iPhone: note mobili (1)

Mele e appunti

Dopo le quasi trenta puntate del “Diario di bordo” che ho tenuto per Mac OS X Leopard, ho preferito intitolare “note mobili” la serie di appunti che andrò pubblicando sulla mia esperienza con iPhone. Oggi inizio col disinnescare alcune dicerie che sono andate formandosi negli ultimi mesi. Tengo a puntualizzare che i miei appunti non hanno, ovviamente, la pretesa di essere verità rivelate; si basano sull’esperienza personale, sul mio modo di maneggiare iPhone, e questo non può valere per tutti. Detto ciò, provo ugualmente a ribattere a certi miti, perché spesso ho l’impressione che siano stati messi in circolazione da gente che a mio avviso soffre un po’ di ‘egocentrismo tecnologico’, quella sindrome per cui l’esperienza o, peggio, opinione del singolo (in genere negativa) deve a tutti i costi valere per tutti.

La tastiera virtuale di iPhone è difficile/impossibile da usare. Meglio uno smartphone con una tastiera fisica.”

Non è difficile né impossibile. Chiaro, se uno non ha mai interagito con un’interfaccia touch-screen in vita sua, può essere necessario un certo allenamento. In generale, alla tastiera di iPhone ci si abitua relativamente presto. Chi ha dita sottili e unghie corte è senza dubbio in vantaggio, ma ho provato a simulare l’esperienza di una persona con dita grosse e tozze, usando solo il pollice e appoggiando il polpastrello interamente sul tasto, di piatto e non di taglio. È sufficiente premere al centro delle lettere, e il feedback è notevolmente acuto. Ho fatto qualche svarione digitando, ma più per il fatto che stessi impiegando il pollice in maniera incongrua, forzandomi a imitare abitudini non mie, che non per delle carenze di interfaccia da parte di iPhone.

Nei negozi di telefonia mobile che visitavo mentre si aspettavano notizie sull’arrivo di iPhone in Spagna, ho avuto modo di provare qualche smartphone con tastiera fisica QWERTY (un BlackBerry piuttosto compatto e un Treo, ma non chiedetemi di ricordare i modelli — è incredibile il feticismo delle aziende non-Apple per sigle e numeri nel differenziare i vari modelli di un loro prodotto). Con queste tastiere fisiche avevo delle difficoltà. Eppure ho le dita sottili. I problemi di queste tastiere, secondo me, sono molteplici.

  • I tasti sono di piccole dimensioni, e necessariamente ravvicinati, con pochissimo spazio fra di essi. Pensiamo un istante alle tastiere che utilizziamo quotidianamente e che riteniamo comode. Che cosa le rende comode? Semplificando, due fattori principali: la dimensione dei tasti, o lo spazio che li separa. La tastiera dei PowerBook e dei MacBook Pro non ha spazio fra i tasti, ma i tasti sono abbastanza grandi (e ben sagomati), e quindi comodi da pigiare. Se al contrario una tastiera ha tasti di piccole dimensioni, per renderne comoda la pressione è necessario aumentare lo spazio fra di essi. Esempio: molte calcolatrici. Tasti piccoli e in certi casi gommosi, ma adeguatamente spaziati per poter essere centrati con più facilità. Un terzo fattore che rende una tastiera comoda è di certo il feedback dei tasti, e questo dipende dalla meccanica che sta dietro, ma è un fattore che considero più pertinente in un confronto fra tastiere di computer, non di smartphone.
  • Nella già ridotta superficie di un tasto, la presenza di più segni (lettere e simboli, lettere e numeri) rende poco leggibili i tasti stessi.
  • Essendo fisiche, sono tastiere immutabili e quindi meno flessibili per il supporto multilingua.
  • In alcuni casi, la risposta alla pressione non è perfettamente uniforme su tutta la tastiera, e con l’uso è un inconveniente destinato a farsi sempre più evidente.
  •  

    iPhone non ha di questi problemi. La tastiera virtuale di iPhone è composta da tasti sufficientemente grandi e sufficientemente spaziati (specie usando iPhone in orizzontale). I tasti modificatori cambiano la tastiera dinamicamente e a seconda del contesto vengono creati appositi tasti che facilitano l’inserimento. Scrivendo un indirizzo Web, viene dato risalto ai simboli “.”, “/”, e compare il tasto “.com”; scrivendo un’email, in risalto troveremo “.” e “@”. Finezze, ma di indubbia comodità. Potendo cambiare in maniera dinamica, la tastiera di iPhone è in grado di supportare qualsiasi lingua, occidentale e orientale che sia. E, ovviamente, la risposta alla pressione è identica su tutta la superficie.

    In dieci giorni di utilizzo, la mia velocità nel digitare, e la precisione nella risposta di iPhone, sono aumentati costantemente, e non ho avuto bisogno di memorizzare la posizione dei tasti o certe combinazioni da tastiera per essere più efficiente. La scorciatoia che offre iPhone — quella di premere due volte la barra spaziatrice per inserire un punto a fine frase e lo spazio immediatamente successivo — l’ho trovata preziosa.

    La durata della batteria è risibile. E la batteria non è rimovibile, e ciò è male.”

