I PC continuano a stupirmi

Mele e appunti

Ieri allo schermo del portatile HP Pavilion 8000dv (o qualcosa del genere, i costruttori di PC sono tremendi nel dare un nome ai loro prodotti) di Carmen è apparsa una seconda linea verticale bianca, giusto al centro. La prima è comparsa due mesi fa, esattamente tre o quattro giorni dopo la scadenza della garanzia. Ho fatto le mie verifiche, e (minore dei mali) a essere andato è lo schermo, non la scheda grafica. Il computer ha poco più di due anni, prestazioni ancora ragguardevoli, ma certe componenti — mi si perdoni la franchezza — fanno letteralmente schifo. Dando uno sguardo nel Web, pare che la vita corta dello schermo di quella serie di portatili HP non sia una novità, e molti utenti, nei forum e nei blog più svariati, lamentano lo stesso problema.

È stata comunque la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e Carmen e io siamo andati alla FNAC decisi ad acquistare un altro portatile. Budget: un migliaio di Euro, e comprando a rate. Ho cercato ancora una volta di spingere la consorte verso un MacBook. Ce n’era uno bianco a 999 EUR che sussurrava “Portatemi a casa”… Ma Carmen ha voluto tornare al primo amore: un Toshiba Satellite. “Sempre meglio di un HP”, il mio commento a denti stretti. E un Toshiba Satellite è quel che ha acquistato alla fine. Il modello è… A200-22C (sono andato a vedere l’etichetta sulla scatola; l’ho già detto che i costruttori di PC sono tremendi nel dare un nome ai loro prodotti?). Intel Core 2 Duo a 2,1 GHz, 3 GB di RAM, disco rigido da 250 GB, schermo da 15,4″, scheda grafica ATI-qualcosa (scusate, ma per oggi ne ho piene le tasche con le sigle). Windows Vista Home Premium preinstallato.

E ora finalmente vengo al punto. Che cosa continua a stupirmi dei PC, oltre alle componenti schifose dei portatili HP? Beh, abbiamo collegato il nuovo Toshiba alla corrente e lo abbiamo acceso. È iniziata una sorta di installazione/preparazione del sistema operativo, una procedura che viene effettuata la prima volta che lo si avvia. Ho pensato: si tratta di un sistema operativo recente, si tratta di un computer veloce e con una buona dotazione RAM. Sarà questione di minuti. Fra misteriose barre di progresso, riavvii automatici e assistenti di configurazione, siamo arrivati a vedere la scrivania e a poter esplorare il sistema dopo un’ora e un quarto. Non sto a parlare dell’affollamento di icone che abbiamo trovato sulla scrivania, fra alias di applicazioni che Carmen non userà mai e altrettanto inutili (ed enormi) widget di Windows Vista. La barra delle applicazioni è apparsa altrettanto affollata, con almeno 20 piccole icone, solo un terzo delle quali davvero utili. Insomma, davanti a questo spettacolo da parco divertimenti, ho pensato a quanto spartano sembra Windows XP a confronto.

Ma il vero colpo di grazia è venuto dopo. Una volta disattivato Norton Security Qualcosa (perché il sistema, in un attacco di ipocondria, ha due firewall software attivati allo stesso tempo, e come avvenne due anni prima con l’HP Pavilion, essi impediscono qualsiasi contatto con l’esterno, cioè Internet), abbiamo tentato di collegare il Toshiba alla rete wireless domestica. Andiamo nel Pannello di Controllo, cerchiamo Rete, e il computer dice che non trova alcuna rete. A due metri di distanza dalla base AirPort Express? Molto strano. Ho pensato che forse andava attivata la scheda wireless del Toshiba, quindi mi metto a esplorare i vari pannelli, icone, orpelli colorati nella barra applicazioni in cerca di un menu simile all’icona AirPort sui Mac. Niente. Intanto Carmen comincia diligentemente a far passare la dozzina di opuscoli, manualetti, fogli di garanzia, istruzioni su come usare un telecomando che comunque non viene incluso con questo specifico modello di Toshiba, finché mi dice: “Guarda che deve esserci un interruttore per accendere la scheda WiFi”.

Sono quasi caduto dalla sedia. Ma è tutto vero: al centro, nel bordo anteriore del portatile, accanto alle scomodissime prese per le cuffie e per il microfono e alla rotellina per regolare il volume (che mi ricorda tanto il mio vecchio Walkman del 1985), c’è questo interruttore di plastica seminascosto (nero su nero, con un’icona in bassorilievo nera), dall’aspetto debole e precario, che va spostato su ON. Fatto questo, il computer ha visto la rete e, grazie al cielo, si è collegato senza problemi.

