Le buone pratiche per un Mac sano

Mele e appunti

Fonte: Preparing for the upcoming OS X 10.6.3 update | MacFixIt — CNET Reviews.

In questo articolo, intitolato Come prepararsi per il prossimo aggiornamento Mac OS X 10.6.3, MacFixIt elenca tutta una serie di ‘buone pratiche’ per un aggiornamento sereno e indolore. Pur non essendoci nulla o quasi di sbagliato in sé, personalmente sono dell’idea che ci troviamo di fronte al classico caso per cui il rimedio può essere più pericoloso della malattia, per così dire.

Vediamo innanzi tutto i consigli di MacFixIt.

Passi preparatori

  1. Effettuare un backup.

    Fate sempre un backup del sistema prima di aggiornarlo. La pratica migliore è quella di effettuare un backup completo e ripristinabile utilizzando Time Machine o un sistema per clonare il disco (con software come SuperDuper! e Carbon Copy Cloner), quindi testare il backup per verificare che sia possibile accedervi nel caso l’aggiornamento non vada a buon fine.

    Per collaudare il backup di Time Machine, fate il boot dal DVD di installazione di Mac OS X, selezionate la lingua, e scegliete l’opzione di ripristino da backup presente nel menu Utility. Nell’elenco dei backup ripristinabili, dovreste notare quello più recente che avrete appena eseguito. Per collaudare il clone di un disco avviabile, fate il boot selezionandolo dal pannello Disco di Avvio nelle Preferenze di Sistema e riavviate, oppure tenendo premuto il tasto Opzione (⌥) all’avvio e selezionando il disco dal menu di boot.

    Una volta verificata la buona salute dei backup e riavviato dal disco principale, scollegate il disco esterno (se potete — alcuni si servono di dischi interni per i backup di Time Machine), o almeno smontatelo dalla scrivania così che il sistema non interagirà con esso durante l’aggiornamento. Procedete quindi con l’aggiornamento.

  2. Sistemare eventuali problematiche recenti.

    Se state avendo problemi seri con l’attuale versione del sistema operativo, cercate di risolverli prima di aggiornare. Certo, gli aggiornamenti di OS X possono rappresentare la soluzione a molti inghippi, ma se state notando gravi problemi di stabilità (per esempio crash imprevedibili, strani rumori, impossibilità ad autenticarsi), fate il possibile per risolverli prima di passare all’aggiornamento.

  3. Effettuare una manutenzione generale.

    Come minimo, prima di aggiornare, fate alcune operazioni di manutenzione generale al sistema. Il grosso è fattibile riavviando in Safe Mode (tenendo premuto il tasto Maiuscole durante l’avvio), che esegue alcune routine di manutenzione durante il boot, e poi effettuando una riparazione dei permessi mediate Utility Disco. In più potete ripulire cache e altri file temporanei servendovi di programmi come OnyX, Snow Leopard Cache Cleaner, IceClean, Yasu e Cocktail.

  4. Scollegare periferiche.

    Se avete dispositivi esterni USB o FireWire, scollegateli dal Mac prima di aggiornare. Malgrado sia raro che dispositivi esterni interferiscano con le operazioni di installazione e aggiornamento, può accadere soprattutto durante il primo riavvio automatico dopo l’aggiornamento, quando il sistema riconfigura driver e cache di boot. Una volta installato l’aggiornamento ed eseguito il primo riavvio, potete ricollegare le periferiche.

Ultimata questa parte preparatoria, l’articolo continua spiegando i vari metodi con cui aggiornare: in automatico, tramite Aggiornamento Software; scaricando e installando manualmente il cosiddetto aggiornamento Delta; oppure scaricando e installando manualmente il cosiddetto aggiornamento Combo. (Ho chiarito le differenze in questo mio vecchio articolo, di cui consiglio un ripasso comunque, in quanto contiene osservazioni e raccomandazioni valide per qualsiasi aggiornamento di Mac OS X).

