Quando dare del pezzente è sbagliato

Data la grande pubblicità che ha avuto in questi giorni, non credo di dover presentare nulla di nuovo parlando dell’iniziativa di MacHeist: 12 applicazioni di qualità offerte praticamente al prezzo di una. Come si può vedere sul sito, il valore dei 12 software tutti insieme supera i 600 dollari, mentre il bundle ne costa 39. Al momento, tre delle dodici applicazioni sono bloccate. Il 25% di ogni bundle venduto viene dato in beneficenza, e quando si raggiunge una certa cifra, le applicazioni vengono a mano a mano sbloccate.

Questa iniziativa ha sempre fatto discutere, più che altro per il fatto che, facendo i conti della serva, pare che non sia questo grande affare per gli sviluppatori indipendenti Mac coinvolti nell’offerta. Marco Arment (principale sviluppatore di tumblr e creatore di Instapaper) in un suo recente post ha spostato la questione sul piano degli acquirenti:

Non mi interessa discutere i dettagli dell’accordo fra MacHeist e gli sviluppatori. Sono certo che nessuno potrà negare il nocciolo della questione, cioè che queste applicazioni vengano vendute con uno sconto enorme.

Quel che mi chiedo è se sia una buona idea, come consumatori responsabili, accettare sconti di tale portata sui prodotti che usiamo e amiamo. A mio avviso no.

È un punto di vista, condivisibile o meno, ma espresso in maniera pacata e ragionevole. Simone Manganelli, altro sviluppatore Mac, rincara la dose alla fine del suo post/sfogo sull’argomento:

Diciamo le cose come stanno, Marco. Se comprate da MacHeist siete dei fottuti bastardi pezzenti, e mi viene la nausea al pensare che molti nella comunità Mac possano partecipare a una cosa simile.

Il succo del ragionamento di Manganelli, che ribadisce nell’aggiornamento al post a cui ho linkato (e un po’ mi dispiace fargli aumentare il traffico), è che la gente non dovrebbe dare soldi a intermediari (MacHeist), ma sforzarsi di pagare gli sviluppatori per intero. Mettiamola così, scrive Manganelli, comprando un album, preferireste pagare 10 dollari a Universal Music Group o dare 15 dollari direttamente agli artisti?

In linea teorica — e idealistica — Manganelli può non avere tutti i torti. Ma non poteva esprimersi in maniera peggiore sull’argomento. Anzitutto partecipare al bundle di MacHeist è stata una scelta degli sviluppatori di quelle dodici applicazioni, quindi è stata una loro scelta svendere il proprio lavoro. Probabilmente avranno pensato di sacrificare qualche introito in cambio dell’enorme esposizione e pubblicità che stanno ricevendo. Probabilmente avranno avuto le loro ragioni, non sta a me entrare in questi dettagli. Però che c’entra dare dei pezzenti ai potenziali acquirenti?

Gli acquirenti, i consumatori, fanno a loro volta il proprio interesse. Come altri hanno fatto notare nei commenti al post di Manganelli, uno che compra il bundle di MacHeist può essere interessato a una o due applicazioni soltanto, però acquistando dà una percentuale anche agli sviluppatori degli altri software, che magari userà poco o mai. Oppure può essere interessato a molte di quelle applicazioni ma non ha abbastanza denaro da spendere in software al momento. (Un commentatore ha fatto giustamente notare a Manganelli che la sua sparata, in questi tempi di crisi economica, è di cattivo gusto oltre che fuori luogo). Le ragioni, anche qui, sono le più diverse, ma non capisco perché il consumatore debba sentirsi in colpa nell’approfittare di uno sconto e di una operazione che è stata organizzata di comune accordo con gli sviluppatori stessi. Mica è pirateria.

Uno dei miei commenti preferiti (devo dire che i commenti sono la parte che preferisco di quel post), e con il quale mi trovo più in accordo è il seguente (a firma Anonimo):

La tua analisi è spaventosa. I consumatori che acquistano il bundle sono attori razionali del mercato. A differenza dell’App Store, il mercato del software per Mac è libero e aperto, e quindi soggetto ai classici effetti di domanda e offerta. Ognuno è libero di fissare il prezzo che vuole per la propria applicazione, e i consumatori hanno la scelta di comprarla a quel prezzo oppure di non comprare.

L’offerta in bundle è una strategia comune e diffusa in microeconomia, in assenza di una precisa discriminazione dei prezzi. Che tu ci creda o meno, le curve di domanda cambiano da applicazione ad applicazione. Se uno sviluppatore ritiene che le proprie applicazioni abbiano maggior valore se vendute singolarmente di quel che potrebbero fruttare in un bundle — dati gli effetti del bundling sulla domanda unitamente ai suoi effetti non monetari — allora quello sviluppatore sceglierà razionalmente di non partecipare al bundle. Se lo sviluppatore possiede altri mezzi più efficaci per aumentare la domanda, allora non parteciperà al bundle. Ovviamente altri sviluppatori sono giunti a conclusioni diverse, basandosi sulla loro analisi dei propri prodotti e sulla domanda per quei prodotti.

È fuori luogo suggerire che gli sviluppatori dovrebbero in qualche modo riunirsi per assicurare prezzi artificialmente alti per il software Mac. È come suggerire, a tutti gli effetti, la formazione di un cartello. Ma soprattutto è fuori luogo accusare il compratore di essere un pezzente: lo scopo principale di un consumatore è conservare le proprie scarse risorse, che è l’assunto fondamentale alla base dell’economia di mercato. Se la strategia dell’offerta in bundle è sbagliata e uno sviluppatore va in perdita, tutta la responsabilità è a carico dello sviluppatore, che ha effettuato un’analisi scorretta su come massimizzare i suoi guadagni potenziali. Peccato, la strategia di marketing non era quella buona, andrà meglio la prossima volta.

Puoi continuare a torcerti le mani e a sfogarti quanto vuoi. La mia coscienza è a posto.

Per la cronaca, non comprerò il bundle di MacHeist, perché a suo tempo acquistai già due delle applicazioni proposte (Acorn e WireTap Pro), ma se potessi lo comprerei solo per far dispetto a uno come Manganelli che si permette certe sparate.

Category Mele e appunti Tags

About Riccardo Mori

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