Un interruttore di plastica per attivare la scheda… Sono andato a leggiucchiare sul Web e ho trovato la recensione di un vecchio modello di portatile Toshiba, dalla quale apprendo che il mettere interruttori fisici per attivare/disattivare la scheda wireless non è affatto una novità. Il bello è che la didascalia relativa all’interruttore di quel modello recita così: Toshiba ha incluso un interruttore On/Off per il wireless, a prescindere che il sistema sia dotato di tecnologia wireless o meno.

Forse sono io a essere caduto dal pero perché onestamente ignoravo questi dettagli di moderno design dei portatili PC. Ma è colpa di Apple, che mi ha abituato bene.

E con questo, Buona Pasquetta!

Il CEO di Mozilla critica Apple per l'update 'forzato' di Safari 3.1 su Windows

Mele e appunti

Macworld | Mozilla CEO: Apple wrong ‘pushing’ Safari to Windows users: Dato che il link diretto al blog di John Lilly (CEO di Mozilla) al momento non funziona, probabilmente a causa dei troppi accessi, rimando per ora al più breve articolo di Jim Dalrymple su Macworld.com.

L’antefatto: quando un utente Windows decide di installare QuickTime e iTunes, sul suo PC viene installata anche una versione Windows di Aggiornamento Software, così da semplificare il processo di aggiornamento quando viene rilasciato un update di uno di questi componenti. Quando Apple introdusse Safari 3 beta, rese disponibile una versione anche per Windows, la cui installazione era assolutamente facoltativa (il programma appariva in Aggiornamento Software e da lì si poteva decidere se installare o no).

Pochi giorni fa Apple rilascia la versione 3.1 di Safari, che compare in Aggiornamento Software per Windows insieme a QuickTime + iTunes 7.6.1 (per chi non li ha ancora aggiornati). I due dettagli che hanno scatenato la disapprovazione del CEO di Mozilla sono:

1. Safari 3.1 appare ugualmente anche se non è stata installata una versione precedente sulla macchina Windows.

2. Safari 3.1, QuickTime e iTunes hanno già attivato per default il segno di spunta. Questo implica che basta premere il pulsante ‘Installa 2 elementi’, un’operazione del tutto meccanica secondo John Lilly, e l’utente Windows si ritrova installato Safari 3.1.

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Immagine presa da Cnet.com

Secondo Lilly, questa scelta di Apple è indice di un comportamento scorretto:

Va a minare il rapporto di fiducia che le grandi aziende hanno con i propri clienti, e non è una buona cosa, non solo per Apple, ma anche per la sicurezza dell’intero Web. 

Un po’ esagerato, a mio avviso. Lilly continua affermando che:

Tutti i produttori di software stanno cercando di conquistare la fiducia degli utenti per quanto riguarda gli aggiornamenti, pertanto il comportamento più probabile in questo caso è che gli utenti facciano clic su ‘Install 2 Items’, per ritrovarsi installato un software del tutto nuovo, probabilmente senza neanche volerlo. 

Ciò che preoccupa il CEO di Mozilla non è tanto l’offrire un software non richiesto dall’utente, ma il fatto che un simile atteggiamento possa incrinare il rapporto di fiducia fra utente e grande azienda e le conseguenze per la sicurezza degli utenti sul Web. E qui la frase bomba:

Apple ha reso molto semplice l’installazione di software che l’utente non ha richiesto, e magari nemmeno vuole; la procedura è praticamente di default. Questo è sbagliato, ed è quasi paragonabile alle pratiche di distribuzione di software malevolo.

Vediamo ora di riportare un poco di buonsenso.

Primo: Aggiornamento Software, specie per Windows, è un programma che informa l’utente sugli aggiornamenti provenienti da Apple. Sarà anche una questione di sottile semantica, ma se Apple produce un nuovo software per Windows, Aggiornamento Software è il luogo migliore per ‘annunciarlo’. Tanto è vero che (si osservi la figura) in Aggiornamento Software è scritto a chiare lettere che: New software is available from Apple (nella versione italiana su Mac OS X la frase recita “È disponibile del nuovo software per il tuo computer”, qui la traduzione letterale è “È disponibile del nuovo software Apple”).

Secondo: è sufficiente guardare, senza neanche leggere, la finestra di Aggiornamento Software per capire che c’è qualcosa di nuovo (Safari 3.1); e basta leggere la breve nota informativa nella finestra in basso per capire che si tratta di un browser. Preso atto di questo, se uno non vuole Safari, disattiva la casella. Se uno lo installa senza volerlo, o non lo usa perché non si accorge di averlo installato, oppure, se se ne accorge (Windows crea un alias di Safari sulla scrivania) e non lo vuole, lo butta via.

