La recensione di Andy Ihnatko sull'iPad 2 — Prima parte

Mele e appunti

Qualche giorno fa è apparsa sul Chicago Sun-Times un’interessantissima recensione dell’iPad 2 scritta dall’impareggiabile Andy Ihnatko dopo aver utilizzato il dispositivo per una settimana. Come sempre con Ihnatko, le recensioni importanti contengono tutta una serie di spunti e osservazioni intelligenti su cui fermarsi un momento a riflettere. Per questo ho pensato che valesse la pena tradurla e condividerla con il pubblico italiano. Essendo davvero lunga, ho creduto opportuno dividerla in due parti, non uguali perché non volevo spezzare il filo del discorso. In questa prima parte Ihnatko parla soprattutto dell’iPad 2 e delle sue caratteristiche. Nella seconda parte, che spero di pubblicare presto, vengono analizzate le due applicazioni presentate insieme all’iPad 2 — iMovie e GarageBand — e, cosa importante, le conclusioni.

Buona lettura!

 


 

L’iPad 2 non è rivoluzionario, ma è un fantastico prodotto

L’iPad 2 è un aggiornamento ottimo e altamente progressivo, e finirà col deludere solo un certo tipo di consumatore: chi sperava che Apple potesse in qualche modo ridefinire completamente il prodotto più incredibile del 2010 alla sua seconda incarnazione.

Nah. Tutti i miglioramenti e le nuove caratteristiche dell’iPad del 2011 sono risposte alla domanda Come sarebbe stato il primo iPad se gli ingegneri Apple avessero avuto un altro anno a disposizione per lavorarci sopra? Avrebbero sicuramente cercato di renderlo più veloce ed elegante, e avrebbero trovato il modo di infilarvi una fotocamera o due. Tutto fatto.

(E la custodia prodotta in Apple non sarebbe sembrata una robetta plasticosa da quattro soldi. Fatto anche questo).

L’iPad 2 è l’iPad di sempre. L’unica differenza è che è migliore sotto ogni punto di vista.

Dopo aver passato una settimana con iPad 2, mi sono reso conto che il cambiamento veramente rivoluzionario di Apple è stato concettuale. Il primo iPad non era soltanto un nuovo prodotto, ma una categoria di computer completamente nuova. Credo che nel 2010 Apple ebbe l’intuizione che con un oggetto così diverso nelle proprie mani, non si sarebbe potuta permettere di rischiare tutto. Poteva semplicemente scoprire le carte e suggerire i vari punti di forza di iPad, e poi stare a guardare che cosa sarebbe successo. Dopo tutto quel lavoro, Apple poteva solo sperare che i consumatori e gli sviluppatori capissero per proprio conto che cosa fosse iPad e come utilizzarlo. Solo a quel punto Apple avrebbe potuto fare la mossa successiva, basandosi su quelle reazioni.

Tutto avrebbe potuto andare storto. Se Apple avesse venduto iPad esplicitamente come un lettore di ebook, la prima lamentela sarebbe stata “Perché questo aggeggio costa il doppio di un Kindle?”. Se invece iPad fosse stato presentato come il perfetto sostituto del vostro computer portatile, allora qualunque consumatore con un po’ di buon senso avrebbe fatto notare che, malgrado l’iPad 1 fosse molto più abbordabile del MacBook più economico, con 500–875 dollari uno si sarebbe potuto comprare un qualsiasi portatile Windows di marca.

Vendere 15 milioni di iPad in nove mesi deve aver dato ad Apple un certo grado di fiducia sul fatto che il mondo, alla fine, ha ‘capito’ l’iPad per davvero.

E il pubblico lo ha capito, infatti. L’iPad non si trattava di un semplice accessorio da scrivania, e mentre si è certamente guadagnato gli onori di ottimo lettore di libri elettronici, riproduttore multimediale e visualizzatore di documenti, non era necessario limitare le proprie percezioni del dispositivo. Davvero l’iPad era, ed è, un tipo di computer del tutto nuovo. Molti di voi hanno visto la transizione dall’interfaccia utente testuale a quella grafica. Alcuni di voi hanno anche fatto in tempo a vedere il passaggio dai mainframe ai personal computer. Beh, congratulazioni: avete vissuto abbastanza per vedere la terza rivoluzione informatica.

Il primo iPad era il giro di prova che compiono le macchine da corsa intorno al circuito per scaldare le gomme. L’iPad 2 è il punto in cui Apple comincia a guidare in modo aggressivo. L’anno scorso Apple ha lasciato intendere che l’iPad avrebbe forse potuto sostituire il vostro computer portatile. Quest’anno pare che Apple stia dicendo che l’iPad 2 potrebbe sostituire… l’intera classe dei portatili.