Ai paranoici che sanno dove mettere le mani sui loro Mac non posso che dire di seguire fedelmente queste istruzioni e augurare buon divertimento. Agli altri comuni mortali rivelerò il mio metodo di aggiornamento tipico, che seguo praticamente dai tempi di Mac OS X 10.1.5 e che non mi ha mai dato problemi:

  1. Espellere dischi esterni.
  2. Riavviare il Mac.
  3. Lanciare Aggiornamento Software e lasciarlo lavorare.

Qualcuno penserà forse che è incosciente da parte mia non preoccuparmi del backup e non fare ‘manutenzione generale’. Il fatto è che a) ormai ho sempre un backup fresco, e b) empiricamente, i miei Mac con Mac OS X hanno sempre funzionato bene senza alcuna manutenzione straordinaria (oltre a quella che normalmente Mac OS X effettua già per suo conto, intendo dire). Anzi, per esperienze fatte come aiuto tecnico per altri utenti, sconsiglio con forza l’utilizzo dei programmi citati al punto 3 nell’articolo di MacFixIt. Li sconsiglio non tanto perché siano software di per sé pericolosi o scritti male; li sconsiglio perché in primis possono comunque portare l’utente inesperto a fare pasticci, e in secondo luogo perché alimentano quella brutta cultura della manutenzione scaramantica ossessiva-compulsiva che ha le sue radici nel pensiero-DOS e ‑Windows degli anni Novanta (quando si consigliava a ogni piè sospinto di ‘liberare spazio su disco e deframmentare’).

La mia ricetta per un Mac sano ruota attorno a un punto fondamentale: lasciare il sistema libero il più possibile da interferenze esterne. Che siano programmi di terze parti o le mani stesse dell’utente. Da quando uso Mac OS X non ho mai toccato nulla all’interno della cartella Sistema, e assai raramente ho modificato o cancellato cose all’interno della cartella Libreria (quella presente nella directory radice del disco, non quella dentro la mia cartella utente). Né ho mai installato software che modificavano operazioni o aspetto del sistema. E ho sempre guardato con sospetto i plug-in di terze parti per applicazioni come Safari (infatti non ne uso). Ho riparato i permessi con Utility Disco forse due-tre volte in sette anni, e sempre e solo quando sospettavo che vi fosse, appunto, un problema di permessi sottostante (per esempio, impossibilità di copiare file in certe cartelle a cui avrei dovuto avere accesso).

Stesso dicasi per le pulizie. È giusto fare ordine di tanto in tanto ed eliminare dati e applicazioni che non servono o non si usano (per eliminare applicazioni stavolta consiglio un ottimo software di terze parti — AppZapper — perché fa davvero un lavoro eccellente e sicuro). È rischioso cancellare a mano file e cartelle specie in certi luoghi come /Libreria/Application Support. È pericoloso fare qualsiasi cosa dentro la cartella Sistema. Molti sono presi dalla mania di dover liberare spazio su disco a tutti i costi: spesso il risultato di queste spedizioni punitive a caccia di file e cartelle ‘inutili’ è un guadagno di qualche centinaio di megabyte (che non serve a nulla) e possibilmente la creazione di un problema, che a volte è subito evidente (il sistema diventa instabile), a volte è più subdolo, perché magari si è cancellato qualcosa i cui effetti deleteri si vedranno al prossimo riavvio, e se il prossimo riavvio avrà luogo a distanza di giorni o anche settimane, sarà difficile risalire alla causa.

