Brevemente, sul cloud computing

Mele e appunti

Giacomo, in un recente commento, chiedeva:

Perché non vi interessa il cloud computing? È un motivo di principio – del tipo che non vi piace avere i vostri dati fuori dal vostro controllo ed eventualmente senza la completa sicurezza che restino privati? Oppure è un discorso più collegato al fatto che attualmente il cloud computing (a causa di numerosi motivi) non è ancora “pronto” per l’interesse delle grandi masse?

Per quanto mi riguarda, direi entrambe le cose, con l’accento forse più sulla prima. Fra l’altro su questo argomento si è recentemente pronunciato Bruce Schneier, noto guru della sicurezza informatica, a cui lascio la parola:

[…] Ma pubblicità e sensazionalismi a parte, il cloud computing non è nulla di nuovo. È la versione moderna del modello del timesharing che si usava negli anni Sessanta, che alla fine fu abbandonato a causa del crescente successo del personal computer. Cloud computing è quel che hanno fatto Hotmail e Gmail in questi anni, ed è quel che fanno i siti di social networking, le aziende che offrono backup remoti, e le aziende di filtraggio della posta elettronica da remoto, come MessageLabs. Qualunque genere di outsourcing IT — infrastruttura di rete, monitoring di sicurezza, hosting remoto — è una forma di cloud computing. […]

E la sicurezza? Non è più pericoloso avere le proprie email sui server di Hotmail, i propri fogli di calcolo sui server di Google, le conversazioni personali sui server di Facebook e le previsioni di vendita della propria azienda sui server di Salesforce.com? Beh, sì e no.

La sicurezza IT ruota intorno alla fiducia. Occorre fidarsi di chi costruisce i microprocessori, dell’hardware, del sistema operativo, dei produttori di software, nonché del proprio Internet Provider. Uno qualsiasi di questi elementi può compromettere la nostra sicurezza: mandare in crash i sistemi, corrompere dati, permettere a un aggressore di ottenere accesso ai sistemi. Abbiamo speso decenni combattendo worm e rootkit che prendono di mira vulnerabilità nel software. Ci siamo preoccupati di chip infettati. Ma alla fine non abbiamo altra scelta se non quella di fidarci ciecamente della sicurezza dei fornitori IT di cui ci serviamo.

Il Saas (Software as a service) sposta il confine della fiducia a un livello ulteriore: adesso dobbiamo fidarci anche dei fornitori di questi servizi software, ma le cose non cambiano granché. È l’ennesima entità di cui ci si deve fidare.

Tuttavia esiste una differenza fondamentale. Quando un computer si trova all’interno della nostra rete, possiamo proteggerlo con altri sistemi di sicurezza, come firewall e IDS (sistemi anti-intrusione). È possibile costruire un sistema resistente che funziona anche nel caso in cui quei produttori di cui ci dobbiamo fidare non si rivelano così degni di fiducia. Con un modello di outsourcing, che si tratti di cloud computing o di altro, non è possibile. È necessario fidarsi totalmente del proprio outsourcer. E non solo bisogna fidarsi della sicurezza dell’outsourcer, ma anche della sua affidabilità, disponibilità, e continuità di business.

Non vogliamo che i nostri dati più importanti si trovino su qualche cloud computer che sparisce improvvisamente perché il proprietario è andato in bancarotta. Non vogliamo che l’azienda che stiamo utilizzando venga venduta al nostro diretto concorrente. Non vogliamo che l’azienda effettui dei tagli senza preavviso perché i tempi sono duri. O aumentare i suoi prezzi per poi rifiutarsi di restituire i nostri dati. Queste cose possono accadere con i produttori di software, ma i risultati non sono così drastici.

