Un’identità tutta mia

Mele e appunti

Eccomi finalmente a casa. È stato un viaggio lungo e tortuoso, ma ora credo di aver trovato il luogo giusto. Per diverso tempo ho creduto che nello scrivere online importasse soprattutto ciò che si scriveva, più che il luogo in cui lo si pubblicava. Non fraintendetemi, ciò che si scrive e come lo si scrive sono e rimangono le cose più importanti, ma avere un’identità e una presenza online omogenee e coerenti sono fattori che possono aiutare parecchio. Lo vedo in molti autori che leggo quotidianamente. Quindi, dopo le prime due edizioni di Autoritratto con mele, e la sua fusione in The Quillink Observer nel luglio 2010, entrambe ospitate sulla piattaforma di blogging gratuita WordPress.com, ho deciso di registrare un dominio e di pagare per avere uno spazio Web tutto mio. Per questo devo pubblicamente ringraziare l’amico Grant Hutchinson per la sua assistenza: con tutte le offerte di registrazione dominio + hosting in circolazione, non sapevo da che parte incominciare.

Ed eccomi qui a fare un reboot, dopo tre settimane molto intense in cui ho passato ogni momento non lavorativo a riprogettare, personalizzare e dar forma a questo sito secondo i miei gusti. Ci sono stati momenti di somma frustrazione, in cui ho dovuto procedere per tentativi e impararmi un po’ di CSS e PHP per riuscire a ottenere certe cose esattamente come le volevo, ma direi che ne è valsa la pena.

A questo punto magari alcuni di voi si stanno chiedendo se mi sono lasciato alle spalle The Quillink Observer dopo appena un anno dalla sua inaugurazione solo per un capriccio, semplicemente perché volevo un sito più bello in cui scrivere. Malgrado ritenga che questo sia in effetti un sito più bello di tutti i blog che ho avuto in precedenza; pur ammettendo che sia inebriante poter finalmente personalizzare ogni più piccolo dettaglio di un blog senza essere limitati dalle restrizioni dell’hosting gratuito, nonché avere un indirizzo email tutto personale, e così via, le ragioni principali che mi hanno spinto a prendere questa decisione sono: a) volevo un luogo davvero mio, e b) voglio impegnarmi ancor di più con la mia scrittura e i miei interventi online, scrivendo di più e magari riuscendo anche a ricavarne un piccolo rientro economico.

Per meglio comprendere le mie motivazioni, rimando a un post di Marco Arment dal titolo Own your Identity (Possedere la propria identità). Apparso una settimana fa, è stato per me una fortunata coincidenza, che mi ha dato la spinta sufficiente a non demordere mentre stavo impostando morrick.me. I primi paragrafi sono i più importanti, e Marco centra il punto con la sua solita chiarezza e concisione:

È interessante vedere come una quantità così elevata di materiale pubblicato online si stia agglomerando in un piccolo gruppo di network enormi, chiusi e proprietari dopo essere stato così variegato e distribuito durante il boom dei blog e dei RSS di quasi una decina d’anni fa.

Sotto molti aspetti, si sta meglio adesso: pubblicare online è estremamente più semplice, porta via molto meno tempo, ed è molto più accessibile che mai, e questo ha portato sul Web tutta una serie di contenuti, di voci e di consumatori che non sarebbero emersi altrimenti.

Ma tutti questi network proprietari che vogliono impossessarsi di ciò che pubblicate stanno rovesciando molto del progresso compiuto nel Web in altri ambiti, come per esempio quello della durevolezza e della qualità dell’identità online.

Se la vostra presenza online vi importa davvero, dovete possederla. Io la possiedo, ed è per questo che il mio indirizzo email è sempre stato al mio dominio, non sotto il dominio di un datore di lavoro o di un servizio di webmail.

Cambiamenti collaterali

Negli ultimi anni ho aperto account online e creato blog & tumblelog per qualsiasi idea o progetto mi sembravano buoni in quel dato momento. Ammetto di aver accumulato molti, moltissimi spazi web (gratuiti) che ora sono congelati, abbandonati, trascurati. Per cui, se da un lato può sembrare che con questo sito io ne stia aggiungendo un altro alla probabile lunga lista di luoghi che già seguite, in realtà mi sto disfando una volta per tutte di tanti detriti e zavorra che mi impedivano nei movimenti. Ora potete vedere i progetti attualmente attivi alla pagina dei Progetti.