    Ecco un bel ‘due-in-uno’. Comincio con la durata della batteria. Il 19 settembre, primo giorno con iPhone, il dispositivo è stato collegato al Mac e a iTunes fino a carica completa. Non ho effettuato rilevamenti con cronometro alla mano, ma direi che dal momento in cui ho tolto iPhone dalla scatola e l’ho collegato al Mac (batteria al 5%) al momento in cui la batteria era totalmente carica (100% — l’icona del fulmine viene sostituita dall’icona a forma di spina) saranno passate due ore o poco più. iPhone dunque si carica abbastanza in fretta. Fra il 19 settembre sera e il 20 settembre sera ho passato molte ore esplorando iPhone, tenendo quindi acceso il 3G e stando sempre collegato a una rete Wi-Fi. iPhone è stato poco in stop, ho ascoltato musica mentre navigavo in rete o scaricavo la posta, ho inviato messaggi, ho fatto un paio di chiamate. Un utilizzo piuttosto intenso nel complesso. La batteria ha tenuto la carica per tutte le 24 ore; nella notte fra il 20 e il 21 settembre non ho messo in carica iPhone; l’ho lasciato in stop. Il primo avviso (“Batteria al 20%”) è arrivato nel pomeriggio inoltrato del 21 settembre, all’incirca 48 ore dopo la prima carica completa, dopo una mattinata di utilizzo normale di iPhone (sporadici collegamenti alla rete, uso di Google Maps, prova di applicazioni varie scaricate dall’App Store, ascolto di un podcast da 50 minuti). Da notare che l’avviso di batteria al 20% non significa che iPhone si spegnerà di lì a poco; è semplicemente un avvertimento che, per usare un’immagine automobilistica, da adesso il serbatoio è in riserva. Così come in auto, quando siamo in riserva, possiamo ancora percorrere svariati chilometri, io ho continuato a usare iPhone. Dopo altre due ore, il secondo avviso: “Batteria al 10%”.

    Insomma, saranno le migliorie del firmware 2.1 (purtroppo non posso fare un confronto con le versioni precedenti, visto che ho subito aggiornato alla versione 2.1), però devo constatare che con un uso medio/intenso la batteria di iPhone è durata più di due giorni senza dover correre a ricaricare. Usando qualche accortezza, come spegnere il 3G quando non serve, o mettere iPhone in “Uso in Aereo” quando ci si trova in punti dove la ricezione è scarsa, la batteria dura di più. In questi giorni non uso iPhone molto intensamente e lo collego al Mac almeno una volta al giorno per la sincronizzazione dei dati, ma senza lasciarlo collegato per ricaricarsi, e la batteria mi sta durando da almeno sei giorni. Sono prestazioni che ritengo soddisfacenti.

    Un altro dato che forse può essere utile sapere: anche dopo un uso intenso, iPhone non scalda in maniera percepibile. Non si riesce a dire, dopo venti minuti con iPhone in mano, se il calore è dell’iPhone o della propria mano, per intenderci.

    Sul fatto che la batteria non sia rimovibile/sostituibile dall’utente, ribadisco la posizione che avevo anche prima di possedere iPhone: secondo me è meglio così. iPhone ne guadagna in estetica e robustezza: niente sportellini di plastichetta sul retro, che fanno sembrare scadente e ‘a buon mercato’ anche il cellulare più costoso e dal design ‘prezioso’. Gli iPod da quando esistono non hanno mai avuto una batteria sostituibile dall’utente, e non mi pare sia stato un grosso problema. L’iPod che ho comprato cinque anni fa ha ancora una discreta autonomia ed è ancora usabile. Certo, iPhone è altro, non lo si adopera solo quando si vuole ascoltar musica o vedere un filmato; deve poter stare acceso tutto il giorno, è anche cellulare, è predisposto a un utilizzo più completo e variegato e questi sono tutti fattori che incidono sulla vita della batteria. Ma se iPhone non è (solo) un iPod in questo senso, gli assomiglia molto nelle abitudini e nelle pratiche di ricarica. Se durante la giornata lo si collega almeno una volta al Mac o al PC per effettuare una sincronizzazione, per mettere/togliere musica, ecc., iPhone si ricarica; anche di poco, ma si ricarica. In altre parole, la necessità di avere una batteria di ricambio da poter inserire manualmente perché la prima si è esaurita e il telefono si è spento può essere sentita da chi lavora sempre fuori sede, passa molto tempo telefonando e contemporaneamente lontano da prese di corrente. Per l’aereo e l’auto ci sono appositi caricatori, e poi in aereo non si telefona; al più si ascolta musica o si vede un filmato. Insomma, mi pare che, scavando scavando, sui milioni di utenti di iPhone, il numero di persone per le quali la batteria rimovibile è una necessità, e quindi requisito indispensabile, non è così elevato da promuovere una simile scelta di progettazione. È vero, in tutti gli altri cellulari e smartphone la batteria si può facilmente cambiare e sono fatti così ‘perché non si sa mai’. Io ho avuto per le mani almeno una decina di telefoni in questi anni: mai avuto il bisogno di una seconda batteria. Non discuto che sia una comodità; esito però a definirla una necessità.

    Chi ritiene la batteria fissa di iPhone una grave mancanza, ha molte altre alternative fra cui scegliere. A ogni modo, lo ribadisco, la batteria di iPhone ha prestazioni soddisfacenti e, con un po’ di accortezza e organizzazione, è facile avere iPhone sempre a un livello di carica adeguato.

    Ed è tutto per questa puntata.

    Una settimana con iPhone

    Mele e appunti

    Non so neanche da dove cominciare.

    Un po’ perché iPhone è arrivato in un periodo lavorativamente pienissimo, e mi è toccato esplorarlo nelle mezz’ore di pausa. Un po’ perché, diciamolo, mettersi a ‘recensire’ iPhone dopo che Internet ne parla da un anno e nove mesi… è già stato scritto di tutto. Un po’ perché sono sinceramente entusiasmato.