Esistono due tipi diversi di clienti del cloud computing. Il primo tipo paga solo una cifra simbolica per tali servizi, li usa gratuitamente e in cambio riceve pubblicità (esempi: Gmail, Facebook). Questo genere di clienti non ha alcuna voce in capitolo nei confronti dell’outsourcer. Si possono perdere tutte le informazioni — ad aziende come Google o Amazon importerà poco. Il secondo tipo di clientela paga una cifra considerevole per questi servizi: a Salesforce.com, MessageLabs, aziende di managed networking, e così via. Questa clientela ha maggior voce in capitolo, nel caso ovviamente che tali aziende scrivano correttamente i loro contratti di servizio. In ogni caso nulla viene garantito. […]

L’enfasi nell’estratto citato è mia, non di Schneier. Ho evidenziato in grassetto quelli che per me sono i punti essenziali, che non mi rendono completamente tranquillo quando si parla di cloud computing. Se vogliamo, sono più l’integrità e la ricuperabilità dei dati a preoccuparmi, che non la privacy in senso stretto. Certo, quando ci si serve del cloud computing in maniera sostanzialmente marginale, la privacy è un problema relativo: se non voglio che Google legga la mia posta o i documenti che creo su Google Docs, eviterò di usare Gmail e lavorerò in locale ai miei progetti e documenti da tener privati e segreti. Se ipoteticamente Google Chrome OS fosse, come ho immaginato nell’altro post, interamente basato sulla ‘nuvola’ forse le ripercussioni a livello di privacy sarebbero più notevoli.

Però, ripeto, quelli che considero i fattori critici sono la sicurezza dei dati e l’affidabilità delle entità che li gestiscono. Le preoccupazioni inerenti alla privacy non stanno tanto nella paura che qualcuno in Apple legga la mia corrispondenza MobileMe o che qualcuno in Google legga i miei carteggi privati in Gmail. Usando il buonsenso, è altamente improbabile che questo accada, se non altro perché gli account di posta MobileMe e Gmail sono ormai nell’ordine dei milioni (la praticità di Gmail invita ad aprire account multipli, e io stesso ne ho una dozzina; facendo qualche moltiplicazione si possono immaginare i numeri a livello globale). Ma la privacy diventa un problema se viene compromessa la sicurezza dei dati: a nessuno farebbe piacere veder comparire stralci di email private facendo una ricerca qualsiasi in Google, per esempio. (Se non ricordo male, in passato era accaduta una cosa analoga in Flickr, dove per un errore del sistema una serie di foto contrassegnate come ‘private’ dai rispettivi utenti, erano state rese visibili a tutti).

Tornando alla domanda di Giacomo, penso che il cloud computing sia senza dubbio pronto per l’interesse delle grandi masse, le quali probabilmente già ne fanno uso senza rendersi conto appieno delle implicazioni. I dettagli che, per come la vedo io, renderebbero il cloud computing davvero maturo sarebbero una maggiore trasparenza e un minimo di garanzie offerte dal gestore di un servizio. Visto l’andazzo e leggendo i vari Termini del Servizio, però, temo che l’approccio sarà sempre del tipo “Questo è ciò che offriamo, senza garanzie. Se vi va bene, ottimo. Altrimenti rivolgetevi altrove”.

Come già dicevo nei commenti al mio articolo su Google Chrome OS, trovo senz’altro affascinante l’idea di esternalizzare informazioni e di averle sempre sottomano da qualsiasi macchina mi colleghi, e servizi come Dropbox mi hanno salvato il posteriore in un paio di occasioni. Ritengo improbabile che grandi aziende come Apple e Google facciano passi falsi dal punto di vista della sicurezza dei dati, se non altro perché sarebbe un danno incalcolabile alla loro immagine e non possono permettersi che accada una cosa del genere. Ma nel frattempo continuo a tenere una copia di tutto sui miei Mac e nei miei backup.

Operazioni orwelliane

Mele e appunti

Lo scorso febbraio, concludevo il mio articolo Leggere nell’era digitale con queste parole:

L’eBook mi sembra figlio di questi tempi veloci, dell’informazione che arriva sbriciolata da ogni dove e che viene consumata ma raramente assimilata, di una virtualità dove tutto passa e poco resta. In questo panorama, pur non negando i vantaggi della tecnologia e approfittandone io stesso, vedo il libro tradizionale come sinonimo del materiale e del permanente di contro all’immateriale e all’effimero. Il testo elettronico è eccezionale, versatile, e comodo, ma mi sfugge di mano, non riesco a configurarne un possesso, è sabbia elettronica che non sta nel pugno.

