Mac App Store: incoerenze nella versione italiana

Mele e appunti

Chissà perché non sono sorpreso.

Molte delle categorie di applicazioni nel Mac App Store ricalcano quelle a cui ci ha abituato da tempo l’App Store della piattaforma iOS. Avendo il mio account principale negli Store spagnoli, non mi ero accorto subito della discrepanza che sto per illustrare.

Bene, nell’App Store per iOS, la categoria che in inglese si chiama Entertainment è stata giustamente tradotta Intrattenimento in italiano. Il termine, infatti, abbraccia tutta una serie di applicazioni per svagarsi, passare il tempo. Giochini, ma non solo: rompicapi, applicazioni che creano effetti divertenti come voci modificate e caricature, guide ai programmi TV, applicazioni per il video, eccetera.

Se lanciamo il Mac App Store e facciamo clic sull’icona Categories nella parte superiore dell’interfaccia[1], verrà visualizzata una schermata con tutte le categorie, e qui Entertainment è stato tradotto con…

…pur essendovi lo stesso genere di applicazioni che si trovano nell’App Store iOS — applicazioni che non hanno molto a che vedere con lo spettacolo in senso stretto. Tuttavia, entrando in questa sezione, la schermata principale si presenta così:

Come potete vedere, in alto a destra rimane la dicitura Spettacolo, a indicare il titolo della categoria, ma a sinistra ci si riferisce alle applicazioni con il termine più corretto di Intrattenimento.

Più passa il tempo e noto dettagli come questi, più mi chiedo se venga effettuato un controllo qualità sulle localizzazioni dei prodotti e del sito di Apple, specie la versione italiana (quella spagnola non presenta simili problemi).

 


  • 1. Che poi non si capisce perché le cinque icone nella barra superiore dell’interfaccia del Mac App Store rimangano in inglese, a prescindere dalla lingua principale dell’interfaccia di Mac OS X e a prescindere dalla lingua dello Store in cui ci si è autenticati.

 

La recensione di Andy Ihnatko sull'iPad 2 — Seconda parte

Mele e appunti

Nel giorno del lancio internazionale di iPad 2 riesco fortunatamente a pubblicare la seconda e ultima parte della traduzione dell’interessante e meditata recensione dell’iPad 2 scritta da Andy Ihnatko. Anche in questo caso, pur essendo una porzione più breve rispetto alla prima parte, non si tratta di una lettura breve, ma il finesettimana è alle porte, quindi perché non approfittarne? Sono graditi commenti intelligenti da parte di quei lettori eroici che riusciranno ad arrivare fino in fondo!

[Link alla Prima Parte]


 

Nuove opzioni video

Apple ha anche rilasciato un nuovo adattatore video per iPad che permette di collegare un iPad a qualsiasi televisore ad alta definizione con una porta HDMI. Il Digital AV Adapter da 39 dollari sdoppia il connettore HDMI con un secondo connettore dock in cascata, che consente di caricare e sincronizzare l’iPad mentre invia il segnale video in uscita.

Se avete collegato il Digital AV Adapter a un vecchio iPad, esso funziona allo stesso modo dell’adattatore VGA. Qualsiasi applicazione per iPad esplicitamente scritta per supportare l’adattatore può servirsi del televisore come monitor esterno.

Ah, ma iPad 2 supporta una nuova funzione di Video Mirroring (duplicazione dello schermo) con qualsiasi adattatore video. Tutto quel che si fa sull’iPad apparirà anche sullo schermo esterno… e il frame rate è abbastanza elevato che è possibile persino usarlo per i giochi. Quando si ruota l’iPad da verticale a orizzontale, il cambiamento viene riportato anche sul grande schermo. Quando state utilizzando Keynote o un’altra applicazione a doppio schermo, gli schermi entrano in questa specifica modalità.

Non è interessante? A tutta prima, il video mirroring sembra una funzionalità fin troppo ovvia.

(“E allora perché non è disponibile anche per l’iPad originale?” mi chiederete. Apple dice che è necessaria la potenza del processore aggiuntiva di cui solo l’iPad 2 è dotato).

Ma penso alle possibili implicazioni di una tale funzione. Ovviamente è una manna per gli insegnanti, sia per chi deve spiegare la Tavola Periodica degli Elementi a una classe della scuola media, sia per chi deve dare una dimostrazione in diretta degli strumenti di amministrazione di rete di Windows 7 attraverso un client VNC iOS collegato a una VPN in una sala riunioni gremita di stagisti IT.

