There are free services and free services

Tech Life

In the intense debate following Facebook’s $1 billion acquisition of Instagram, one piece I’ve seen a few pundits link to is Stop Crying About Free Services by Michael Schechter, and the following bit in particular:

If Facebook buying Instagram pissed you off, I have a suggestion. Don’t just stop using Instagram, stop using free social networks and services period. Stop using sites like Twitter, Tumblr, Foursquare or Pinterest, because it is a given that they will all inevitably let you down in favor of the bottom line. More often than not, when you actually quit a service, it’s not because they were evil. It’s just because they either became useless or boring. The reality is that you’re not going to stop using services that are useful to you. You’re just going to waste time switching from one company to the next until your latest service inevitably falls short or sells out.

I’ve seen this bit quoted without commentary, which implies full agreement. Well, I don’t agree with Schechter. I know this piece of ‘advice’ is meant to be provocative, but I find it to be a little too generalising for my tastes. 

For starters: Facebook buying Instagram pissed me off mightily, but not because of the fact that Instagram decided to sell. It’s not the acquisition in itself that annoys me, it’s because the buyer is Facebook. Those who know me well know that I’ve been anti-Facebook since day one, and know that I don’t like the increasing power the company is gaining in the social network landscape. That I despise Facebook’s methods, its concepts of ‘social network’, the way it treats its users, and so on and so forth. If Instagram had been acquired by anyone else, I wouldn’t have cared at all. But the fact that it was Facebook, yes, it pisses me off. Especially because, like Om Malik, I too think that

Facebook was scared shitless and knew that for first time in its life it arguably had a competitor that could not only eat its lunch, but also destroy its future prospects. Why? Because Facebook is essentially about photos, and Instagram had found and attacked Facebook’s achilles heel — mobile photo sharing.

Back to Schechter’s piece, the gross generalisation, to me, is suggesting that we should “stop using free social networks and services period. Stop using sites like Twitter, Tumblr, Foursquare or Pinterest, because it is a given that they will all inevitably let you down in favor of the bottom line.” These free social networks and services all have different histories and backgrounds, and may very well have different futures. In other words, they might give me a bitter taste in my mouth at a certain point, but it really depends on how the change, if any, is carried out. Will these other free social network and services be acquired by another giant company whose sole interest is to buy and destroy them? Will the change involve asking users to pay? Will the change involve more intrusive ads or a complete redesign of the user experience? There are changes I can live with, and there are deal-breakers. 

I know I’m probably in the minority here, but I have my code of conduct, and I still act on principle. Despite what Schechter may think, I can and will stop using services that are useful to me if their way of changing becomes what I consider a deal-breaker. I’m not a slave of convenience. All these free social networks and services, in the end, are comforts built on the basic building blocks of the Internet: email, mailing lists, newsgroups, websites and weblogs. They enrich certain experiences we already know, they make them cooler, easier to access and enjoy. But anytime these comforts change in ways I don’t like or in ways that go against my principles, I’m ready to abandon them in favour of paid alternatives, and I’m even ready to go ‘back to the basics’ if necessary. The other day, David Chartier was provocatively asking What if Facebook bought Tumblr? and my answer is: I’d move all my content on a second site I own and keep dormant just in case. I certainly wouldn’t “waste time switching from one company to the next.” 

Sometimes I think that if more people acted on principle instead of out of convenience, if more people refused to take the path of least resistance, companies like Facebook or Google wouldn’t be where they are, and certainly wouldn’t be as powerful as they’re becoming day after day. Instead, it’s sad how much users are ready to give up in exchange of comfort and convenience. 

I could keep using Instagram because it’s a very cool, very easy way to share photos with a network of contacts and friends whose photos I like and whose opinion on my photos I value, but I can’t ignore the fact that I’ll be uploading my stuff on something that is owned by Facebook, a company I despise. So it’s highly likely I will stop posting photos on Instagram, though I’ll keep checking on my friends’ snaps, ‘liking’ them and commenting on them. 