C’è stato un cambiamento importante negli URL dei miei tumblelog che mi sembra giusto evidenziare, così che possiate aggiornare i vostri bookmark. Se stavate seguendo The Quillink notebook, il supplemento di The Quillink Observer, potrete continuare a farlo, solo che ora si chiama The Quillink annotated ed è diventato il supplemento di questo sito. Per avere maggiore coerenza negli URL, ho cambiato il suo indirizzo da http://quillink.tumblr.com/ a http://morrick.tumblr.com/. Autoritratto con mele e appunti, il supplemento orfano del vecchio blog in italiano, non verrà più aggiornato e i suoi archivi rimangono visibili all’indirizzo http://old-morrick.tumblr.com/.

 

Grazie per la vostra attenzione, e ora potete dirigervi alla Prima Pagina e iniziare a esplorare.

Owning my identity

Tech Life

Finally, I’m home. It’s been a long journey but now I should have found the right place to stay. For a rather long time I had believed that what matters when you write online is what you write, not where you write it. Don’t get me wrong, what you write is still the most important thing, but having a consistent identity and online presence are factors that can help, a lot. I can see that in many of the people I read on a daily basis. So, after two blogs (The Rizland Observer, started in 2007 and then merged in The Quillink Observer in 2010) hosted on the free WordPress.com blogging platform, I decided it was time to register a domain and pay for a Web space. For that, I have to publicly thank my friend Grant Hutchinson for his guidance and assistance, because with all the domain & hosting offers and options available, I didn’t really know where to begin.

And here I am, rebooting, after three intense weeks using every spare moment I had after work, to redesign, customise and set up this place to my tastes. There were moments in which I felt frustrated and had to learn a bit of CSS and PHP to get some things the way I wanted to, but I think it’s been worthwhile. At this point perhaps some of you are asking themselves if I just dropped The Quillink Observer and left it behind on a whim simply because I wanted a prettier space to write in. Although I do think this is a prettier space than my previous blog(s); although it felt liberating to finally be able to customise all the parts of a blog installation and have my very own contact email, etc., the main reasons why I made this decision are, a) I wanted a place that I own, and b) I wanted to get even more serious with my online writing — that is, writing more and maybe having a small financial return in the process.

To better understand what I mean, you should read Own your Identity, a post Marco Arment wrote in his blog a week ago, which I found quite serendipitous and which gave me enough motivation to go on while I was setting up morrick.me. The first paragraphs are essential, and Marco nails it with his usual clarity and conciseness:

It’s interesting that so much online publishing is moving into a small handful of massive, closed, proprietary networks after being so distributed and diverse during the big boom of blogs and RSS almost a decade ago.

In many ways, we’re better off now: publishing online is far easier, less time-consuming, and more accessible than it has ever been, which has brought content, voices, and consumers online that wouldn’t have been otherwise.

But all of these proprietary networks that want to own and hold in your content are reversing much of the web’s progress in some other areas, such as the durability and quality of online identity.

If you care about your online presence, you must own it. I do, and that’s why my email address has always been at my own domain, not the domain of any employer or webmail service.

Collateral changes

Over the last few years, I’ve been opening accounts and creating blogs & tumblelogs for every idea or project that seemed good at the time. I admit to having accumulated a lot, a lot of (free) web places that are now frozen, abandoned, neglected. So while it may seem that with this website I’m adding one more place for you to follow, I’m actually getting rid of all that debris. Now you can see the currently active side-projects on the Projects page.

There has been an important (ex)change in URLs between two of my tumblelogs I think it’s important to point out, because you’ll have to change your bookmarks. If you were following The Quillink notebook, that was the supplement for The Quillink Observer, you’ll still be able to. Only now it’s called The Quillink annotated and works as a supplement for this site. For URL coherency, I changed its address from http://quillink.tumblr.com/ to http://morrick.tumblr.com/. Anyway, at the old address you should find a warning that will redirect you to the updated site.

 

Thanks for reading, now go to the Front Page and start exploring!