Beh, forse Apple non ha una posizione così aggressiva: in fondo quei MacBook rendono un bel po’ di soldini. Ma la potenza di iPad 2 e l’introduzione in contemporanea di due nuove applicazioni per iPad prodotte in casa, una per comporre musica, l’altra per il montaggio video, entrambe sofisticate come programmi desktop (e per lavori creativi che nessun dispositivo portatile è mai stato in grado di svolgere, nemmeno malamente), secondo me indica chiaramente che Apple vuole che vi poniate un quesito piuttosto profondo:

Tanto per cominciare, avevate davvero bisogno di un portatile? O lo avete acquistato solo perché nell’epoca pre-iPad un notebook era l’unico dispositivo mobile a disposizione che potesse gestire una serie così variegata di attività?

Una cosa è subito chiara: un simile quesito non mi sarebbe mai passato per la testa se stessimo discutendo di un qualsiasi altro tablet stile iPad di prossima uscita nel 2011. Se il messaggio di Apple ai consumatori è “Considerate iPad come il vostro prossimo computer”, il messaggio alla concorrenza è “È proprio adorabile da parte vostra pensare di avere un prodotto che sia minimamente in grado di competere con il nostro”.

Più sottile. Più leggero. Più veloce. FaceTime. Smart Cover. Batteria da 10 ore”. Questo è lo slogan che troverete sul sito Apple. Vediamo di analizzarlo pezzo per pezzo.

Più sottile, più leggero

Sì, è davvero molto, molto più sottile dell’iPad originale: è spesso un terzo dell’iPad 1. Ma nessun numero sulla carta e nessuna foto dei due iPad fianco a fianco potranno mai comunicare questa differenza come la semplice azione di tenere in mano un iPad 2. Se fosse più sottile di così, verrebbe da arrotolarlo e infilarselo nella tasca posteriore dei pantaloni, come un giornalino a fumetti.

(Fra parentesi: è così sottile che posso finalmente infilare un iPad nella tasca posteriore dei miei pantaloni militari 5.11, i Pantaloni Ufficiali della Serie A degli Scrittori Tecnici. Solo per questo fatto l’iPad 2 è un aggiornamento che mi conviene).

È anche un tantino più leggero. Entrambi questi elementi sottolineano uno degli aspetti forse meno eclatanti eppure importantissimi del design del primo iPad: il dispositivo è fatto per essere nient’altro che una ‘cornice digitale’ per le vostre applicazioni. Quando si rende il dispositivo più sottile e leggero, la sua presenza nelle vostre mani si riduce ancor di più, e quindi l’intero concetto di base dell’iPad risulta ancor più rafforzato.

1) Apple, si tratta di un incredibile passo avanti in quanto a design e un passetto avanti in quanto a usabilità;

2) Apple, hai tutte le ragioni per essere orgogliosa di questo fatto;

3) Adesso però, Apple, per favore non farlo ancor più sottile di così.

Dopo una settimana d’uso, ho l’impressione che un terzo di un pollice (8,8 mm) sia il minimo spessore a cui un iPad può arrivare prima che un utente inizi a pensare a un tablet con un po’ più di sostanza. iPad 2 è comodo e piacevole da tenere in mano, ma la sensazione è quella di essere al limite di sicurezza, per così dire. Sostenendolo e leggendo a certe inclinazioni, mi piacerebbe che ‘riempisse’ la mia mano un po’ di più, o che la parte posteriore avesse maggior presa (anche se l’esperienza è cambiata del tutto con una Smart Cover attaccata, come vedremo più oltre).

Questa sensazione potrebbe essere in parte dovuta al fatto che i bordi dell’iPad 2 si assottigliano invece di terminare in un contorno piatto come nell’iPad 1. Devo dire che questa idea non mi fa impazzire. Tale concetto di design, seppur accattivante, fa in modo che le aperture per le due porte principali dell’iPad 2 (il connettore dock e il jack per le cuffie) siano leggermente allungate. Su un iPad 1, il cavo degli auricolari e quello del connettore dock rimangono a filo con la struttura del dispositivo. Sull’iPad 2, parte della ‘spalla’ della spina rimane a mezz’aria. La cosa non influisce assolutamente sulle prestazioni, ma costringe a stare un po’ più attenti quando si collega qualcosa.

Inoltre, quando ho un cavo piuttosto grosso inserito nell’adattatore video e ho in mano l’iPad, mi viene istintivo sostenere il cavo con le dita. Temo che non vi sia un contatto meccanico sufficiente a evitare che il peso del cavo spezzi qualche terminazione interna. Solo con il tempo (e interventi nei forum di supporto) vedremo se le mie preoccupazioni sono fondate o meno.