But I’ll keep using Twitter and Tumblr and other free services selectively, because not all of them are created equal, and making blanket decisions looks a bit silly to me. But if you fully agree with Schechter’s point, then I suggest you go all the way and stop using Facebook and Google’s services as well. Who knows, we may end up with a better Internet in the long run…

Macworld Italia: chiarimenti

Mele e appunti

Versione sintetica per chi vuole andare subito al sodo

Alcuni giorni fa è stata data la notizia ufficiale: rinasce Macworld Italia, è già disponibile la versione elettronica e prestissimo sarà in edicola la versione cartacea. Grande contentezza da parte mia, dato che ho avuto l’onore e il piacere di collaborare con la rivista per anni, e sono stato chiamato a collaborare anche a questo nuovo Numero Uno. Amarezza, perché mi sono subito reso conto che dal colophon mancano i nomi dei collaboratori. Questa omissione ha scatenato una serie di brutti ricordi e mi ha fatto ricordare altri episodi e altre circostanze nella mia carriera di traduttore e scrittore tecnico in cui, per un motivo o per un altro, il mio nome non veniva citato. E non mi riferisco tanto a riviste di informatica, ma anche a libri, manuali, articoli, newsletter.

Questi brutti ricordi sono stati la base e la ragione che mi hanno spinto a scrivere la sezione Uomini nell’ombra del mio articolo Ritorna Macworld Italia. Se il mio intervento ha sollevato un polverone, non era certamente nelle mie intenzioni. Nel frattempo mi ha scritto Andrea Grassi, publisher di Macworld Italia, di iCreate (altra rivista a cui collaboro) e di altre riviste pubblicate da Play Media Company, spiegandomi che l’omissione non è stata affatto intenzionale, ma — cito — si è trattato di una svista dovuta alla concitazione con cui si è realizzato il numero 1, e nulla più. È successo che ci si è dimenticati (o si è perso) l’intero paragrafo degli “hanno collaborato” nel colophon. Non viene citato nessun autore, da quelli inglesi e americani, fino ad Accomazzi e Michelini e altri ancora.

Situazione chiarita, dunque. Come ho scritto nella mia risposta ad Andrea (che potete leggere nella versione più lunga qui sotto), quando ho visto che mancavano i nomi dei collaboratori nel colophon, non ho mai pensato che potesse trattarsi di un’omissione dettata da malizia, dalla volontà di tenere il mio nome e i nomi degli altri collaboratori all’oscuro. Se questo è il messaggio che è saltato fuori dal mio sfogo precedente, mi scuso pubblicamente. Non era per niente nelle mie intenzioni. Lamentavo l’omissione in se stessa, non c’era una presunzione di intenzionalità. Chi ha citato il mio articolo, o parti di esso, per trasmettere un messaggio differente, lo ha fatto in maniera precipitosa e superficiale.

Certo, riconosco di aver scritto testualmente: “…inserire i nominativi di chi ha dato un contributo alla creazione di qualcosa mi sembra puro e semplice riconoscimento del lavoro altrui. Mi sembra una forma di rispetto”, ma questa è una critica rivolta all’omissione in sé; non stavo accusando nessuno di ostruzionismo volontario, o di aver volontariamente, malignamente, omesso i nomi dei collaboratori. Una differenza sottile, forse, ma importante.

Altra cosa importante: gente, la rivista è migliore di prima, lasciate che ve lo dica con cognizione di causa. Abbonatevi, andate a comprarla. Così facendo vinciamo tutti: voi avete un buon prodotto in mano, e chi ci lavora può continuare a lavorarci e a portare a casa il sudato pane quotidiano.

Per me la questione finisce qui.

Versione lunga: il messaggio di Andrea Grassi e la mia risposta

Siccome mi ritengo una persona intellettualmente onesta, e cerco di essere il più possibile obiettivo, riporto di seguito le parti fondamentali del messaggio che ho ricevuto da parte di Andrea Grassi, publisher di Macworld Italia, e che mi ha autorizzato a citare, nonché la mia risposta per esteso.

Andrea Grassi:

Ciao Riccardo, ho letto il tuo post sul nuovo Macworld e condivido molto di quel che scrivi sui lavoratori della comunicazione che spesso operano un po’ nell’ombra o comunque in una situazione ben diversa da quella che immagina il pubblico, che pensa che siamo per forza un po’ tutti come i giornalisti che si vedono i tv.

