Nuovo vecchio articolo sul futuro della privacy

Mele e appunti

Modern Mechanix: The National Data Center And Personal Privacy: Ho scoperto questo articolo traducendo come di consueto CryptoGram, la newsletter mensile dell’esperto di sicurezza Bruce Schneier. Segnalando l’articolo, Schneier scrive:

Un articolo dell’Atlantic del 1967 che dimostra una paurosa preveggenza sul futuro della privacy delle informazioni e della sicurezza. Presenta tutte le argomentazioni base per controlli più severi sulla raccolta di informazioni personali, ed è straordinariamente accurato nelle sue predizioni sul futuro sviluppo e importanza dei computer, e sui vari modi utilizzati dal governo per abusarne. Una lettura obbligata.

Oltretutto è stato molto piacevole, con l’occasione, scoprire il sito Modern Mechanix: raccoglie scansioni e trascrizioni di articoli provenienti da svariate riviste del passato, che vengono poi ordinati in numerose categorie. Si trova di tutto: Scienza, Pubblicità, Storia, Medicina, Curiosità… La mia sezione preferita è Ahead of its time, dove si trovano contributi (come quello segnalato sopra) sorprendentemente moderni per l’epoca in cui sono stati scritti. Per quelli a cui piace il genere, Modern Mechanix è una miniera di letture interessanti e curiose. (In inglese, ovviamente.)

Un mestiere difficile

Mele e appunti

Steven Poole: Free your mind: Il bravo Steven Poole ha qualche osservazione da fare sul difficile mestiere di chi scrive professionalmente, specie quando c’è di mezzo Internet, la libera distribuzione, l’annosa questione del copyright, e così via. È da molto tempo che pensavo di scrivere qualcosa a riguardo sul mio blog, data l’affinità professionale, e Poole è riuscito a concentrare i punti più cruciali con buona sintesi e centrando più volte il bersaglio. Consiglio la lettura integrale dell’articolo, e anche di mettere questo autore fra i bookmark, già che ci siamo. Mi permetto di tradurre i passaggi che hanno suscitato la mia massima empatia.

Anzitutto, Poole introduce un evento che funge da premessa al suo post:

Alla fine dell’anno scorso ho deciso di regalare il mio libro, Trigger Happy, in formato PDF libero da DRM. Ho definito l’operazione “una sorta di esperimento”; dopo più di trentamila download, è arrivato il momento di fare quattro conti. 

Poole racconta di come l’operazione sia stata un successo, dell’attenzione riservata a un libro pubblicato ormai 8 anni fa e, di conseguenza, dell’attenzione che ha attratto il suo sito; è stata una buona pubblicità, che forse ha portato alla vendita di qualche copia cartacea in più, e che sicuramente farà in modo che qualche persona in più presti attenzione ai suoi prossimi libri facendo un giro in libreria.

Malgrado non l’abbia fatto per i soldi, ero anche interessato, naturalmente, a mettere alla prova il concetto di regalare un prodotto e di permettere alle persone di esprimere liberamente il proprio gradimento. Così ho inserito un pulsante PayPal sotto il link per il download. Secondo quanto affermano alcuni, questo dovrebbe essere un nuovo fantastico business model per scrittori e altri creativi nell’èra di Internet, giusto?

Ehm, non tanto. Le persone che hanno lasciato una donazione dopo aver scaricato Trigger Happy sono state, in proporzione, 1 su 1.750, ossia lo 0,057%. Sono grato a ognuna di loro, indubbiamente, anche se mi hanno molto divertito quelli che hanno donato 0,01 dollari: si sono sobbarcati tutta una serie di clic quando forse facevano prima a scrivere semplicemente “vaffanculo” nei commenti.

È certo, quindi, che questo non può essere affatto un business plan. Tuttavia sono in molti a insistere che tutto il lavoro creativo debba essere distribuito/regalato così. Molti idealisti fra i commentatori hanno lodato la mia iniziativa come esempio del vero spirito della distribuzione libera del sapere. Anche se ammiro e condivido tutto ciò a livello di principio utopistico, mi dà ancora qualche problema nel mondo reale. Perché, sapete, si tratta di quel che faccio per vivere.