Una conferma a questa mia sensazione viene dalla notizia che Amazon ha eliminato dal suo catalogo elettronico due classici come 1984 e Animal Farm di George Orwell, perché, a quanto leggo nell’articolo di David Pogue sul New York Times, la casa editrice di quei libri ha cambiato idea sul fornirne una edizione elettronica.

Quel che è peggio è che, oltre ad averli eliminati dal catalogo, Amazon li ha cancellati remotamente da tutti i Kindle dai quali erano stati regolarmente acquistati e scaricati, rimborsando gli acquirenti. Come fa notare John Gruber, tanto per fare un parallelo, quando Apple toglie dall’App Store certe applicazioni problematiche (come accadde tempo fa con NetShare, prima che il tethering fosse permesso), tali applicazioni rimangono sugli iPhone o iPod touch su cui sono state scaricate.

Pogue:

Questo è sgradevole per tutta una serie di motivi. Amazon sostiene che una cosa del genere accade “raramente”, ma è inquietante il fatto stesso che possa accadere. Ci hanno indotti a credere che gli eBook siano come i libri, no?, però migliori. Ma già abbiamo visto che non sono esattamente come i libri veri e propri, perché una volta terminata la lettura non possiamo né rivenderli né regalarli. E adesso apprendiamo che persino le vendite potrebbero non essere considerate definitive.

E l’ovvia ironia è che sia capitato proprio con 1984 di Orwell.

Sarà anche un episodio isolato, ma a me non piace per niente. Quando l’App Store era giovane, un sacco di gente si era prodigata in critiche sul fatto che Apple potesse esercitare un controllo orwelliano (!) sugli acquisti fatti dagli utenti. Amazon, che nessuno si filava da questo punto di vista, ha già fatto un paio di scherzetti: il primo, agli inizi di luglio, quando ha modificato i termini di utilizzo per le sue Product Advertising API (non solo ne ha vietato l’uso per i dispositivi mobili, ha vietato l’uso dei dati ottenuti da queste API sui dispositivi mobili — molte applicazioni per iPhone / iPod touch sono state danneggiate da questa manovra, prima fra tutte il client iPhone di Delicious Library, che è stato eliminato dall’App Store); e adesso questo.

Se c’è una cosa che deve diffondersi a tutti i costi e con ogni mezzo è la cultura. Miope, dunque, quella casa editrice che torna sui suoi passi e vieta ad Amazon di distribuire una versione elettronica dei libri di Orwell, stupida Amazon a non limitarsi a toglierli dal catalogo e ad arrivare a cancellarli da tutti i dispositivi. Sarò all’antica, ma osservo la mia libreria stracolma di volumi e mi sento un po’ più confortato, oggi.

Parliamo di Google Chrome OS

Mele e appunti

Qualche giorno fa, alcuni fra i lettori di questo blog mi hanno fatto notare bonariamente che sarebbero interessati a una mia opinione in merito al recente annuncio di Google. Un po’ in ritardo, ma eccomi qua.

In tutta onestà avevo in mente di pubblicare un post quando la notizia era ancora fresca, e il post sarebbe stato uno spazio lasciato intenzionalmente bianco. Perché, parliamoci chiaro: è un prodotto che non esiste ancora, è un’idea annunciata e nient’altro. Tutti stanno scrivendo fiumi di inchiostro elettronico a riguardo, ma se devo dirla tutta la mia primissima reazione all’annuncio di Google Chrome OS non è andata molto al di là di un OK, interessante. Stiamo a vedere.

Poi naturalmente ci ho pensato su più a lungo, e qualche riflessione è saltata fuori. In molti stanno facendo previsioni, dipingendo futuri scenari, parlando di un prodotto di cui si sa molto poco. L’unica cosa di cui ha veramente senso parlare adesso, secondo me, è l’unica cosa tangibile che abbiamo: l’annuncio. Ho isolato (e numerato) i frammenti che ritengo significativi:

[1] Google Chrome OS è un sistema operativo open source e leggero che sarà inizialmente mirato ai netbook.