Anche gli interruttori di accensione e del volume hanno dovuto essere posizionati in maniera leggermente inclinata, e occorre farci un po’ l’abitudine.

Un altro elemento che pare non abbia guadagnato dal nuovo design dell’iPad 2 è la qualità dell’altoparlante incorporato. Rimane notevole il fatto che un suono così ricco possa fuoriuscire da un altoparlante così piccolo sul bordo di un dispositivo spesso soli 8,8 millimetri. Ma se l’altoparlante incorporato dell’iPad 1 è molto piacevole, con una quantità sorprendente di dimensione e di bassi, quello dell’iPad 2 è semplicemente ‘Buono’.

Vi esorto a scaricare qualche brano di Diana Damrau e ad ascoltare voi stessi. (Non tanto per ripetere il confronto da me effettuato, ma in generale… Ragazzi, quella sa cantare per davvero!)

Già che sto trattando dell’hardware in generale: lo schermo dell’iPad 2 ha le stesse specifiche tecniche del primo iPad. È difficile dire se sia migliore. Sembra più luminoso e i colori paiono un po’ più caldi… ma dovete capire che lo sto confrontando con un iPad 1 che ho usato tutti i giorni per quasi un anno ormai.

Più veloce

Non vi sono dubbi: non si tratta di un piccolo aumento di velocità puramente nominale. La differenza in velocità fra l’iPad 1 e l’iPad 2 è quel che accade dal momento in cui il conducente dice “Che cosa fa questo pulsante con la scritta ‘Turbo’?” al momento in cui la macchina si trova impastata su un lato della collina a 300 metri dall’autostrada.

Secondo Apple, il nuovo processore A5 dual core dell’iPad 2 e il processore grafico garantiscono prestazioni di sistema doppie e prestazioni grafiche nove volte superiori al primo iPad. Il meticoloso smontaggio dell’iPad 2 da parte di iFixit.com mostra che il nuovo modello è dotato del doppio della memoria del suo predecessore (cosa che dovrebbe favorire il multitasking).

Il benchmark comparativo migliore e più veloce che mi è venuto in mente è stato AutoStitch, un’applicazione per creare foto panoramiche. È un’applicazione solo per iPhone, il che dovrebbe eliminare ogni dubbio sulla possibile ottimizzazione del codice per l’hardware dell’iPad 2. In più lavora su un misto di matematica e grafica, come quasi la totalità di quel che si fa girare su un iPad. Ho fatto in modo che l’applicazione allineasse e mettesse insieme 36 immagini sorgenti creando un panorama completo su entrambi gli iPad dopo un’accensione a freddo.

L’iPad originale ha impiegato tre minuti e venticinque secondi. L’iPad 2 ha terminato dopo… cinquantadue secondi.

Chiaramente, qualsiasi applicazione per iPad vedrà un incremento delle prestazioni immediato e marcato sull’iPad 2. Ed è possibile ottenere risultati ancora migliori con applicazioni rivedute e ottimizzate per il nuovo hardware. Sono già arrivati almeno due aggiornamenti di giochi ottimizzati per iPad 2. Real Racing 2 HD, il mio gioco di corse preferito, funziona sugli iPad di entrambe le generazioni, ma l’edizione per iPad 2 presenta un piacevole antialiasing e non perde neanche un frame… anche dopo aver deciso di scatenare il pilota che è in me. Il miglioramento più evidente in Infinity Blade, un gioco 3D di azione e avventura all’arma bianca, è che tutte le mappature delle texture sono state realizzate in un dettaglio molto maggiore. Armature e scudi ora hanno riflessi dipinti e un disegno molto più realistico.

Anche quando non si gioca all’asso del volante o a tirar di spada, si noterà che qualsiasi cosa è nettamente più veloce su un iPad 2. Il mio iPad 1 ha iniziato a farmi sentire… impaziente.

(E che dire di un confronto di benchmark fra l’iPad 2 e il Motorola Xoom, il miglior tablet Android oggi sul mercato? Posso solo esprimere il parere soggettivo che l’iPad 2 dà l’impressione di essere molto più veloce. Ma non vuol dire niente, perché potrei star reagendo a qualcosa di semplice come i tempi di risposta dell’interfaccia touch di iOS rispetto a quella di Android. Appena vedo un benchmark che possa sembrare anche solo lontanamente credibile, lo proverò).

