina. Questa è un’idea molto stupida e in merito a tali condizioni si sta parlando parecchio a vanvera.

Apple, il colosso dei computer i cui eleganti prodotti sono diventati un pilastro della vita moderna, sta affrontando un possibile disastro a livello di pubbliche relazioni e la minaccia degli inviti al boicottaggio dei suoi iPhone e iPad.

L’immagine pubblica dell’azienda ha sofferto a seguito delle rivelazioni sulle condizioni di lavoro in alcune fabbriche della sua rete di fornitori cinesi. Le accuse, riportate estesamente in un articolo del New York Times, vanno ad aggiungersi alle precedenti preoccupazioni di eventuali abusi nelle imprese di cui Apple si serve per assemblare i propri computer e dispositivi di successo. Ora la temuta parola ‘boicottaggio’ ha iniziato ad apparire in articoli che parlano delle attività dell’azienda californiana.

I consumatori dovrebbero boicottare Apple?” titolava un articolo del Los Angeles Times raccontando i dettagli di questa recente caduta d’immagine.

Due degli articoli del New York Times si trovano qui e qui. Dan Lyons dice la sua qui.

In sostanza, l’elenco delle accuse è che quel milione di persone che lavorano per Foxconn (circa 230.000 delle quali seguono la costruzione di prodotti per Apple, le altre assemblano per Dell, HP, e in pratica per quasi tutte le aziende di elettronica) devono lavorare facendo parecchie ore di straordinari, in condizioni pericolose e a fronte di una retribuzione risibile.

Beh, sì, sono persone povere che vivono in un paese povero. Questo è ciò che significa essere poveri — lavorare molto duramente per guadagnare molto poco. Sì, è scomodo e duro dirlo, ma del resto la realtà può essere davvero dura.

Per dimostrare che non sono solo dei neoliberisti indifferenti come me a sostenere queste cose, perché non provate a leggere Paul Krugman sul tema delle imprese che sfruttano la manodopera? In particolare questo intervento, su cosa succederebbe se cercassimo di fermare il processo produttivo in atto in questi luoghi poveri:

Prima di tutto, anche se potessimo garantire salari più alti e migliori condizioni di lavoro ai lavoratori nelle industrie di esportazione del Terzo Mondo, questo non farebbe nulla per i contadini, per i lavoratori a giornata, per chi fruga nei rifiuti, e così via, che costituiscono la maggior parte delle popolazioni di questi paesi. Nel migliore dei casi, costringendo i paesi in via di sviluppo ad aderire ai nostri standard di lavoro si creerebbe un’aristocrazia del lavoro privilegiata, senza migliorare le condizioni della maggioranza povera. 


E potrebbe anche non creare nulla del genere. I vantaggi delle industrie del Primo Mondo sono ancora formidabili. L’unica ragione per cui i paesi in via di sviluppo sono stati in grado di competere con quelle industrie è la loro capacità di offrire ai datori di lavoro manodopera a basso costo. Negando loro tale capacità si potrebbe negare loro la prospettiva di una crescita industriale continuata, e persino invertire la crescita finora ottenuta. E poiché la crescita orientata all’esportazione, malgrado tutte le sue ingiustizie, si è dimostrata un enorme vantaggio per i lavoratori in quelle nazioni, tutto ciò che limita quella crescita è sensibilmente contro i loro interessi. Una politica di buoni posti di lavoro in linea di principio, ma nessun posto di lavoro in pratica, potrebbe placare le nostre coscienze, ma non è di alcun vantaggio per i suoi presunti beneficiari.

Ecco un altro punto molto importante, sempre a opera del professor Krugman, su ciò che determina i salari che vengono corrisposti:

I salari sono determinati in un mercato del lavoro nazionale: Il modello ricardiano di base (la teoria dei vantaggi comparati) prevede un singolo fattore, il lavoro, che può muoversi liberamente tra le industrie. Quando si cerca di parlare di commercio con i profani, però, a volte ci si rende conto che non la vedono affatto in questo modo. Pensano ai metalmeccanici, agli operai tessili, e così via; per loro non esiste un mercato del lavoro nazionale. Non si accorgono che i salari guadagnati in un settore sono in gran parte determinati dai salari che lavoratori dello stesso tipo guadagnano in altri settori. Ciò ha diverse conseguenze. In primo luogo, a meno di non essere accuratamente spiegata, la classica dimostrazione dei guadagni commerciali in un modello ricardiano (i lavoratori possono guadagnare di più spostandosi nei settori in cui si ha un vantaggio comparato) semplicemente non viene compresa dagli intellettuali profani. La loro immagine è quella di lavoratori nell’industria dell’aviazione che guadagnano e operai tessili che perdono, e l’idea che sia utile, anche per amor di discussione, immaginare che i lavoratori possano spostarsi da un settore all’altro è a loro del tutto estranea. In secondo luogo, il legame tra produttività e salari viene completamente frainteso. I non-economisti solitamente pensano che i salari debbano riflettere la produttività a livello della singola azienda. Pertanto, se Xerox riesce ad aumentare la sua produttività del 20%, dovrebbe aumentare i salari del 20%; se la produttività complessiva del reparto produzione è aumentata del 30%, i salari reali dei lavoratori della produzione dovrebbero essere aumentati del 30%, anche se la produttività dei servizi è rimasta stagnante; e se questo non avviene, è segno che qualcosa è andato storto. In altre parole, le mie critiche nei confronti di Michael Lind lascerebbero perplessi molti non-economisti.

