Apple e le condizioni di lavoro in Cina: tanto parlare a vanvera

Mele e appunti

Qualche giorno fa il New York Times ha pubblicato un lungo reportage sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi in cui vengono assemblati, fra gli altri, i prodotti Apple. Reportage che ho visto tradotto anche su El País e che immagino sia stato riportato anche dalla stampa italiana. 

È un argomento spinoso. Non è la prima volta che emerge, e non è la prima volta che mi raggiungono delle email di lettori che vorrebbero sapere la mia opinione in proposito. Seguendo i miei principi, per poter parlare con cognizione di causa dovrei mettermi a compiere un’indagine approfondita per mio conto, recandomi in Cina, visitando le fabbriche, chiacchierando con gli impiegati, e così via. Purtroppo non mi è possibile farlo. La mia opinione ‘da salotto’, quindi, è che Apple sia ancora una volta il capro espiatorio di una situazione che non riguarda soltanto Apple. Certo, leggendo quegli articoli e reportage, si vedono citati di passaggio i nomi di altre aziende di computer ed elettronica occidentali, ma chi si limita a far scorrere superficialmente i titoli e i trafiletti vede solo il nome di Apple. Ancora una volta si prende di mira Apple perché, dato il suo fragoroso successo, è un bersaglio facile. Accadde lo stesso quando Greenpeace sollevò un polverone, qualche anno fa, sulla questione dell’impatto ambientale. Apple, all’epoca, non era la sola azienda del settore a non essere ‘verde’, ma chissà perché la campagna di Greenpeace aveva scelto proprio Apple come bersaglio.

Due giorni fa mi sono imbattuto in un ottimo articolo apparso su Forbes, scritto da Tim Worstall, e intitolato Il boicottaggio di Apple: sulla produzione in Cina molta gente sta parlando a vanvera (The Apple Boycott: People Are Spouting Nonsense about Chinese Manufacturing). Worstall riporta ampi stralci da Paul Krugman, di cui ho molta stima, e pertanto ho deciso di tradurre integralmente l’articolo e di sceglierlo come risposta personale alla questione, dato che ne condivido molto i contenuti.

Buona lettura.


 

Sembrerebbe che stia prendendo piede l’idea di boicottare i prodotti Apple in base alle condizioni di lavoro nella sua catena di produzione in Cina. Questa è un’idea molto stupida e in merito a tali condizioni si sta parlando parecchio a vanvera.

Apple, il colosso dei computer i cui eleganti prodotti sono diventati un pilastro della vita moderna, sta affrontando un possibile disastro a livello di pubbliche relazioni e la minaccia degli inviti al boicottaggio dei suoi iPhone e iPad.

L’immagine pubblica dell’azienda ha sofferto a seguito delle rivelazioni sulle condizioni di lavoro in alcune fabbriche della sua rete di fornitori cinesi. Le accuse, riportate estesamente in un articolo del New York Times, vanno ad aggiungersi alle precedenti preoccupazioni di eventuali abusi nelle imprese di cui Apple si serve per assemblare i propri computer e dispositivi di successo. Ora la temuta parola ‘boicottaggio’ ha iniziato ad apparire in articoli che parlano delle attività dell’azienda californiana.

I consumatori dovrebbero boicottare Apple?” titolava un articolo del Los Angeles Times raccontando i dettagli di questa recente caduta d’immagine.

Due degli articoli del New York Times si trovano qui e qui. Dan Lyons dice la sua qui.

In sostanza, l’elenco delle accuse è che quel milione di persone che lavorano per Foxconn (circa 230.000 delle quali seguono la costruzione di prodotti per Apple, le altre assemblano per Dell, HP, e in pratica per quasi tutte le aziende di elettronica) devono lavorare facendo parecchie ore di straordinari, in condizioni pericolose e a fronte di una retribuzione risibile.

Beh, sì, sono persone povere che vivono in un paese povero. Questo è ciò che significa essere poveri — lavorare molto duramente per guadagnare molto poco. Sì, è scomodo e duro dirlo, ma del resto la realtà può essere davvero dura.

