A me la parola ‘blog’ non è mai piaciuta

Oggi se non hai un blog non sei nessuno. Non ricordo se è un qualcosa che ho letto o sentito durante una conversazione, e non ricordo se mi ha fatto più ridere l’affermazione in toto, oppure la parola blog, su cui a distanza di tempo la mia attenzione si è di nuovo impigliata. Blog, termine gergale ormai diffusissimo, contrazione di weblog, bollettino in rete, come mi è sempre piaciuto chiamarlo. A vedere questo spazio, tutto nuovo e ancora parecchio in costruzione, sembro nuovo a questo mezzo di comunicazione. In realtà solo lo spazio è nuovo. Io scrivo da sempre, e butto via davvero molto poco: conservo ancora tutti i miei quaderni e agende sui quali ho consumato penne a sfera, penne stilografiche, matite, pastelli, e tutto quel che serve a scrivere; nella fattispecie diari, poesie, racconti, romanzi. Il 98% di questo immane archivio è tuttora inedito. Il 2%, pubblicato, è frutto di fatiche inenarrabili, e la diffusione di questo 2%, molto modesta, non ha mai reso giustizia agli sforzi compiuti.

Sto bellamente divagando. Ho la tendenza a divagare, ma finalmente non la vivo più come problema o limite o difetto. Divagare è un’arte se, divagando, si intrattiene qualcuno piacevolmente. Parlavo di carta e penna, e accennavo alle difficoltà di arrivare a una qualche pubblicazione dei miei scritti. Poi arriva Internet, passa un po’ di tempo, ed ecco che improvvisamente (non proprio improvvisamente, ma le epifanie, si sa, sono improvvise) tutti pubblicano. In rete. I link si moltiplicano a dismisura, con un coefficiente riproduttivo che nulla ha da invidiare ai conigli. Blog ovunque e per tutti i gusti. Tutti parlano di tutto e tutti hanno un’opinione su tutto. Per carità, niente di nuovo e niente da ridire. Come a volte il bello di un viaggio è il viaggio stesso e non tanto la destinazione, anche con le centinaia di migliaia di blog di cui è piena l’Internet, il bello è scremare e trovare persone in gamba davvero.

Il blog è di moda. È una moda, purtroppo. Dicevo di non essere nuovo alla scrittura, e non lo sono nemmeno per quanto riguarda la scrittura on-line. All’inizio del 2001, quando incominciai a redigere il mio primo blog, in lingua inglese (tuttora attivo; volete l’URL? scrivetemi e insistete), il blog era ancora qualcosa di nuovo; non nuovissimo, certo, aveva già una sua diffusione, ma non era qualcosa di, come dire?, scontato. In seguito, sempre più persone si sono rese conto della potenza e della cassa di risonanza che può avere, ed ecco apparire le cosiddette blogstar. Anche qui, generalizzare è nocivo, c’è persona e persona, e soprattutto personaggio e personaggio. Però, specie di fronte a chi vuole a tutti i costi guadagnare una certa visibilità con il suo modesto “bollettino”, c’è da ridere per non piangere. A me spiace che il blog sia una moda, perché la scrittura on-line è importante tanto quanto ogni altra forma di scrittura, e il rovescio della medaglia della libertà e di Internet e di parola, è che si crea un gigantesco guazzabuglio (un blob, più che blog: ecco forse perché la parola blog non mi è mai piaciuta, per questa associazione cacofonica) di mediocri scrivani che, quando va bene, raccontano cose del quotidiano senza essere un minimo in grado di dare loro un’angolatura interessante; quando va male, salgono in cattedra sputando giudizi o atteggiandosi a sapientini tuttologi senza avere esperienza, autorità (su quanto vanno affermando) ma soprattutto umiltà.

Ma, come dicevo, il bello è scremare, e la Rete è piena di luoghi preziosi e di letture valide. Bisogna armarsi di pazienza e scartabellare (browsing the Web, appunto), le soddisfazioni si trovano. Ora, questa tirata sul blog è saltata fuori così, un po’ perché sono le 6:45 antimeridiane e non ho ancora toccato il letto, un po’ perché amo divagare, un po’ perché necessitavo di qualcosa con cui avviare questo blog nuovo, in italiano. Forse ho sparato anch’io qualche giudizio fra le righe, ma basta davvero fare un giro per il Web per capire. Io, per quanto riguarda questo spazio, non ho particolari progetti o dichiarazioni d’intenti: è un angolino mio, sul quale parlare ogni tanto, di me, dello scrivere e del tradurre (che è quel che faccio per vivere), dell’informatica e dei computer Apple (che mi danno un’ottima mano nello svolgere quel che faccio per vivere), e di quant’altro possa distogliere me e chi mi legge da qualche altra occupazione più noiosa.

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About Riccardo Mori

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