L'aggiornamento Mac OS X 10.5.3

Mele e appunti

Macworld | Editors’ Notes | Sorting through the Mac OS X 10.5.3 update: Segnalo anzitutto questo bell’articolo di Rob Griffiths che entra in dettaglio in merito a quel che viene aggiornato con il passaggio a Mac OS X 10.5.3, sia quanto menziona Apple, sia gli aspetti tralasciati nelle note tecniche. [Nota: L’articolo di Griffiths è stato aggiornato perché conteneva un errore. Ho di conseguenza aggiornato il link.]

Rimanendo in tema, ogni volta che viene rilasciato un aggiornamento di sistema pare si scatenino i sudori freddi, almeno sulle mailing list che seguo. C’è chi legge che l’aggiornamento pesa più di 400 MB poi si spaventa quando Aggiornamento Software comunica che il 10.5.3 pesa ‘soltanto’ 198 MB. C’è chi vede l’Installer in stallo (scusate il bisticcio) e si affretta a interrompere tutto e a forzare il riavvio, così si ritrova una mezza installazione e gli tocca riscaricare l’aggiornamento e perdere ulteriore tempo per cercare di sistemare il mezzo guaio che egli stesso si è creato. C’è chi vede il suo Mac riavviarsi due volte e teme che qualcosa sia andato storto e reinstalla.

Solo qualche esempio. Poi ci si stupisce se su MacFixIt o sui forum di discussione Apple si leggono storie di terrore sugli aggiornamenti di sistema.

Qualche osservazione (vale per qualsiasi aggiornamento, direi da quando esiste Mac OS X):

  1. Di ogni aggiornamento ‘minore’ di Mac OS X esistono due versioni: la Combo e la Delta. La Combo è un file che ha sempre dimensioni maggiori della Delta. La Combo serve a portare qualsiasi versione precedente (all’interno della stessa major release, ovviamente) alla versione attuale. Esempio: l’aggiornamento Combo di Mac OS X Tiger 10.4.11 contiene tutto il codice necessario ad aggiornare qualsiasi versione di Tiger precedente, dalla 10.4.0 alla 10.4.10. L’aggiornamento Combo di Mac OS X Leopard 10.5.3 permette di aggiornare qualsiasi versione di Leopard dalla 10.5.0 in avanti. La versione Delta, invece, viene utilizzata per aggiornare esclusivamente dalla versione immediatamente precedente. Rimanendo nell’esempio, la versione Delta dell’aggiornamento di Mac OS X 10.4.11 potrà aggiornare soltanto un Mac su cui è installata la versione 10.4.10 di Mac OS X. L’aggiornamento Delta di Mac OS X 10.5.3 serve solo ad aggiornare la versione 10.5.2. Se si ha l’abitudine di tenere i propri Mac aggiornati, quando si richiama Aggiornamento Software verrà sempre proposta la versione Delta dell’aggiornamento. Per questo il file è più piccolo. Per questo c’è discrepanza quando si legge che l’aggiornamento di Mac OS X 10.5.3 è più di 400 MB e poi ci si ritrova con un aggiornamento che pesa la metà. I 400 MB si riferiscono all’aggiornamento Combo.
  2. Bisogna sempre lasciar lavorare l’Installer, a prescindere dal tempo che impiega a effettuare l’aggiornamento. A prescindere dal fatto che possa apparire bloccato, in stallo, eccetera. L’operazione di aggiornamento è delicata e l’Installer si mette a ricercare in tutto il software di sistema e nelle applicazioni Apple le parti da aggiornare. Se sono stati sistemati molti bug in molte applicazioni e/o parti di sistema, il processo di aggiornamento può essere lungo. Non riavviare mai forzatamente il Mac, a meno che i tempi non stiano diventando storicamente lunghi (molte ore, per esempio, è un lasso di tempo decisamente sospetto).
  3. Il fatto che il Mac si riavvii da solo due volte dopo l’installazione dell’aggiornamento è normale. Se non ricordo male, sono i Mac con processore PowerPC a riavviarsi due volte. [Anche gli Intel, come mi fanno notare nei commenti].
  4. Combo o Delta? — Ci sono varie scuole di pensiero. Ci sono persone che ‘per sicurezza’ scaricano sempre la versione Combo a ogni aggiornamento. Ci sono persone che ‘non si fidano’ di Aggiornamento Software e scaricano sempre il file dell’aggiornamento dal sito Apple (e c’è perfino chi scarica il file sbagliato e poi si lamenta). Non esiste il metodo giusto e il metodo sbagliato. Sono solo abitudini, come quella di riparare i permessi anche quando non serve a nulla. Quel che so per certo è che l’aggiornamento proposto da Aggiornamento Software è identico all’aggiornamento che viene caricato sul sito Apple, e che Aggiornamento Software propone sempre l’aggiornamento corretto una volta analizzata la configurazione del sistema corrente. È buona norma riscaricare e riapplicare l’aggiornamento Combo se dopo la normale procedura di aggiornamento si notano evidenti malfunzionamenti del sistema, delle applicazioni, dell’interfaccia grafica.
  5. Non bisogna mai, mai, toccare nulla nella cartella [Nome disco rigido]/Libreria/Receipts. In questa cartella sono conservate le ‘ricevute’ di tutto quel che viene aggiornato sul Mac. Aggiornamento Software legge i contenuti di questa cartella e in base a quel che trova è in grado di proporre gli aggiornamenti corretti da effettuare. Non fatevi cogliere da stupide manie di pulizia, specie quando si tratta di cartelle importanti e/o di sistema. Io, che pur saprei cosa cancellare e dove, non ho mai messo mano in aree sotto la giurisdizione di Mac OS X, e non ho mai avuto problemi o imprevisti.