Non ho potuto trattenermi. Ho scollegato il monitor VGA da 24 pollici della mia macchina Windows, ho connesso l’iPad 2, gli ho messo davanti la mia tastiera Bluetooth e ho fatto scorrere l’iPad di lato.

E guarda un po’: mi sono ritrovato con un computer da scrivania del tutto accettabile.

Sono stato in grado di scrivere e lavorare facilmente con il grande schermo, e utilizzando l’iPad come un touch-screen gigante, in sostanza. Questa configurazione non potrebbe competere con il mio MacBook (o con un portatile Windows di pari prestazioni), ma se andassi in un centro commerciale con solo 600 dollari da spendere per un computer, un iPad 2 in qualità di “computer desktop che si trasforma in un ultraportatile e in un lettore ebook di lusso” sarebbe di certo una possibilità… almeno per certe definizioni limitate del termine ‘computer desktop’.

Poi dal mio studio sono andato in soggiorno. Ho sacrificato il cavo della mia Slingbox per poter giocare a Real Racing 2 HD dal divano sullo schermo a 1080p più grande di casa. Ha funzionato alla grande.

Ricapitolando: l’iPad è stato aggiornato con grafica a prestazioni assurdamente elevate, un giroscopio stile Wii, e una funzionalità video-out per collegarsi a TV ad alta definizione e a proiettori via HDMI. Forse che Apple voglia incoraggiare giocatori occasionali come me a pensare “Perché spendere 300 dollari in una Xbox, quando potreste spendere tutti quei soldi in una valanga di giochi ottimizzati per iPad 2?”

Hmm.

L’altra novità inattesa è il miglioramento del sistema AirPlay di video in streaming sulla rete Wi-Fi che è arrivato con iOS 4.3. Ora qualsiasi applicazione o sito Web che visualizzate sull’iPad è in grado di inviare il proprio audio e video in streaming verso un altro dispositivo compatibile AirPlay sulla vostra rete. È più semplice del mirroring. Siete sul divano, tenendovi al corrente con le ultime notizie, vi imbattete in un video di Vimeo o di YouTube incorporato in una pagina, toccate un pulsante e in pochi secondi ve lo guardate sulla vostra HDTV da 50 pollici (quella a cui è collegata l’Apple TV).

GarageBand e iMovie

Queste due applicazioni da 5 dollari devono essere trattate nell’ambito di una recensione dell’iPad 2, in quanto aiutano a chiarire le intenzioni di Apple per quanto riguarda il suo tablet da 500 dollari. GarageBand, in particolare, non è solo una applicazione per creare musica. In questo contesto, è l’espressione di un’aggressività viscerale e incontrollata.

Quando iMovie è stato rilasciato per iPhone la scorsa estate, per esempio, non si allontanava molto da quello che ci si aspetterebbe da un’applicazione di editing video per smartphone. Era molto, molto buona, ma è stata progettata secondo la prospettiva del “Facciamo del nostro meglio entro i limiti di un dispositivo palmare”.

Non c’è nulla di tutto questo in GarageBand. Ma proprio nulla. Se un’azienda finanziasse un progetto per creare un ottimo editor musicale per qualsiasi computer, potrebbe essere orgogliosa di un simile risultato. Intrinsecamente, GarageBand non dà l’impressione di essere una versione ridotta di qualche altra applicazione; anzi, sembra il classico strumento semplice e intuitivo che si otterrebbe se Apple eliminasse dall’edizione desktop tutti quegli elementi che a volte rendono GarageBand un programma irritante e complicato.

GarageBand permette di registrare e mixare fino a otto tracce audio. Il primo indizio che Apple ha in mente grandi cose per GarageBand: è possibile registrare utilizzando una vasta gamma di dispositivi ‘reali’ di creazione musicale e di registrazione. Anche semplicemente attraverso l’adattatore USB del Camera Connection Kit sono stato in grado di registrare da qualsiasi microfono USB (compreso il costoso microfono da studio Heil PR-40 che uso per effettuare trasmissioni da casa, tramite un adattatore XLR-USB), e collegando il controller della mia tastiera M‑Audio USB. Gli adattatori di terze parti consentono di collegare la chitarra direttamente all’iPad, dove incontrerà una serie di amplificatori virtuali ed effetti pedale.

In alternativa, è possibile registrare strumenti dal vivo attraverso il microfono incorporato di iPad e il jack per cuffie e auricolari. Passando al mondo delle finzioni, GarageBand è dotato di un’intera gamma di strumenti virtuali: vari tipi di bassi, chitarre, tastiere e batterie.

