Apple, l'identità, e il falso problema del controllo

Mele e appunti

Sono dieci anni che Steve Jobs è tornato al timone di Apple, dieci anni di crescita spaventosa e inarrestabile (secondo i risultati del terzo trimestre, Apple ha venduto 2.496.000 Mac e 11.011.000 iPod negli ultimi tre mesi, circa il 40% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno). Uso prodotti Apple dai primi anni Novanta, leggo di Apple dal 1983–84 quando, ragazzino, sognavo di comprarmi un Apple //c prima e un Macintosh poi. È interessante vedere come si sono evolute le cose. E non parlo solo di Apple in quanto tale, ma anche e soprattutto del contesto critico che l’ha sempre circondata, nei periodi di successo e nei periodi bui. È quindi altrettanto interessante notare come è variata la percezione dell’entità Apple agli occhi del pubblico.

Il successo dell’accoppiata iPod + iTunes Store, e il cambiamento di indicazione nominale (da “Apple Computer, Inc.” ad “Apple, Inc.”) annunciato al principio del 2007 congiuntamente all’introduzione di iPhone, ha fatto scattare un interruttore. Da quel momento si è cominciato a dire che qualcosa in Apple (o di Apple) è mutato. Le critiche sul Web, i commenti sui blog autorevoli erano tutti piuttosto unanimi nel registrare questo scarto di Apple più o meno definibile, ma che sostanzialmente suonava così: “Apple è la nuova Sony” (ossia: con lo sviluppo di dispositivi non-Mac come Apple TV, iPod, iPhone; con il successo commerciale nell’industria musicale e dell’intrattenimento grazie all’iTunes Store, Apple non è più un produttore di computer, ma — inserire un tono spregiativo — un volgare produttore di elettronica di consumo). Ora, a un anno dall’introduzione di iPhone sul mercato, le critiche hanno assunto un tono differente: “Apple è la nuova Microsoft”, sottolineandone il lato ‘monopolistico’ all’interno dell’ecosistema chiuso iPod+iTunes da un lato, e piattaforma iPhone + App Store dall’altro. Ora Apple, dopo la perdita di innocenza, è il nuovo Male, ha sete di controllo, non bisogna fidarsi.

Questa ‘chiusura’ di Apple non è affatto una novità. C’è chi ricorda con gli occhi umidi i tempi dell’Apple ][, che aveva un’architettura aperta, che lo aprivi e ci infilavi le schede aggiuntive che volevi. Beh, mica tutte, solo quelle compatibili con Apple ][. Con l’introduzione del primo Macintosh, privo di slot e con tutte le porte proprietarie, il contrasto era forte, così come la filosofia che stava dietro a entrambi i sistemi. Il primo Macintosh aveva indubbiamente del potenziale, e scarsissimo software; Apple invitava gli sviluppatori a scrivere programmi per Macintosh, per far crescere la piattaforma, ma esercitando comunque un minimo di controllo, che a quell’epoca significava imporre agli sviluppatori di seguire le Linee Guida dell’interfaccia utente. I programmi dovevano rispettare certi criteri di usabilità, avere scorciatoie da tastiera coerenti con il Finder e le poche applicazioni Apple sviluppate in casa, e così via. Certo, nessuno puntava la pistola, ma sta di fatto che i pacchetti software per Macintosh di maggior successo sono stati i più aderenti alle Linee Guida di Apple e hanno contribuito a creare quell’esperienza Mac, quel look and feel, con cui i recensori si sarebbero riempiti la bocca per gli anni a venire.

La grande coesione hardware + software è sempre stato il motivo primario della qualità e del successo di Apple. In un ecosistema chiuso ci sono meno rischi di incompatibilità e di conflitti, e la piattaforma diventa progressivamente affidabile. Là fuori c’erano i PC, che chiunque poteva produrre (i ‘cloni’ di IBM), e i programmi per DOS/Windows, che facevano il possibile per funzionare su PC con configurazioni spesso diversissime fra loro, e per convivere con ogni espansione hardware e relativi driver che apparivano sul mercato.

Il motivo principale della deriva di Apple nella metà degli anni Novanta è di ordine amministrativo e di marketing. Macchine di qualità, potenti e versatili, ma costose e difficili da piazzare. Per non parlare della tremenda decisione di licenziare Mac OS ad altri produttori, nella speranza di vendere di più. Tutto il contrario, e quella parentesi aperta si è chiusa in fretta. Per fortuna.