C’è poi quella raccomandazione secondo cui è meglio lasciare un certo spazio libero su disco altrimenti ‘il sistema diventa instabile’ (o altri simili pericoli). Ovviamente nemmeno io consiglio di riempire fino all’orlo il disco principale del proprio Mac. A parte che trovo ormai difficile arrivare a questi estremi, viste le capienze dei dischi attuali, e visti i prezzi ridicoli dei capienti dischi esterni oggi in commercio. Che si sappia, però, che il peggio che può capitare con un disco interno molto pieno (e con un Mac dotato di poca RAM e di un processore vecchiotto e di un disco lento) è che il Mac funzioni più lentamente e sia meno reattivo. Serve spazio libero su disco perché il Mac possa utilizzarne una parte come area di swap quando la RAM viene utilizzata quasi del tutto. Con i Mac moderni, che hanno dischi da svariate centinaia di GB e che hanno una dotazione di RAM di base abbastanza generosa, è difficile incappare in problemi seri derivanti dallo scarso spazio su disco.

Il consiglio, alla fine, è sempre quello: usare il buonsenso. E se ci si vuole sporcare le mani nelle interiora di Mac OS X, che si cerchino almeno delle fonti attendibili dove ricavare istruzioni e tutorial. E seguirli assolutamente alla lettera se trattano procedure mai eseguite o altrimenti ignote.

‘Fanboy’

Tech Life

Following the example of the so-called Godwin’s Law, yesterday on Twitter I formulated a very personal Law:

The overall value of a discussion decreases as the frequency of the term ‘fanboy’ in said discussion increases.

I am officially sick and tired of this term, which is more and more frequently used as a blanket definition of any Mac user or pundit. There are a lot of people, myself included, who simply use Apple products because they meet their needs best, and endorsing them is just a natural consequence. ‘Fanboy’, which derives from ‘fanatic’, implies irrationality, excessiveness, single-mindedness. And of course there are fanatics in possibly every human context. But on the Web as of late, I noticed that as soon as someone tries to participate in any discussion involving Apple versus Another Big Company, or any Apple platform (hardware or software or both) versus Other Competing Company’s platform, and this someone happens to speak his/her mind in Apple’s favour… voilà, the ‘fanboy’ label is promptly attached.

This is unjust and unfair, because there are people out there who have made rational choices and have rational opinions backed up by facts, and they’re trying to explain their point of view. What I notice with alarming frequently, instead, is not discussion, just name-calling. Calling someone ‘fanboy’ for the sake of it is just as irrational, and this affects the discussion often irreparably. We’re not in kindergarten anymore. At least, one hopes so.

Lo scritto e l'orale

Mele e appunti

In questi giorni, con il fatto che Apple ha iniziato a offrire la possibilità di preordinarlo, si è tornato a discutere di iPad in NewtonTalk, la mailing list dedicata al Newton (il PDA prodotto da Apple negli anni 1993–98). Qual è il senso di trattare iPad (e iPhone) in una lista incentrata sul Newton? In genere l’angolazione del dibattito prende come punto prospettico iPad come erede del Newton, e se ne analizzano le differenze, i vantaggi, e gli inconvenienti o gli aspetti di iPad che lasciano qualche dubbio all’utente Newton di lungo corso.

È piuttosto ovvio che il nocciolo della discussione riguardi le tecnologie di input. Per i newtonisti duri e puri, iPad non sarà mai un valido sostituto del loro MessagePad o eMate poiché privo di riconoscimento della scrittura. Steve Jobs non ha fatto mistero della sua antipatia nei confronti di penne e stili come strumenti di input, soprattutto nell’ormai storico keynote del 2007 in cui introdusse iPhone. Per i sostenitori della tecnologia di riconoscimento della scrittura implementata nel Newton, tagliarla fuori da iPhone OS è un’opportunità persa (e un peccato, visto gli anni di sviluppo che Apple ha dedicato a questa tecnologia) ma è anche, in un certo senso, un messaggio implicito che rafforza ulteriormente il ruolo della tastiera — virtuale o meno — come unica, sensata modalità di immissione di informazioni.