FaceTime (e fotocamere)

Se vi aspettavate che il nuovo iPad fosse dotato di una fotocamera di qualità come quella incorporata nell’iPhone 4 (fra le migliori fotocamere che si possano trovare su uno smartphone), preparatevi a una grossa delusione. L’iPad 2 non scatta foto… si tratta sostanzialmente di fermi immagine di video HD — e nemmeno tanto buoni. Scattate una foto con l’applicazione Fotocamera e un’immagine JPEG da 960×720 altamente compressa apparirà nel Rullino Fotografico di iPad. Il confronto con lo Xoom qui non regge, dato che quest’ultimo produce ottime immagini da 5 megapixel di qualità smartphone.

La fotocamera frontale di iPad 2 è una banale ottica VGA 640×480.

La fotocamera fa schifo” è una valida lamentela, ma che merita due note a pié pagina. Prima di tutto, malgrado la fotocamera dello Xoom sia mille volte migliore di quella dell’iPad 2, è ben lontana dalla qualità di fotocamere che si trovano su smartphone da 200–300 dollari.

Ma soprattutto devo tenere in considerazione le intenzioni di Apple. In Apple non hanno mai vantato le capacità di iPad 2 come strumento per fare ottime foto o video HD. Che diamine, non hanno nemmeno modificato l’applicazione Fotocamera di iPhone. E quando Apple non si preoccupa nemmeno di fare l’unica cosa più ovvia per migliorare l’usabilità di un’applicazione (in questo caso spostare il pulsante di scatto in un punto dello schermo in cui si ha almeno il 40% delle probabilità di toccarlo intenzionalmente e senza far cadere il giocattolo da 500 dollari), questo è un chiaro indizio di quanto seriamente l’azienda sta prendendo in considerazione qualcosa.

Aggiungo: ho rivolto quella domanda direttamente al product manager di iPad 2, e lui mi ha dato una risposta altrettanto diretta. Le fotocamere dell’iPad 2 sono state pensate specificamente per FaceTime (e, per estensione, per tutte le altre applicazioni di chat video).

Mi sta bene; immagino che la fotocamera andrà bene anche con applicazioni e giochi di realtà aumentata, soprattutto visto che l’iPad 2 incorpora un giroscopio stile Wii.

FaceTime è una bellezza. Non ho ancora incontrato un tablet che abbia un senso come fotocamera, ma quando si deve fare una videoconferenza, il grande schermo trasforma scettici come me in entusiasti. Lo schermo è abbastanza grande da permettere di vedere le fossette sul viso di vostro figlio e le gocce di sudore scorrere sulle tempie del distributore di parti di ricambio che vi sta offrendo una spiegazione pietosa del perché le vostre sedi non stanno ricevendo le forniture nei tempi pianificati. Quindi per effettuare videoconferenze sia a livello personale che per lavoro, le fotocamere dell’iPad 2 sono complessivamente più che adatte.

Smart Cover

La Smart Cover dell’iPad 2 è emblematica di ciò che rende Apple una grande azienda produttrice di tecnologia. Ho quasi voglia di nascondermene una nella tasca della giacca ogni volta che un’azienda di tecnologia mi sta dando il primo briefing sul suo nuovo tablet, per tirarla fuori al momento giusto. […]

La Smart Cover per l’iPad 2 è il raro esempio di un concetto che è stato implementato in maniera praticamente perfetta. È a tutti gli effetti una copertina che protegge lo schermo di iPad 2 dai graffi (e, in misura minore, dagli urti). Come la custodia dell’iPad originale, e come centinaia di altre custodie di terze parti create per iPad da un anno a questa parte, può anche sostenere il dispositivo in verticale a un’inclinazione comoda per la lettura e la visione di contenuti, o alzare l’iPad a un’inclinazione adeguata alla scrittura.

Gli ingegneri Apple avrebbero potuto tirar fuori quest’idea in un paio d’ore e poi concedersi una lunga pausa pranzo. Ah, ma se l’avessero fatto, io non avrei speso 300 parole in questo articolo solo per creare il giusto climax e arrivare a spiegare perché questa copertina così semplice in apparenza è in realtà un prodotto davvero intelligente.

Non sottrae nulla alla portabilità, alla maneggevolezza e allo stile di iPad. L’iPad 2 con la Smart Cover rimane ancora più sottile del primo iPad. La Cover si aggancia al dispositivo mediante una serie di ingegnose cerniere magnetiche. Quando è chiusa, è poco più di uno strato di poliuretano (39 dollari) o di pelle (69 dollari) che copre lo schermo. Quando l’aprite, si arrotola dietro l’iPad, come la copertina di una rivista, e sparisce nelle vostre mani.

Questo è il motivo per cui, nei mesi successivi all’introduzione dell’iPad 1, ho scartato tutte le custodie per iPad tranne una (la FoldIO di Scosche). Nessuna di esse valeva la pena. Tutte trasformavano il mio iPad, questo dispositivo tremendamente fico, nell’ennesima tavoletta tecnologica ingombrante che guardava fuori da una finestra rotonda in un guscio di vinile.