Gli strumenti virtuali si adattano al vostro livello di abilità. Se sapete suonare, potete interagire con la chitarra, il basso, la tastiera e la batteria virtuali più o meno come fareste con gli strumenti veri. Sul basso e la chitarra è anche possibile alterare le note piegando le corde mentre si suona.

(Un dettaglio carino: lo schermo touch di iPad non può registrare la forza che si applica al tocco, ma GarageBand combina i dati registrati dallo schermo touch con quelli dell’accelerometro per rilevare quando si sta cercando di pestare duro sui tasti del pianoforte o sui tamburi della batteria).

Gli strumenti ‘smart’ sono fatti per quei suonatori dalle menti e dai cuori ispirati, ma a cui non si dovrebbe mai permettere di avvicinare le mani a un qualsiasi strumento per creare musica. GarageBand trasforma chitarra, basso, batteria e tastiera riducendoli a una serie di semplici controlli pertinenti a ciascun strumento. Tutto ciò che dovete mettere è l’intento: l’applicazione si occuperà della tecnica.

L’editing è un piacere. Basta definire le regioni delle tracce e farle scorrere afferrandole e trascinandole. Vi siete incasinati in un punto sulla traccia della chitarra e dovete sovraincidere da quel punto in avanti? Basta scorrere la testina sul punto giusto e toccare il pulsante di registrazione. Che è quel che si farebbe con il mouse su un’applicazione desktop, ma sull’iPad la procedura appare molto più organica e naturale. Viene messa in evidenza ancora una volta l’attuale rivoluzione dell’interfaccia multi-touch: quando il mezzo metro che normalmente separa le nostre dita dall’interfaccia utente viene eliminato, la sensazione è quella di avere un controllo più diretto di ciò che stiamo realizzando.

Molti dettagli dell’interfaccia di GarageBand mi hanno fatto sorridere. Alcuni mi hanno fatto venir voglia di offrire una birra a qualcuno del team degli sviluppatori. Quando mi sono trovato nella necessità di tagliare un momento di vuoto nel bel mezzo di un podcast che avevo registrato, ho spostato la testina di riproduzione al punto di modifica, ho fatto doppio tap su quella sezione, e quando è apparsa una fila di pulsanti, ho toccato ‘Split’ per separarla. Poi è spuntata l’icona di una grossa freccia verso il basso con il simbolo delle forbici giusto sopra la traccia e posizionata nel punto corretto.

L’ho trascinata giù attraverso la traccia. Zac. Lo strumento rimaneva ancorato, così ho potuto trascinarlo sul punto di fine e tagliare anche il momento di vuoto finale. Poi ho semplicemente trascinato il resto della traccia a coprire il taglio.

Dettagli come questo mi riempiono d’amore per la filosofia di design di Apple. E fanno anche raddoppiare il mio disprezzo per tutte quelle altre aziende che riempiono le mie ore di prova dei software con momenti in cui, scuotendo la testa, mi chiedo che diavolo stessero pensando.

(E la mia occhiata fulminante è proprio diretta a voi, signore o signora “Solo perché si tratta di un tablet certificato ‘con Google’ e sta eseguendo il nostro browser Web proprietario sul nostro sistema operativo e sta accedendo a una delle nostre applicazioni Web, perché dovremmo preoccuparci di fare in modo che Google Reader si apra con una interfaccia utente ottimizzata per dispositivi tablet? È molto più facile per noi offrire all’utente una visualizzazione fatta per gli smartphone e quindi completamente incasinata”).

(E no, non venitemi a dire che vi dispiace. Ditemi che risolverete il problema).

In effetti, trovo che la versione per iPad di GarageBand sia molto più accessibile, divertente, e quindi utile come strumento di creazione di musica, rispetto alla sua controparte desktop.

Posso dire praticamente lo stesso di iMovie anche se, nel complesso, l’editor di filmati di Apple non è così ambizioso come GarageBand. Con iMovie è possibile tagliare e montare video, audio e foto, farli risaltare con titoli, transizioni e con l’aggiunta di una narrazione, e riunire tutti questi elementi in qualcosa che si può poi condividere o pubblicare online. Ma se GarageBand consente di realizzare praticamente qualsiasi cosa immaginabile, un progetto iMovie deve iniziare con la domanda “Che cosa posso ottenere con gli strumenti che ho a disposizione?”

A essere onesti, quegli strumenti sono molto versatili e stupefacenti (compresi quelli per le regolazioni audio e l’underdubbing)… e spesso mi imbatto nello stesso problema con la versione desktop di iMovie.