A questo punto, in genere, la discussione si polarizza: da un lato troviamo gli irriducibili newtonisti, ormai abituati alla comodità di poter scrivere sullo schermo del Newton come fosse un block notes e di avere la propria scrittura riconosciuta con un buon livello di velocità e precisione, che vedono iPad come un dispositivo dalle molte potenzialità ma handicappato dalla mancanza di quella tecnologia di input; dall’altro troviamo tutta una serie di utenti, magari già entusiasti possessori di iPhone/iPod touch, che vedono il meglio dei due mondi, che si sono abituati alla tastiera virtuale di iPhone, e per i quali la mancanza del riconoscimento della scrittura e del supporto dello stilo in iPad non è la fine del mondo.

Ultimamente la discussione si è lasciata un po’ alle spalle i dispositivi specifici per concentrarsi sulle sole tecnologie di input, e oltre alla scrittura e all’immissione mediante tastiera, è entrata in gioco un’altra tecnologia, il riconoscimento vocale. Ryan ne è il maggior entusiasta, e scrive:

La realtà dei fatti è che il mercato ha deciso che cosa preferisce. La maggioranza delle persone preferiscono una tastiera [rispetto alla scrittura con penna] e un numero sempre maggiore di persone utilizza tastiere virtuali su dispositivi come iPhone come sistema di input.

Il pen computing in generale è stato un fallimento sul mercato. Ha fallito nei dispositivi più piccoli come i PDA e nei dispositivi di dimensioni maggiori come i Tablet PC. È stato il mercato a deciderlo. La tecnologia di input mediante la penna ha avuto il suo momento, ma non ha mai veramente attecchito a causa delle sue inefficenze.

Diamo un’occhiata ad applicazioni pratiche. Sono in piedi sul treno: gente dappertutto, rumore, ecc. Posso fare una telefonata senza nemmeno toccare il mio iPhone grazie al suo Controllo Vocale, o grazie ad auricolari Bluetooth che attenuano il rumore di fondo. Posso creare un contatto con una mano sola, così come navigare il Web, leggere feed RSS, scrivere una nota veloce; tutto con una sola mano.

Con un dispositivo come il Newton non è proprio possibile. Ci vogliono due mani, è un dispositivo più ingombrante e quindi meno pratico in ambienti caotici e in cui si è costretti a stare in piedi.

Ovviamente quegli ambienti sono altrettanto poco adatti all’uso della tecnologia di riconoscimento vocale, che, come dite, funziona meglio in situazioni private e tranquille. […]

In ogni caso, il riconoscimento vocale ha davvero un futuro. Dottori, avvocati… nei loro ambienti è già ampiamente diffuso. E ora sempre più consumatori lo stanno scoprendo. Ovviamente si tratta di persone che si trovano in ambienti di lavoro adatti ad utilizzarlo: freelancer che lavorano da casa, per esempio. Ho recentemente tenuto un seminario sul riconoscimento vocale, indirizzato a traduttori, e per loro è una piccola rivoluzione. Sin da quando hanno iniziato a farne uso la loro produzione è aumentata, hanno meno dolori ai polsi perché scrivono meno, e la qualità dei lavori di traduzione eseguiti con l’aiuto del riconoscimento vocale è aumentata. Ora possono semplicemente dare un’occhiata a un breve paragrafo e pronunciarne la traduzione, così come verrebbe nella loro lingua. È un processo incredibilmente veloce e liberatorio. Quando guardiamo al lavoro che svolgono queste persone, faticando sulle loro tastiere battendo decine di migliaia di parole alla settimana, [il riconoscimento vocale] ha cambiato la loro vita. Possono persino stare in piedi e lontano dal computer se si servono di apparecchi wireless, e tradurre parlando. […]

Il riconoscimento vocale ha reso anche la mia vita più facile, dato che scrivo parecchie email durante il giorno. Il riconoscimento vocale ha aumentato la mia produttività in maniera significativa, e i miei polsi ne hanno beneficiato. Come tutti coloro che ne fanno uso, anch’io combino l’utilizzo di tastiera e riconoscimento vocale durante una giornata normale. Per le email più lunghe uso il riconoscimento vocale, e conosco molti altri che fanno lo stesso nei loro uffici. Dopo che l’email ‘dettata’ è finita, mi viene spontaneo sorridere perché so quanto più tempo avrei impiegato se l’avessi dattilografata. […]

Bene, come potete vedere c’è molto entusiasmo in questo intervento. Persino troppo per i miei gusti.