Jobs, si diceva, riprende in mano la situazione. Taglia i rami secchi e riduce le tipologie di Mac che Apple offriva. Troppa confusione, troppi modelli con caratteristiche simili fra loro, eccetera. L’iMac G3 è la rinascita. La qualità dei prodotti Apple è invariata, ma Jobs butta sul tavolo due carte vincenti: il marketing e il design. Il messaggio dell’iMac è che è il computer per tutti, facile da usare e la macchina ideale per connettersi a Internet. Jobs ribadisce in chiave più moderna lo stesso messaggio del 1984: il Mac per tutti noi. E l’iMac, dal prezzo più abbordabile, lo diventa di sicuro. Ma l’iMac era forse un sistema aperto? Niente affatto. Tagliava un ponte con i computer in generale (eliminando il lettore floppy) e con i Mac precedenti (eliminando le porte SCSI, seriali, ADB e introducendo la tecnologia USB). Non era espandibile, perché il form factor era della macchina tutta-in-uno.

Eppure è stato un successo.

Anche iPod + iTunes si possono considerare una felice unione di hardware + software e, in un certo senso, sono come un Macintosh. Anche iPod e iTunes sono un sistema più chiuso che aperto. Eppure sono stati e sono tuttora un successo colossale. Con iPhone la formula non cambia. Ecosistema chiuso, un certo controllo da parte di Apple su come scrivere il software per iPhone e come veicolarlo… Ho come l’impressione che sarà un altro successo, ancora più grande.

Visto il pattern? Chiusura, controllo, qualità, design, marketing. Shakerare bene e il prodotto si chiama successo.

Tirando le somme, che cosa è cambiato nell’identità di Apple? Molto meno di quanto a prima vista si è portati a credere. La principale differenza è che nella seconda “era Jobs”, il messaggio secondo cui i prodotti Apple sono qualitativamente superiori, sono affidabili, e funzionano appena tolti dalla scatola, è finalmente arrivato al grande pubblico. Un messaggio che quell’élite spocchiosa di utenti Mac della prima ora già sapeva da anni. Per far arrivare questo messaggio, Jobs ha usato pensiero e tattiche laterali: invece di sbandierare computer Macintosh ai quattro venti, invece di pestare i piedi dicendo che non ci sono solo PC Windows, ma che anche i Mac sono un’ottima scelta per il professionista e l’uomo d’affari, Jobs ha confezionato una bella caramella (iPod) e ha cominciato a distribuirla per invitare più gente a visitare il suo negozio e, uh, ha funzionato.

Quel che è cambiato è l’enorme successo di pubblico. Apple è sempre stata ‘chiusa’, ma prima questo particolare non aveva importanza, perché Apple veniva vista come un’innocua azienda con buffi computer tutti diversi e che erano buoni per fare grafica. Apple era il piccolo culto di nicchia. Oggi qualcuno si è reso conto che Apple “fa sul serio”, e quindi le critiche più agguerrite devono fare leva su qualcosa che suoni sgradevole e malevolo: ecco quindi tutti i discorsi sull’”ecosistema chiuso”, sul “controllo”, su “Apple = Grande Fratello orwelliano”. Apple non è un ente governativo, non ha interesse a controllare le nostre vite e a limitare le nostre libertà, come vogliono farci intendere i fresconi della Free Software Foundation. Apple ha interesse a vendere i propri prodotti — come tutte le aziende di questo mondo — per proseguire fra l’altro lo sviluppo e la ricerca e per produrre innovazione — come poche altre aziende di questo calibro. Il controllo, a mio avviso, è uno spauracchio per screditare Apple, dovuto forse al timore e all’invidia che suscita il successo di Apple. Successo di pubblico, quindi democraticissimo. Il controllo di Microsoft si traduce nell’insistenza a sviluppare tecnologie e soluzioni che ruotano intorno al Trusted Computing (la novità più recente è l’idea che prende il nome di Digital Manners Policies) — questo sì che è controllo con la scusa di proteggere il povero utente. Il controllo di Apple è, mi si permetta, un falso problema. Controllo per Apple significa più che altro istinto di conservazione e garanzia di offrire all’utente finale un prodotto di qualità. Il concetto di Trusted Computing è che altri scelgono per noi, che ci piaccia o no. Apple non impone scelte a nessuno: i nostri prodotti e servizi sono questi e funzionano così; se vi sta bene, ottimo, altrimenti guardate altrove. Non c’è trucco non c’è inganno. Una delle tesi favorite dei complottisti anti-Apple è che Apple ha il controllo remoto dei propri prodotti attraverso l’aggionamento del software, e che, se volesse, potrebbe installare di tutto e di più all’insaputa dell’ignaro utente. Teoricamente possibile, commercialmente insensato. Ve la immaginate la caduta libera se accadesse una cosa del genere?