Terzo: se parliamo di ‘pratiche di distribuzione di software malevolo’, perché non fare esempi più subdoli di questo? Vogliamo parlare di come Microsoft gestisce gli ‘Aggiornamenti automatici’? Che persino quando si vogliono avere più informazioni sull’ennesimo ‘aggiornamento per la sicurezza’ (di Windows XP, di Explorer, ecc.), le descrizioni fanno riferimento a oscuri numeri della Knowledge Base Microsoft. Vogliamo parlare della quantità di software ‘che l’utente non ha richiesto, e magari nemmeno vuole’ che Microsoft installa su un PC? Vogliamo parlare proprio di Firefox per Windows, che installa Google Toolbar per default, senza nemmeno presentare una finestra di dialogo, o una casella che l’utente può spuntare o meno? E disattivare Google Toolbar non è un procedimento così immediato come sembra.

E questi sono solo i primi esempi che mi sono venuti in mente. Ho l’impressione che il CEO di Mozilla faccia confusione fra pagliuzze e travi quando guarda negli occhi altrui, per così dire.

* * *

[Aggiornamento: per completezza, fornisco il link al post nel blog di John Lilly, che è tornato accessibile.] 

La ricetta è sempre quella

Mele e appunti

In questi giorni ho pensato di ricuperare il backup contenente l’archivio dei miei primi cinque anni di corrispondenza elettronica (1999–2004). Ho già detto più volte di avere gusti eclettici per quando riguarda i browser; con i programmi di posta, invece, sono sempre stato piuttosto conservatore. Il mio primo browser fu Netscape Navigator 3.0 Gold, che incorporava un modulo per creare siti Web (Composer) e un modulo per la gestione della posta elettronica e dei newsgroup (Mail & News). Quest’ultimo, grazie all’interfaccia spartana e semplice da usare, diventò il mio primo client email, e rimase tale, seguendo gli aggiornamenti di Netscape, fino alla versione 4.78; ho continuato a utilizzare il programma di posta di Netscape (che poi ha preso il nome di Netscape Messenger) fino al 2003. Nel 2003–2004 c’è stata una sovrapposizione con Mail e poi sono passato a Mail, salvando gli archivi in un disco esterno, e lasciando installato Netscape Communicator / Messenger 4.78 sull’iBook G3 nel caso volessi tornare a leggere vecchie email o a ricuperare qualche indirizzo perduto nel passaggio a Mac OS X, a Mail e a Rubrica Indirizzi.

Avendo Mail.app ancora intonso sul mio PowerMac G4 Cube, ho pensato di vedere se Mail importasse direttamente tutto l’archivio in formato Netscape Messenger. E lo ha fatto senza problemi. Ci ha messo un po’, ovviamente, trattandosi di più di 25.000 messaggi, ma a operazione ultimata ho potuto consultare la vecchia posta come se fosse fresca di giornata.

Rileggendo vecchie email dei tempi in cui ero un fervente evangelista Mac e praticamente il solo utente Mac del giro di conoscenze a cui potersi rivolgere per assistenza tecnica e consigli, ho notato un parallelismo con tempi più recenti. Oggi come allora la domanda che più mi viene rivolta da amici, conoscenti, interlocutori di passaggio sul mio sito o in chat, è: Ho sentito che Apple potrebbe introdurre nuovi Mac / aumentare le prestazioni dei Mac attuali / ecc. Secondo te dovrei aspettare o acquistare comunque il Mac che mi interessa adesso?

Sul numero del 9 luglio 1993 di MacUser, nella rubrica ‘Shutdown’ (era l’editoriale di opinione che chiudeva la rivista, posizionato come ‘Clipboard’ di Luca Accomazzi in Macworld), Charles Shaar Murray, con il suo tono sarcastico e decisamente inglese, scriveva:

Oggi potete acquistare computer e dispositivi molto potenti per pochi soldi, e l’unica fregatura è questa: tutto quel che dovete fare è saper indovinare quali macchine Apple continuerà a produrre da qui a un anno, che cosa andrà a sostituire i Mac più scalcinati, e quanto vi costerà l’adeguamento ai nuovi standard nel caso le vostre previsioni siano sbagliate. […] Per questo occorre fare riferimento a due leggi del Mac Guru: la prima stabilisce che qualsiasi cosa compriate, in qualunque momento decidiate di comprarla, sarà più conveniente di quanto lo sarebbe stata sei mesi prima, e meno conveniente di quanto lo sarà fra sei mesi. La seconda legge stabilisce che, a meno di non essere posseduti dalla straordinaria urgenza di acquistare un gadget particolare, che dovete assolutamente avere immediatamente, non comprate mai nulla che non sia sul mercato da (lo avete indovinato) almeno sei mesi. Questo intervallo di tempo fa in modo che il prodotto sia maturo, abbia specifiche tecniche migliori e sia sceso un po’ di prezzo. A quel punto lo acquistate.