La Smart Cover è facile da mettere e da togliere. Il dorsetto della copertina rimane agganciato all’iPad grazie a una fila di magneti di polarità opposta. Avvicinatelo al dispositivo e un’altra serie di magneti incorporati nell’iPad ‘afferreranno’ la copertina, allineandola perfettamente. È possibile agganciare la Smart Cover in modo improprio, ma ci vuole impegno.

E quando è agganciata a iPad, vi rimane finché non la togliete. Durante la settimana di prova, l’unica occasione in cui la Smart Cover si è sganciata da sola è stato mentre infilavo un po’ di cose nella mia borsa e l’ho involontariamente trascinata via. Ma non è successo niente, e naturalmente si è riposizionata sull’iPad.

Non fa altro che migliorare l’utilizzo di iPad. Non è mai d’impiccio. Altri magneti all’interno della Cover la mantengono in posizione quando funge da ‘cavalletto’ e impediscono che il vostro iPad cada di schianto. Ci vuole un po’ prima di capire come arrotolarla in maniera corretta, ma si impara subito.

La disposizione delle parti pieghevoli di questa copertina è stata senza dubbio il frutto di una ricerca considerevole. Oltre a stabilizzarla nelle due posizioni di sostegno, i magneti manterranno la copertina ripiegata a metà, che sarebbe il modo di tenerla sull’iPad mentre lo si regge in posizione verticale per registrare video.

Ma la mia disposizione preferita (e mi stupisce che Apple non l’abbia messa in evidenza) è una semplice ripiegatura a fisarmonica. Questa crea una presa robusta sul ‘dorso’ di iPad che ne aumenta il comfort del… (un attimo, sto eseguendo un benchmark)… di quasi il 194 per mille!

Facezie a parte, con la Smart Cover ripiegata a fisarmonica e le dita ben salde su quello che ora è il dorso del ‘libro iPad’, potete sedervi o sdraiarvi e leggere comodamente per ore e ore. Il Kindle rimane un lettore di ebook molto più leggero… ma ora non è di certo più confortevole da reggere rispetto all’iPad.

Tornando alla metafora automobilistica, Apple ha deciso di fare anche il giro d’onore dopo aver vinto il gran premio. Quando si solleva la copertina, anche parzialmente, l’iPad si risveglia. Non c’è nemmeno bisogno di far scorrere il cursore di sblocco. iPad è sveglio e pronto all’uso ancor prima di aver finito di rimuovere la Smart Cover. Riapplicatela, e iPad torna a dormire.

Non era necessario che Apple aggiungesse questa funzionalità. Eppure ha dovuto fare un sacco di modifiche all’hardware dell’iPad 2 per farla funzionare. Provate qualche volta. Prendete una di quelle calamite da applicare al frigorifero e posizionatela sulla cornice dello schermo dell’iPad a ore 3. Questa è la posizione del sensore magnetico. Appoggiate la calamita… l’iPad va a dormire. Toglietela… si risveglia. Forte, eh?

Il fatto che l’iPad 2 dovesse essere progettato fin dal primo giorno con l’idea di una Smart Cover con cui interagire, la dice lunga su Apple. I casi sono due: o in Apple hanno un interesse molto sano a far le cose per bene, oppure erano semplicemente molto imbarazzati per lo scarso risultato della custodia nera del primo iPad, il cui aspetto e sensazione al tocco erano quelli di un oggetto da quattro soldi.

Riesco a vedere prove a sostegno di entrambe le conclusioni.

Batteria da 10 ore

OK, in realtà non ho niente di intelligente da dire a proposito. Nonostante l’iPad 2 sia molto più sottile, un pelo più leggero, e con due processori invece di uno, ci si può aspettare di ottenere la stessa durata della batteria del suo predecessore. I miei test (estrapolati) mostrano un’autonomia di circa 6–7 ore per carica con un uso estremamente aggressivo (luminosità e volume al massimo, WiFi sempre attiva, riproduzione video e processi in background a tenere continuamente impegnata la CPU), di 9–11 ore con un utilizzo normale, e di poco superiore alle dodici ore se siete parsimoniosi.

[Fine Prima Parte] 

[Link alla Seconda Parte]

Ten years gone

Et Cetera

I started writing this at the beginning of March, then I stopped and put it aside because I was overwhelmed by work. Then it turned into a long rant and I thought it didn’t have the right tone. So, after basically rewriting it from scratch, I’m finally publishing it. It’s still a bit of a rant, but I had to get some things out of my system, so to speak.