Quel che mi lascia un po’ amareggiato è il modo in cui ti lamenti della mancata citazione nel colophon della rivista. Hai perfettamente ragione a lamentarti, ma si è trattato di una svista dovuta alla concitazione con cui si è realizzato il numero 1, e nulla più.

È successo che ci si è dimenticati (o si è perso) l’intero paragrafo degli “hanno collaborato” nel colophon. Non viene citato nessun autore, da quelli inglesi e americani, fino ad Accomazzi e Michelini e altri ancora.

Ciao Andrea, e grazie di avermi scritto. Qualche osservazione ulteriore:

  1. Scrivere quell’articolo non è stato facile, e ho cercato il più possibile di chiarire come non fosse solo ed esclusivamente una polemica rivolta alla rivista Macworld. Il mio è stato principalmente lo sfogo di qualcuno che, fra traduzioni e scrittura tecnica, ha lavorato sodo per 12 anni e, per un motivo o per un altro, non è mai stato in grado di dimostrare in maniera diretta a quante cose ha partecipato o a quanti e quali lavori di traduzione ci sia dietro il suo nome. Esempio macroscopico: ho tradotto per circa 10 anni la newsletter sulla sicurezza di Bruce Schneier, Crypto-Gram, che fino al 2010 fu pubblicata da Communication Valley SpA, azienda poi assorbita da un’altra, che ha chiuso il progetto. I lettori di Crypto-Gram in italiano vedevano semplicemente che la traduzione della newsletter era “a cura di Communication Valley”. Se non avessi citato questo lavoro sul mio profilo online, dubito che il pubblico se ne sarebbe reso conto (e ancor oggi mi chiedo quanti lo sappiano).
  2. Quando ho visto che mancavano i nomi dei collaboratori nel colophon, non mi è mai sfiorata l’idea che fosse un’omissione dettata da malizia, dalla volontà di tenere il mio nome e i nomi degli altri collaboratori all’oscuro. Ma sempre di omissione si tratta. Pensa se invece di essere una rivista fosse stato un evento; un evento che un gruppo di persone ha contribuito a organizzare e poi, arrivato il momento dell’inaugurazione, questo gruppo di persone non viene invitato per una dimenticanza. Un errore innocente, senza dubbio, però intanto il pubblico vede solo chi c’è e si fa un’idea differente.
  3. Hai ragione quando dici che avrei potuto lamentarmi via email prima di scrivere un articolo sul mio sito. Sono stato un po’ impulsivo probabilmente perché quando fui contattato da Lucio e invitato a collaborare alla rinascita di Macworld, la cosa mi aveva entusiasmato molto. Avevo collaborato dal 2002 al 2009 (il mio nome a volte veniva citato, a volte no), e poter riprendere la collaborazione per me era importante. Ripeto, non per vanagloria, ma per il prestigio che la testata ha sempre avuto nel mondo Mac. Ero semplicemente orgoglioso di farne parte. Quando mi sono accorto dell’omissione dei collaboratori ci sono rimasto un po’ male, e la cosa ha scatenato una decina d’anni di brutti ricordi.
  4. Il succo del paragrafo “Uomini nell’ombra” del mio articolo non è quello di accusare puntando il dito e dicendo ‘Bastardi’, ma semplicemente quello di far presente che a volte, per un motivo o per un altro, certe persone non vengono menzionate apertamente, e che questo può creare un’immagine diversa in superficie rispetto alla realtà delle cose. Tutto lì. Come ho detto a chiusura di articolo, non si tratta di una polemica rivolta solo e direttamente a Macworld.

Andrea:

Il tuo nome del resto compare nel colophon di iCreate fin da quando abbiamo iniziato a collaborare, e lì hai una rubrica fissa con nome, foto, breve biografia e link al sito.

Non mi sembra l’atteggiamento di chi non vuole dare il giusto credito ai collaboratori della rivista, che è un po’ la figura che ci fa l’azienda nel tuo post, tant’è vero che ci sono su Facebook e altri blog post che citano proprio quei passaggi.

