Statistiche di vita quotidiana

È da un paio d’anni che non mi perdo i Report annuali creati da Nicholas Felton, che lui chiama Feltron Annual Reports. Finora ne ha creati quattro e li potete vedere al link fornito. Sono lavori incredibilmente precisi e ben disegnati, in cui Felton sviscera nel dettaglio tutte le proprie abitudini quotidiane, trasformandole in statistiche: quante foto ha scattato durante l’anno, quante miglia ha percorso giornalmente, che tipo di cibo ha mangiato e dove, quante birre ha bevuto e di quale provenienza, e molto molto altro. Tutto maniacalmente annotato, sommato, analizzato.

Di link in link, sono approdato a questo articolo del Wall Street Journal Online: The New Examined Life (lett. La nuova vita sotto esame), in cui si parla del lavoro di Felton e del fatto che questo tizio non sia un caso isolato, ma sia il rappresentante più eminente di una nuova tendenza in cui sempre più persone manifestano interesse a passare la propria vita quotidiana sotto il filtro della statistica.

Dall’articolo:

In parte esperimento, in parte auto-aiuto, questi progetti di “informatica personale”, come vengono chiamati, stanno prendendo piede anche grazie a persone come Felton, che trovano un significato nella trivialità quotidiana. A loro disposizione esiste tutta una serie di strumenti virtuali che li aiutano a diventare i propri ‘contabili forensi’ — fra cui siti come Dopplr, che permette di gestire e condividere i propri itinerari di viaggio, e Mon.thly.Info, per tener traccia dei cicli mestruali. […]

L’obiettivo di Felton e altri come lui è quello di riprendersi i dati, togliendoli dalle mani di statistici e scienziati, e incorporarli nelle nostre vite quotidiane. Tutti creiamo dati — ogni sorriso, conversazione, passaggio in macchina è un potenziale frammento di informazione. Questi ‘aggregatori quotidiani’ credono che la compilazione delle nostre attività di ogni giorno possa rivelare gli schemi segreti che governano il modo in cui viviamo. Per gli studenti di informatica personale, tale pratica è liberatoria perché dimostra che le nostre vite non sono casuali e sono molto più ordinate di quanto alcuni si aspetterebbero.

La cultura della condivisione di informazioni online, in questi anni, ha spostato il centro dell’attenzione dai lunghi resoconti dei blog personali verso gli onnipresenti micro-movimenti delle vite quotidiane dei blogger. Siti di microblogging come Twitter sono ormai una cosa molto comune. […] Alcuni siti raccolgono dati automaticamente per i propri utenti. Last.fm mantiene un archivio di tutti i brani ascoltati dagli utenti, e Netflix tiene traccia delle abitudini cinematografiche dei propri membri.

[…] I cronisti informatici di oggi sono semplicemente l’ultima incarnazione di una lunga storia di diaristi e scienziati che prendevano appunti a mano.

[…] Alcuni di questi nuovi ‘collezionisti di dati’ sperano di prendere decisioni migliori per quanto riguarda le loro attività e così migliorare la qualità della loro vita. Durante gli ultimi quattro mesi, Alexandra Carmichael, che ha fondato a San Francisco un sito Web di ricerca sulla salute chiamato CureTogether, ha tenuto traccia di più di 40 categorie di informazioni sulla propria salute e abitudini personali. Oltre alla quantità di calorie assunte giornalmente, il suo peso al mattino e il tipo e la durata dei suoi esercizi fisici, Alexandra annota anche il suo umore quotidiano. […]

Dalle sue prime stime, ha concluso che il suo umore migliorava quando faceva ginnastica e peggiorava quando mangiava troppo. “Ho compreso che il mio rapporto col cibo è distorto e nocivo”, ha detto. Ha dedotto che potrebbe avere un qualche tipo di disturbo alimentare e ha deciso di rivolgersi a un terapista.

[…] La raccolta di dati personali può però ostacolare lo stile di vita stesso, come ammettono alcuni. “Diventa un’ossessione”, dice Toli Galanis, un aspirante cineasta di New York che tiene traccia di qualsiasi cosa, dai suoi livelli di mercurio al consumo di vitamina D. Ha detto che ha dovuto rinunciare alle uscite con gli amici quando sta provando una nuova dieta che richiede pasti programmati, e che suscita strane occhiate da parte dei suoi genitori quando misura la sua cena al grammo.

Eppure aggiunge che “La vita e i suoi obiettivi sono come un laboratorio. Perché non usarli come farebbe uno scienziato? Così uno sa davvero quel che vuole. Esistono così tante informazioni [che ci circondano] che sarebbe un peccato non registrarle”. 

E ora qualche osservazione.

Sarà un limite mio senz’altro, ma fatico a vedere il lato affascinante di tutto questo. O meglio, trovo interessante sfogliare le statistiche elaborate e ben congegnate di Nicholas Felton, ma non riesco a vederne la reale utilità, se non in casi specifici. Potrei senza dubbio mettermi a fare qualcosa di analogo (Felton ha co-fondato un sito, Daytum, che aiuta a crearsi le proprie statistiche), ma sarebbe soltanto qualcosa di ludico e curioso (quanti litri di acqua ho bevuto questa settimana?) e non mi metterei certo ad annotare la mia intera attività diaria a caccia di chissà quali dettagli. Queste statistiche personali e gli strumenti per raccoglierle potrebbero essere utili a chi appunto sta seguendo una dieta o un qualche regime regolamentato o un’attività che necessita di programmazione e controllo (una convalescenza, una formazione atletica, ecc.), ma per il resto, no grazie, preferisco tenermi il naturale disordine che mi circonda e impiegare il mio tempo in maniera più proficua.

Leggendo quelle esperienze descritte nell’articolo del WSJ non posso non chiedermi come caspita vivono quelle persone. Probabilmente per loro sarà affascinante andare al ristorante “Da Luigi” e poi tornare a casa (o forse lo fanno direttamente sul posto) e segnarsi che hanno mangiato una pasta con spinaci e ricotta, bevuto 65 cl di vino (nome del vino e provenienza), percorso 1,6 km da casa al ristorante, nonché annotare le coordinate del ristorante su Google Maps. A me sembra svuotare la vita di significato, e renderla solo un cumulo di dati asettici. Io in simili circostanze preferisco ricordare la compagnia e il buon cibo.

Quando ho letto di Alexandra Carmichael (Dalle sue prime stime, ha concluso che il suo umore migliorava quando faceva ginnastica e peggiorava quando mangiava troppo. “Ho compreso che il mio rapporto col cibo è distorto e nocivo”, ha detto. Ha dedotto che potrebbe avere un qualche tipo di disturbo alimentare e ha deciso di rivolgersi a un terapista) non ho potuto fare a meno di pensare “E ha dovuto annotarsi tutti quei dati per capire che l’andamento del suo umore era legato alla soddisfazione di sé?”. Ma forse ragiono in maniera troppo semplice.

L’impatto della tecnologia in tutto questo è notevole. Ma dove stiamo andando? A me questa iperconcentrazione sui propri ombelichi un po’ spaventa, questa digitalizzazione (riduzione al dato) della quotidianità a tutti i costi mi sembra più un impoverimento che un arricchimento della vita, mi sembra una riduzione della nostra vita (già corta e piena di problemi) a cavia in balìa di stupide statistiche che non vanno da nessuna parte, se non verso un bizzarro, distorto autocompiacimento.

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