Una WWDC come la Sachertorte (2)

Mele e appunti

Un dolce autunno

Mentre venivano presentate le varie novità di iOS 5 pensavo al mio recente passaggio all’iPhone 4 con sollievo. Se avessi avuto ancora il 3G mi avrebbe parecchio infastidito non poter usufruire delle nuove funzionalità. E se anche uscirà iPhone 5 insieme al rilascio ufficiale di iOS 5 in autunno, non importa, mi va bene così. (Questo per rispondere a coloro che mi hanno scritto privatamente i giorni scorsi criticando la mia scelta di passare a un iPhone 4 adesso invece di attendere un iPhone 5 (o 4s) che uscirà non si sa bene quando). 

Tornando all’anteprima di iOS 5, come altri hanno commentato, sembra proprio che questa volta Apple abbia sistemato in un sol colpo tutta una serie di mancanze che gli utenti avevano lamentato da tempo. Le reazioni all’introduzione di funzioni come il Notification Center (ovvero Centro notifiche) o PC Free, cioè il tanto atteso taglio del cordone ombelicale fra dispositivi iOS e computer, sono state estremamente positive da quanto ho potuto constatare. Reazioni che condivido, anche se a me non ha mai realmente infastidito dover sincronizzare via cavo l’iPhone con il Mac. Vi sembrerà una sciocchezza se confrontata con altre novità più sostanziose di iOS 5, ma una delle cose che più mi hanno fatto felice è, finalmente, la possibilità di selezionare più messaggi in Mail e marcarli come letti. È esasperante vedere come ci siano volute cinque versioni del software di sistema per aggiungere una caratteristica che trovo indispensabile in qualunque programma di posta elettronica.

Nella prima parte di questo articolo scrivevo che è mia intenzione evidenziare gli aspetti per me più negativi o discutibili di quanto è stato presentato alla WWDC, e in quest’ottica ho poco da dire su iOS 5: le novità per utenti e sviluppatori sono molte e in larga misura più che buone. È un aggiornamento marcatamente migliorativo sotto tutti i punti di vista e renderà i dispositivi iOS ancora più versatili. L’unico particolare che mi lascia un po’ perplesso (sempre secondo un’ottica di usabilità) è l’introduzione della navigazione a pannelli in Mobile Safari a scapito delle miniature delle pagine. Su iPad è possibile vedere chiaramente i vari siti aperti quando si visualizzano le miniature. Col nuovo sistema tutte quelle informazioni immediate vengono ridotte al nome del sito sulla barra del titolo del pannello, che non si riesce mai a leggere interamente. È un elemento stavolta preso dalla versione per Mac, che mi pare meno pratico su iOS. Come sempre l’area commenti è aperta se avete altri dettagli di iOS 5 che non vi hanno convinto.

MobileMe: un prepensionamento mal gestito

Sin da quando è trapelata la notizia secondo cui Apple avrebbe lanciato un suo servizio di cloud computing, era evidente che MobileMe avrebbe finito col farne le spese, e probabilmente è un bene. Da quanto presentato da Steve Jobs, iCloud mi sembra un servizio molto più robusto e meglio articolato di MobileMe. 

Detto questo, sono dell’opinione che il dimissionamento di MobileMe poteva essere gestito un po’ meglio. Per come è la situazione al momento, l’impressione che mi sono fatto è che prima si è pensato a metter giù iCloud e a presentarlo in pompa magna, mentre MobileMe… beh, ci penseremo su strada facendo. Il risultato è una nota stonata. Un modo di fare che insulta i membri paganti di MobileMe, e fra loro chi, come me, è iscritto al servizio da diversi anni; e fra loro chi, come me, ha da pochissimo rinnovato automaticamente l’iscrizione per un altro anno (fino ad aprile 2012, nel mio caso).

L’unico ‘regalo’ da parte di Apple visto finora sembra essere l’estensione gratuita del servizio fino alla data di cancellazione ufficiale, 30 giugno 2012. Perdonate il francese, ma è un regalo di merda. È un premio di consolazione che sa di concessione pietosa. Perché quando iCloud debutterà in autunno, MobileMe, anche se non ancora morto, non avrà senso. Il mio ID Apple (nonché indirizzo email @mac.com) diverrà account iCloud, e poi che cosa accadrà nei mesi in cui MobileMe e iCloud convivranno? Sono mesi — per me fino ad aprile 2012 — che avrò pagato per niente. Almeno, quella è la sensazione.