Ma iMovie presenta una limitazione davvero infelice: non si può semplicemente collegare la videocamera, fiduciosi che l’applicazione funzionerà con qualsiasi tipo di materiale girato. L’iPad è sempre stato in grado di importare praticamente ogni genere di file video all’interno della sua Libreria di Foto tramite il Camera Connection Kit. E anche di riprodurne molti. Ma ho importato materiali video provenienti da tre diversi dispositivi e quelli dell’iPhone 4 sono stati gli unici contenuti che iMovie è riuscito a incorporare in un progetto.

Oh iMovie, che bellezza avresti potuto essere! L’iPad è un candidato perfetto per la categoria ‘unico dispositivo da portarsi in viaggio’. Se sperate di riprendere, montare e inviare video mentre vi trovate on the road, beh, come si dice: uomo avvisato…

Già, tuttavia il potere dell’iPad 2 è farsi vedere su ogni servizio di pubblicazione di video che l’applicazione supporta direttamente. CNN ha mandato in onda il suo primo ‘iReportage’ realizzato con un iPad quando un pendolare ha notato l’esplosione di una conduttura principale di gas durante il suo tragitto mattutino; ha girato il video (con il suo iPhone 4, naturalmente), lo ha montato aggiungendoci narrazione, mappe e titoli, e lo ha inviato… tutto questo probabilmente mentre si trovava in coda al Dunkin Donuts vicino al suo ufficio.

Apple potrebbe aver accidentalmente prodotto il computer ideale per i reporter da usare sul campo. Se dovete inserire del testo, o parti audio o video, avete tutti gli strumenti necessari in una piccola tavoletta.

Nuove direzioni

Chiaramente, GarageBand rappresenta il fiore all’occhiello di iPad e il miglior esempio di software iOS. Per questo l’ho descritto come ‘aggressività viscerale incontrollata’. È un esempio di come Apple non si trattenga, ma insista aggressivamente sul fatto che l’iPad può essere, e sicuramente sarà, preso sul serio come una nuova categoria fondamentale nell’ambito del software ‘vero’.

Giocherellare con GarageBand, e poi subito lavorarci, ha chiarito interamente la mia posizione sul dispositivo. Si tratta di una applicazione vera e propria in esecuzione su un computer vero e proprio. Mette in difficoltà qualsiasi programma disponibile per i computer desktop Windows o Mac. Potrei avere a disposizione qui a casa i computer più vari, e comunque sceglierei liberamente l’iPad 2 per registrare e montare un podcast. Mi permetterebbe di ottenere quel che mi sono prefissato in maniera molto più rapida e con meno inconvenienti. Alcune delle foto dell’iPad che accompagnano questa recensione sono state sistemate e pubblicate direttamente dall’iPad… non per dimostrare chissà che, ma perché quando ho finito di usare la macchina fotografica l’iPad era a portata di mano e perfettamente in grado di svolgere tale compito.

Questo è ciò che definisce un computer vero e proprio che esegue software vero e proprio.

Una delle ragioni per cui Apple produce in casa così tante applicazioni commerciali di alto profilo, è quella di alzare il livello e stabilire un determinato standard qualitativo. Apple vuole che utenti e sviluppatori osservino GarageBand (o Pages, o Keynote) e pensino “Ah! Ecco a che livello può arrivare un dispositivo del genere!”

Questa reazione finisce sempre col favorire Apple. Gli sviluppatori sono stimolati a respingere i loro primi, oscuri impulsi durante il design di un’interfaccia (che di solito prendono la forma di un demone che sussurra “C’è una parte dello schermo in cui non hai ancora ficcato un pulsante? E se no, puoi rimpicciolire i pulsanti già esistenti per fare spazio ad altri pulsanti?”). E poi ispira i bravi sviluppatori a fare ancora di meglio. Le applicazioni fatte male sembrano perfino peggiori, e vengono spinte ad avere sempre minore visibilità nell’App Store.

E quelle applicazioni di qualità stimolano i consumatori a esaminare i dispositivi della concorrenza in modo molto più critico. Ogni centro Apple Store, ogni Best Buy, e ogni pausa pubblicitaria nel corso di un importante evento televisivo continuano a battere sullo stesso chiodo: ci sono cose che un iPad può fare e che nessun altro tablet al momento è nemmeno in grado di provare a fare.

Ecco perché non posso fare a meno di vedere queste applicazioni come un Segnale Importante. Mi aspetto che Apple diventi ancora più aggressiva nel 2011. E non solo nei confronti della concorrenza, ma anche contro se stessa e gli sviluppatori delle sue piattaforme. L’enorme successo dell’iPad nel 2010 ha dimostrato che Apple può aspettarsi molto, molto di più da questo tablet. E dato che le aziende concorrenti sono ancora alle prese con i preparativi di tablet che possano essere come minimo all’altezza dell’iPad del 2010, Apple ha almeno un altro anno prima di essere costretta a rispondere a una concorrenza diretta.