March 5, 2011, was a personal anniversary: ten years of online writing. The overall feeling is that of having experienced a bittersweet ride so far, with the percentages of bitter and sweet being roughly 65 and 35 respectively. So yes, after ten years the taste in my mouth is definitely more bitter than anything, although that 35% of sweet has been really, really sweet and I’m not belittling it at all.

2001: A little personal Odyssey

The year 2001 was somewhat important for me. It was a year of many changes, starting from the first big move: my parents went to live somewhere else, in a little house they bought in Tuscany, while I remained alone in what had been my grandparents’ flat for 20 years, from 1981 to 2001. It was a time of personal growth, which meant a mixture of excitement (for finally having a flat all for myself) and fear, worry and stress (I did not have a proper job, I was starting to freelance for real, my parents went away in July and paid my rent until September).

The previous ten years, from 1991 to 2001, are what I still consider my literary formative years — they are, by far, the period in my life in which I read and wrote most. I wanted to be a Writer, and since I was studying the liberal arts at the university, I had plenty of inspiration — and, more importantly, time — to write. So I wrote: plenty of short stories, a short novel and a long one, and plenty, plenty of poems. Poetry was extremely important for me: it was both of a confessional nature and of a more experimental one. Certain poems were my true, naked voice that only talked to me; others were descriptions, musings, explorations using the language of poetry, which I still think it’s the most powerful of all. Those who frequented me at the time know I was truly madly deeply serious about it, and I loved to talk about it, to read my poetry aloud (there were also live performances, accompanied by some friends of mine who are professional musicians). I like to remember those years as my personal ‘Beatnik’ era.

I’ve always been quite proficient in English, having studied it since I was 4. So, after some personal projects involving literary translations in 1994–1996, in late 2000/early 2001 I began doing translations professionally (mostly technical stuff). Soon enough I realised the main downside of my job: it messed up my daily schedule and ‘personal rhythm’ pretty badly. But most of all, it made me suffer a long, painful, creativity drought.

The big change in writing, at the beginning of 2001, wasn’t that I stopped writing. On the contrary, I began writing more. However, 90% of it was not creating, but translating. The other 10% was a mix of reporting and creating. Yes, reporting: my first example of online writing was, in fact, a journal. A journal that I kept updating on a fairly regular basis until 2006, though it began overlapping with a proper blog I had started in 2005 (Autoritratto con mele, in Italian), and so updates to the old journal became more and more intermittent, and now I post there very rarely.

So, to summarise, my writing timeline looks something like this:

  • 1984–1989 — The Early Years: first attempts at poetry after writing some lyrics for a band when I was in high school. Most of what I wrote in this 5‑year period was in English.
  • 1990–1992 — Discovering prose; first short stories in Italian, then more serious poetry, both in English and Italian. First project for a novel, Richard Martyn started in 1992. Most of the work produced at this time was designed, printed and distributed by myself, and that led to the idea of starting a microscopic ‘publishing project’ called Laboratorio Quillink which, in more recent years, has become Quillink Press.
  • 1992–2000 — My most writing-intense years, and I really mean intense: dozens of short stories, mainly in Italian but also in English, lots of projects and attempts at finding different ways to make my work known, including jazz readings and theatre (I began writing a play, but the project was abandoned).
  • 2001–2009 — Years of crisis, creative drought, writer’s block, general impasse. Most notable work was a small collection of poems in English written between 2003 and 2005, called Collapsars. At the same time, these are the years in which another kind of writing started growing and maturing, mainly thanks to all the translation work I’ve been doing since 2001: technical writing. From 2005–2006 I’ve been more and more active online, mostly writing tech- and Mac-related blogs: the aforementioned Autoritratto con mele (Italian), started in 2005; then The Rizland Observer (English), started in 2007 — both blogs were then merged in 2010 to form The Quillink Observer [officially closed in July 2011 after starting this website]. In 2008 came System Folder, a blog about vintage Macs and the classic Mac OS. While more creative efforts were made first in 2007, when I started Crosslines, an idea for a sort of ‘interactive webfiction’ (the project is currently in the freezer, waiting to be re-engineered and properly relaunched). Then, in 2010 I started a couple of small tumblelogs, Neoglossary (just a fun thing about neologisms and invented words) and Type Happens (a photoblog on found type).
  • 2009-present — Creative writing and inspiration slowly returning; abandoned novels and projects are being dealt with, either by revivification or by leaving the past behind and starting afresh. My latest production is in English for the most part.

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The problem with menubar icons

Software

Look at your menubar icons, there on the top-right corner of your screen. How many do you have? If you’re a new Mac user, probably not many — I’m guessing Spotlight (by default), the clock, the battery indicator if you have a laptop, the volume icon, the AirPort icon, and perhaps the Bluetooth and Spaces icons, if you use such features.