    La tecnologia mi affascina, è innegabile, anche se in fondo al cuore sono essenzialmente un uomo analogico. Era tanto tempo che un nuovo oggetto tecnologico non mi entusiasmava così, però. Un simile sentimento lo avevo provato con il primo Mac, un Classic acquistato di seconda mano dopo aver faticosamente accumulato i risparmi necessari, e portato a casa in uno scatolone precario sotto un diluvio feroce di un passato novembre. E una contentezza paragonabile mi aveva afferrato il giorno che comprai il mio primo Mac nuovo, un iMac G3 Blueberry da 350 MHz. Con quell’iMac entravo per la prima volta in Internet da casa mia, e l’universo del Web a portata di browser era una piccola rivoluzione nella mia sfera privata. Ero infatti rimasto ostinatamente offline fino alla seconda metà del 1999, e conoscevo la realtà del Web attraverso le riviste di informatica e gli sporadici collegamenti da luoghi dove lavoravo o collaboravo.

    L’ultimo grande entusiasmo prima di iPhone è stato il Newton, comprato sei anni fa, di seconda mano, con parecchi accessori. Mi costò una cifra per me non indifferente, ma era in condizioni perfette, e non mi sono mai pentito di quell’acquisto.

    L’arrivo di quel Mac Classic prima, di quell’iMac blu, e infine del Newton, sono stati tutti eventi che, visti col senno di poi, hanno cambiato in maniera cospicua le mie abitudini. Con il Mac Classic iniziai a fare del DTP piuttosto serio (considerata l’epoca e i mezzi a disposizione); con l’iMac scoprii Internet; con il Newton la bellezza di avere un vero assistente personale digitale sempre con me, un blocco note elettronico e intelligente che riconosce la mia scrittura, che difficilmente mi lascia a piedi (con quattro pile alcaline dura una vita), e che continua a stupirmi per la sua longevità e per i continui possibili campi di applicazione.

    Questa premessa era necessaria per stabilire il contesto in cui, una settimana fa, entrava iPhone.

    E l’impatto è stato dello stesso tipo. Ma su questo ritorno più avanti. Ora, l’oggetto.

    Aperta la scatola, ne ho esplorato i contenuti. Apple ha ormai ridotto all’essenziale il suo packaging, rimpicciolendo costantemente e considerevolmente le confezioni dei prodotti. Mettendo a confronto la confezione di iPhone con quella del vecchio iPod 10 GB di terza generazione, la prima è grande circa 1/4 della seconda. In questo sforzo di sensibilità verso l’ambiente, nelle scatole sono stati ridotti al minimo gli spazi inutili e tutto è più compresso. Purtroppo però sono diminuiti anche gli accessori e, a essere proprio pignoli, si sente la mancanza di certi piccoli dettagli che contribuivano all’eleganza con cui il prodotto veniva presentato. Nella confezione del vecchio iPod si trovavano: manualetti cartacei, guida introduttiva e CD-ROM; due coppie di auricolari, rivestimenti spugnosi per gli auricolari, più i ricambi, cavo di collegamento al Mac con protezioni di plastica per entrambi i connettori, adattatore FireWire piccola (usata spesso sui PC dell’epoca) — FireWire normale, alimentatore. La confezione era ben congegnata, e spostando gli strati di polistirolo era tutta una scoperta di accessori. Ogni dettaglio, curatissimo (gli auricolari rigorosamente avvolti e imbustati, idem per i rivestimenti spugnosi, una bustina per ogni coppia).

    Apro la confezione di iPhone e, sollevato iPhone, ci sono quattro cosette tutte lì, compresse come sardine. Gli auricolari, avvolti e soffocati in un angolo (non imbustati), il cavo di collegamento al Mac (senza cappucci protettivi sui connettori), un pieghevole come guida introduttiva (beh, iPhone non necessita di un ‘manuale’ vero e proprio), il panno per pulire iPhone (carino, devo dire), e un mini dépliant della compagnia telefonica (ironico il messaggio sulla copertina con i soliti modelli sorridenti e falsi: “Ti stavamo aspettando”). Mi sarebbe piaciuto il Dock, così da tenere iPhone in posizione verticale quando lo collego al Mac. Mi sarebbero piaciuti degli auricolari con un aspetto meno ‘economico’ e fragile (magari non lo sono, però lasciano un po’ delusi). Pazienza, l’importante era che iPhone non deludesse, e non ha deluso.

    Fenomenale il ferretto per estrarre l’alloggiamento in cui sistemare la SIM; peccato che non sia molto semplice né intuitivo. Il foro è piccolo, le mani tremano, si ha paura di rompere qualcosa, e la slitta in cui inserire la SIM ha un aspetto davvero fragile. Questa è a mio parere l’unica pecca nel design fisico di iPhone. Il dispositivo si maneggia eccezionalmente bene, tutto è ben calibrato e la sensazione è di avere in mano qualcosa di solido, ben ingegnerizzato e costruito. Per questo mi aspettavo una slitta metallica, robusta, che fuoriuscisse morbidamente premendo nella piccola cavità con il ferretto. Suppongo che non sia stato ritenuto necessario, visto che non stiamo tutto il giorno a togliere e mettere la SIM.

    Lanciato iTunes 8 sul PowerBook, collegato iPhone, tutto è andato a meraviglia. La batteria, quasi a zero, ha cominciato a caricarsi, e quando ha raggiunto una carica sufficiente, iPhone si è svegliato. Inserito il codice PIN, iPhone mi ha presentato l’ormai iconica schermata di inizio e iTunes lo ha riconosciuto. In meno di un’ora iPhone era personalizzato, con un po’ di musica dentro, e qualche applicazione gratuita che avevo scaricato dall’App Store ancor prima di acquistare iPhone.