Per dimostrare che non sono solo dei neoliberisti indifferenti come me a sostenere queste cose, perché non provate a leggere Paul Krugman sul tema delle imprese che sfruttano la manodopera? In particolare questo intervento, su cosa succederebbe se cercassimo di fermare il processo produttivo in atto in questi luoghi poveri:

Prima di tutto, anche se potessimo garantire salari più alti e migliori condizioni di lavoro ai lavoratori nelle industrie di esportazione del Terzo Mondo, questo non farebbe nulla per i contadini, per i lavoratori a giornata, per chi fruga nei rifiuti, e così via, che costituiscono la maggior parte delle popolazioni di questi paesi. Nel migliore dei casi, costringendo i paesi in via di sviluppo ad aderire ai nostri standard di lavoro si creerebbe un’aristocrazia del lavoro privilegiata, senza migliorare le condizioni della maggioranza povera. 


E potrebbe anche non creare nulla del genere. I vantaggi delle industrie del Primo Mondo sono ancora formidabili. L’unica ragione per cui i paesi in via di sviluppo sono stati in grado di competere con quelle industrie è la loro capacità di offrire ai datori di lavoro manodopera a basso costo. Negando loro tale capacità si potrebbe negare loro la prospettiva di una crescita industriale continuata, e persino invertire la crescita finora ottenuta. E poiché la crescita orientata all’esportazione, malgrado tutte le sue ingiustizie, si è dimostrata un enorme vantaggio per i lavoratori in quelle nazioni, tutto ciò che limita quella crescita è sensibilmente contro i loro interessi. Una politica di buoni posti di lavoro in linea di principio, ma nessun posto di lavoro in pratica, potrebbe placare le nostre coscienze, ma non è di alcun vantaggio per i suoi presunti beneficiari.

Ecco un altro punto molto importante, sempre a opera del professor Krugman, su ciò che determina i salari che vengono corrisposti:

I salari sono determinati in un mercato del lavoro nazionale: Il modello ricardiano di base (la teoria dei vantaggi comparati) prevede un singolo fattore, il lavoro, che può muoversi liberamente tra le industrie. Quando si cerca di parlare di commercio con i profani, però, a volte ci si rende conto che non la vedono affatto in questo modo. Pensano ai metalmeccanici, agli operai tessili, e così via; per loro non esiste un mercato del lavoro nazionale. Non si accorgono che i salari guadagnati in un settore sono in gran parte determinati dai salari che lavoratori dello stesso tipo guadagnano in altri settori. Ciò ha diverse conseguenze. In primo luogo, a meno di non essere accuratamente spiegata, la classica dimostrazione dei guadagni commerciali in un modello ricardiano (i lavoratori possono guadagnare di più spostandosi nei settori in cui si ha un vantaggio comparato) semplicemente non viene compresa dagli intellettuali profani. La loro immagine è quella di lavoratori nell’industria dell’aviazione che guadagnano e operai tessili che perdono, e l’idea che sia utile, anche per amor di discussione, immaginare che i lavoratori possano spostarsi da un settore all’altro è a loro del tutto estranea. In secondo luogo, il legame tra produttività e salari viene completamente frainteso. I non-economisti solitamente pensano che i salari debbano riflettere la produttività a livello della singola azienda. Pertanto, se Xerox riesce ad aumentare la sua produttività del 20%, dovrebbe aumentare i salari del 20%; se la produttività complessiva del reparto produzione è aumentata del 30%, i salari reali dei lavoratori della produzione dovrebbero essere aumentati del 30%, anche se la produttività dei servizi è rimasta stagnante; e se questo non avviene, è segno che qualcosa è andato storto. In altre parole, le mie critiche nei confronti di Michael Lind lascerebbero perplessi molti non-economisti.