[2] Velocità, semplicità e sicurezza sono gli aspetti fondamentali di Google Chrome OS. Stiamo progettando il sistema operativo affinché sia veloce e leggero, che possa avviarsi e portarvi sul Web in pochi istanti. L’interfaccia utente è spartana, non vuole essere intrusiva, e la maggior parte dell’esperienza utente avviene sul Web. E come abbiamo fatto con il browser Google Chrome, stiamo tornando alle radici e ridisegnando completamente l’architettura di sicurezza del sistema operativo in maniera tale che gli utenti non debbano preoccuparsi di virus, malware e aggiornamenti di sicurezza. Dovrebbe semplicemente funzionare.

[3] L’architettura software è semplice: Google Chrome si esegue all’interno di un nuovo sistema a finestre che poggia su un kernel Linux. Per gli sviluppatori delle applicazioni, la piattaforma è il Web. Tutte le applicazioni basate sul Web funzioneranno automaticamente e nuove applicazioni potranno essere scritte utilizzando le tecnologie Web di vostro gradimento. E naturalmente tali applicazioni non soltanto gireranno sotto Google Chrome OS, ma anche all’interno di qualsiasi browser Windows, Mac e Linux basato sugli standard, così da offrire agli sviluppatori la fetta di utenza più vasta di ogni piattaforma. 

Malgrado sia poco più di un’idea, in Google sembrano piuttosto fiduciosi e sicuri di sé. E vorrei anche vedere: l’idea, da come l’ho compresa, è buona. Cercherò di spiegarmi analizzando i tre frammenti.

[1] Google punta a fare il suo ingresso nel mercato dei netbook con una mossa che potrebbe dare uno scossone allo status quo, e persino incentivare la vendita dell’hardware. A mio avviso in Google hanno analizzato quali sono i principali inconvenienti dei netbook e si sono soffermati sull’unico per il quale potrebbero avere una (grossa) voce in capitolo: il software. Hanno capito che, a rovinare l’esperienza dell’utilizzatore di un netbook, non sono soltanto fattori legati all’hardware (tastiere ristrette, trackpad per bambini, prestazioni generali modeste, e via dicendo), ma anche al software. I netbook sul mercato sono sostanzialmente vincolati a sistemi operativi ottimizzati per macchine più grandi, più potenti, e più complete. Perché dunque non creare un sistema operativo ottimizzato per questi dispositivi? E questo sistema operativo su cosa dovrà basarsi per essere il più possibile efficiente? Ma ovviamente sui compiti che chi compra un netbook esegue più spesso: navigare il Web, controllare la posta, fare un minimo di gestione di documenti ‘office’ (testi, foglio di calcolo, ecc.).

Gli ingredienti, Google, li ha già: un ottimo browser (è l’unico a funzionare bene su PC Windows datati), e tutte le applicazioni che ha già creato per il Web, in primis Gmail e Google Docs. Lo sviluppo del sistema operativo sarà mirato a creare un ambiente coeso e omogeneo, perfettamente ottimizzato nella sua veste di base e dotato di buona versatilità per poter essere espanso grazie ad applicazioni di terze parti.

Le implicazioni che questo potrà avere sul mercato dei netbook mi paiono evidenti: con un sistema operativo fatto su misura dalla Premiata Sartoria Google, si elimina una delle più vistose barriere di ingresso nel mondo dei netbook: l’usabilità dell’interfaccia. Se i netbook cominciano a fare davvero bene quello che sono nati per fare, più persone saranno tentate dall’acquisto. Non dovranno sopportare una qualche versione menomata e aggiustata di Windows, non saranno intimidite da Linux (anche se sarà il cuore di Google Chrome OS — sono certo che Google farà in modo che non si veda nemmeno), e non dovranno ricorrere a qualche hack per installare Mac OS X. Se Google dovesse fare centro, tanto per farvi immaginare uno scenario possibile, è come se Apple distribuisse un sistema operativo basato sulla piattaforma Touch per tutti gli smartphone in commercio.