Infatti non sto parlando di iCreate. Sono questioni di lana caprina, probabilmente, ma quel che intendevo dire nel mio articolo non era che la rivista non volesse dare il giusto credito ai collaboratori — semplicemente che non lo dava. Lamentavo, e lamento, l’omissione, non l’intenzionalità. È una differenza sottile, lo so: del resto le omissioni sono sempre problematiche perché — che dietro vi sia intenzionalità o si tratti di una banale svista tecnica — il risultato è lo stesso.

Andrea:

Mi spiace un po’ che il lancio di Macworld sia sminuito da dubbi e insinuazioni che avrebbero potuto tranquillamente risolversi con uno scambio di email, le doverose scuse da parte nostra e la promessa che non si ripeterà.

Se vorrai citare il mio messaggio in un aggiornamento del post o in un commento, ti autorizzo fin d’ora a farlo. Io mi limiterò a una breve sintesi sui profili social network di Macworld.

Andrea, è mia intenzione chiarire la situazione pubblicamente quanto più possibile, e ho intenzione di pubblicare un nuovo articolo, Macworld Italia: chiarimenti, che verrà citato anche come aggiornamento nell’articolo che ho già pubblicato, di modo che chi arriva a Ritorna Macworld Italia possa poi leggersi anche i chiarimenti.

Per chiudere, non immaginavo che il mio articolo potesse creare molto scompiglio. Il mio non è un blog così letto, in fondo, e quando ho commentato al post di Lucio [Bragagnolo] Eccezionalmente, pubblicità, ho deliberatamente evitato di inserire un link al mio articolo perché non volevo affatto monopolizzare la conversazione, per così dire. Poi ovviamente mi dà fastidio che ci siano persone che estrapolano parti di cose che scrivo e che le trasformino in insinuazioni o che diano un tono diverso da quello originale.


 

Insomma, tutto è chiaro quel che finisce chiaro, si spera.

Autodetected subject tags

Handpicked

I can’t believe I’ve discovered Adam Cadre’s website only recently, since I was already familiar with his name for having played and enjoyed some of his Interactive Fiction games such as Varicella, Photopia and 9:05. I suggest you bookmark his Calendar for interesting reviews and observations regarding books, films and writing in general.

Anyway, I was reading his March minutiae, and the following passage caught my attention. I fully agree with him:

[…] it seems to me that a great breakthrough in social networking would be autodetected subject tags. Manually entered subject tags have been around for ages on blogging sites, but even if they were available on e.g. Facebook I imagine that few people would actually use them — the ratio of tagging effort to posting effort would be too high. But it’s strange to me that Twitter, Facebook, and Google Plus put so much emphasis on filtering whom you can see and so little on filtering what you can see. For instance, just looking at my Facebook feed here, here’s an international travel post; it’s by someone I haven’t seen since the ’80s, but it’s still interesting. A post about an unusual incident in class by someone I’ve only met once in my life — still interesting. On the flip side, no matter how well I know you or how much I like you… I don’t care at all about running. Some days my feed is like 50% marathons and marathon prep and my interest in these posts is exactly zero. But I don’t want to filter out the people, only the subject! Surely it can’t be too complicated for the site to do some sort of quick analysis, even if it’s just a keyword match, and add a bunch of tags about the likely content of a post that could then be run through filters?

Also, as a Twitter user, I’d love that hashtags — whether manual or automatic — wouldn’t count against the 140-character limit.

Minimalism, skeuomorphism, and wrong assumptions

Tech Life

A few days ago, a stunning new application for the iPad was introduced: Paper, by FiftyThree, Inc. While reading a few reactions on the Web and Twitter, I noticed how some people were praising the beautiful, well-designed UI of this drawing app especially for one important reason: it gets out of your way. It basically disappears so that you actually use the iPad as a sketchbook (more comfortably if you also use a stylus, but you can also use your fingers of course).

I really like this design approach, as I generally like interfaces that stay out of your way. I wouldn’t still be a Newton user after all these years otherwise. However, it seems that the recent debate on interface design is getting a little bit too polarised for my tastes. Those defending abstract, minimal interfaces appear rather vocal about their distaste for more skeuomorphic choices. As I said on Twitter, the argument that a design is bad because it’s skeuomorphic follows the same logic as xenophobia or racism (that person is bad because he/she has coloured skin, or is of Arabic descent, etc.). Folks, the only reasonable polarisation in a debate on UI design is about good design and bad design. Minimalism, generous use of white space, and Helvetica, aren’t necessarily the recipe for an inherently good design. Likewise, simulation of real-life objects, textures and imperfections isn’t necessarily the recipe for an inherently bad design.