If you’re an experienced Mac user, or just a long-time user who likes to keep up with all those useful utilities written by lots of smart Mac developers, the right side of your menubar will get increasingly crowded. Not a big deal if you work on a 20-inch display. Problematic if your main Mac is a 13-inch MacBook / MacBook Pro / MacBook Air, or worse if it’s an 11-inch MacBook Air. 

It’s easy to see why a lot of utilities want to put an icon there. The menubar is the only interface element on the Mac that is always visible (unless, of course, you’re using some application in full-screen mode), and the position of the icons there allows for a quick and easy access to any functionality they may provide. The problem, of course, is that the menubar is a finite space, and if you use a lot of third-party applications that put an icon there — either temporarily (as long as the application is open) or permanently (the application is meant to be active at login, so it’s basically an always-on process) — you will soon have to deal with it, usually by removing those you seem to be using only occasionally. 

On smaller screens this isn’t a very comfortable scenario, and even with a 15-inch screen the situation might pose a problem if you have a lot of menu extras. Firstly, you end up with a cluttered menubar, which in part prevents that quick and easy access those menu extras are made for, and secondly, when you open an application that has a long list of menu commands, they will hide some of the left-most icons, and this is a bit of a usability issue, because they may hide important status information you want to see at all times or prevent you from clicking directly on menu extras you need right away. To see them all again you usually have to switch to the Finder or to another application with fewer menu commands in the menubar.

I believe this situation is better handled on Windows, where the equivalent space in the taskbar on the bottom right of the screen is fixed by default, so only a certain number of icons can be seen all the time, and any icons in excess stay hidden unless you click on a small arrow on the left side, marked with a yellow circle in the figure below: 

Windows Vista taskbar

I think it wouldn’t hurt to have a similar solution on the Mac, with a sort of slider that can be dragged at any time to reveal more icons or even hide them. Such an idea was actually implemented in System 7 and later in System 7.5.x with the Control Strip:

Control strip in Mac OS 9

Although there were some third-party applications that still put icons in the menubar even in the System 7 era, the Control Strip allowed for more flexibility. As the Wikipedia entry says:

The Control Strip always anchors itself to the closest horizontal screen edge (left or right,) but can be freely moved up and down both sides of any display by the user. It defaults to the lower left corner of the primary display on fresh systems.

Users can choose whether to turn the Control Strip on and off and even set a hot key to hide and reveal it using its control panel. Two buttons at either end allow the Strip to be collapsed and expanded (with the one opposite the screen edge also allowing the strip to be resized when dragged), while two more buttons just inside those allow one to scroll through a very full Strip. Holding down the option key while clicking turns the cursor into a distinctive hand shape that allows one to drag the Strip around the screen, rearrange modules within the Strip and drag modules out.

The Control Strip had potential, and I remember missing it a lot when I first switched to Mac OS X. The first Dock in Mac OS X 10.0.x with its Docklings retained part of the Control Strip functionality. See my Tour of Mac OS X 10.0.3 at System Folder — there’s a screenshot showing the Docklings. In that same article I wrote:

By the way, the ‘dockling’ concept wasn’t that bad. With hindsight, using the Dock for status icons could have been a better idea, since the Dock is more expandable and eventually has more room for icons rather than the menu bar. […] [N]o matter how many icons you add to the Dock, it stretches to accommodate all of them and they’re all always visible. 

But I can see why the idea was abandoned: users with a lot of application icons and folder aliases in the Dock would have the same usability problem I was mentioning before: a Dock that is too crowded loses some of its usefulness. Also, a lot of users prefer to hide the dock when not in use, and that isn’t good if your application needs to display some status information all the time.

In the end I think that a feasible solution might be to make the right side of the menubar more versatile, giving it the ‘sliding power’ that the old Control Strip used to have — without the detachability, of course. I think that, even after six major releases, Mac OS X still lacks a bit of flexibility in some portions of its interface.

Nascondere le immagini nei feed RSS in Safari

Mele e appunti

Un suggerimento davvero ottimo da Mac OS X Hints. Vi sarà molto utile se, come me, ogni tanto date un’occhiata veloce ai feed RSS direttamente da Safari; e se, come me, siete sommamente infastiditi dall’abitudine ormai radicata di inserire immagini ovunque, anche e soprattutto quando nel feed compare solo un riassunto dell’articolo. Un caso eclatante è Macworld.com: una riga e mezza di riassunto, un’enorme icona per ogni articolo, che porta via spazio inutilmente e nulla aggiunge al valore dell’articolo.