Insomma, non tutto il “controllo” viene per nuocere, e parlo soprattutto di iPhone. L’apertura, la libertà di prendere qualcosa e metterlo a disposizione di tutti, affinché chiunque possa sperimentarci sopra e rivoltarlo come un calzino, sono tutti concetti fantastici e condivisibili. Poi però il prodotto va realizzato, confezionato, preparato per il pubblico e venduto. E il cosiddetto concorrente “libero” di iPhone, il FreeRunner, è ben lontano da tale traguardo. Date un’occhiata a questi due video per avere un’idea del disastro di usabilità che è oggi il FreeRunner. Ogni tanto, magari — e sottolineo magari — un po’ di controllo e di chiusura non guastano.

The Author

Writer. Translator. Mac consultant. Enthusiast photographer. • If you like what I write, please consider supporting my writing by purchasing my short stories, Minigrooves or by making a donation. Thank you!

5 Comments

  1. pin says

    Allora l’architettura di MacOS X, basata su OpenDarwin e piena zeppa di software libero, sarebbe secondo te una scelta fallimentare.

    La discussione su iPhone non verteva sull’hardware. Nessuno polemizza sul fatto che i connettori hardware dell’iPhone sono proprietari. Ci si lamenta che Apple stia puntando ai formati chiusi e al controllo centralizzato: è esattamente quella politica fallimentare che ha portato Microsoft a conoscere il PDF e scrivere i documenti Word in XML! Ma poi non è detto che sia fallimentare. Semplicemente, è una scomodità e un dispiacere che in questo caso Apple scelga una strada diversa dal suo consueto e bellissimo connubio tra flessibilità e robustezza dei suoi sistemi.

    Uno dei punti di forza di quella cosa bellissima che è MacOS X fu proprio l’apertura del sistema rispetto a quegli oggetti monolitici che erano i MacOS precedenti. Nasce OpenDarwin, il sistema si riempie di componenti presi da BSD, è possibile aggiungere, modificare, diagnosticare. E col passare del tempo MacOS X continua ad aprirsi: ecco VNC, DTrace, Kerberos, AutoFS, Directory Utility. Sparisce la resource fork, arrivano i pacchetti con le plist in XML, con le icone in PNG. Si possono fare hard link, symlink, si può installare tutta quella vasta ed infinita quantità di software (bello, brutto, buono, cattivo) che viene dal mondo BSD e GNU. Si può scegliere tra non installare niente ed usare i prodotti commerciali Apple, quasi sempre ben testati e validi, oppure sperimentare e installare altre cose (libere o non).
    Scegliere, fare, provare.

    Quando MacOS X uscì, rubò una grande fetta di “mercato” a Linux. OpenMoko è carente, sono d’accordo (anzi diciamolo: fa quasi pena), ma ci vuole poco perché qualcuno decida di investirci. Così come oggi abbiamo degli ottimi computer desktop da ufficio basati su Linux, o degli ottimi navigatori satellitari (come un certo “TomTom”) eccetera eccetera, è altamente verosimile che nell’arco di qualche anno avremo degli ottimi telefoni cellulari basati su Linux anziché su Symbian o iPhone OS. A quel punto probabilmente Apple dovrà fare marcia indietro ed applicare al suo iPhone OS quella “openness” che è una caratteristica vincente di MacOS X.

  2. Non sono uno che sposa la tesi del complotto di Apple per dominare il mondo (perché sarei uno dei dominati, anche se tra quelli che avendo dovuto scegliere tra due mali, ha scelto quello meno fastidioso), ma non sono d’accordo sul fatto che Apple con l’iPhone abbia offerto un prodotto “aperturo”; anzi, una piccola apertura l’ha fatta, a ben guardare: quella di far sì che tutti quelli che vogliano sviluppare applicazioni per iPhone/iPod lavorino e portino soldi per Apple. Non mi pare un granché per l’utente finale…

    P.S. Ti ricordi di me, sì? ;-)

  3. pin:

    Allora l’architettura di MacOS X, basata su OpenDarwin e piena zeppa di software libero, sarebbe secondo te una scelta fallimentare.

    No. E infatti nel mio post parlo di tutto fuorché Mac OS X e la sua architettura.

    Maurizio Firmani: Coloro che vogliono sviluppare applicazioni per iPhone e iPod touch portano soldi ad Apple ma anche a se stessi. Apple non è il padrone di una piantagione di schiavi negri, paragone che ho letto un mese fa su uno dei tanti blog che passo al setaccio. A me Apple sembra più l’organizzatore di una fiera, dove chi vuole partecipare per vendere i propri prodotti deve pagare un tot per avere uno stand. In ultima analisi, se uno produce un software buono e che ha successo, il vantaggio è soprattutto suo.

    Certo che mi ricordo di te. Inaspettato e piacevole ritrovarti in questo luogo :)

    Buone cose,
    Riccardo

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