Associato a questo problema è il fraintendimento di ciò che il commercio internazionale dovrebbe fare per i tassi salariali. È un fatto che alcune fabbriche di abbigliamento del Bangladesh riescono a raggiungere una produttività del lavoro che si avvicina alla metà di quella di strutture paragonabili negli Stati Uniti, anche se complessivamente la produttività manifatturiera del Bangladesh è probabilmente solo il 5% circa di quella statunitense. I non-economisti trovano estremamente inquietante e sconcertante che i salari in quelle fabbriche produttive siano solo il 10% degli standard degli Stati Uniti.

Infine, e soprattutto, non è ovvio per i non-economisti che i salari siano endogeni. Qualcuno come Goldsmith guarda al Vietnam e chiede: “Cosa accadrebbe se le persone che lavorano con questi salari così bassi riuscissero a raggiungere una produttività occidentale?” La risposta dell’economista è: “Se riescono a ottenere una produttività occidentale, verranno pagati con salari occidentali”, come in effetti è accaduto in Giappone. Ma per il non-economista questa conclusione non è né naturale né plausibile. (Ed è probabile che indichi quelle fabbriche del Bangladesh come controesempio, non afferrando la distinzione tra produttività a livello di fabbrica e produttività a livello nazionale).

Sto citando Krugman così tanto perché è un punto estremamente importante. I salari pagati ai lavoratori di produzione in Cina non sono determinati dalla produttività di questi lavoratori specifici. Non sono determinati dai salari degli Stati Uniti, dai profitti generati da Apple, e nemmeno dalle buone intenzioni dei creativi che acquistano i prodotti Apple. Essi sono determinati dai salari retribuiti da altri posti di lavoro in Cina, che a loro volta sono determinati dal livello medio di produttività in tutta l’economia cinese.

Ma andiamo a esaminare nello specifico le lamentele che sono state sollevate. Ve ne sono tre che vengono ripetute in tutto il Web e delle quali viene sottolineata la particolare gravità.

La prima è l’ondata di suicidi negli stabilimenti Foxconn. In effetti vi è stata una serie di suicidi, e ognuno di essi rappresenta una vera tragedia individuale. Sia per coloro che sono morti che per chi è rimasto a piangerli. Tuttavia, stiamo parlando di circa 18 suicidi nel 2010. Ciò che ci interessa davvero sapere è se questa sia una cifra alta o bassa. I suicidi avvengono in ogni società e in ogni paese, quindi prima di iniziare a dare la colpa alle condizioni di lavoro vorremmo sapere se quel tasso è superiore o inferiore rispetto alla società circostante.

Il tasso di suicidi generale in Cina è di 22 ogni 100.000 persone. Questo è un tasso elevato se paragonato agli standard internazionali, ma è quello che dovremmo guardare per cercare di valutare il tasso di suicidi in Foxconn.

Foxconn impiega circa 1 milione di persone in totale quindi, se la forza lavoro Foxconn avesse il medesimo tasso di suicidi dell’intera popolazione cinese (il che, a essere precisi, non può essere in quanto il suicidio non è equamente diviso fra i vari gruppi di età, e la forza lavoro è prevalentemente giovane), in questo campione di persone ci aspetteremmo di vedere 220 suicidi ogni anno.

Ci troviamo pertanto di fronte a una protesta contro un tasso di suicidi che è meno di un decimo del tasso di suicidi generale nel paese in discussione. Se le persone vedessero la cosa in maniera razionale invece di parlare a vanvera, un dato del genere andrebbe visto positivamente, non denigrato.

La seconda lamentela riguarda due esplosioni in due diversi stabilimenti, entrambe legate alla polvere di alluminio, che hanno provocato la morte di alcuni lavoratori e il ferimento di molti altri. Ormai è da circa un secolo che sappiamo come trattare la polvere di alluminio (che, se molto fine e dispersa nell’aria, può risultare esplosiva).