Dalla spiegazione di Jobs al keynote sappiamo che tre dei principali elementi di MobileMe — Contatti, Calendario e Mail — vengono migrati e potenziati in iCloud. E gli altri pezzi? Trova il mio iPhone/iPad ha già da un po’ di tempo un piede fuori da MobileMe da quando è stato reso un’applicazione gratuita scaricabile dall’App Store. Delle Gallerie di MobileMe non si sa nulla di chiaro. In generale, non è chiaro se i servizi accessibili attraverso un’interfaccia Web, come la posta e le gallerie di foto, rimarranno dentro il pacchetto iCloud o se verranno eliminati (che sarebbe una cattiva idea, secondo me, specie per la posta). Ma soprattutto: che fine farà iDisk? Per lento e scomodo che sia (un po’ meno se si usa Transmit 4 di Panic), era sempre un’unità disco remota piuttosto spaziosa: 20 GB. Sì, sono 20 GB di spazio totale, quindi condivisi con posta, gallerie fotografiche, ecc., ma la fetta più grande rimane comunque a iDisk. In cambio riceveremo iCloud, gratis e con uno spazio di soli 5 GB, sebbene ‘puri’ (come è stato spiegato, e come è anche riportato sul sito Apple, La musica, le app e i libri che acquisti, oltre alle immagini dello Streaming foto, non vengono contati nei 5 GB).

Come avrei agito io? Anzitutto spiegando con maggiore chiarezza certi passaggi della transizione MobileMe-iCloud a beneficio di chi è membro pagante del servizio, senza lasciar nulla di implicito o sottinteso. Secondariamente avrei trattato con maggior rispetto chi ha pagato 99 Euro prima e 79 Euro dopo per un servizio tutto sommato ‘discreto’ ma ben lontano dalla nota qualità Apple. Invece di estendere un servizio (che già da ora è da considerarsi moribondo e tenuto in vita dalle macchine, se mi passate la similitudine forte) fino a una data tanto remota rispetto all’entrata in vigore di iCloud, non sarebbe stato meglio chiuderlo dopo l’estate, o anche a fine anno, e concedere un rimborso parziale ai clienti, magari sotto forma di buoni acquisto per l’iTunes Store oppure abbuonando il primo anno del servizio iTunes Match? Mi sembrano modi più eleganti di pensionare un servizio.

Chi ha paura della nuvola?

iCloud non è ancora operativo, però il dibattito già impazza, ovviamente. C’è chi dice che ormai Dropbox non serve più. Non è vero: teniamo presente che, almeno all’inizio, i documenti che iCloud manterrà organizzati fra i vari dispositivi sono documenti generati da precise applicazioni Apple. Continuo a vedere Dropbox come una soluzione altrettanto comoda per passare rapidamente ogni genere di file fra i miei Mac e con altri utenti attraverso la cartella condivisa, che è ottima per le collaborazioni (iCloud mi pare un sistema molto più incentrato sui vari dispositivi di uno stesso utente). Sarà interessante vedere che cosa faranno più in là gli sviluppatori di terze parti con le API di iCloud. (Il mio piccolo sogno è un BBEdit per iPad col quale tener sempre sincronizzati i lavori con la controparte per Mac: lo userei al posto di Pages sin dal primo giorno).

Poi ci sono quelli che attaccano con il solito disco: “I miei file più intimi e segreti nella cloud? Orrore! Apple spiona! La privacy!”. Provocatoriamente mi verrebbe da rispondere: meglio affidare i propri dati ad Apple che non a Google o a Sony. Facezie a parte, però, posso comprendere le preoccupazioni di chi vede in questa nuova tendenza — l’affidare i dati alla nuvola, ossia ad altre aziende che li custodiscono per noi su server remoti — una minaccia alla propria privacy e al concetto medesimo di possesso. La sensazione è quella di perdere il controllo di informazioni che ci appartengono. Il compromesso che sta dietro è che l’utente accetta di affidare i propri dati a terzi in cambio di una serie di comodità (tutto sincronizzato su tutti i dispositivi, sempre) e di sicurezza (se si guasta il disco rigido e non ho un backup sottomano sono fregato; se ho una copia dei lavori importanti sulla nuvola non perdo nulla, sono più tranquillo, e in caso di perdita dei dati locali posso riprendere da subito a lavorare perché i file che mi servono sono stati automaticamente copiati su un server remoto). 