Non mi piace il termine “professionale” / “professionista”, troppo abusato in ogni campo e a ogni livello al giorno d’oggi; però io sono uno scrittore professionista. Nel senso che lo scrivere, e solo quello, è ciò che mette un tetto sopra la mia testa e mi dà il pane quotidiano. Come ha suggerito un commentatore, può darsi che sia il termine “copyright” stesso a indisporre la gente; magari ci sarebbero reazioni diverse se lo si cambiasse in “righttoeat” [= “diritto di mangiare”]

Se gli accaniti sostenitori della “libera distribuzione delle idee” fanno sul serio, dovrebbero a) elaborare una proposta realistica che risolva il problema di come io possa continuare a vivere mentre regalo i frutti del mio lavoro a destra e a manca; oppure b) sbilanciarsi e dichiarare onestamente che non credono che una figura come lo “scrittore professionista” debba esistere, e che io dovrei cercarmi un “lavoro vero” come tutti gli altri. In un certo senso, i sostenitori della seconda ipotesi avrebbero anche il mio rispetto. Però non rispetto le persone che non riescono a capire che le strade sono solo queste [due].

Più oltre, dopo aver fatto un paragone con musica e musicisti, ed aver menzionato gli egregi esempi di auto-pubblicazione e distribuzione di Radiohead e Nine Inch Nails:

Per tornare al rapporto fra libri tradizionalmente pubblicati e i loro equivalenti in formato elettronico: il bello è che oggi i download di un e‑libro non cannibalizzano le vendite dello stesso in formato cartaceo; al contrario, le stimolano. […]

Ma se verrà un giorno in cui la maggior parte delle letture si faranno attraverso dispositivi elettronici, l’equazione cambierà sensibilmente. Distribuire il proprio lavoro nello stesso formato in cui si spera di venderlo è un gioco pericoloso, se si spera sempre di portare a casa la pagnotta. E se in futuro i libri verranno distribuiti primariamente come edizioni elettroniche libere da DRM, allora gli scrittori non avranno più scelta. La gestione dei diritti digitali su Kindle di Amazon, in cui i tuoi “libri” sono perennemente legati a quello specifico dispositivo e alle sue future incarnazioni, e non è nemmeno possibile prestare un libro a un amico, è stupidamente restrittiva. Ma il “libero per tutti” è davvero l’alternativa migliore? Molte persone hanno pagato gli album dei Radiohead e dei Nine Inch Nails, anche se in breve tempo era possibile scaricarne gratuitamente delle copie illegali. Ma forse chi ha pagato era già un fan dei Radiohead e dei Nine Inch Nails. Quando si tratta di scommettere su un nuovo artista, saranno così in tanti a scegliere di dare un contributo per un prodotto che non è necessario pagare?

* * * * *

La mia posizione, in quanto scrittore e traduttore professionista, è analoga a quella di Poole. La mia attività di libero professionista ha alcuni vantaggi rispetto a quella del lavoratore dipendente: se non altro sono io a decidere quando, come, dove e per quanto lavorare. Rovescio della medaglia: se manca una personale disciplina oraria, si può finire facilmente lavorando più ore per guadagnare comunque meno del previsto. Ma quel che è veramente frustrante è il far capire alla clientela che io faccio questo lavoro per vivere, e che non sono un ricco figlio di papà che scrive articoli e si imbarca in progetti di traduzione per non annoiarsi durante le lunghe ore della giornata. Quel che è frustrante, nella situazione odierna, è far capire che otto/dieci ore passate davanti a uno schermo a tradurre pagine e pagine di un libro sulla programmazione hanno la stessa dignità di otto/dieci ore passate in fabbrica sui torni. Uno è un lavoro mentale, l’altro fisico, ma è sempre lavoro, e se fatto con qualità deve essere pagato di conseguenza.