    Non sono un fan della sincronizzazione automatica, e in iTunes ho subito impostato la gestione manuale della musica; per le foto credevo fosse necessario passare da iPhoto, e visto che non lo uso mi sembrava un inconveniente. Invece è possibile specificare una cartella qualsiasi sul Mac da cui importare foto nell’iPhone. La situazione Contatti era un macello. Parrà strano, ma non ho mai usato veramente Rubrica Indirizzi; l’ho sincronizzata una volta con la rubrica del mio SonyEricsson K700i, e il risultato è stato seccante (prevedibile, ma seccante lo stesso): voci raddoppiate o triplicate, con schede in cui appariva solo l’email, altre in cui veniva visualizzato solo il telefono, e via dicendo. Di un contatto avevo persino cinque schede: una con una vecchia email, una con l’email attuale, un’altra quasi completa (che mi aveva inviato per email il contatto stesso), un’altra con il numero di cellulare, e l’ultima con il numero dell’ufficio.

    Mi sono messo di buona lena, ho creato un gruppo “Phone”, e delle 457 schede ho fatto una scrematura da giudizio universale, fino a ritrovarmi con una sessantina di contatti utili e completi di recapito. Alcuni pure con la foto personalizzata. Fatto questo, ho detto a iTunes di sincronizzare solo quel sottogruppo di contatti. Per il resto — segnalibri di Safari, account Mail, calendari iCal, Applicazioni, podcast — ho lasciato tutto su automatico. È in effetti molto comodo avere una situazione aggiornata ogni volta che si collega iPhone al Mac.

    Dato che in casa abbiamo già da alcuni mesi un iPod touch, usare l’interfaccia di iPhone non mi ha riservato grosse sorprese. La tastiera a video è perfetta per le mie dita affusolate. Ogni tanto mi parte qualche lettera a caso perché tendo a mantenere il polpastrello un po’ troppo vicino allo schermo quando digito, ma sono sciocchezze. In genere scrivo velocemente, anche usando solo il pollice destro, e iPhone è preciso per il 99% dei casi. Visto che in rubrica ho contatti internazionali, e che potrei trovarmi a scrivere SMS in italiano, spagnolo e inglese, è davvero provvidenziale il pannello per selezionare le tastiere internazionali. Prima di comporre il messaggio (o di scrivere in altri punti di iPhone come in Google Maps), pigio il pulsante con l’icona del mondo, e tastiera e correttore ortografico cambiano a seconda della lingua scelta.

    Scrivendo i primi SMS ho subito notato l’abisso che separa iPhone dai vecchi cellulari che ho posseduto. Niente T9, niente schiacciare una-due-tre-quattro volte un tasto per scrivere una lettera, né schiacciare sei o sette volte per ottenere un simbolo (che poi non ti ricordi mai: sono quattro volte per il punto esclamativo oppure cinque?). Nei miei vecchi telefoni, il supporto lingue era limitato. I SonyEricsson K700i e lo Z310i che ho acquistato qui in Spagna, per esempio, supportano solo lo spagnolo, l’inglese, il francese e il portoghese. Quindi per scrivere SMS in italiano ci mettevo un certo tempo. Con iPhone è semplicemente una bellezza.

    A onor del vero, la sezione SMS di iPhone è piuttosto spartana e le opzioni limitate. Non è possibile vedere i dettagli di un singolo SMS. Non è possibile cancellare singolarmente gli SMS: in iPhone gli scambi di messaggi con un contatto vengono visti come ‘conversazioni’ e appaiono proprio come in iChat; l’unica opzione è cancellare l’intero scambio di messaggi con una persona, quando magari ne vogliamo conservare solo un messaggino (perché contiene un’informazione importante). Ma questo, in realtà, è un falso problema. Mentre nei cellulari del passato era sempre necessario far pulizia per evitare che il pochissimo spazio di archiviazione si riempisse, con iPhone è più naturale conservare, vista la capienza del dispositivo.

    MobileMail e MobileSafari, benone. In MobileSafari non mi ero mai accorto che si potessero leggere i feed RSS come nel Safari da scrivania. Quando voglio leggere i riassunti degli articoli dei siti che ho nei bookmark vengo reindirizzato a reader.mac.com e l’interfaccia è pressoché identica al lettore feed di Safari sul Mac. In Mail ho importato i settaggi dei miei tre account principali ed è semplicissimo leggere e scrivere email. Una mancanza che a me pare seria è il fatto che non si possano selezionare più email e marcarle come già lette. Le uniche opzioni con una selezione multipla sono Cancellare e Spostare. Mentre a volte è più comodo, semplicemente, segnare 5 o 6 messaggi come già letti per non doverli passare tutti in rassegna. Per il resto, niente da dire: l’esperienza è scorrevole e piacevole, l’interfaccia ben congegnata.

    La fotocamera: da quel che avevo letto sul Web finora, mi aspettavo prestazioni peggiori. Certo, non è una fotocamera digitale seria, ma non vuole esserlo. In buone condizioni di luce la qualità delle foto è onesta, e sono venute bene persino foto scattate in movimento. In scarse condizioni di luce, il degrado è sensibile, ma ho visto di peggio e anche in fotocamere ‘di marca’. Quando la luce è artificiale, il bilanciamento del bianco è discreto, e la luce viene interpretata abbastanza correttamente; in altre parole, scattando una foto in una stanza dalle pareti bianche ma con illuminazione a lampadina incandescente, nella foto non si vedono le pareti giallastre e i colori alterati.