Per trattare del perché il pen computing non ha avuto il successo sperato ci vorrebbe un articolone a sé stante. Diciamo sinteticamente che è stato perseguito poco e male. Invece di concentrare le energie sul perfezionamento del riconoscimento della scrittura (e con il Newton si era davvero sulla buona strada, credetemi), si è voluto usare la combinazione touch-screen più penna in applicazioni e con interfacce completamente inadeguate, vedansi certi cellulari dei primi anni Duemila, con schermi piccoli e stilo grandi come stuzzicadenti. È un peccato, perché ritengo che la scrittura con la penna sia un metodo di input tuttora valido (se fosse ricercato e sviluppato adeguatamente) in quanto naturale per gli esseri umani. La riprova è nell’ambito grafico: qualsiasi professionista del settore vi dirà che non c’è niente di meglio che la penna e la tavoletta grafica per effettuare disegni, illustrazioni e affini.

Il riconoscimento vocale, per come la vedo io, ha ancora tantissima strada da fare, e non condivido tutta la sicurezza dimostrata da Ryan nel suo intervento appassionato. La prima cosa da migliorare è l’affidabilità e la precisione nel tradurre per iscritto quanto viene dettato. Forse l’entusiasmo di Ryan è dovuto al fatto che lui parla inglese, e probabilmente i software a disposizione oggi per un parlante inglese offrono risultati migliori rispetto ad altre lingue.

Ma i problemi del riconoscimento vocale non sono questi. Sono le applicazioni in concreto, l’uso sul campo. Come altri in lista hanno evidenziato, il riconoscimento vocale non è certo qualcosa usabile in pubblico, sia per l’ovvio impatto acustico, il caos che ne deriverebbe, per non parlare della maleducazione (che è già marcata per quanto riguarda l’abitudine di parlare ad alta voce al cellulare, imponendo i fatti propri e le proprie sciocchezze ai malcapitati che si trovano nei paraggi, figuriamoci se chiunque si porta appresso un computer sui mezzi pubblici si mettesse a dettare documenti ad alta voce), ma anche per un discorso di privacy dei dati. Esistono categorie professionali che hanno l’obbligo della confidenzialità nel trattare le informazioni dei propri clienti, e non possono certamente mettersi a parlare ai propri computer in pubblico. Per non parlare di segreti industriali e, in generale, di tutta una serie di informazioni che devono tassativamente rimanere protette da occhi (e orecchie) altrui.

Solo quest’unico aspetto della situazione limita drasticamente l’utilizzo del riconoscimento vocale. Ma anche nelle migliori condizioni d’uso, pur non negando una certa bellezza nel poter dettare un testo al computer e vedermelo riconosciuto sullo schermo, non posso non sottolineare un aspetto che Ryan, nella sua foga, sembra essersi dimenticato: che un testo dettato e riconosciuto è tutt’altro che ultimato. Quando scrive: Per le email più lunghe uso il riconoscimento vocale, e conosco molti altri che fanno lo stesso nei loro uffici. Dopo che l’email ‘dettata’ è finita, mi viene spontaneo sorridere perché so quanto più tempo avrei impiegato se l’avessi dattilografata, io dubito fortissimamente che, a dettatura ultimata, quell’email sia priva di errori tipografici e non necessiti di alcuna operazione di correzione o modifica. A meno che a Ryan non importi la qualità finale della sua scrittura. Il risparmio di tempo che lui avverte è, a mio modesto parere, più avvertito che reale. Non basta infatti che il computer riconosca il testo dettato e metta i punti fermi e le maiuscole dove servono. Il testo va poi adattato e corretto per far sì che sia a tutti gli effetti un testo scritto e non la trascrizione di un soliloquio.