Per alcuni (molti, a giudicare dal fatto che il 99,9% delle persone ‘tecniche’ che conosco hanno un account Dropbox) si tratta di un compromesso accettabile. Per altri no. A questi altri ricordo che nessuno li obbliga a seguire la tendenza. Nessuno li obbliga ad affidarsi ad altre aziende e a mettere i loro dati più o meno sensibili nella nuvola. Possono benissimo non usare Dropbox e servizi simili. iCloud è opzionale. È assolutamente possibile continuare come prima, facendo copie dei propri file e lavori su dischi esterni locali, aumentando l’ordine di ridondanza all’aumentare della delicatezza delle informazioni da archiviare. E con un po’ di applicazione, non è nemmeno così complicato metter su un server personale che faccia nel suo piccolo quel che fanno Dropbox e iCloud.

Controlli raffinati

Sono quelli che mi aspetto da iCloud. Sono uno di quegli utenti che accetta il compromesso di cui sopra, soprattutto perché negli ultimi tempi mi sono lasciato progressivamente viziare dalla sincronizzazione e dal poter proseguire un lavoro immediatamente su un altro dispositivo senza dover spostare dati manualmente e in continuazione. La ‘scrittura sincronizzata’ resa possibile dalla combinazione di strumenti come Notational Velocity e Simplenote — come ho avuto modo di raccontare — è davvero un’iniezione di produttività pura. 

Tuttavia, la mia accettazione di iCloud dipenderà molto dal grado di controllo che mi permetterà di avere su come, quando e cosa voglio tenere sincronizzato fra i dispositivi. È vero, è comodissimo poter scattare una foto su iPhone e averla istantaneamente anche sull’iPad e sul Mac. E se non la voglio sull’iPad ma solo sul Mac? E se non voglio sincronizzare affatto le foto tra i dispositivi, ma solo i documenti di Pages, Keynote, Numbers? E se voglio sincronizzare fra i dispositivi solo gli acquisti musicali su iTunes Store, ma non i video e non le applicazioni? Sono molto curioso di vedere quale grado di personalizzazione mi permetterà iCloud. 

Per concludere: in generale, le novità di iOS 5 e il servizio iCloud mi hanno entusiasmato quasi in maggior misura rispetto a Lion, e penso che la sinergia fra Lion, iOS 5 e iCloud non farà altro che irrobustire ancora di più la piattaforma Apple nel suo complesso. Non mi piace come è stata gestita la situazione MobileMe e ritengo che gli abbonati di lungo corso si meritavano un trattamento più signorile. Per il resto, stiamo a vedere. La WWDC è stata una vera e propria Sachertorte: ricca di cose buone, ma anche un dessert un po’ pesante. Fortunatamente abbiamo tempo di digerirlo e di rifletterci su.

iCloud: can you win if you don't play?

Handpicked

Interesting take on iCloud by Joshua Topolsky.

Topolsky writes:

When it comes to Apple, it feels to me like the company views the web as a technology which undermines rather than enriches its products. It wants you to talk to the cloud, but only through its portals and its gateways, in closed loops and private networks. Is it possible that for the company Apple has become — the lock-in PC-maker, the gatekeeper, the retailer — there’s still a little too much Wild West in the web? Is Apple’s failure with or aversion to web services a byproduct of the desire for complete control over its ecosystem and products? Or is the gang in Cupertino just not that good at the internet?

Maybe Apple sees the Web as yet another market it is not really interested to dive in. But that doesn’t mean it’s the wrong choice only because everybody else seems so hell-bent on putting the Web before everything. Remember those who thought that Apple should have entered the netbook market? The company, by now, has repeatedly demonstrated that it isn’t interested in following the herd, and that it’s most rewarding not to do so. Why should it be different as regards to the cloud?

Una WWDC come la Sachertorte (1)

Mele e appunti

No, non si è “rotto il blog” (per rispondere pubblicamente a un’email che mi è giunta qualche giorno fa), e prima del keynote di lunedì 6 giugno mi ero riproposto di pubblicare qui le mie impressioni post-evento a caldo, come al solito. Purtroppo sono stato in altre faccende affaccendato, e a questo si aggiunga che la quantità di novità sciorinate durante il keynote della WWDC e l’impatto che ne ha conseguito non hanno permesso una digestione molto rapida. In altre parole: non ricordavo un keynote così dall’annuncio di iPhone a inizio 2007.