Ansia da subnotebook

Mele e appunti

Sono iscritto a varie mailing list, italiane e internazionali, e in questi giorni ho cercato di rimettermi in pari con tutti i messaggi non letti accumulatisi durante la mia permanenza in ospedale. Un’impresa epica: in Mail avevo 939 messaggi non letti, in Mailsmith 2.674. Chiaramente in questi casi la strategia migliore per me è visualizzare i messaggi per thread e falciare come già letti i thread che non mi interessano. Di certo non mi sarei messo a leggere uno per uno 3.613 messaggi!

Una curiosa tendenza che ho notato in almeno cinque mailing list differenti sono discussioni riguardanti i subnotebook. D’improvviso pare che la via da seguire sia quella dell’Asus EEE PC e che i portatili Apple di normali dimensioni (incluso il “peso piuma” MacBook Air) siano diventati orribilmente ingombranti.

Ebbene, io non capisco. Ho compulsato il sito di Asus, letto le specifiche di quel mini coso, qualche tempo fa ne ho pure visto uno dal vivo, e non capisco onestamente tutto questo interesse. Ribadisco quel che ho scritto in un vecchio post: non vedo come si possa lavorare fuori sede con appresso un portatile che ha uno schermo da 8,9 pollici, 12 GB (4 incorporati + 8 di memoria flash) o 20 GB (4 incorporati + 16 di memoria flash) di capacità di immagazzinamento, un processore non molto brillante, una durata effettiva della batteria non troppo soddisfacente (quando lo si usa esclusivamente per riprodurre video, per esempio, può durare un’ora e mezza circa, almeno secondo questa fonte). Sì, la risoluzione dello schermo è alta rispetto alle dimensioni fisiche, 1024 x 600, ma personalmente — forse perché sono miope e astigmatico — uno schermo così rimane piuttosto inusabile.