[2] Se dovessi descrivere la prima immagine che hanno evocato queste poche righe, direi senz’altro che mi figuro Google Chrome OS come un sistema in cui il browser equivale al Finder nella piattaforma Macintosh. O anche come a una versione ampliata e ottimizzata di quel che è WebOS sul Palm Pre. Un sistema operativo basato sulle tecnologie Web è come un super-browser che effettua il rendering dei contenuti, che possono essere pagine Web online, o applicazioni Web offline, ovvero locali, sulla macchina. Prendete gli esempi migliori di quel che si trova sul Web a livello di tecnologie moderne e pensateli fuori dal browser, oppure pensate al browser non più come a un’applicazione ma a ciò che contiene tutte le applicazioni (il Finder sul Mac, per esempio). È chiaro che le prime cose che vengono in mente sono appunto velocità, semplicità e sicurezza. Il sito di Apple, che fa ampio uso di tecnologie come JavaScript, QuickTime, HTML 5, offre una navigazione veloce ed estremamente reattiva. Effetti e animazioni (che non si servono di Flash) sono fluidi e non impattano le prestazioni del browser anche su computer meno attuali. Stesso dicasi per Gmail e Google Docs. In questi esempi si ha sempre l’impressione di star usando un’applicazione vera e propria, più che star ‘facendo qualcosa nel browser’. Immaginiamo un intero sistema operativo così, o meglio, per cominciare, un sistema operativo per netbook. Ecco che in questo scenario, anche il netbook più miserino può andare sul Web, controllare la posta, gestire i documenti in maniera piacevole e accettabile, molto più di adesso.

E con l’integrazione delle applicazioni e dei servizi di Google, è altrettanto chiaro che Google Chrome OS farà un uso pesante del cosiddetto cloud computing: email e documenti salvati altrove e sempre a disposizione, ma di più: impostazioni di sistema, backup e forse anche una gestione completa delle applicazioni installate. Non è peregrino immaginare uno scenario di questo genere: l’utente decide di cambiare netbook, oppure glielo rubano e se ne compra un altro. Installa Google Chrome OS, si autentica con il sistema. Il sistema pesca il suo profilo dalla ‘nuvola’ e inizia a scaricare tutte le applicazioni, i documenti e le impostazioni salvate nell’ultima ‘istantanea’ utilizzata dall’utente (pensate a servizi come Dropbox, o al ripristino di Mac OS X dall’ultimo backup di Time Machine), e in poco tempo l’utente si ritrova con il computer esattamente com’era prima, senza bisogno di ri-scaricare applicazioni, riconfigurare le impostazioni, ricostruire informazioni perdute, e così via. Io leggo questo dietro al frammento [2]. Forse mi sono lasciato un po’ trasportare, ma leggendo le righe e fra le righe, mi sembra tutto piuttosto plausibile (e non è necessario che sia così dal primo giorno, potrebbe essere il frutto di un continuo work in progress, proprio nella tradizione di qualsiasi sistema operativo open source).

[3] Anche qui possiamo leggere una mossa potenzialmente interessante. Partendo dal browser e estendendo il concetto fino ad abbracciare le funzioni di un sistema operativo, si supera la barriera della specificità della piattaforma. Un’applicazione Web funziona su un Mac, su un PC Windows, su un PC Linux, su un iPhone… su qualsiasi sistema in grado di accedere al Web con un browser rispettoso degli standard. Se Google parte col piede giusto con questo nuovo OS, potrebbe creare una vastità di sviluppo di terze parti impressionante, e applicazioni per Google Chrome OS potrebbero spuntare come funghi e aumentare con una velocità impressionante, un po’ come accadde con i Widget di Dashboard, con quelli di Konfabulator prima e di Yahoo dopo, e naturalmente con le applicazioni per iPhone e iPod touch. Non è difficile pensare a Google Chrome OS come a un sistema dotato di una ‘suite Google’ di base e arricchito da tantissime piccole utilità leggere e pratiche come i Widget per il Mac e le applicazioni per iPhone. Le funzionalità dei netbook aumenterebbero in quantità e qualità.

Per quanto riguarda la ‘pericolosità’ di Google per gli altri sistemi operativi, non credo che Apple abbia da temere, perché Mac OS X è già quel che Google Chrome OS aspira a essere: un sistema operativo ottimizzato per un certo tipo di computer. Diverso il discorso per quei sistemi che oggi troviamo installati sui netbook. Se Google metterà a segno gli obiettivi che si prefigge, chiarissimi nell’annuncio del 7 luglio, allora saranno tempi interessanti davvero.

È molto tardi e potrei aver dimenticato di sviscerare qualche altro aspetto; eventualmente integrerò nei commenti, anche a fronte del vostro feedback e delle vostre impressioni.