Lion, iOS 5, iCloud: molta carne al fuoco, in tre atti. Non sto a riassumere l’evento, ci vorrebbero tre articoli, uno per argomento. Dò per scontato che con l’iper-informazione che ci circonda, chi mi legge ormai è a conoscenza delle novità introdotte da Apple una settimana fa.

Voglio invece condividere le mie impressioni disordinate e, forse per la prima volta nel mio blog, dare maggior risalto agli aspetti che in un modo o nell’altro mi hanno lasciato un sapore un po’ amaro in bocca. In questo primo articolo inizierò con Lion, mentre in una seconda parte mi soffermerò brevemente su iOS 5 e poi su iCloud.

La presentazione

È una sensazione che ho avuto subito seguendo un paio di liveblogging dell’evento, Macworld.com e This Is My Next (l’Armata Ex-Engadget come la chiamo io); sensazione confermata quando ieri ho finalmente potuto ritagliarmi due ore di tempo da dedicare alla visione del filmato. Il ritmo di questo keynote è stato fin troppo esuberante e concitato. Le novità da svelare erano molte, siamo d’accordo, ma a tratti avevo l’impressione di venire stordito dalla loquela di Schiller, Federighi, Forstall e gli altri colleghi che hanno fatto una comparsata dando una mano con le demo. Meno male che Jobs (complice anche una voce un po’ stentata) ha rallentato sul finale, con il suo immutato carisma e la sua tipica maniera di presentare: calma, sicura, misurata. Gli altri sembrava stessero ripetendo la lezioncina a memoria. A salvarli sono state l’oggettiva novità di quel che stavano svelando (nel bene e nel male), la reputazione, e il fatto che gestire una quantità tale di informazioni in un tempo relativamente ristretto non è compito facile. 

Conflitti leonini

Lo dico subito: Lion è la prima versione di Mac OS X in dieci anni che mi lascia non deluso, bensì combattuto. Molte delle nuove funzioni sono senza dubbio un passo avanti e una miglioria rispetto al passato, e a mio avviso quasi bastano novità come Salvataggio automatico, Riprendi e Versioni per giustificare l’aggiornamento. Al tempo stesso noto una serie di dettagli, in certi casi anche piccoli, che mi fanno innervosire. Sostanzialmente perché mi trasmettono la sensazione di essere soluzioni a problemi che non esistevano. 

Quando sia Schiller che Federighi hanno detto in maniera diversa che (parafraso) le barre di scorrimento sono brutte, le barre di scorrimento non servono più, ho subito cominciato a fiutare l’andazzo. Le barre di scorrimento servono eccome: a dare immediatamente l’idea della lunghezza di un documento, di una pagina Web, della quantità di elementi contenuti in una cartella aperta in una finestra del Finder. La nuova soluzione, mutuata da iOS, di farle apparire quando si muove il puntatore e a farle scomparire quando lo si ferma, è visivamente attraente, ma l’immediatezza è persa. È una pignoleria da parte mia, lo so, ma se lo scopo di un’interfaccia utente è, fra gli altri, quello di facilitare le cose all’utente, allora delle barre di scorrimento sempre presenti offrono informazioni che l’utente può vedere e processare senza bisogno di fare alcuna azione. Il colpetto alla rotellina del mouse, il tocco di trackpad, la scorsa sul Magic mouse, seppur minime, sono sempre delle azioni aggiuntive che l’utente è costretto a fare per ottenere informazioni che prima già vedeva.