Tuttavia, sapere come affrontare questo o qualsiasi altro pericolo industriale, purtroppo non significa che lo si affronti sempre nel modo migliore. Per giudicare se la sicurezza dei lavoratori sia davvero trascurata in Foxconn magari dovremmo, perché no, confrontarla con la sicurezza sul lavoro negli Stati Uniti. Sono infatti circa 4.000 all’anno gli infortuni mortali sui posti di lavoro americani.

Un totale preliminare di 4.547 infortuni mortali sul lavoro è stato registrato negli Stati Uniti nel 2010, più o meno come il conteggio finale dei 4.551 infortuni mortali nel 2009, secondo i risultati del programma di censimento degli infortuni mortali sul lavoro (Census of Fatal Occupational Injuries — CFOI) condotto dal Bureau of Labor Statistics statunitense. Il tasso di infortunio mortale sul lavoro per i lavoratori degli Stati Uniti nel 2010 è stato di 3,5 per ogni 100.000 lavoratori equivalenti a tempo pieno (FTE), identico al tasso finale per il 2009. 

3,5 per ogni 100.000: se le fabbriche Foxconn fossero pericolose tanto quanto il posto di lavoro americano medio, ci aspetteremmo 35 morti sul lavoro in un anno fra quel milione di lavoratori. Sì, ognuna di quelle morti, ognuno di quegli infortuni, in quelle esplosioni di polvere di alluminio è una tragedia, nessuno lo nega. Ma se fossimo davvero realisti invece di parlare a vanvera su tali questioni, non utilizzeremmo il dato di tre o quattro morti come prova per dimostrare che Apple, Foxconn o persino la Cina stiano ignorando la sicurezza dei lavoratori per conseguire i propri sporchi guadagni. Come minimo bisognerebbe considerare il tasso globale di infortuni mortali sul posto di lavoro piuttosto che scegliere un episodio specifico perché fa comodo.

L’ultimo aspetto sono i salari bassi:

Oltre un quarto della forza lavoro Foxconn vive in dormitori aziendali e molti lavoratori guadagnano meno di 17 dollari al giorno. 

Prendiamo quei 17 dollari al giorno come cifra effettiva. Certo, né io né voi saremmo interessati a lavorare per un compenso così basso (neanche se ci dessero una stanza nel dormitorio compresa nel prezzo) perché abbiamo avuto la grande fortuna di nascere in paesi ricchi, con un tenore di vita superiore a qualsiasi altro conosciuto dalle generazioni precedenti. Tuttavia, coloro che sono nati in Cina lo stesso anno in cui io nacqui in Gran Bretagna, sono nati in una carestia di massa provocata dall’idiozia comunista di Mao.

La questione non è se 17 dollari al giorno siano o meno un salario basso: è basso rispetto a cosa? Tanto per cominciare, lavorare quei 6 giorni alla settimana produce un reddito annuo di 6.000 dollari. Certo, è una miseria per i nostri standard, ma in Cina è una cifra piuttosto equa. Si aggira intorno al PIL pro capite di tutto il paese, per esempio, e quindi è ovviamente, e per definizione, superiore al salario medio. Ed è per questo che quel milione di persone ha volontariamente scelto di lavorare per quei compensi, e molte di quelle persone hanno viaggiato centinaia di chilometri per farlo.

Inoltre, i salari in Cina sono stati in forte crescita di recente. Dalla fine degli anni Novanta sono stati in crescita del 14% all’anno (sì, anche considerando l’inflazione) e hanno accelerato negli ultimi due anni. Con la capitalizzazione questo significa che i salari di produzione in Cina sono aumentati di quattro volte dall’inizio del secolo. La causa di questo? Quegli enormi stabilimenti costruiti da aziende come Foxconn, e la quantità enorme di giocattoli elettronici e gingilli luccicanti che acquistiamo non appena escono da quegli stabilimenti.

È esattamente perché Apple assembla in Cina che le condizioni dei lavoratori di produzione in Cina stanno migliorando. Migliorando a un ritmo mai visto prima nella storia umana. E se avessimo un approccio realistico sulla questione, invece di parlare a vanvera, dovremmo riconoscere questo fatto fondamentale.

E questo è il punto più importante. Il boicottaggio dei prodotti Apple è ben lungi dall’essere il modo più efficace per migliorare le condizioni degli stabilimenti di produzione. Se mai è l’acquisto di prodotti provenienti da quelle fabbriche, come è avvenuto negli ultimi decenni, a rendere la Cina un luogo più ricco e migliore.

Boicottare Apple per ottenere salari e condizioni di lavoro migliori a Foxconn è come fare sesso per raggiungere la verginità. Del tutto controproducente ed esattamente la cosa sbagliata da fare.

[Articolo originale: Tim Worstall, The Apple Boycott: People Are Spouting Nonsense about Chinese Manufacturing]

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