Associato a questo problema è il fraintendimento di ciò che il commercio internazionale dovrebbe fare per i tassi salariali. È un fatto che alcune fabbriche di abbigliamento del Bangladesh riescono a raggiungere una produttività del lavoro che si avvicina alla metà di quella di strutture paragonabili negli Stati Uniti, anche se complessivamente la produttività manifatturiera del Bangladesh è probabilmente solo il 5% circa di quella statunitense. I non-economisti trovano estremamente inquietante e sconcertante che i salari in quelle fabbriche produttive siano solo il 10% degli standard degli Stati Uniti.

Infine, e soprattutto, non è ovvio per i non-economisti che i salari siano endogeni. Qualcuno come Goldsmith guarda al Vietnam e chiede: “Cosa accadrebbe se le persone che lavorano con questi salari così bassi riuscissero a raggiungere una produttività occidentale?” La risposta dell’economista è: “Se riescono a ottenere una produttività occidentale, verranno pagati con salari occidentali”, come in effetti è accaduto in Giappone. Ma per il non-economista questa conclusione non è né naturale né plausibile. (Ed è probabile che indichi quelle fabbriche del Bangladesh come controesempio, non afferrando la distinzione tra produttività a livello di fabbrica e produttività a livello nazionale).

Sto citando Krugman così tanto perché è un punto estremamente importante. I salari pagati ai lavoratori di produzione in Cina non sono determinati dalla produttività di questi lavoratori specifici. Non sono determinati dai salari degli Stati Uniti, dai profitti generati da Apple, e nemmeno dalle buone intenzioni dei creativi che acquistano i prodotti Apple. Essi sono determinati dai salari retribuiti da altri posti di lavoro in Cina, che a loro volta sono determinati dal livello medio di produttività in tutta l’economia cinese.

Ma andiamo a esaminare nello specifico le lamentele che sono state sollevate. Ve ne sono tre che vengono ripetute in tutto il Web e delle quali viene sottolineata la particolare gravità.

La prima è l’ondata di suicidi negli stabilimenti Foxconn. In effetti vi è stata una serie di suicidi, e ognuno di essi rappresenta una vera tragedia individuale. Sia per coloro che sono morti che per chi è rimasto a piangerli. Tuttavia, stiamo parlando di circa 18 suicidi nel 2010. Ciò che ci interessa davvero sapere è se questa sia una cifra alta o bassa. I suicidi avvengono in ogni società e in ogni paese, quindi prima di iniziare a dare la colpa alle condizioni di lavoro vorremmo sapere se quel tasso è superiore o inferiore rispetto alla società circostante.

Il tasso di suicidi generale in Cina è di 22 ogni 100.000 persone. Questo è un tasso elevato se paragonato agli standard internazionali, ma è quello che dovremmo guardare per cercare di valutare il tasso di suicidi in Foxconn.

Foxconn impiega circa 1 milione di persone in totale quindi, se la forza lavoro Foxconn avesse il medesimo tasso di suicidi dell’intera popolazione cinese (il che, a essere precisi, non può essere in quanto il suicidio non è equamente diviso fra i vari gruppi di età, e la forza lavoro è prevalentemente giovane), in questo campione di persone ci aspetteremmo di vedere 220 suicidi ogni anno.

Ci troviamo pertanto di fronte a una protesta contro un tasso di suicidi che è meno di un decimo del tasso di suicidi generale nel paese in discussione. Se le persone vedessero la cosa in maniera razionale invece di parlare a vanvera, un dato del genere andrebbe visto positivamente, non denigrato.

La seconda lamentela riguarda due esplosioni in due diversi stabilimenti, entrambe legate alla polvere di alluminio, che hanno provocato la morte di alcuni lavoratori e il ferimento di molti altri. Ormai è da circa un secolo che sappiamo come trattare la polvere di alluminio (che, se molto fine e dispersa nell’aria, può risultare esplosiva).

Tuttavia, sapere come affrontare questo o qualsiasi altro pericolo industriale, purtroppo non significa che lo si affronti sempre nel modo migliore. Per giudicare se la sicurezza dei lavoratori sia davvero trascurata in Foxconn magari dovremmo, perché no, confrontarla con la sicurezza sul lavoro negli Stati Uniti. Sono infatti circa 4.000 all’anno gli infortuni mortali sui posti di lavoro americani.