    Delle altre applicazioni non ho granché da dire: fanno quello che ci si aspetta. Google Maps è utile. YouTube l’ho aperto una volta. Idem per il widget della borsa. Carino il widget del tempo meteorologico. Eccetera.

    Prima parlavo dell’impatto che ha avuto iPhone nella sfera personale. In breve, se lo si approccia a mente aperta, non irrigiditi da abitudini stratificate dopo mesi o anni con i vecchi cellulari, allora iPhone fa davvero la differenza. Io continuo a stupirmi, quando torno al SonyEricsson K700i (che ha la SIM italiana), di come l’interfaccia sia antiquata e anti-intuitiva. Del tempo necessario per trovare opzioni, per scrivere un messaggio, per cambiare un’impostazione. Le cose le trovo perché sono sequenze memorizzate, ma quando mi fermo ad analizzare queste sequenze, e vedo iPhone e la metafora della sua interfaccia, dove tutto è a portata di mano, dispiegato come una mappa davanti agli occhi, beh, mi accorgo che iPhone è un altro mondo. Quello giusto, dove le cose sono semplici e funzionano.

    L’uso di iPhone ha subito cambiato il rapporto che avevo con i cellulari precedenti. Prima spesso uscivo di casa dimenticando il telefono, oppure lasciandolo volontariamente perché era un peso. A volte lo dimenticavo spento o scarico. Adesso iPhone è sempre con me. Per l’ ”assistenza personale digitale” è un computer da tasca. L’altra mattina facevo colazione con mia moglie in un caffè vicino a dove lavora, sempre all’interno del perimetro del Politecnico di Valencia. Questo significa avere copertura Wi-Fi. Stavamo bevendo il caffè e Carmen mi dice: “Dopo pranzo devo andare a cercare un’ottica per comprare il detergente per le lenti a contatto, ma non ricordo se ce n’è una vicino a casa nostra”. Prendo iPhone. Google Maps. Cerco “ottica”, scendono 5 puntine sulla zona in cui ci troviamo. “Ah sì, l’ottica Taldeitali”, dice Carmen, “Mi ero dimenticata, è proprio a 500 metri da casa”. Non è il nuovo spot di iPhone, ma una cosa naturale. Almeno, adesso pare naturale, e uno si chiede come diavolo facesse prima.

    L’uso di iPhone mi ha portato da subito a rivalutare e utilizzare due applicazioni che sul mio Mac stavano prendendo ragnatele da quando esistono in Mac OS X: Rubrica Indirizzi e iCal. Della prima ho già parlato. iCal adesso per me ha un senso, perché lo sincronizzo con iPhone. I promemoria, gli appuntamenti, le cose da ricordare che immetto in iPhone mentre sono fuori casa ora si sincronizzano con il Mac. Prima non usavo iCal perché come applicazione a sé stante non mi serviva a molto, e facevo prima ad appuntarmi le scadenze su un foglietto oppure sul Newton. Ora, con l’integrazione e con MobileMe, è un’altra cosa.

    Adesso, quando esco di casa e mi metto in tasca iPhone, non ho più la sensazione di essermi dimenticato qualcosa; anzi, mi porto dietro tutto: musica, il Web, la posta, gli appunti, i passatempi, le notizie, le mappe stradali, Twitter, libri elettronici… Tornare indietro è impensabile.

    Ah, e in una settimana non ho mai sentito il bisogno del copia-e-incolla.

    Ecco, queste le impressioni e le considerazioni generali dopo la prima settimana di utilizzo di iPhone. In futuro, continuerò ad aggiornare il blog con approfondimenti e considerazioni ulteriori e più specifiche. E sono a disposizione per domande e curiosità.

    App Store: che sia il mercato a decidere

    Mele e appunti

    iPhone App Store: Let the Market Decide: Per proseguire sui temi del mio post di ieri, ecco un’analisi molto acuta sull’App Store da parte di Wil Shipley (l’autore di Delicious Library, per intenderci).

    Shipley riesce a sintetizzare molto bene il perché Apple dovrebbe permettere la concorrenza diretta con le proprie applicazioni per iPhone:

    Spiegare il perché dovrebbero esistere applicazioni concorrenti è semplice: (1) Se gli utenti si servono dell’applicazione di terze parti, è ovvio che questa offre delle funzionalità non fornite dal software di Apple. (2) Se gli utenti non utilizzano l’applicazione di terze parti, essa verrà progressivamente dimenticata e abbandonata, e nessuno si è fatto male.

    Come risolvere il problema dell’App Store così com’è ora? Ecco, in sostanza, la proposta di Shipley (che condivido appieno):

    L’App Store deve considerarsi diviso in due parti; tali parti vengono già implementate, ma quelli che gestiscono lo Store devono comprendere che dette parti sono fondamentalmente separate:

    • La Prima Parte è un enorme capannone, in cui ogni software che non rappresenta una vera minaccia viene conservato nel caso qualcuno voglia acquistarlo (ricordate, gli utenti possono sempre ottenere un rimborso). In questo capannone è possibile effettuare ricerche sui contenuti, mediante titoli e parole chiave, oppure attraverso un link diretto all’applicazione.
    • La Seconda Parte è come una vetrina tradizionale, in cui lo spazio a disposizione è limitato, e perciò viene dato rilievo solo alle applicazioni più belle e più toste. È un motore di consigli e segnalazioni che dà risalto ad applicazioni molto diffuse, ai programmi meglio considerati e votati, alle applicazioni innovative.
    • Tutti possono entrare nel capannone. Ma solo la ‘crema’ riesce ad arrivare alla vetrina. 