Non è una prova difficile da fare, anche senza software di riconoscimento vocale: pensate a un’email o a un testo medio-breve che vorreste scrivere, e dettatelo a un registratore, poi trascrivete quel che avete detto così come lo sentite. Dovrete innanzitutto eliminare congiunzioni e pause ridondanti, poi, siccome non siamo robot, bisognerà aggiustare la sintassi e i collegamenti tra le frasi. Parlando è facile incappare in periodi sintatticamente sospesi, in anacoluti, in espressioni che si accettano nel discorso parlato ma che sono improprie in un testo scritto. Come vedete, non basta una trascrizione accurata, bisogna produrre un documento scritto in maniera consona. Con una tale operazione di ‘post-produzione’, se mi passate il termine, non vedo tutto questo guadagno di produttività, e non vedo nemmeno tutto il risparmio in dattilografia. Almeno, allo stato attuale della tecnologia di riconoscimento vocale. (A meno che non vogliamo finire con lo scrivere come parliamo, ché non mi pare una bella prospettiva: il mio idraulico utilizza un servizio di trascrizione dei messaggi che invia con il cellulare, così può dettare un SMS a voce e inviarlo senza usare le mani. Gli SMS che mi arrivano sono intelligibili, ma sintatticamente grezzi. Qui l’impiego del riconoscimento vocale ha senso, perché l’ambito è circoscritto e si privilegia il fine — il messaggio — al mezzo impiegato per scriverlo, ma rabbrividisco al pensiero di email o articoli scritti nella stessa maniera).

E infine, proprio per queste ragioni, fatico a credere che il riconoscimento vocale sia questa gran panacea per i traduttori freelance così come l’ha dipinta Ryan nella foga di esaltarne le virtù. Per il tipo di lavoro che faccio io ho bisogno di quiete e riflessione, e di lavorare ‘corpo a corpo’ sul testo che sto traducendo; non riuscirei affatto a mettermi a dettare traduzioni al volo, mi pare più un lavoro da interpreti, che sono abituati e addestrati a tradurre quasi istantaneamente, ma sempre in un ambito di discorso parlato.

A meno di non essere smentito da scoperte rivoluzionarie nel settore, ho davvero l’impressione che il riconoscimento vocale continuerà a funzionare solo in situazioni precise e circoscritte. È una tecnologia certamente utile (basti pensare al supporto preziosissimo che offre ai disabili), ma a mio avviso passerà ancora diverso tempo prima che possa estendersi e penetrare nei variegati aspetti della quotidianità e prima che possa (se mai accadrà) sostituire completamente la tastiera come metodo di input.

iPhone: note mobili (10)

Mele e appunti

Usabilità migliorabile nella gestione di account iTunes multipli

Mi rendo conto che le osservazioni che sto per fare possano riguardare una minoranza di utenti. Non posso però fare a meno di notare come la gestione di due account iTunes, specialmente per gli aggiornamenti delle applicazioni nell’App Store, sia poco intuitiva e un tantino frustrante.

Possiedo due account, uno per lo iTunes Store italiano, uno per quello spagnolo. Per problemi intermittenti con una carta di credito, mi ritrovo con applicazioni per iPhone acquistate in parte nell’App Store spagnolo, e in parte in quello italiano. Quando sono presenti degli aggiornamenti, l’applicazione App Store mi mostra l’elenco delle applicazioni da aggiornare a prescindere dall’account in cui mi trovo autenticato al momento. Per fare un esempio, supponiamo di avere tre aggiornamenti disponibili di applicazioni acquistate nell’App Store spagnolo e una nell’App Store italiano. Quando accedo all’applicazione App Store, nella sezione Aggiorna vedo quattro aggiornamenti. Supponiamo inoltre che al momento io mi trovi autenticato nell’account spagnolo.