Un totale preliminare di 4.547 infortuni mortali sul lavoro è stato registrato negli Stati Uniti nel 2010, più o meno come il conteggio finale dei 4.551 infortuni mortali nel 2009, secondo i risultati del programma di censimento degli infortuni mortali sul lavoro (Census of Fatal Occupational Injuries — CFOI) condotto dal Bureau of Labor Statistics statunitense. Il tasso di infortunio mortale sul lavoro per i lavoratori degli Stati Uniti nel 2010 è stato di 3,5 per ogni 100.000 lavoratori equivalenti a tempo pieno (FTE), identico al tasso finale per il 2009. 

3,5 per ogni 100.000: se le fabbriche Foxconn fossero pericolose tanto quanto il posto di lavoro americano medio, ci aspetteremmo 35 morti sul lavoro in un anno fra quel milione di lavoratori. Sì, ognuna di quelle morti, ognuno di quegli infortuni, in quelle esplosioni di polvere di alluminio è una tragedia, nessuno lo nega. Ma se fossimo davvero realisti invece di parlare a vanvera su tali questioni, non utilizzeremmo il dato di tre o quattro morti come prova per dimostrare che Apple, Foxconn o persino la Cina stiano ignorando la sicurezza dei lavoratori per conseguire i propri sporchi guadagni. Come minimo bisognerebbe considerare il tasso globale di infortuni mortali sul posto di lavoro piuttosto che scegliere un episodio specifico perché fa comodo.

L’ultimo aspetto sono i salari bassi:

Oltre un quarto della forza lavoro Foxconn vive in dormitori aziendali e molti lavoratori guadagnano meno di 17 dollari al giorno. 

Prendiamo quei 17 dollari al giorno come cifra effettiva. Certo, né io né voi saremmo interessati a lavorare per un compenso così basso (neanche se ci dessero una stanza nel dormitorio compresa nel prezzo) perché abbiamo avuto la grande fortuna di nascere in paesi ricchi, con un tenore di vita superiore a qualsiasi altro conosciuto dalle generazioni precedenti. Tuttavia, coloro che sono nati in Cina lo stesso anno in cui io nacqui in Gran Bretagna, sono nati in una carestia di massa provocata dall’idiozia comunista di Mao.

La questione non è se 17 dollari al giorno siano o meno un salario basso: è basso rispetto a cosa? Tanto per cominciare, lavorare quei 6 giorni alla settimana produce un reddito annuo di 6.000 dollari. Certo, è una miseria per i nostri standard, ma in Cina è una cifra piuttosto equa. Si aggira intorno al PIL pro capite di tutto il paese, per esempio, e quindi è ovviamente, e per definizione, superiore al salario medio. Ed è per questo che quel milione di persone ha volontariamente scelto di lavorare per quei compensi, e molte di quelle persone hanno viaggiato centinaia di chilometri per farlo.

Inoltre, i salari in Cina sono stati in forte crescita di recente. Dalla fine degli anni Novanta sono stati in crescita del 14% all’anno (sì, anche considerando l’inflazione) e hanno accelerato negli ultimi due anni. Con la capitalizzazione questo significa che i salari di produzione in Cina sono aumentati di quattro volte dall’inizio del secolo. La causa di questo? Quegli enormi stabilimenti costruiti da aziende come Foxconn, e la quantità enorme di giocattoli elettronici e gingilli luccicanti che acquistiamo non appena escono da quegli stabilimenti.

È esattamente perché Apple assembla in Cina che le condizioni dei lavoratori di produzione in Cina stanno migliorando. Migliorando a un ritmo mai visto prima nella storia umana. E se avessimo un approccio realistico sulla questione, invece di parlare a vanvera, dovremmo riconoscere questo fatto fondamentale.

E questo è il punto più importante. Il boicottaggio dei prodotti Apple è ben lungi dall’essere il modo più efficace per migliorare le condizioni degli stabilimenti di produzione. Se mai è l’acquisto di prodotti provenienti da quelle fabbriche, come è avvenuto negli ultimi decenni, a rendere la Cina un luogo più ricco e migliore.