Il suggerimento che ho trovato su Mac OS X Hints prevede di aprire un editor di testo qualunque (come TextWrangler, gratuito) e scrivere:

@charset "UTF-8"; .apple-rss-article-body img{display:none};

Salvatelo come file CSS (per esempio noimg.css) e mettetelo in un luogo sicuro (il mio si trova nella cartella Documenti nella mia Home). Poi entrate nelle Preferenze di Safari, andate alla sezione Avanzate, e scegliete ‘Altro…’ dal menu a discesa Foglio di stile. Individuate il file CSS che avete appena salvato e selezionatelo. Le immagini dai feed spariranno.

Link: Nascondere le immagini nei feed RSS in Safari

LaCie, nevermore.

Tech Life

It comes in threes

Three months ago, my external 320 GB LaCie Porsche Design hard drive, purchased in 2008, began displaying an odd behaviour. I would turn it on, hear it start, but it would take a suspiciously long time before mounting on my Mac’s desktop. The first time I noticed this, I didn’t give it much weight because I was too busy. The second time, the time lapse before the disk mounted on the desktop was noticeably longer, and it was also accompanied by a series of slight noises suggesting that the drive was having a hard time booting. Now that drive had my full attention: I freed around 60 GB of disk space on another external drive, and I promptly moved my whole iTunes library there. Finally the volume mounted, and that day I put the drive under pressure, to see (and especially hear) any sign of impending failure. Everything worked fine. The third time, two days later, the disk did not mount on the desktop. I didn’t panic: all critical data was already elsewhere, the rest was a mix of redundant and backup material that I could recover with a bit of an effort, but generally it was no big deal. 

When the disk failed to mount on the desktop, I had an intuition of what was happening, and after a quick check by turning the drive off and on again just once, I decided to leave it alone until I had time to deal with it properly. Finally, the day before yesterday (!) I had the opportunity to do so. Here are some observations worth sharing. 

The results of a little investigation

This LaCie Porsche Design drive is the third unit in a LaCie box that has failed on me. The other two ‘dearly departed’ were a 20 GB Pocketdrive unit in 2003 and a d2 160 GB unit in 2008. Granted, it’s three drives in just over seven years, and perhaps not a really significant statistical sample to decide against purchasing LaCie products anymore. Moreover it is known that LaCie basically manufactures the external enclosure and interface, but the hard drives inside are from other brands. The three drives that failed were, in chronological order, an IBM, a Western Digital and a Seagate Barracuda — so why blame LaCie? It’s been the recurrent fault pattern — which manifested in an almost identical manner even this third time — what made me think that the root of the problem lies in the LaCie enclosure and its power circuitry, not in the hard drive itself. 

The dynamics of the failure of the three drives is identical: The drive starts having power-related problems, start-up times are much longer, booting becomes a laborious process, the volume self-unmounts from the Mac’s desktop and re-mounts intermittently, and after a while it appears dead. It turns on but there’s no sound and it does not mount on the desktop. In all three cases, after opening the LaCie enclosure, removing the hard drive inside, and inserting it in another generic enclosure (I own an old but very reliable unit with a FireWire 400 interface), the drive powered on normally, the volume(s) mounted on the desktop immediately and I was able to access my data, but not before having repaired the disk structure with DiskWarrior.

From my empirical observations, here’s what I deduced: the power circuitry in LaCie’s enclosures is the weak link in the chain. I hypothesise that after a while, the power circuitry starts to fail and not provide a stable power supply to the hard drive. In the best case scenario, the drive simply won’t ‘connect’ and therefore the Mac won’t be able to see it or access it. In the worst case scenario, the unstable power (imagine the typical power surge in your home, with lightbulbs flickering) causes the drive’s heads to become equally unstable and corrupt the information on the disk. For this reason in all three cases I was able to recover the data only partially, and DiskWarrior has always reported problems at the directory structure level. In the case of the second LaCie unit (the 160 GB one) and the 320 GB Porsche Design model, which were both divided into two partitions, one of the two partitions always got damaged in the process and even after running the diagnostic and repair tools, it was mounted on the desktop and appeared with less capacity than before (e.g. 55 GB instead of 80), or did not mount at all. 

In short, three different drives, an essentially identical fault pattern. Average hard drive life: never more than three years. The suspicion of planned obsolescence is strong, but for now I’ve decided to reserve my judgment on the matter and just avoid buying a LaCie branded product from now on. I’m very tempted to buy bare hard drives and empty enclosures (or simple accessories such as those produced by NewerTechnology) separately, both manufactured by brands of renown quality. By now I reckon that if a hard drive wrapped in a nice enclosure costs just 70 Euros, in the end you get what you paid for — not much, that is. 

One last note: as I have said many times in the past, I can’t recommend DiskWarrior enough. If you think it’s expensive, you haven’t read this article carefully.