PowerBook 5300: un esperimento di sopravvivenza informatica

La mia piccola collezione di Mac non è fatta di macchine morte e accatastate a prender polvere. Certo, alcuni si trovano in un riposo più o meno forzato dopo il trasloco: il PowerBook 100 è in un letargo di piombo e il Quadra 950 è momentaneamente senza il suo monitor e senza un vero e proprio spazio operativo, ma il Colour Classic è vivo e pimpante sull’altra scrivania, depositario di un nascente catalogo librario sotto FileMaker Pro 2. Il PowerMac 9500 è in gran forma, più schizofrenico che mai, avendo installato sui suoi hard disk interni rispettivamente Rhapsody Developer Release 2 e Mac OS X 10.2 Server.

Arrivo al punto. Molti mi chiedono che cosa me ne faccia di tutti questi ferrivecchi. In genere la risposta che zittisce l’interlocutore è “li colleziono”. Di fronte a un collezionista ci si arrende, ben sapendo che si entra nell’ambito di una lucida irrazionalità, dell’insana affezione per determinati oggetti (francobolli, pipe, libri, dischi, eccetera) e non si aggiunge altro. Ma stavolta voglio approfondire, perché a volte mi lascio scappare la risposta “beh, possono sempre tornare utili” – e qui spesso l’interlocutore mi sfida con un sorrisino e con un “see, come? quando?” e più o meno implicitamente mi invita a un’ulteriore spiegazione.

Allora ho fatto un esperimento pratico. Mi sono detto: supponiamo, per assurdo, che i miei PowerBook G4 e il mio iBook G3 mi piantino tutti in asso. Potrei continuare a lavorare con uno o più dei summenzionati ferrivecchi?

Piccolo passo indietro: oltre al mio studio, un luogo in cui amo lavorare in raccoglimento è la biblioteca del Politecnico qui a Valencia. Il luogo è luminoso, climatizzato, con grandi scrivanie e la possibilità di collegare il proprio portatile alla rete (via Ethernet o wireless) ad alta velocità. Per collegarsi a Internet è necessario passare attraverso un VPN (Virtual Private Network), e quindi utilizzare un nome utente e password per autenticarsi. Con Windows XP o con Mac OS X la procedura è trasparente.

Bene, tornando all’esperimento: oggi ho provato a lavorare dimenticando i G3/G4, dimenticando Mac OS X e tutte le comodità dell’utente Mac “moderno” e mi sono portato al Politecnico il mio PowerBook 5300. Una rinfrescatina sulle caratteristiche: processore PowerPC 603 a 100 MHz, 64 MB RAM, schermo a matrice attiva da 10,4″ con risoluzione massima di 800 x 600 pixel, hard disk da 1,1 GB, floppy drive e due slot PCMCIA. Supporta fino a Mac OS 9.1, ma sul mio ho installato Mac OS 8.1 e va benone.

Passo 1: collegarlo alla rete. Facile: scheda Ethernet PCMCIA. Fatto.

Passo 2: (meno ovvio) abilitare il VPN. Pare che l’unico programma decente (non facile da reperire) per la gestione di un VPN su sistemi anteriori a Mac OS X sia NTS TunnelBuilder, arrivato alla versione 5.0.9a e non più aggiornato (parrebbe). Ho trovato una demo funzionante per 30 giorni, l’ho scaricata e installata. Mi sono correttamente collegato a Internet.

Passo 3: che programmi usare. Per navigare le scelte sono piuttosto limitate: una vecchia versione di Internet Explorer, oppure Netscape Communicator 4.x, oppure – forse la scelta migliore – iCab: poco esoso di RAM, abbastanza moderno per gestire qualche sito difficile. Chiaro: scordiamoci animazioni flash, e siti che fanno largo uso di grafica, effetti, plug-in. Ma io lavoro coi testi, sono traduttore, e mi interessa visitare siti di risorse enciclopediche e dizionari online. Per questo genere di navigazione, i browser citati bastano e avanzano. Per la posta elettronica? Netscape ancora, oppure Eudora, oppure il caro vecchio Claris Emailer. Li tengo configurati con i miei account, mentre .Mac (dotmac) posso consultarlo via Web.

E per il lavoro di oggi mi sono bastati Acrobat Reader 4.05, BBEdit 4.6, e GraphicConverter 3.9 per fare un paio di ritocchi a un file JPEG. Ho persino formattato un floppy a uno degli impiegati della biblioteca, che aveva problemi con il suo PC. Non male per un computer del 1995. Non male per quello che viene comunemente considerato il peggior portatile che Apple abbia mai costruito.

È stata un’esperienza interessante, che non vuole essere chiaramente il classico esempio-per-tutti. Se io mi occupassi di grafica e fotoritocco, o musica, o editing video professionale, per dire, il discorso cadrebbe subito. Però io mi occupo di testi, e ho potuto misurare davvero quanto possa continuare a lavorare anche in condizioni critiche e con il minimo di risorse a disposizione, con hardware di 10 anni fa (di conseguenza considerato più che obsoleto). A fine giornata trovo tutto questo piacevolmente rassicurante.

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About Riccardo Mori

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