Continuando su questa linea, i dettagli di Lion che più mi rendono insofferente sono guarda caso legati soprattutto all’interfaccia grafica. Avevo già notato i segnali allarmanti all’evento Back To The Mac dell’ottobre 2010, e il keynote del 6 giugno non ha fatto che riconfermare un’opinione che mi ero fatto negli scorsi mesi, ovvero: le contaminazioni dell’interfaccia di iOS ora presenti in Mac OS X non mi entusiasmano granché e fatico a ritenerle questo grande beneficio che iOS apporta a OS X. Forse lo sarebbero se non esistesse ancora un certo divario fra i metodi di input di un iPhone o iPad rispetto a quelli di un computer Mac, sia portatile sia soprattutto da scrivania. Affidarsi a un numero ancora maggiore di gestualità multi-touch da effettuare su un trackpad non aiuta molto, anzi in me rafforza l’impressione di trovarsi davanti a un’interfaccia utente ibrida e dissociata. Dissociata perché da un lato gli indizi visuali mi spingono quasi a toccare lo schermo e a manipolare icone e finestre, dall’altro l’impulso si scontra con il fatto che un Mac, per ora, rimane un dispositivo con un’interfaccia mediata. Per naturali e ben congegnati, i gesti sul trackpad sono mediati, e c’è sempre il puntatore a video. Su iPhone e iPad la manipolazione è diretta e in questo senso l’interfaccia multi-touch di iOS è efficacissima.

L’esempio più eclatante di questa dissociazione: Launchpad. Probabilmente sarà un successo presso i nuovi utenti Mac che magari sono stati esposti solo all’iPhone e all’iPad; si troveranno davanti quell’interfaccia per selezionare le applicazioni, presa di peso da iOS, e la sensazione di familiarità sarà istantanea. Poi quando si tratta di interagire con Launchpad, beh, meglio avere un Mac portatile, perché i possessori di un Mac da scrivania (specie coloro che non usano né Magic mouse né Magic trackpad) troveranno l’interazione con Launchpad piuttosto goffa.

Certo, il messaggio che Apple sta lanciando in maniera sempre meno inequivocabile è che l’interazione mediante gestualità multi-touch è il futuro, se non in generale almeno dei prodotti Apple. La bellezza e la fluidità dell’esperienza utente in Lion sono strettamente legate al saper padroneggiare i gesti. Il problema, per ora, è che i Mac da scrivania non hanno la stessa omogeneità dei dispositivi iOS e della linea dei MacBook per quanto riguarda l’interazione con l’utente. Non tutti usano il Magic mouse o il Magic trackpad. C’è chi preferisce muoversi nell’interfaccia usando quasi esclusivamente la tastiera. Conosco persone che utilizzano da sempre la tavoletta grafica come dispositivo di input. Altri sono abituati a trackball e a mouse professionali con 7 pulsanti programmabili. Voglio vedere tutti questi utenti a districarsi con Launchpad e Mission Control. Non è un caso che al keynote erano piazzati dei MacBook Pro per effettuare le demo delle funzionalità di Lion. Con il trackpad è più facile. Quando Craig Federighi ha presentato Mission Control lo scorso ottobre, si trovava seduto a un Mac da scrivania e stava usando un Magic mouse: prima di azzeccare le gestualità che stava spiegando ha fatto almeno tre tentativi. Le dita sul mouse tremavano e si contorcevano. Ma, si diceva, l’interfaccia utente non dovrebbe facilitare la vita? A me sembra invece che in Lion le cose tendano a complicarsi. Magari di pochissimo, ma ci vedo una complicazione inutile.

Breve excursus — Ovviamente io ho una mia ipotesi su dove Apple ci stia portando con queste nuove interazioni e con questi nuovi elementi dell’interfaccia grafica presi da iOS. Mi sembra abbastanza chiaro che con Lion si entra nella fase preparatoria di un futuro in cui il mouse è destinato a sparire e in cui anche gli schermi dei Mac diventeranno tattili. Sarà sempre possibile manovrare i Mac con periferiche di input tradizionali (penso a chi come me collega al MacBook Pro un monitor di terze parti e usa il portatile in configurazione desktop, con tastiera e mouse), ma Mac OS X sarà dotato di un’interfaccia gestuale ottimizzata per un contatto sempre più diretto fra utente e oggetti a video. In quest’ottica, tutti i gesti con cui manovriamo Launchpad e Mission Control, le applicazioni in modalità tutto schermo e la possibilità di passare da una all’altra scorrendo con le dita, ecc., hanno molto più senso. Adesso l’utente muore dalla voglia di interagire direttamente con questi elementi, invece di farlo via trackpad; un domani potrà. Fino a poco tempo fa ero molto scettico a riguardo, e anche Jobs nell’evento di ottobre ha chiaramente dimostrato la scomodità di doversi sbracciare davanti a un monitor multi-touch che rimane in posizione verticale di fronte a noi. Poi ho visto questo brevetto e più recentemente quest’altro. Malgrado sia abitudine di Apple registrare un’enorme quantità di brevetti per poi implementarne solo alcuni, più osservo il lavoro di interfaccia che ha subìto Lion, più il percorso mi sembra sensato. Quando ci si arriverà non saprei, ma non mi stupirei se avvenisse nel breve-medio termine. Se così fosse, allora certe scelte nell’interfaccia utente di Lion e certi dettagli che adesso non mi convincono, diventerebbero in retrospettiva del tutto logici.