Oggi invece in qualsiasi proposta di progetto o collaborazione, che il cliente sia vecchio o nuovo, l’andazzo non varia: “ho bisogno il lavoro con urgenza” da una parte, e “il preventivo è troppo alto; possiamo scendere un po’?” dall’altra. E si avverte sempre quel vago sentore che il cliente ti consideri come qualcuno che, standosene seduto al computer tutto il giorno, non fa un ‘lavoro vero’. Perché quindi pagarlo come se fosse un ‘lavoratore vero’? O, in alternativa, perché pagarlo in maniera sollecita, alla consegna del lavoro, o — orrore — anticipargli una quota? Esistono categorie professionali in cui il lavoratore autonomo si fa pagare anche il preventivo. Le consulenze si pagano. Le uscite si pagano. Il disturbo si paga. La mia professionalità (mi scuso dell’ennesimo abuso del termine), che per me significa mettere le mie conoscenze e la mia esperienza a frutto in un certo progetto e/o collaborazione, si paga. Seguendo la logica di molti clienti che ho incontrato sulla mia strada (non tutti, ci sono sempre le belle eccezioni), io dovrei letteralmente regalare ore di lavoro, perché tutti vogliono il progetto pronto per lunedì, tutti esigono priorità assoluta e tutti vogliono pagare poco.

Come Poole esorta i sostenitori della ‘libera distribuzione delle idee’ a elaborare una proposta realistica che risolva il problema di come lui possa continuare a vivere mentre regala i frutti del suo lavoro a destra e a manca, io esorterei queste persone a fare lo stesso.

Tutto meravigliosamente soggettivo

Mele e appunti

Steve Yegge: Settling the OS X focus-follows-mouse debate: Una lettura esemplare. Yegge racconta la sua esperienza nel tentativo (non del tutto riuscito) di implementare sotto Mac OS X una funzionalità da sempre presente in UNIX, la cosiddetta ‘focus follows mouse’.

Probabilmente alcuni (molti?) dei miei lettori si staranno chiedendo che caspita di funzionalità essa sia. La parola a Yegge:

Ogni volta che [tale funzionalità] viene menzionata nei forum Mac, gli utenti Mac a digiuno di UNIX chiedono “che cos’è?”. E a quel punto cominciano a fioccare risposte errate o imprecise, e quelle corrette vengono soffocate dal rumore di fondo.

Per cui lasciate che ve lo spieghi io, anzitutto, nel caso non abbiate esperienza UNIX alle spalle. Focus-follows-mouse significa che quando viene spostato il puntatore del mouse, la finestra sotto il puntatore riceve il ‘focus’ della tastiera, ovvero diventa attiva per l’input da tastiera. Mettendola in questi termini, gli utenti Mac si confondono perché danno per assodato che ‘focus’ sia sinonimo di ‘in primo piano’, perché è così che funziona sul Mac.

Ulteriore chiarimento: la finestra sotto il puntatore diventa attiva per l’input da tastiera senza passare in primo piano, così funziona su UNIX, così piace tanto a Yegge e, a quanto pare, a un sacco di altri programmatori.

Il resto dell’articolo spiega in dettaglio tutto il lavoro e i tentativi fatti da Yegge per abilitare questa funzione su Mac; la ragione del parziale insuccesso pare sia dovuta a un bug in una delle API Carbon.

Probabilmente farò la figura dell’utente Mac ignorantone, che non vede al di là del suo naso (o meglio, del suo Mac), ma vorrei dire la mia sul fatto che l’assenza di questa ‘comodissima’ (parola di Yegge) funzione di UNIX sia una grave mancanza di Mac OS X. A mio avviso, non lo è affatto.

Mi sbaglierò, ma se la funzione focus-follows-mouse fosse abilitata per default in Mac OS X, sarebbe un disastro dal punto di vista dell’usabilità generale dell’interfaccia. All’inizio scrivevo che la lettura del post di Yegge è esemplare, ma non intendevo in senso assoluto: è esemplare di come ragiona un programmatore, e il lavoro fatto da Yegge, la sua personale esplorazione sotto il cofano di Mac OS X, ha un suo indiscutibile valore, e persone come lui sono necessarie al progresso di un sistema operativo.