L’EEE PC (mi riferisco al modello 900) ha le seguenti dimensioni: larghezza 22,5 cm, profondità 17 cm, spessore dai 2 ai 3,38 cm (suppongo ci si riferisca al portatile aperto e chiuso). Un MacBook è largo 32,5, profondo 22,7 e alto 2,75 cm. L’EEE PC 900 pesa 1 kg, il Macbook 2,27 kg. Visivamente, se consideriamo l’ingombro di un MacBook e di un EEE PC non c’è partita (nella figura la vista è dall’alto):

macbook-eeepc.png

 

Ma, come si è discusso ad nauseam quando fu presentato il MacBook Air, non sono tanto le specifiche su carta a rendere vincente questo o quel computer; è soprattutto l’utilizzo. L’Asus EEE PC è piccolo e leggero, però a sentire molti sembra che questo basti e avanzi. Io la penso diversamente, e mi piacerebbe davvero sentire l’opinione di chi ne ha uno da un po’ di tempo e si trova soddisfatto: a queste persone sono proprio intenzionato a chiedere che tipo di utilizzo ne fanno, ossia se ci lavorano veramente o se lo usano per navigare il Web, scaricare la posta e vedere quattro foto. Su MacBook Air, per esempio, ho letto diverse testimonianze di persone che si sono tranquillamente ritrovate a utilizzarlo come macchina principale (in questo articolo, Dan Frakes di Macworld fa l’esempio di sua moglie, che potrebbe benissimo servirsi di MacBook Air come unico portatile, considerando le sue reali esigenze), a dispetto di tutto quel che si era discusso inizialmente. Ciò è indicativo del fatto che i compromessi seguiti da Apple non sono stati così castranti come si credeva al principio (dico in generale, perché io, quei compromessi, li ho sempre trovati più che accettabili). Eppure ci sono persone che, visto l’EEE PC, vanno in brodo di giuggiole e arrivano persino a sostenere che Apple dovrebbe seguire l’esempio. Mah. A mio avviso, se un giorno Apple tirerà fuori dal cappello un dispositivo da 8 pollici, sarà qualcosa completamente multi-touch, una sorta di super-iPod o pseudo-Newton, che avrà una sfera di utilizzo ben definita e che sicuramente non pretenderà di fare in 8 pollici quello che dovrebbe fare un computer portatile come si deve.

Caro vecchio registratore a cassette

Mele e appunti

Dopo le mie recenti vicissitudini di salute, sono tornato pian piano operativo. Questo blog, me ne rendo conto, ne ha sofferto. D’altronde mentre ero in ospedale altri lavori (fortunatamente non persi) si sono accumulati, ed è un po’ difficile tornare ad aggiornarlo con frequenza giornaliera. Ma ci provo. Intanto devo dire che mi ha sorpreso andare a vedere le statistiche e constatare di non aver perso troppi lettori durante la mia assenza. Poi ringrazio ancora una volta le persone che hanno risposto al mio post precedente, augurandomi una pronta guarigione: le vostre parole mi hanno fatto davvero piacere.

Bene, ora veniamo al sodo. Per chi avesse necessità di effettuare registrazioni con il Mac (per esempio portandosi il Macbook a conferenze, lezioni universitarie, o altri eventi) senza ricorrere a programmi dall’interfaccia astrusa; per chi si è trovato a volte a rimpiangere la semplicità dei vecchi registratori a cassette (infilavi il nastro, premevi REC e PLAY e via), segnalo TapeDeck.

Andando sul sito e premendo sulla ‘linguetta’ dove è scritto Click to open the box and see what’s inside avrete un’anteprima dettagliata dell’interfaccia del programma. TapeDeck richiede Mac OS X Leopard, ed è a pagamento (la demo che si scarica permette di registrare a bassa qualità per un massimo di 15 minuti a nastro). Secondo me però val la pena spendere 25 dollari (poco più di 15 Euro al cambio attuale) perché è un’applicazione ben fatta e persino divertente da usare, grazie a piccoli accorgimenti come l’imitazione dei rumori di un vero registratore a cassette (quando si premono i tasti, quando si ferma il nastro, ecc.), il fatto che le bobine sembrano muoversi quando si registra o si riproduce il nastro, la possibilità di scrivere sulla ‘cassetta’ la fonte della registrazione e le note relative, eccetera. In più i nastri sono ‘intelligenti’: ogni volta che si preme REC viene caricato un nastro nuovo, così non si corre il rischio di sovraincidere accidentalmente un’altra registrazione. A me piace.