A solid criticism of the use of skeuomorphic designs is the objection that some elements of an interface may trick the user into believing they behave exactly like the real-life elements they’re mimicking, while in reality they behave otherwise or are simply decorative finishes with no function whatsoever. In my previous article, Skeuomorphism and the eye of the beholder, I wrote:

What irks a user is a design that sets some expectations and then doesn’t fulfil them. A calendar app that emulates a paper calendar, but with pages that don’t turn or can’t be ripped away. What’s the point of presenting a beautifully rendered replica of a paper calendar, if you have to touch a Delete button to remove a page? True paper calendars don’t have Delete buttons. This is a dangerous mix of analogue and digital, a misleading mismatch of expectations and ultimately a small usability nightmare.

But minimal, abstract UI that stay out of your way may very well suffer from similar problems, for they can equally puzzle and bewilder the user. Let’s get back to the opening example, Paper for iPad. This is the main interface when you’re drawing (image taken from the app website):

Paper for iPad UI

Lovely, isn’t it? No buttons, no mysterious icons, no redundant chrome. It’s pretty straightforward: you pick a drawing tool and a colour and off you go. Now, suppose you haven’t watched the introductory video and you haven’t read the additional information provided on the developer’s website: how do you know there’s a specific gesture for Undo? How do you know that to ‘close’ the virtual notebook you’re drawing on, you have to perform a ‘closing pinch’ on the page? Some things can be discovered intuitively, you drag the palette down with your finger, and it goes away, leaving you free to draw on the whole visible surface. But how do you make it reappear? At first I instinctively tapped-and-held, but nothing happened. Then of course I tentatively swiped my finger upwards from the bottom edge where the palette disappears, and here it was again — but you really have to initiate the swipe gesture from the very edge, otherwise you end up leaving unwanted strokes on the canvas.

Or take the acclaimed Clear for iPhone. Its interface design is a tribute to minimalism itself, and employs innovative gestures and techniques to function as a really ‘interfaceless’ application. But are those gestures all obvious and readily discoverable if you don’t see some kind of introductory video or read a review of the app? Most of them, but I admit I had to make a few attempts before being able to properly navigate upwards in the menu hierarchy without accidentally creating a new item, for example.

So, once again: not all skeuomorphic interfaces are bad per se; and not all clean, minimal, abstract and non-skeuomorphic interfaces are good per se. What a skeuomorphic UI design shouldn’t do is deceive the user. What a minimal UI design shouldn’t do is provide non-obvious methods of interaction.

Ritorna Macworld Italia

Mele e appunti

Macworld Italia Apr2012

È tutto vero: dopo una pausa di un anno e qualche mese, e un cambio di gestione, Macworld ritorna in edicola. Ora viene pubblicato da PlayMedia Company, la stessa azienda che pubblica, fra l’altro, iCreate, iPhone e iPad magazine.

Scrive l’amico Lucio Bragagnolo nel post Eccezionalmente, pubblicità:

Non la farò lunga: faticaccia a mille per portare nuovamente in edicola Macworld Italia. Però ne è valsa la pena comunque andrà.

Per il momento non c’è nemmeno il sito, abbiamo solo Facebook e Twitter. Sta nascendo tutto letteralmente momento per momento (arriverà anche il sito).

Per il momento mi accontento di… spietatezza. Voglio sapere tutto quello che si può fare meglio. E molto probabilmente farlo meglio davvero sarà un gran lavoro; però avere la lista della spesa è comunque un enorme aiuto.

Lucio è persona dotata di grande sintesi, per cui ho praticamente citato in toto il suo post. La mia breve riflessione può essere vista come una risposta al suo appello, anche se in realtà è di ordine più generale.