Ma usciamo un momento dalla testa del programmatore e mettiamoci davanti allo schermo del Mac come utenti. Poniamo di avere aperte sulla scrivania una finestra di TextEdit (o del nostro editor di testo preferito), una finestra di Safari, la finestra di Mail in cui stiamo scrivendo un messaggio email, e magari anche una sessione del Terminale. Con Spaces è piuttosto difficile che si arrivi a questa compresenza di finestre così eterogenee, ma ammettiamo di averle tutte lì, ognuna nel suo quarto di schermo, o magari anche parzialmente sovrapposte e coperte. Stiamo scrivendo l’email in Mail, il puntatore del mouse scompare (come sempre quando si sta digitando), spostiamo il mouse accidentalmente e la freccia finisce sopra la finestra di TextEdit; continuiamo a scrivere e… non stiamo scrivendo più in Mail: il resto del messaggio si trova nel documento in background di TextEdit.

Forse il mio esempio è un po’ forzato, ma è una cosa che può accadere, specie se si fanno delle pause durante il lavoro, ci si allontana dieci minuti dal Mac, e poi si ritorna per proseguire. Secondo me ha molto più senso che sia l’applicazione in primo piano ad avere il ‘focus’ della tastiera e, se intendo scrivere altrove, userò Mela-Tab o muoverò il puntatore del mouse sull’altra applicazione e la porterò in primo piano facendo clic su una delle sue finestre aperte.

Le rimostranze di Yegge hanno il loro fondamento, e non nego che per alcuni utilizzi, come quelli da lui indicati, possa essere comodo avere questa funzionalità, ma non per default. UNIX è un sistema indubbiamente potente e versatile, ma non lo considererei campione di usabilità, almeno in questo caso.

Farsi un Mac -- Vale la pena?

Mele e appunti

Macworld | Frankenmac! What’s in a Mac clone?: In questo lungo articolo, Rob Griffiths racconta la sua esperienza nel costruirsi un PC tower su cui far girare Vista e (soprattutto) Mac OS X. A spingerlo a cimentarsi in questo esperimento è, a suo dire, la mancanza nella famiglia di Mac da scrivania di un prodotto che sia un po’ più espandibile di un Mac mini o di un iMac, ma che non abbia tutta la potenza di un Mac Pro.

Vediamo alcuni punti interessanti dell’articolo. Griffiths è partito così:

Per realizzare il mio sistema Mac ‘da sogno’, mi sono imposto un budget di 1.000 dollari (che non comprende tastiera, mouse e monitor), e ho iniziato ad acquistare i vari pezzi. […]

Quando si costruisce il proprio PC è necessario decidere con precisione ogni componente hardware che andrà a comporlo — una libertà assoluta accompagnata da una altrettanto assoluta responsabilità. Occorre scegliere la scheda madre, il processore, il sistema di raffreddamento della CPU, la scheda video, il masterizzatore CD/DVD, la memoria, il case esterno e magari anche l’alimentatore. A complicare le cose, se si decide di costruire un PC compatibile Mac, ci si deve attenere a certe componenti hardware il cui funzionamento con Mac OS X sia noto e provato. Ho perso molto tempo a cercare sul Web che cosa funzionasse e che cosa non andasse bene.

Quindi bisogna anzitutto tenere in conto di perdere parecchio tempo alla ricerca delle parti giuste. Poi arriva la fase di assemblaggio:

Una volta arrivate tutte le componenti, ci sono volute alcune ore per costruire la macchina. […] Ma l’assemblaggio è la parte facile del processo.

…Come sospettavo. Ora arriva il punto rivelatore:

Ho quindi installato Vista sul PC, tanto per essere sicuro che tutto funzionasse [lato software]. A quel punto sono state necessarie molte altre ore di lavoro per fare in modo che OS X funzionasse a dovere. Malgrado il procedimento sia piuttosto lineare, i passaggi sono innumerevoli, e vi sono svariati parametri del BIOS da regolare. Se si vuole che Windows e Mac OS X girino sullo stesso disco, gli ostacoli da superare perché tutto funzioni sono ancora maggiori. Ma dopo molte ore passate a documentarmi, ad assemblare, a disassemblare, a gridare, a installare, a disinstallare, a reinstallare, a bestemmiare, a rompere le scatole a qualche amico, e in generale a non divertirmi affatto, sono arrivato al traguardo: la mia macchina era accesa e funzionante, e in grado di fare il boot sia da Windows Vista che da Mac OS X 10.5.2.