Cause di forza maggiore

Mele e appunti

La lunga pausa di silenzio è stata tutt’altro che intenzionale o programmata, e ha colto di sorpresa il sottoscritto tanto quanto voi (la manciata di lettori che passano regolarmente di qui).

In estrema sintesi, ho passato questo periodo ricoverato in ospedale. Diagnosi: epatite acuta dovuta a intossicazione da antibiotico. Il colpevole non ha nemmeno un nome facile da ricordare: Trimetoprim-Sulfametoxazol, ma me lo sono segnato molto bene perché, hanno detto i dottori, la prossima volta che dovessi assumere un medicinale contenente le succitate sostanze, la seconda epatite potrebbe essere peggiore della prima. Non ci sarà una prossima volta.

Ogni tanto le circostanze agiscono in una tale maniera che pare vogliano farci sapere quanto poco in realtà sia il nostro controllo.

Tutto inizia il 18 aprile. Dopo cena non mi sento bene e accuso quelli che credo essere semplici crampi allo stomaco. Può capitare, ogni tanto soffro di aerofagia. Ma stavolta la crisi perdura e i crampi si estendono a tutto l’addome. Li sento persino nella schiena e la notte non riesco a dormire. I dolori proseguono per qualche giorno. Il medico della mutua, che mentre ‘ascoltava’ la cronaca dei miei mali non staccava gli occhi dal suo PC e continuava a stampare moduli (ho capito poi che stava già stampando le ricette delle medicine che mi avrebbe prescritto prima ancora di visitarmi), lo ha ritenuto un brutto caso di aerofagia e mi ha prescritto un farmaco per proteggere lo stomaco più un antispasmodico. Inizio ad assumere quei farmaci e le cose sembrano calmarsi. “Ogni tanto i medici della mutua ci vedono giusto”, ho pensato con ironia. Nei giorni seguenti ho ancora qualche difficoltà a mangiare normalmente, e se non voglio star male dopo i pasti, devo restringere la mia dieta a zuppe vegetali, brodini, riso e pesce. “Made in Japan”, cerco sempre di pensare con ironia.

Ma nel frattempo ho male alla gola, e a volte la voce se ne va mentre parlo. Una sensazione fastidiosa, come avere una spina nella faringe. Stanco di schiarirmi la gola ogni cinque minuti, mi reco in una farmacia vicino a casa con mia moglie, spiego dettagliatamente come mi sento e il farmacista senza esitare mi incarta un antibiotico. Il maledetto antibiotico. “Una capsula la mattina, una alla sera”.

Dopo due giorni la gola sta effettivamente meglio, ma comincia un fastidioso prurito in tutto il corpo. Il fenomeno è particolarmente intenso durante la notte. Le ore di sonno diminuiscono radicalmente. Anche l’ironia se ne va. Il primo pensiero è che il cocktail di medicine che sto assumendo abbia scatenato una reazione allergica (perché infatti stavo ancora prendendo i farmaci per lo stomaco), allora mi metto a leggere i foglietti illustrativi da cima a fondo. Due dei tre farmaci riportano il prurito come possibile effetto secondario. Allora comincio a smettere di prenderne uno, poi l’altro, poi, nel giro di due-tre giorni, smetto completamente di prendere alcunché.

Nota a margine: non amo prendere medicinali. In genere cerco di resistere fino a quando non è proprio indispensabile. In questa specifica circostanza stavo davvero male e non vedevo cos’altro fare.

Tornando alla mia vicenda, smetto di prendere medicine ma il prurito non passa. Si attenua un poco, ma non se ne va. Intanto arriviamo al primo maggio, e io ho tutta l’intenzione di usare il foglio che mi aveva dato il medico della mutua per prendere appuntamento con uno specialista di medicina digestiva. Pare che non dovrò aspettare molto, perché le cose accelerano il pomeriggio del 2 maggio, quando guardandomi allo specchio noto che la mia pelle e i miei occhi hanno iniziato ad assumere una simpatica colorazione gialla. Come insegna la cultura pop di serie televisive quali E.R. e House, MD, se compare l’ittero, il fegato non sta bene. (In realtà lo sapevo dai tempi in cui, ragazzino, leggevo l’Enciclopedia Medica Curcio del nonno).