Con una cinquantina di applicazioni installate, non è pensabile che io mi ricordi quali ho acquistato in uno store e quali nell’altro. Quando tocco il pulsante Aggiorna tutto mi viene chiesta la password dell’account spagnolo e i tre aggiornamenti di applicazioni acquistate nell’App Store spagnolo vengono scaricati. A volte la password mi viene chiesta ripetutamente, e le applicazioni non vengono aggiornate tutte insieme, nemmeno se sono state tutte comprate nello stesso App Store. Ma tornando all’esempio, tre dei quattro aggiornamenti vengono scaricati, e l’altro (dell’applicazione comprata nell’App Store italiano) rimane lì. Il badge rosso sull’icona dell’applicazione App Store passa da “4” a “1”, e io devo riaprire App Store, toccare di nuovo il pulsante Aggiorna tutto, mi viene chiesta la password dell’account italiano e, invece di procedere all’immediato scaricamento ricevo l’avviso che dice Questo account è valido solo per gli acquisti nello store italiano. A questo punto devo nuovamente lanciare l’applicazione App Store e nuovamente toccare il pulsante per l’aggiornamento. Finalmente (dato che al passo precedente ho di fatto effettuato un Logout dall’App Store spagnolo e un Login in quello italiano) l’aggiornamento viene scaricato senza ulteriore richiesta di password.

Non credo di essere l’unico a pensare che questo metodo sia assurdamente macchinoso e che non sia un campione di usabilità. Ora, iTunes sul Mac e iPhone conservano le informazioni per ogni applicazione, e sanno quali sono legate all’account 1 e quali all’account 2. Sarebbe auspicabile che, in presenza di aggiornamenti misti, mi venissero richieste subito le rispettive password dei due account e che iPhone procedesse allo scaricamento delle applicazioni cambiando automaticamente App Store e senza fermarsi a notificarmelo, interrompendo il processo e costringendomi a entrare ripetutamente nell’applicazione App Store. Si risparmierebbero dei passaggi e l’operazione sarebbe decisamente più fluida, visto che spesso le applicazioni da aggiornare sono tante e il procedimento richiede il suo tempo.

Indicatore della batteria inaffidabile

Non saprei dire esattamente da quando ha cominciato a presentarsi questo sporadico inconveniente, se da iPhone OS 3.1 o 3.1.x. Comunque in tempi recenti. Il problema è semplice: ricarico iPhone, l’indicatore della batteria mi mostra l’icona di piena carica e… rimane così finché la batteria si scarica completamente. In altre parole, l’indicatore non segnala il progressivo scaricamento della batteria come dovrebbe. Dato che non è un inghippo ricorrente, è difficile che vi faccia caso, ma è piuttosto fastidioso risvegliare iPhone dallo stop in un secondo momento e scoprire che iPhone si è spento da solo (e chissà quando) perché la batteria si è esaurita. Solo una volta mi sono accorto: ricordandomi di aver ricaricato l’ultima volta iPhone un lunedì notte, mi sembrava strano che il mercoledì mattina l’indicatore della batteria fosse ancora a piena carica. Ho spento e riacceso iPhone e una volta riacceso l’indicatore si trovava prevedibilmente in rosso ed è apparso l’avviso “Batteria al 20%”.

Dev’essere un problema software, perché non ho notato comportamenti anomali della batteria, che conserva la sua buona carica media di sempre. Forse dovrei spegnere iPhone più spesso e vuotare le varie cache interne (io ho l’abitudine di non spegnerlo praticamente mai — di notte lo lascio in stop). L’inconveniente si presenta di rado e non è riproducibile in alcun modo. Lo trovo un po’ seccante perché in un’occasione mi è capitato fuori casa e avevo bisogno di essere reperibile. È capitato anche a voi?