E appena lo avete fatto, Apple ritira quel prodotto e lo sostituisce con una macchina il 50% più veloce e il 35% meno costosa.

A parte qualche piccolo aggiustamento (oggi personalmente dimezzerei l’intervallo di sei mesi, per esempio), possiamo dire che a distanza di 15 anni la ricetta è ancora valida. Poter consultare riviste di Mac e informatica vecchie di almeno una decina d’anni è davvero interessante. Nel 1993 il Web era un neonato, e molti articoli esistenti in formato esclusivamente cartaceo hanno finito col perdersi. Certo, la recensione di un vecchio software per Mac può non avere più importanza, ma i pezzi di opinione, che trattano argomenti più generali, conservano un valore storico che a volte aiuta a comprendere (o a mettere in prospettiva) dinamiche che oggi appaiono impreviste o misteriose, e che in realtà non lo sono: anche l’informatica, malgrado i continui progressi e il ‘guardare avanti’, è fatta di corsi e ricorsi. (Si veda anche questo mio vecchio post).

Dizionario tedesco-inglese: un plug-in per Leopard

Mele e appunti

Per chi fosse interessato, Philipp Brauner ha realizzato un plug-in per l’applicazione Dizionario che installa il completo dizionario tedesco-inglese (e inglese-tedesco, immagino) di Dict.cc, consultabile comodamente offline. Funziona anche con il widget Dizionario e con i servizi di sistema di Mac OS X (come Spotlight). Il download è piuttosto consistente, 125 MB. Richiede Mac OS X 10.5 Leopard.

Se qualcuno è al corrente di simili plug-in per altre lingue (sarebbe perfetto un buon dizionario inglese-italiano / italiano-inglese, per esempio), mi faccia sapere.

Ci vuol provare anche Dell

Mele e appunti

Macworld | Analysts: Dell smartphone imminent: E così Dell non vuole rimanere indietro e si vocifera che intende produrre uno smartphone. L’articolo di Macworld.com a cui rimando è interessante. Subito all’inizio si dice:

Dell si prepara a fare il suo ingresso nell’arena della telefonia mobile con un nuovo smartphone, ma secondo gli analisti le servirà un cosiddetto “iPhone killer” per lasciare una qualche traccia significativa nel mercato. 

Il concetto viene ribadito quasi in conclusione dell’articolo:

Tuttavia, se Dell ha intenzione di entrare nel mercato degli smartphone dovrà prepararsi alla sfida. Le occorreranno buon design e buona tecnologia per competere con il popolare iPhone, che si sta imponendo come punto di riferimento per il design di uno smartphone — ha dichiarato Mawston.

Quel che è interessante notare è proprio il fatto che, sebbene Apple non sia arrivata per prima nel mercato della telefonia mobile e degli smartphone (anzi), in pochissimo tempo è riuscita a creare uno standard, un livello di qualità che obbliga chiunque si voglia cimentare oggi nello stesso contesto a rimboccarsi le maniche se vuole vendere il proprio prodotto. E naturalmente anche chi produce cellulari e smartphone già da tempo non può non tenere in conto l’iPhone se vuole presentare prodotti competitivi.

È un chiaro esempio di ciò che io chiamo ‘effetto iPod’. Le dinamiche sono pressoché identiche. iPod non fu il primo lettore MP3 sul mercato quando apparve nel 2001, ma divenne in poco tempo la pietra di paragone. Con iPhone feci una previsione analoga quando fu annunciato a gennaio 2007, e a freddo mi sembrò una previsione forse troppo ottimistica. Invece eccoci qua. E visto che sono in vena di previsioni ne faccio un’altra: iPhone venderà come l’iPod. Per tanto tempo sentiremo annunci di nuovi smartphone che saranno “il prossimo iPhone killer”, ma non lo saranno, perché Apple sarà comunque un gradino avanti. E ci saranno smartphone che prometteranno funzionalità assenti o non interamente implementate in iPhone, che costeranno meno, che avranno una tastiera ‘vera’, eccetera eccetera. La gente preferirà iPhone. La cosa incredibile e buffa al tempo stesso è che i concorrenti di Apple, sia nel contesto dei lettori MP3, sia degli smartphone, sembra che non imparino affatto dai loro errori e dalla loro supponenza.