Il 3 maggio mattina vado al pronto soccorso e, dopo molte ore di attesa, un’analisi di sangue e urina, una radiografia al torace e un’ecografia all’addome, decidono di ricoverarmi. Durante l’ecografia scoprono la presenza di calcoli nella cistifellea. La ciliegina sulla torta.

Sin dalle prime analisi, i dottori scartano la possibilità di epatite virale: i test sono negativi e le transaminasi normali. Non sono presenti sintomi quali spossatezza, vomito o febbre (mi sento in forze e generalmente “bene”). Però sono itterico (giallo), e le ipotesi si restringono a due: o il mio fegato ha cominciato a secernere bilirubina come reazione acuta a qualcosa (cibo avariato in questo caso no, quindi può essere un farmaco), oppure, dato che l’ecografia mostrava calcoli nella cistifellea, può essere che un calcolo si sia mosso, causandomi quei forti dolori che pensavo fossero di stomaco (in realtà una colica biliare), e abbia ostruito il dotto che porta la bile dal fegato e dalla cistifellea all’intestino. Ma per vedere meglio com’è la situazione laggiù è necessaria una risonanza magnetica.

Intanto i giorni in ospedale passano, tutti mostruosamente uguali, tutti scanditi dai ritmi imposti dal personale, dal sapore orrendo dei farmaci che mi tocca prendere, e dal menu che devo mangiare. In tutta onestà, la cucina non è male, ma dato che la mia dieta deve essere “di protezione bilo-pancreatica”, la scelta di alimenti è ristretta e mi ritrovo a mangiare mele cotte, zuppe di verdure senza sale e merluzzo lessato con una frequenza che mai in vita mia. I medici, a onor del vero, sono scrupolosi e mi tengono sotto controllo. Prima di sbilanciarsi in una diagnosi e in un trattamento definitivi, vogliono coprire tutte le basi. La risonanza magnetica è negativa, ossia non ci sono calcoli a ostruire nessun dotto, né rigonfiamienti o stress del dotto biliare che fanno sospettare altre insidie. (La risonanza però rivela la presenza di svariati calcoli piuttosto grossi nella cistifellea, e i dottori mi consigliano di farmi operare più in là e di far asportare la cistifellea del tutto). Rimane quindi l’ipotesi dell’epatite da intossicazione da farmaco. Iniziano il trattamento e tutti speriamo che la bilirubina cominci a scendere. La bilirubina non pare abbia voglia di farlo; dopo l’ennesimo prelievo di 6 fiale di sangue, i valori sono stazionari; del resto il trattamento è appena iniziato. Per precauzione i dottori prenoterebbero (sempre se io sono d’accordo) una biopsia epatica.

Piccolo passo indietro: quando ho cominciato a vedere i giorni andarsene uno a uno, senza una minima idea di quando sarei stato dimesso, mi sono preoccupato moltissimo per il mio lavoro. Come per tutti i freelance, la malattia ruba giorni al lavoro e nessuno paga i giorni di malattia. E io non posso permettermi di perdere lavori, e quindi clienti. Immaginate dunque la mia frustrazione: in buone condizioni fisiche e mentali, sufficientemente buone per lavorare, ed essere costretto in ospedale ad aspettare pazientemente gli esiti delle varie analisi. Mia moglie mi ha portato il PowerBook e ho cercato di combinare qualcosa, anche se tutti i fattori ambientali giocavano contro di me: scomodità della ‘postazione’, il fatto di non essere in una stanza singola, quindi distratto dai familiari e amici che venivano a trovare i compagni di stanza che si sono susseguiti durante la mia degenza, i ritmi stessi dell’ospedale, con infermieri che vanno e vengono, ti provano la pressione, ti danno il termometro per provarti la febbre, e al mattino il personale di pulizia che letteralmente irrompe nelle stanze alle 8, alzando tapparelle e iniziando rumorosamente a pulire stanza e bagno; poi le cose si calmano mezz’ora, poi arrivano gli infermieri a rifare i letti e ti devi alzare; poi, se è giorno di analisi, alle 9 arriva un’infermiera attempata, almeno lei educata e gentile, che ti punzecchia e dissangua, ma sempre gentilmente. Poi, in un orario imprecisato che può andare dalle 9:30 alle 11, passano i dottori per il loro giro. E questo è solo quel che succede al mattino. Figurarsi lavorare serenamente in tale contesto. Senza contare la totale assenza di una qualsivoglia rete wireless libera che mi aiutasse a rimanere in contatto, se non con il mondo, almeno con i clienti. (Le mie passeggiate esplorative per piani e corridoi dell’Hospital Clinico Universitario di Valencia armato di iPod touch farebbero storia a sé: immaginatevi un paziente ‘rabdomante’ con pigiamone ospedaliero e carnagione giallastra… e immaginate le facce della gente che incrociavo sul mio cammino).

