L’Apple di una volta? Mah.

Ieri ricevo una telefonata inattesa al mio cellulare italiano: mi chiama il signor Giorgio, col quale collaborai nel lontano 1999 quando il suo studio di grafica e pubblicazioni si stava espandendo, e poi ancora nel 2001, quando aveva bisogno di qualcuno che ‘insegnasse’ Mac OS X ai dipendenti. È una persona che ricordo con piacere e gli sono grato per avermi dato fiducia ai tempi. Mi ha chiamato per verificare che avessi ancora quel recapito telefonico, in caso avesse bisogno di assistenza, e abbiamo colto l’occasione per aggiornarci e la chiacchierata è inevitabilmente finita su Apple.

Giorgio appartiene alla vecchia guardia degli utenti Macintosh. Tanto per capirci, lui fu uno dei pochi italiani a comprarsi un Lisa nel 1984 o giù di lì, ed è rimasto fedele alla Mela per tutti questi anni. Come molti veterani, la sua relazione con Apple, specie negli ultimi tempi, si è fatta più conflittuale, e lui non ha problemi a dire di essere uno dei ‘delusi’ di questo ‘nuovo corso’. Il nuovo corso per Giorgio inizia grosso modo due anni fa, con la transizione dai processori PowerPC agli Intel. Già ci ho messo il mio tempo a digerire Mac OS X — ebbe a dirmi una volta — e adesso questo. Mah. (Sì perché mentre il suo studio aveva svariate macchine tutte sempre aggiornate, lui è passato a Mac OS X solo a fine 2003, con l’introduzione di Panther). La presentazione di iPhone, mi dice Giorgio, è stata un’altra bella botta. Quando ho saputo della notizia ho pensato “Adesso Apple si mette a fare telefonini, siamo a posto”.

Insomma, per Giorgio il ‘nuovo corso’ che Apple ha intrapreso dà troppa attenzione al settore consumer, lasciando sempre più al palo quella fetta di professionisti che negli anni, e spesso in condizioni avverse (una nicchia di mercato circondata da PC Windows), hanno sempre acquistato e ‘mantenuto’ Apple nel bene e nel male. Apple, a suo dire, deve ringraziare il settore professionale se è rimasta a galla negli anni bui (metà degli anni Novanta), e adesso sembra aver sempre meno considerazione e riguardo verso i professionisti e verso i vecchi clienti, quelli che sanno che una volta i Mac erano beige.

Secondo Giorgio, Apple è oggi sempre più asservita al settore consumer (Quello che ha fatto rimanere a galla Apple in questi ultimi anni e di più, che l’ha finalmente resa visibile e forte — gli ho detto io al telefono) e che la qualità ne ha inevitabilmente risentito, per non parlare — e qui veniamo finalmente alle ultime novità presentate in ottobre — dei nuovi MacBook e MacBook Pro, e del nuovo schermo da 24 pollici ‘lucido come uno specchio’. Sempre Giorgio: Certo, sulla manifattura non si discute, meglio così che quei cosi di policarbonato che quando li maneggi fanno rumore come barche a remi — però, daaai, mi togli la FireWire? Mi metti lo schermo lucido?  Eccetera.

Ora, per carità, io stesso sono un appassionato dei vecchi Mac. Continuo a usarli, li colleziono, ne esalto la longevità, ci ho persino dedicato un blog. Però, a differenza di Giorgio, non sono proprio sicuro di rivolere l’Apple di una volta. Probabilmente la qualità delle componenti dei Mac di una decina d’anni fa e oltre era migliore — non saprei dire, a me i Mac hanno sempre funzionato tutti molto bene, e l’unico degrado percepibile è nella vita media dei dischi rigidi, un fenomeno per il quale non avrebbe senso incolpare Apple. Probabilmente il settore professionale non è fra i primi pensieri dell’Apple di oggi (i Mac Pro non mi sembrano esattamente macchine per ragazzini, però). Probabilmente, come sostiene Giorgio, non ha senso che fra il MacBook da 2,4 GHz e il MacBook Pro da 2,4 GHz vi sia una differenza di soli 300 Euro e che per essere delle ‘macchinette consumer’ (parole sue), i MacBook nuovi sono un po’ cari.

Però andiamo a vedere un istante com’era la situazione nel 1996. Sfogliando l’archivio di vecchie riviste Mac mi sono capitati sotto gli occhi i prezzi di listino dei Mac del periodo. Dodici anni fa i modelli più a buon mercato erano macchine desktop, in primis il Performa 5260, un Mac tutto-in-uno con processore PowerPC da 100 MHz, 12 MB di RAM, disco rigido da 800 MB, CD-ROM 4x, al prezzo di 2.300.000 lire (che facendo una mera conversione sarebbero circa 1.200 Euro, ma considerando il valore di quei soldi nel 1996 e facendo un paragone con l’Euro di adesso non mi sembra sbagliato affermare che quei 2.300.000 lire siano equivalenti ad almeno 2.000 Euro attuali). Un altro Mac economico dell’epoca era il Power Macintosh 4400, una delle serie qualitativamente peggiori dei Power Macintosh, che veniva venduto a poco più di 3 milioni di lire nella configurazione con processore PowerPC a 200 MHz, 16 MB di RAM, disco rigido da 1,2 GB e lettore CD-ROM 8x.

La linea dei portatili era semplicemente proibitiva: basti vedere i prezzi dei PowerBook 1400. Il PowerBook 1400cs a 117 MHz con disco rigido da 750 MB, schermo a matrice passiva e unità CD-ROM opzionale veniva venduto a 4.500.000 lire, ma se uno voleva la versione con processore a 133 MHz, disco rigido da 1 GB e unità CD-ROM di serie doveva pagare tre milioni di lire in più. Il PowerBook 5300 di punta, uscito un anno prima, costava a listino circa 11 milioni di lire. No, a quei tempi Apple non faceva ‘macchinette consumer’ per ragazzini con l’iPod, la sua presenza sul mercato era risibile, e i portatili erano macchine per una élite di clienti. Concludendo l’argomento Apple, ho detto a Giorgio che forse, se non fosse stato per il cambio di rotta imposto da Jobs al suo rientro in Apple nel 1997, probabilmente non ci sarebbe un MacBook Pro sulla sua scrivania, e forse nemmeno un PowerBook G4 sulla mia.

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About Riccardo Mori

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