Altra complicazione inutile è il metodo con cui acquisteremo e installeremo Lion: niente supporto fisico, si fa tutto via Mac App Store. Un’idea bella e pulita in teoria, ma in pratica non priva di inconvenienti. Alcuni dei vantaggi della distribuzione digitale: risparmio sul confezionamento e sulla distribuzione fisica del prodotto, possibilità di far pagare un sistema operativo meno di 30 dollari, e la mancanza di supporto fisico significa zero rischi di acquistare un DVD difettoso o, peggio, di perderlo e non averlo sottomano quando occorre reinstallare. D’altro canto, però, stiamo parlando di un download di 4 GB, che non è proprio una passeggiata. Non dimentichiamo che non tutti viaggiano alla stessa velocità, che esistono ancora moltissime case in cui la banda larga rimane una chimera e si viaggia ancora con connessioni dial-up da 56K o al più sfruttando il collegamento 3G cellulare. Poi c’è il fatto che, con questo meccanismo, sembra chiaro che l’aggiornamento a Lion si appoggi pesantemente a Snow Leopard: infatti, se Lion è disponibile solo sul Mac App Store, quando si deve fare un’installazione da zero (perché, mettiamo, il disco rigido del nostro Mac si guasta e lo sostituiamo con una nuova unità vuota), occorrerà prima installare Snow Leopard, poi aggiornarlo all’ultima versione (o almeno alla 10.6.6), poi scaricare i 4 GB dell’Installer di Lion. Una procedura inutilmente complicata. Certo, è possibile creare un’installazione pulita di Lion e farsi un disco di avvio di Lion, ma qualsiasi procedura alternativa non può prescindere dall’ostacolo principale: lo scaricamento dei 4 GB iniziali. Per non parlare di chi, per una ragione o per l’altra, è rimasto con Mac OS X 10.5 Leopard. Non può passare a Lion direttamente, deve per forza acquistare Snow Leopard.

(Quando, dopo l’evento Back To The Mac, era stata resa disponibile una beta di Lion per gli sviluppatori, direttamente scaricabile dal Mac App Store, avevo immaginato che Apple avrebbe fatto questa mossa anche per la release finale di Mac OS X, e che avrebbe abbandonato il formato DVD, ma mi aspettavo almeno la possibilità di acquistare Lion su una micro-unità USB come quella che si trova nella scatola del MacBook Air per il ripristino del sistema).

Sulla scomparsa di Rosetta e l’abbandono del supporto per l’architettura PowerPC ho già detto a marzo e rimango della stessa opinione, e sull’argomento suggerisco la lettura (in inglese) di questo articolo su Low End Mac: The Implications of Losing Rosetta in OS X 10.7 Lion.

Per concludere, provvisoriamente, su Lion: sono ovviamente molto affascinato dalle novità e da alcune nuove funzionalità così utili che è da sciocchi non aggiornare. Al tempo stesso, e forse per la prima volta in dieci anni, mi trovo di fronte a un aggiornamento dal sapore dolceamaro: a) alterazioni dell’interfaccia che almeno per ora mi appaiono più come svolazzi imitativi per spingere verso Mac OS X e il Mac quell’utenza che conosce Apple solo perché possiede un dispositivo iOS, che non migliorie dettate in primo luogo dall’usabilità; b) un processo di installazione/aggiornamento semplice sulla carta ma laborioso nelle implicazioni (scaricarsi 4 GB di materiale, farsi un proprio DVD di installazione, ecc.); c) l’abbandono dell’architettura PowerPC che mi obbliga a soluzioni di ripiego, quando bastava lasciare Rosetta come installazione opzionale, come già avviene in Snow Leopard. 

La fiducia in Apple rimane, a ogni modo, e mi auguro che i vantaggi e i benefici che Lion porta con sé mi facciano presto dimenticare queste seccature.

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