Ora, quando i dottori mi hanno annunciato la biopsia al fegato, mi sono sentito a terra, perché la biopsia era in data da destinarsi, e io avrei dovuto rimanere ricoverato almeno fino a quella data. Questo avveniva il 13 maggio, con un lavoro da consegnare il 19. Certo, la salute innanzitutto, quindi ovviamente ho acconsentito alla biopsia, sperando in cuor mio che la situazione lavorativa si risolvesse. Fortunatamente, dopo i risultati dell’ennesimo prelievo sanguigno, i valori di bilirubina sono scesi, così come è diminuito il prurito e l’ittero, segno che il trattamento stava facendo effetto. La biopsia era schedulata per il 19 maggio, ieri, ma i medici, vedendo il buon corso delle cose, e comprendendo la mia situazione lavorativa, mi hanno dimesso venerdì 16, con l’ordine di ritornare lunedì 19 mattina per la biopsia. Dopo la biopsia e ventiquattro lunghe ore costretto a letto a riposo, eccomi a casa. Il 3 giugno tornerò in ospedale per gli esiti della biopsia.

Non sono ancora al 100% (la biopsia e quasi 24 ore di digiuno mi hanno lasciato un po’ debole), e sono ancora convalescente. Sono immerso nel lavoro e ho centinaia di email e di altre cose da leggere, ma sto decisamente meglio di 30 giorni fa. Mi scuso per essermi dilungato con un post così personale, ma mi andava di raccontare la mia esperienza. E in tutta questa vicenda ringrazio pubblicamente l’amico Lucio, che è davvero apparso — come il buon amico proverbialmente dovrebbe fare — nel momento del bisogno.

Nuovo vecchio articolo sul futuro della privacy

Mele e appunti

Modern Mechanix: The National Data Center And Personal Privacy: Ho scoperto questo articolo traducendo come di consueto CryptoGram, la newsletter mensile dell’esperto di sicurezza Bruce Schneier. Segnalando l’articolo, Schneier scrive:

Un articolo dell’Atlantic del 1967 che dimostra una paurosa preveggenza sul futuro della privacy delle informazioni e della sicurezza. Presenta tutte le argomentazioni base per controlli più severi sulla raccolta di informazioni personali, ed è straordinariamente accurato nelle sue predizioni sul futuro sviluppo e importanza dei computer, e sui vari modi utilizzati dal governo per abusarne. Una lettura obbligata.

Oltretutto è stato molto piacevole, con l’occasione, scoprire il sito Modern Mechanix: raccoglie scansioni e trascrizioni di articoli provenienti da svariate riviste del passato, che vengono poi ordinati in numerose categorie. Si trova di tutto: Scienza, Pubblicità, Storia, Medicina, Curiosità… La mia sezione preferita è Ahead of its time, dove si trovano contributi (come quello segnalato sopra) sorprendentemente moderni per l’epoca in cui sono stati scritti. Per quelli a cui piace il genere, Modern Mechanix è una miniera di letture interessanti e curiose. (In inglese, ovviamente.)