E già a questo punto mi sembra chiaro se valga o no la pena assemblarsi un ‘Frankenmac’, come lo chiama Griffiths. Riporto comunque alcune sue considerazioni in coda all’articolo, nella sezione Don’t try this at home (consiglio comunque la lettura integrale dell’articolo).

Visti i miei risultati, potreste essere tentati dal pensiero di correre a costruirvi il vostro clone Mac. Ma prima di prendere tale decisione, occorre considerare le insidie e gli inconvenienti di tale processo, e non sono pochi. Come ho detto in precedenza, costruire un computer da zero non è necessariamente un compito semplice da eseguire. Serve pazienza e la capacità di seguire le istruzioni mal tradotte dei manualetti di ogni componente. Per ottenere i prezzi più vantaggiosi di ogni parte da assemblare è necessario fare un po’ di shopping qua e là. Io alla fine mi sono rivolto a quattro fornitori diversi, e ho risparmiato quasi 200 dollari; ma trovare le soluzioni più economiche richiede tempo e fatica.

Una volta realizzato il clone Mac, ovviamente non potrete portarlo in un centro assistenza Mac se qualcosa va storto. Non rientra nemmeno sotto un’unica garanzia. Ogni componente ha la propria, e questo significa che in caso di problemi è un bell’incubo. Dovrete stabilire le cause del guasto, capire quale/i pezzo/i è da sostituire, contattare i fornitori dei vari pezzi e spedire loro le parti guaste.

Anche se la vostra macchina funziona bene, potreste imbattervi in strani problemi hardware. Il mio Frankenmac, per esempio, non si spegne completamente in modo corretto. Mac OS X si spegne, lo schermo si annerisce, ma le ventole e il disco rigido continuano a girare, per cui devo premere manualmente il pulsante di spegnimento per spegnere davvero il computer.

Vi è anche la possibilità non tanto remota che i prossimi aggiornamenti di sistema creino problemi con la mia installazione di Mac OS X, e non potrò, come con qualsiasi Mac ‘puro’, accettare alla cieca ogni aggiornamento proposto da Aggiornamento Software. Infine, e cosa forse più importante, per fare in modo che sul vostro PC assemblato giri Mac OS X, dovrete violare l’accordo di licenza di Mac OS X e forse anche la legge sul copyright, a seconda di come procederete. 

Personalmente non mi imbarcherei mai in un’operazione del genere che, come del resto fa capire Griffiths stesso, è più un proof of concept che non una reale alternativa a un Mac vero e proprio. Magari si riuscirà a realizzare quel mini-tower che manca nella famiglia di Mac da scrivania, quella via di mezzo fra un iMac e un Mac Pro, ma a che prezzo e con quali rischi? Sulla carta la spesa potrebbe anche essere contenuta (Griffiths è riuscito a spendere meno di mille dollari), ma il tempo da dedicare alla ricerca delle componenti giuste, all’assemblaggio, alle verifiche, e all’eventuale diagnosi in caso di problemi, non è un fattore irrilevante. E il tempo è denaro, diceva Paperon de’ Paperoni. Forse la sparo grossa, ma uno che ha mille dollari di budget più tutto quel tempo da dedicare a un simile progetto, può benissimo acquistare il modello più economico di Mac Pro e vivere felice. Ricorrere a un clone Mac poteva forse avere un senso (dal punto di vista dell’utente) negli anni Novanta, quando in effetti molti Mac per professionisti erano costosi. Oggi non più.

Scollegato

Mele e appunti

Sono rientrato da poco alla base, è da venerdì che ho dolori allo stomaco, sono indietro con i miei lavori, e non ho avuto ancora modo di riaggiornarmi con notizie, feed, e tutto quanto è capitato in Internet nelle due settimane in cui sono stato sostanzialmente offline. Mi perdonerete quindi se indugio su qualche considerazione proprio sulla vita da ‘scollegati’.