Uomini nell’ombra

Io vivo in Spagna, quindi non ho avuto modo di andare in edicola ad acquistare una copia cartacea della rivista. Ho dato però un’occhiata alla versione elettronica disponibile su Zinio (è a pagamento, ma è possibile sfogliare le miniature delle pagine e sono disponibili 3 ingrandimenti gratuiti). Potrei aver visto male, ma nel colophon viene elencata tutta una serie di persone (redazione, amministrazione, responsabili, eccetera) tranne i nominativi di chi ha collaborato fornendo contenuti originali o traducendo articoli apparsi in precedenza nelle edizioni statunitense e britannica di Macworld. Fra quelle persone c’è il sottoscritto.

Se ci rimango un po’ male di fronte a cose del genere (già successe in passato e non solo con riviste di informatica) non è per vanagloria. Più semplicemente, inserire i nominativi di chi ha dato un contributo alla creazione di qualcosa mi sembra puro e semplice riconoscimento del lavoro altrui. Mi sembra una forma di rispetto.

Non so che immagine si facciano i lettori di una rivista di informatica dell’organizzazione del lavoro dietro le quinte. La realtà che conosco personalmente è fatta di un numero relativamente ristretto di persone, che lavorano all’organizzazione, realizzazione e adattamento di materiali per la rivista. Anche i tempi sono ristretti, e di conseguenza i ritmi sono a volte forsennati e gli orari decisamente non da ufficio.

Non voglio togliere alcun merito alle persone i cui nomi, invece, compaiono. Ci mancherebbe altro! Però aver messo mano a una ventina di pagine e non vedere nemmeno il proprio nome menzionato fra i collaboratori indispettisce. E non sto parlando solo di me, ma anche di altri “uomini nell’ombra” che hanno fatto la loro parte. Né si tratta soltanto di Macworld, ripeto. Sono cose che ho visto accadere nel mondo dell’editoria informatica italiana da quando ne sono entrato in contatto più di dodici anni fa.

Traduci un manuale di centinaia di pagine, e nella versione italiana compare (giustamente) il nome dell’autore dell’opera originale, mentre spesso il nome del traduttore non viene riportato, a favore di un più generico Traduzione a cura della casa editrice Pinco Pallino. Traduci gran parte dei contenuti di una pubblicazione, e poi trovi gli articoli tradotti sotto la firma generica della ‘Redazione’ (o senza firma alcuna). E tu, operaio anonimo, prendi questi quattro soldi e siamo a posto così.

Prima dicevo che l’origine di questa mia amarezza non è legata a ragioni di vanità personale. C’è però da fare un discorso di visibilità e, in fondo, di autorità. Alcuni anni fa mi sono ritrovato in una situazione un po’ imbarazzante: facendo una chiacchierata di lavoro in vista di una possibile collaborazione, mi sono sentito dire: Lei dice di aver tradotto tutti questi manuali e pubblicazioni, ma io il suo nome non credo di averlo visto da nessuna parte. È pur vero che davanti a una persona che pone questa obiezione si può reagire fornendole i nominativi di chi possa avvalorare le proprie referenze, ma al momento si ha la sensazione di essere trattati come dei truffatori, come quelli che ‘abbelliscono’ il curriculum per fare bella figura. E io, utente Macintosh dal 1989, scrittore tecnico dal 1998, collaboratore di Macworld Italia dal 2002, in quella occasione mi sono sentito trattato come uno sconosciuto, un pivello che probabilmente aveva farcito le sue credenziali. Tutto questo perché la mia autorità in materia non è direttamente verificabile e/o quantificabile. Tutto questo per essere un “uomo nell’ombra”.

Chiudo questa mia riflessione ribadendo ancora una volta che non si tratta di una polemica diretta a Macworld, che è appena ri-nata e — come dice bene Lucio — è ancora tutto un lavoro in corso. Anzi, ringrazio Lucio per avermi offerto la possibilità di collaborare. La mia intenzione è solo quella di sensibilizzare i lettori di riviste e manuali informatici, di far presente che spesso potrebbero trovarsi davanti il lavoro di persone che, appunto, rimangono nell’ombra per motivi indipendenti dalla loro volontà.

(Aggiornamento, 5 aprile: La situazione, nel frattempo, si è chiarita. Vi invito a leggere l’articolo Macworld Italia: chiarimenti per ulteriori informazioni in proposito. Grazie.)