Boicottare Apple per ottenere salari e condizioni di lavoro migliori a Foxconn è come fare sesso per raggiungere la verginità. Del tutto controproducente ed esattamente la cosa sbagliata da fare.

[Articolo originale: Tim Worstall, The Apple Boycott: People Are Spouting Nonsense about Chinese Manufacturing]

The typefaces of Gilles Le Corre

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Maybe because I’m a bit of a bibliophile, but I always had a soft spot for old typefaces, used in printed publications since the Fifteenth Century. Imagine my amazement when, browsing the excellent MyFonts site, I discovered the vast collection of typefaces by Gilles Le Corre. All fonts are offered with a personal or commercial license, and are quite affordable. Some of the most interesting include historical versions of widely known typefaces such as Garamond, Baskerville, Caslon, Modern and Copperplate. If you’re fascinated by old books, historical documents and the history of printing, you’ll love Le Corre’s work.

From his profile on MyFonts:

Beginning in 2007 he has been trying to reproduce, very exactly, a wide range of historic European typefaces, mainly from medieval and early periods of printing — his favorite period — from 1456 with Gutenberg, up to 1913 with a font inspired by a real old typewriter.

All his fonts are based on historical research, identifying whenever possible printers and punch cutters, cities and countries, that represent a time and style. Often, they are “eroded”, an aesthetic choice because old printed texts have this rough and imperfect appearance. 

The punctuation signs of the time (mainly , ; . : — / | ( ) ’ ” ? and ! when available) are always respected as they were in contemporary documents. Every font is completed with arabic numbers, accented characters and any missing characters (such as the W and K which were not used in French medieval books or Latin texts, for exemple), plus any others of which no original instance can be found, along with typical ligatures, abbreviated letters, and final or initial characters […]

Here are some samples:

GLC3
GLC1
GLC4
GLC2

Paper books still win on specs

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I really enjoyed reading Sorry iBooks, paper books still win on specs by Dieter Bohn at The Verge. I had been thinking for a long time about writing some sort of ‘definitive’ article which could clarify my exact take on paper books vs ebooks, and after reading this piece I haven’t much to add. I’ll quote the excerpts I agree the most with, then, but you should really, really read the whole thing.

What I’ve found quite ingenious in Bohn’s article is his viewing of paper books as a technology and, as such, comparing it with ebooks’ technology.

Before we get too far along in this discussion, I want to lay my cards out on the table. I am not against ebooks — I believe that their mass use is not only inevitable but will change the ways that we think and learn. I am, however, deeply concerned about ebooks when compared to paper as a technology. Make no mistake, paper is a technology just as much as an LCD screen is, and as a technology it has several important advantages over e‑readers that I am loathe to see disappear. […]

As fast as technology moves, it’s important to remember that previous changes in reading technology took literally centuries to spread. This current change is happening much more rapidly, and we need to think just as rapidly about its repercussions. 

I really like Bohn’s list of a paper book’s ‘technical specs’:

If you take a moment to think about a paper book as the technological object that it is, you can quickly see plenty of advantages over e‑readers. The list of “specs” for your standard paper book gets surprisingly long when you expand your definition of technology to include elements that don’t require a computer chip.

  1. Readable with any form of light
  2. Very high contrast display
  3. Requires no battery power
  4. Depending on model, lasts anywhere from five to five thousand years or more
  5. Immersive and non-distracting user interface
  6. Offers a spatial layout for immediate access to random information
  7. Conforms to the standardized “page number” spec for easy reference
  8. Supports direct interaction via pen or highlighter
  9. DRM-free for easy lending and resale
  10. Standards-based system not controlled by any single corporation or entity
  11. Crash-proof and immune to viruses (though vulnerable to some worms)
  12. Easy to learn user-interface consistent across most manufacturers
  13. Supports very large number of colors and also black and white images
  14. Compatible with a wide variety of note taking systems

These features and specs are either unmatched or poorly matched by most current e‑reader technology. While e‑readers obviously offer many advantages over paper books, I would argue that most of the above specs are essential to how most people think of the act of engaged, active reading. More importantly, many of these “specs” are vital to how most cultures have historically preserved and disseminated knowledge for thousands of years. The phrases “most cultures” and “thousands of years” sound awfully hokey, I know, but those are the stakes. If we are to replace this powerful and durable technology, we need to think in those very large terms. 