    Se siete ferrati con l’inglese, tutto il post di Shipley merita una lettura.

    MailWrangler, altra applicazione respinta dall'App Store

    Mele e appunti

    Daring Fireball Linked List: MailWrangler, Gmail-Specific Email Client Rejected From App Store: John Gruber è sintetico al punto giusto:

    Angelo DiNardi ha scritto un’applicazione per iPhone chiamata MailWrangler. Si tratta di un wrapper WebKit dell’interfaccia Web ottimizzata per iPhone di Gmail, e aggiunge il supporto di account Gmail multipli. Ha inviato l’applicazione ad Apple il 17 luglio, e sei settimane dopo ha ricevuto questa risposta da Apple, che ha respinto MailWrangler dall’App Store:

    La sua applicazione duplica la funzionalità dell’applicazione Mail di iPhone senza offrire una sufficiente differenziazione o funzionalità aggiuntive, e questo genera confusione nell’utente.

    Tutto questo è deprimente. Circa una settimana fa, sulla scia della vicenda di Podcaster, un altro sviluppatore iPhone mi ha detto che un suo amico in Apple gli ha sconsigliato di mettersi al lavoro su un client di posta per iPhone — ché le alternative a MobileMail non verranno ammesse nell’App Store.

    MailWrangler presenta un’interfaccia decisamente diversa (ma sempre in pieno stile iPhone) da MobileMail. E mentre è possibile utilizzare MobileSafari per accedere all’interfaccia Web di Gmail per iPhone (che è la stessa interfaccia presentata da MailWrangler), con MobileSafari è necessario effettuare il Logout e poi di nuovo il Login per ogni account Gmail che si vuole controllare. MailWrangler sembra proprio un’ottima applicazione per chi ha svariati account Gmail e preferisce l’interfaccia Web ottimizzata per iPhone rispetto a quella fornita da MobileMail.

    Nel finesettimana mi sono arrivate un paio di email da parte di lettori del mio blog; entrambi mi chiedevano un parere sulla faccenda “Apple e le applicazioni respinte dall’App Store”. Colgo l’occasione quindi per buttare nel piatto i miei due centesimi.

    Osservando la situazione dall’esterno, la prima impressione che ne ho tratto è che il dialogo fra Apple e gli sviluppatori assomiglia a quel buffo film con Gene Wilder e Richard Pryor, in cui gli attori impersonavano un sordo e un cieco. La comunità degli sviluppatori e dei blogger ‘tecnici’ che li appoggiano mi pare ultimamente un po’ piagnucolosa. DiNardi nel suo blog conclude dicendo:

    La quantità di applicazioni merdose nell’App Store è impressionante, e Apple blocca la mia, che invece funziona bene.

    Per che cosa ho pagato io? Ah, sì, per avere a che fare con l’incasinata burocrazia di Apple. Forse è meglio che mi metta a scrivere l’ennesima applicazione ‘lampada tascabile’ se voglio essere davvero pubblicato. Sembra che siano queste le uniche applicazioni che Apple voglia nel suo store.

    È chiaro che DiNardi è frustrato e la sua affermazione iperbolica, ma visto che non è il solo a pensarla così, per curiosità sono entrato nell’App Store USA e ho cercato “flashlight” e “glowstick”; per “flashlight” i risultati sono stati 16, per “glowstick” nessuno. E fra quei 16 risultati c’erano applicazioni che non svolgono funzioni di lampada tascabile. Su migliaia di applicazioni presenti in App Store, sono ben lontane dall’essere la maggioranza.

    Sofismi a parte. Gli sviluppatori criticano aspramente Apple per come sta gestendo l’App Store, sostenendo che il suo è un approccio dispotico, monopolistico, che soffoca la concorrenza. Nei commenti al post di DiNardi si possono leggere i soliti interventi: che è una vergogna, che DiNardi dovrebbe rilasciare l’applicazione nel circuito Cydia per gli iPhone jailbroken, che DiNardi dovrebbe passare a sviluppare per la piattaforma Android, eccetera. Guardiamo un istante sia Podcaster (altra applicazione recentemente rifiutata da Apple e che ha sollevato un gran polverone), che MailWrangler. Entrambe mettono i bastoni fra le ruote ad Apple, più o meno direttamente. Se installassi e utilizzassi Podcaster (se funziona bene come si dice), potrei fare a meno di usare iTunes sul Mac per iscrivermi, scaricare e sincronizzare i podcast. È chiaro che Apple, fra le due alternative, preferisce la sua. Con MailWrangler (se funziona bene come si dice), potrei evitare di usare MobileMail su iPhone per scaricare la posta sui miei account Gmail. È chiaro che Apple, fra le due alternative, preferisce che si faccia uso di MobileMail.

    L’App Store è un ecosistema circoscritto, regolato da Apple. Si possono fare mille discorsi sul libero mercato e la libera concorrenza, ma si deve sempre tenere presente che l’App Store — piaccia o no — è un ecosistema circoscritto, regolato da Apple. Se McDonald’s aprisse un centro commerciale, e una piccola impresa di fast food (o una paninoteca, o comunque un negozio che offra spuntini al volo) facesse richiesta di aprire un’attività in questo centro commerciale, ci si stupirebbe davvero della risposta negativa di McDonald’s?