In quest’epoca di iper-informazione e iper-comunicazione, interrompere la connessione con il circostante, almeno per quanto riguarda Internet, ha qualcosa di liberatorio. Sono andato a trovare i miei genitori, che vivono in campagna e non hanno Internet (non hanno nemmeno una linea telefonica di terra). Fin dalla riorganizzazione della giornata ci si rende conto di quanto incida lo stare seduti al computer a lavorare, leggere, e interagire con Internet. Mancando Internet, e non avendo lavori da fare che necessitano lo stare online, mi ritrovo con una incredibile quantità di ore da poter impiegare in altre attività. Ecco che il farsi il caffè e portarselo alla scrivania dove c’è il Mac acceso e connesso alla Rete diventa farsi il caffè, chiacchierare con mio padre, uscire insieme a comprare il giornale, il pane fresco, e fare una salutare passeggiata per il paese. Al rientro riprendo a leggere quel libro iniziato l’anno scorso e letto finora con il contagocce e sempre in quei brevi ritagli in cui non mi trovo davanti a un computer.

Poi è l’ora di pranzo: aiuto i miei genitori in cucina, si mangia (qui ahimé con la televisione accesa sul telegiornale – un contorno davvero indigesto durante il periodo elettorale), e poi c’è un pomeriggio aperto alle attività più disparate: dall’aiutare mio padre con la legna per il camino, all’andare a trovare amici o parenti (e senza preannunciarsi al telefono o al cellulare: si va a casa loro intorno alle 17 e qualcuno c’è sempre), al fare un’escursione fotografica oppure, se il tempo è brutto, stare in casa a leggere, a scrivere o a usare il Mac come strumento di intrattenimento e non necessariamente di lavoro.

Malgrado le apparenze, non mi trovavo esattamente in vacanza: mi sono mosso anche per lavoro e per sbrigare alcune commissioni che richiedevano la mia presenza. Alla fine della giornata, sempre la stessa, subdola, sensazione: quella di essere stato comunque produttivo; anzi, in alcune circostanze perfino più produttivo del solito. In quest’epoca di iper-informazione e di iper-comunicazione, malgrado il mio non essere online, non mi è sembrato di comunicare meno. Certo, come dicevo in apertura, qualcosa è andato perso: non sono rimasto aggiornato con i miei siti d’informazione tecnica preferiti, non ho potuto aggiornare questo blog, ma in generale non ho avvertito il mio essere offline come un impoverimento.

Per chiarirci: scrivo questo non per propagandare uno stile di vita Amish, né per insinuare che la tecnologia è il Demonio e che dobbiamo starne alla larga. Faccio soltanto notare come possa avere effetti benefici lo stare per un po’ lontano da molte cose che si danno per scontate o che si radicano nella nostra vita quotidiana al punto di sconvolgerla senza che noi ce ne accorgiamo davvero. Poi è ovvio, ognuno ha la propria situazione e vive la propria dipendenza dal computer in maniera diversa – non voglio affatto generalizzare. Per quanto mi riguarda cerco di ritagliarmi dei periodi offline appena posso: riesco sempre a svolgere tutta una serie di attività che per la maggior parte del tempo rimangono sfocate e sullo sfondo, ho l’impressione che la mia creatività sia in qualche modo rinvigorita e, come ho già detto, alla fine della giornata mi sento comunque produttivo.

A ogni modo, i miei genitori stanno pensando di mettere Internet utilizzando il collegamento satellitare, e mio padre sta considerando l’acquisto di un computer portatile, più che altro per sfruttare quelle indiscutibili comodità dell’essere online: lo scriversi email, il parlarsi via chat (ci si può parlare più spesso e spendendo meno rispetto al normale telefono), il mandarsi fotografie e documenti, ecc. Senza che gli dicessi nulla, è stato lui a nominare il Mac: “Vorrei orientarmi su un Mac portatile, nuovo o usato ancora non so, ma ho già telefonato per chiedere informazioni sul punto vendita Apple più vicino a me”. Quando ero un fervente evangelista Mac, mio padre non perdeva occasione per provocarmi tirando in ballo i PC, e io ho fatto lo stesso, rispondendogli “Ma come, non vuoi un bel PC portatile, che costa poco e fa le stesse cose?”. E lui: “Scherzi? Io voglio una macchina che si toglie dall’imballo, si collega, la si accende e funziona. Se dobbiamo usare Internet per comunicare e risparmiare e mi prendessi un PC dovrei comunque telefonarti per chiederti aiuto ogni volta che succede qualche inghippo, e non avrebbe senso”.

Amen.