Spec No. 4 made me chuckle, but it’s true. And I’m glad Bohn included Spec No. 6, because it touches on an often overlooked aspect when we compare digital and paper books. When discussing this matter with other people, I often hear the argument that digital publications are more easily searchable than printed ones; that looking up information on a traditional paper book is a slower, more painful process. It’s true. But with digital books you also often lose something I’ve always found truly fascinating in paper books — stumbling upon bits of information you didn’t know and which might enrich your knowledge. 

When you perform a search in any digital search engine, you enter the word or the keywords you’re looking for. You search for information. When you randomly leaf through a paper volume of an encyclopaedia, a dictionary, an academic journal, a newspaper, etc., you find information. When I was at school, I knew many more English terms than my schoolmates because I used to open my English-Italian and English-only dictionaries at random, find words that looked ‘interesting’ and memorise their meaning. I did the same with other textbooks and encyclopaedias (at home I had access to a lot of art, literature, and other various generic encyclopaedias thanks to my grandfather’s vast and diverse personal library). This kind of — how can I say — ‘erudition by encounter’ is largely lost with digital books. (Not on the Web, though).

Back to Dieter Bohn’s article, another important section is The thousand year view, in which he talks about something I really care about: book longevity and preservation.

When it comes to the longevity of paper book technology and virtually any digital technology, there is simply no comparison. Assuming that the paper a book is printed on isn’t too acidic and it’s well-kept, it will last for literally thousands of years.

Digital formats have evolved quickly and it’s likely they will continue to evolve for the foreseeable future. Even if we assume that digital storage formats won’t ever change again and we’ll always have access to computers than can read them, the physical media itself simply breaks down in a matter of years. There are some solutions (like Millenniata), but few if any that are widespread, well-known, and standardized.

If you’re not convinced yet, I can make this point very quickly. I’d like you to read an ebook stored on a 5.25-inch floppy disk. Go ahead, I’ll wait.

Solutions to this problem from Apple, Amazon, and others seem to be based on their cloud services. That is a lot of trust to place in these corporations and their costly servers. I’m not saying that preserving paper books is free, that the work of that preservation hasn’t been manipulated by powerful interests over the centuries, or even that they’re immune to catastrophes (pour one out for the Library of Alexandria). What I am saying is that we’ve developed a system of libraries and universities that work to ensure that books are preserved for the long haul. Those same institutions and many more are trying to do the same for digital media today — but they need help and I don’t see evidence that the ebook industry is collaborating with them in any meaningful way.

Before I am willing to say that ebook technology can measure up to paper book technology, I need to see the companies developing ebooks lay out a clear plan to ensure that their books and any notes we take on them have a legitimate shot of still being around and readable in a thousand years. 

FAQ: Google’s new privacy policy

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Source: FAQ: Google’s new privacy policy — The Washington Post.

Just a few interesting bits:

What is Google doing?: In a nutshell, Google is taking information from almost all of your Google services — including Gmail, Picasa, YouTube and search — and integrating the data so that they can learn more about you. (Information from Google Books, Google Wallet and Google Chrome will not be integrated, partly for legal reasons.)

What kind of information are they collecting and integrating?: Almost anything that’s already in the Google ecosystem: calendar appointments, location data, search preferences, contacts, personal habits based on Gmail chatter, device information and search queries, to name a few.

Can they do that?: Not under the company’s current privacy policies, but Google is introducing a new, unified policy that you can’t opt-out of.

[…]

When do the changes take effect?: March 1.

Can I opt-out?: No.