    Sviluppare per Mac e sviluppare per iPhone sono due cose molto diverse, anche se entrambe le piattaforme sono di Apple. Per Mac chiunque può scrivere software e distribuirlo con i propri mezzi, indipendentemente e in un’ottica di libera concorrenza (basti guardare la ridda di editor di testo, word processor, programmini di grafica, utilità per catturare schermate, trasferire file, ecc.); per iPhone, considerato che molti utenti di iPhone non sono necessariamente dei nerd; considerato il modello di distribuzione delle applicazioni (App Store); considerati i paletti che Apple enumera nell’accordo dello SDK di iPhone; considerato che Apple fornisce l’intera struttura di mantenimento (hosting) e distribuzione di un’applicazione, è chiaro che esistano filtri e controlli più ristretti. È da ingenui pensare che tutto sia ammesso. Come è da ingenui, a mio avviso, scrivere applicazioni che in qualche modo vanno a sovrapporsi a programmi e/o servizi che Apple già fornisce, e pensare di essere accolti a braccia aperte nell’App Store. Lamentarsi dei soldi e del tempo perduto è comprensibile, tuttavia è un rischio che lo sviluppatore sceglie di affrontare quando accetta l’accordo dello SDK di iPhone.

    In caso di rifiuto, lo sviluppatore dovrebbe sforzarsi di cercare un dialogo con Apple, vedere se è possibile fare modifiche all’applicazione, e proporla di nuovo. Fare chiasso su Internet serve certamente a sensibilizzare l’opinione pubblica e ad attirare l’attenzione sul problema, ma intanto l’applicazione rimane respinta e si crea un’atmosfera pesante, che non giova a nessuno. Apple, dal canto suo, dovrebbe cercare di porre rimedio alla questione, perché se da un lato è ammissibile che vi siano delle regole per entrare nell’App Store, dall’altro è importante essere rigorosi senza dare la spiacevole sensazione di arbitrarietà nel vagliare le applicazioni. La sezione 3.3 dell’accordo dello SDK di iPhone va rivista — occorre specificare il più possibile i requisiti necessari affinché un’applicazione possa essere inclusa nell’App Store. Se questo non fosse possibile, sarebbe quantomeno auspicabile inviare agli sviluppatori delle risposte più trasparenti e articolate, evidenziando nei dettagli il perché la tale applicazione è stata respinta. Altrimenti, come dicevo, l’impressione che se ne ricava è quella peggiore, ossia di arbitrarietà più totale: questo genera parecchia incertezza, perché i responsi di Apple appaiono vaghi e ingiustificati, e non motivati da basi solide e inappellabili.

    iPhone è una piattaforma eccezionale e dalle potenzialità spaventose: basta possedere un iPhone da tre giorni per accorgersene. L’App Store è un bimbo di poco più di due mesi, e Apple sta facendo la figura della mammina giovane e inesperta. Apple deve coltivare la piattaforma iPhone al meglio, e l’ultima cosa che deve andare a cercarsi è l’ostilità degli sviluppatori. Gli sviluppatori e i blogger in generale dovrebbero provare a fare meno chiasso e a non inasprire la situazione ogni volta che un’applicazione non ce la fa. Io credo che un dialogo più aperto da entrambe le parti faccia bene a tutti: ad Apple, ai programmatori, e agli utenti finali.

    Il mito del monopolio di iPhone

    Mele e appunti

    The iPhone Monopoly Myth — RoughlyDrafted Magazine: Segnalo questo articolo di Daniel Eran Dilger sul presunto monopolio di Apple nell’ambito della piattaforma mobile iPhone. Il pezzo è piuttosto lungo, e mi piacerebbe avere il tempo per tradurlo interamente; mi limiterò alle parti che preferisco e che più condivido con Dilger.

    Lascio la parola a Dilger per introdurre il tema trattato:

    Dopo aver inizialmente respinto l’idea per cui Apple non avrebbe mai potuto farsi strada attraverso la concorrenza agguerrita né quindi riuscire ad avere alcun impatto significativo nell’industria degli smartphone, i vari opinionisti di tecnologia adesso sono sconvolti del fatto che Apple in questo settore stia gestendo i propri affari come meglio crede. I critici accusano Apple sostenendo che iPhone e lo store per acquistarne il software siano sostanzialmente un monopolio e una restrizione del libero commercio. Hanno torto, e vi spiego perché.

    Dilger inizia il suo pezzo ripercorrendo la storia di iPhone fin dal suo annuncio ai primi del 2007, ricordando come in molti accolsero con “risate di condiscendenza” la notizia dell’intenzione da parte di Apple di entrare nel territorio della telefonia mobile con iPhone. Molti erano sicuri che Apple sarebbe andata incontro a un fiasco (citato il CEO di Palm, Ed Colligan, che fece la storica dichiarazione: Apple non sarà in grado di capire come posizionare iPhone. Non può semplicemente farsi avanti e avere successo nel segmento degli smartphone da un giorno all’altro), altri parlavano male di iPhone ancor prima di averlo visto o provato, come Rob Enderle.

    Dilger ricorda come le critiche a iPhone continuarono anche dopo il lancio ufficiale, eppure iPhone ha avuto un enorme successo e Apple è riuscita a fare quel che il succitato CEO di Palm riteneva improbabile: nel primo trimestre di debutto di iPhone negli Stati Uniti è diventato il modello di smartphone più venduto, spingendo da una parte Palm e Windows Mobile per arrivare a essere la seconda piattaforma smartphone in tutto il Nordamerica, dopo RIM.