So what do I do if I don’t like the policy?: You can close your account. Google has provided information on how to take all of your personal information off of Google by closing your Google Account, which would erase your Gmail, Google+ and other accounts.

But I have a lot of data saved on Gmail/Picasa/etc…: Google says it is committed to “data liberation” and that it will allow you to take your information elsewhere if you want to. The company said it would provide directions on how to do this in the help sections for its various services.

I’m thinking about deleting a few things.

A machine of success

Tech Life

Apple’s recently announced financial results for its fiscal first quarter of 2012 are astounding:

The Company posted record quarterly revenue of $46.33 billion and record quarterly net profit of $13.06 billion, or $13.87 per diluted share. These results compare to revenue of $26.74 billion and net quarterly profit of $6 billion, or $6.43 per diluted share, in the year-ago quarter. Gross margin was 44.7 percent compared to 38.5 percent in the year-ago quarter. International sales accounted for 58 percent of the quarter’s revenue.

The Company sold 37.04 million iPhones in the quarter, representing 128 percent unit growth over the year-ago quarter. Apple sold 15.43 million iPads during the quarter, a 111 percent unit increase over the year-ago quarter. The Company sold 5.2 million Macs during the quarter, a 26 percent unit increase over the year-ago quarter. Apple sold 15.4 million iPods, a 21 percent unit decline from the year-ago quarter.

I’d anticipated yet another very positive outcome, but not like this. As always, after a Quarter Results Conference Call, I headed to John Gruber’s Daring Fireball to read some of the best handpicked ‘Claim Chowder’, and as always Gruber doesn’t disappoint:

  1. Claim Chowder: ‘iPad Demand Said to Be Fading as Competition Heats Up’
  2. Claim Chowder: ‘The iPad: In the Middle (of Nowhere)’
  3. Claim Chowder: ‘iPhone Dead in Water’
  4. Huffington Post Headline Two Days Ago: ‘Apple Q1 2012 Earnings Call Could Reveal Chinks in Armor’
  5. Claim Chowder: ‘The Apple Bubble Is Ready to Burst’

Apart from their short-sightedness, I noticed one common denominator in all these ‘analyses’ on Apple: they all seem to imply that Apple is on some kind of lucky streak, and that it won’t last much longer. With any business, luck is always a factor, but I think that Apple’s success in the last few years (starting with the iPod in 2001, but especially since the iPhone introduction in 2007) has very little to do with luck and very much to do with manufacturing great products at affordable prices on the hardware front, and coherent, cohesive ecosystems on the software front. When you join these two fronts, what you get as an end user is a solid, smooth, rewarding experience.

A new eWorld, in a way

Come to think of it, it’s almost like a modern version of Apple’s own eWorld. Just look at what was eWorld’s main screen and metaphor: a small city where users could find anything that could be of interest to them. It was an easy-to-understand interface for the then new-ish World Wide Web, and at the same time it felt like a self-sufficient space with its community. Look at the labels of those ‘places of interest’: Arts & Leisure Pavilion, Learning Center, Computer Center, Marketplace, Newsstand, eMail Center… and now think of Apple’s services of today: the various Stores (iTunes Store, iOS App Store, Mac App Store, iBookstore, the brick and mortar Apple Stores), iTunes U and the recent education-related news, iCloud services… there are a few similarities. Not in the implementation, of course, just in the general concept, in how they all have their part in the creation of the container. Sure, many focus on the negative aspects of this and call it ‘lock-in’ or ‘walled garden’, but it turns out that users really like what this self-contained, self-sufficient experience gives them. 

You can’t just take a single product and analyse it out of the big picture. Apple products are successful also because, in the end, it’s the whole experience, the Über-Product that’s successful. By offering high-quality products with thoughtful design and user interfaces, and backing them up with good-enough services, Apple has managed to create an environment where the inherent success is generated by bidirectional force between the parts and the whole. I believe Apple has come to a point where only Apple itself could undermine its success, by making huge missteps that could compromise the balance of that aforementioned bidirectional force that fuels the whole Apple machine.