    Con il lancio di iPhone 3G, continua Dilger, il business di Apple in questo settore ha subito una notevole accelerazione, vendendo fin dal principio milioni di unità. E contestualmente al nuovo iPhone è stato inaugurato lo App Store, che si è presto rivelata un’altra mossa azzeccata di Apple. Non solo ha contribuito a far perdere terreno alle piattaforme degli smartphone della concorrenza, scrive Dilger, ha anche soffiato nuova vita nel già florido mercato di Apple, con 100 milioni di download in solo due mesi, una crescita quattro volte più veloce della vendita di brani nell’iTunes Store.

    […] Tutto questo ha ovviamente fatto infuriare i detrattori di iPhone. La stessa gente che aveva detto che iPhone non avrebbe mai decollato adesso sta cercando di insinuare che iPhone rappresenta un monopolio che soffoca il commercio. 

    Dilger continua ricordando come Microsoft sia arrivata ad assumere una posizione monopolistica nel mercato dei PC e di come ne abbia abusato. Poi passa ad analizzare la situazione di Apple, tracciando le dovute differenze.

    Apple ha dimostrato come scrivendo il proprio software sia in grado di realizzare prodotti migliori che il mercato consumer preferisce alle scelte dettate da Microsoft ai costruttori di hardware, assogettati al monopolio di Microsoft nel settore del software. Apple non può istituire un simile monopolio nell’ambito dei lettori MP3, dei telefoni o dei personal computer a meno di non copiare ciò che ha fatto Microsoft licenziando il proprio software al resto dell’industria. Apple non ha mostrato alcun interesse ad agire in questa direzione.

    Pertanto, l’ultimo sistema con cui Apple potrebbe monopolizzare uno qualsiasi di quei mercati sarebbe vendere così tanto da spingere al fallimento tutti i suoi concorrenti nell’industria dei PC e dell’elettronica di consumo. È molto improbabile che accada una cosa del genere.

    In un libero mercato, con una concorrenza, è raro che i monopoli durino a lungo poiché vi saranno sempre dei concorrenti che porteranno maggiore innovazione o prezzi più ridotti, impedendo a un’azienda di prendere il sopravvento o di detenere il totale controllo per un certo periodo di tempo.

    Il monopolio di Microsoft nell’ambito PC è esistito negli ultimi vent’anni perché sovvertiva il mercato impedendo a qualsiasi concorrente di competere con essa, e perché obbligava per contratto i propri partner a non competere, né direttamente né indirettamente. I principali ‘concorrenti’ di Windows e Office su piattaforma PC sono entità libere create da volontari: Linux e OpenOffice. Non si tratta di un mercato funzionale.

    Per contrasto, Apple compete contro aziende molto più grandi di essa nel mercato dei personal computer sia statunitense che mondiale, e compete contro compagnie ancora più grandi e potenti nell’industria dell’elettronica di consumo — da Sony a Samsung a Nokia. Apple non potrà mai portare al totale fallimento aziende come queste. Per cui è ridicolo sostenere che Apple abbia un monopolio [stile Microsoft] nell’ambito degli iPod o degli iPhone. La situazione è ben diversa da quella di Microsoft. 

    Nel paragrafo intitolato Apple’s Product Control, Dilger continua:

    In quanto concorrente fra i produttori di hardware, Apple controlla certamente i propri prodotti. Non licenzia i sistemi operativi di iPod e iPhone ai ‘clonatori’. E ha scelto di non licenziare o supportare piattaforme software concorrenti, quali WMP di Microsoft, Flash di Adobe o Java ME di Sun. Esercita inoltre uno stretto controllo sul suo App Store, rifiutandosi di pubblicare materiale che giudica non professionale, che non rispetta le sue linee guida per l’interfaccia, e che in qualche modo sia lesivo del suo business model.

    Le decisioni di Apple sono ovviamente discutibili secondo Microsoft, che avrebbe disperatamente voluto integrare ed estendere iPod facendolo diventare un dispositivo WMP con PlaysForSure e superare il successo di Apple nello stesso modo in cui ha trangugiato Java e OpenGL per vomitarne ossa ben pulite e alternative proprietarie.

    Anche ad Adobe le scelte di Apple danno sui nervi; Adobe, che prima non le è mai importato abbastanza per sfornare una versione decente di Flash Player per il Mac, ma che adesso vuole entrare disperatamente nella piattaforma iPhone perché Apple ha fatto in modo che il Web sui dispositivi mobili possa fare a meno di Flash. Anche per gli sviluppatori le decisioni di Apple sono dure, perché vorrebbero tutti spadroneggiare nella piattaforma di Apple e circoscriversi un accesso riservato a uno sviluppo di applicazioni libero da concorrenza.

    E poi, il punto cruciale, che ben riassume la questione:

    In realtà, Apple si è guadagnata il proprio successo, non perché il destino le ha affidato un monopolio da utilizzare come arma per fermare la concorrenza, ma per essere entrata davvero in competizione per produrre e distribuire un prodotto migliore.

    […] In ogni caso, come BMW non è obbligata a fornire in licenza alle case costruttrici cinesi i progetti delle sue automobili, né deve per forza vendere le autoradio prodotte da qualunque azienda che voglia introdurre i suoi prodotti in ogni nuova BMW, analogamente Apple non ha alcun obbligo morale a concedere il successo ad altre compagnie. Ha già fornito loro un esempio di come attaccare efficacemente i monopoli altrui e vincerli. Se gli altri non sanno competere, è un problema loro. 

    * * *

    E per concludere con una nota più leggera, ma sempre in tema, ho finalmente per le mani il mio nuovo iPhone 3G! iTunes ha appena finito di installare il nuovo firmware 2.1. Nei prossimi giorni, come già feci con Leopard, inizierò a redigere il mio ‘diario di bordo mobile’.