Ho detto più sopra che in generale, quando considero il notevole potenziamento dell’iPad 2, le funzioni video aggiuntive, e le sue applicazioni aggressivamente nuove e potenti, ho l’impressione che Apple voglia che certi utenti facciano dell’iPad il loro prossimo computer portatile. Non mi azzardo però a sostenere che Apple lo voglia manifestare esplicitamente, né che un iPad sia la scelta più adatta per la maggior parte degli acquirenti di notebook.

Tuttavia si tratta di un’alternativa credibile. Se non avessi un iPad 1, molto probabilmente avrei acquistato un ultraleggero MacBook Air o un portatile ASUS UL30 a buon mercato da usare in viaggio. Ho anche iniziato a mettere gli iPad nell’elenco di macchine da raccomandare quando qualcuno chiede un consiglio per l’acquisto e descrive un utente dalle esigenze piuttosto banali.

L’iPad ha ancora alcuni limiti di fondo che ne impediscono l’utilizzo come computer autonomo. Appena tolto dalla scatola non funzionerà finché non è stato collegato a un PC o a un Mac. Dopo averlo scollegato, non è più necessario connetterlo di nuovo (è possibile acquistare e installare applicazioni direttamente e importare i propri documenti via WiFi e 3G) finché non arriva il momento di effettuare il backup del dispositivo o installare un aggiornamento del sistema operativo.

Ma queste sono tutte limitazioni che potrebbero essere eliminate con una nuova versione di iOS. Credo che Apple abbia iniziato a spingere l’iPad in questa direzione.

Apple già utilizza il suo servizio MobileMe per il backup e la sincronizzazione di tutti i tipi di dati tra macchine desktop e iPad. È anche il collante che alimenta servizi come ‘Trova il mio iPad’ e il blocco e cancellazione a distanza. […] Mi sembra lecito dire che se Apple volesse far funzionare l’iPad come un computer portatile e del tutto indipendente, l’azienda ha di certo le risorse per raggiungere questo obiettivo.

Se questo è solo un mio sospetto sulla direzione futura di iPad, sono sicuro che Apple prevede di effettuare il prossimo grande balzo in avanti all’incirca quando la concorrenza starà introducendo nuovi tablet in grado di fare più o meno quel che iPad era già in grado di fare nei primi mesi del 2011.

A questo ritmo, Apple ha tempo fino al 2012 — o addirittura fino all’inizio del 2013 — per fare la grande mossa. A meno che qualche altra azienda non riesca a mettere le mani nel cilindro di Apple e a cavarne il coniglio più incredibile che si sia mai visto, Apple ha praticamente il monopolio della categoria tablet come minimo fino all’anno prossimo. Per citare Conan il Barbaro, l’iPad 2 ha schiacciato i suoi nemici, ha inseguito gli altri tablet mentre fuggivano, e ha ascoltato i lamenti dei loro product manager.

La recensione di Andy Ihnatko sull'iPad 2 — Prima parte

Mele e appunti

Qualche giorno fa è apparsa sul Chicago Sun-Times un’interessantissima recensione dell’iPad 2 scritta dall’impareggiabile Andy Ihnatko dopo aver utilizzato il dispositivo per una settimana. Come sempre con Ihnatko, le recensioni importanti contengono tutta una serie di spunti e osservazioni intelligenti su cui fermarsi un momento a riflettere. Per questo ho pensato che valesse la pena tradurla e condividerla con il pubblico italiano. Essendo davvero lunga, ho creduto opportuno dividerla in due parti, non uguali perché non volevo spezzare il filo del discorso. In questa prima parte Ihnatko parla soprattutto dell’iPad 2 e delle sue caratteristiche. Nella seconda parte, che spero di pubblicare presto, vengono analizzate le due applicazioni presentate insieme all’iPad 2 — iMovie e GarageBand — e, cosa importante, le conclusioni.

Buona lettura!

 


 

L’iPad 2 non è rivoluzionario, ma è un fantastico prodotto

L’iPad 2 è un aggiornamento ottimo e altamente progressivo, e finirà col deludere solo un certo tipo di consumatore: chi sperava che Apple potesse in qualche modo ridefinire completamente il prodotto più incredibile del 2010 alla sua seconda incarnazione.

Nah. Tutti i miglioramenti e le nuove caratteristiche dell’iPad del 2011 sono risposte alla domanda Come sarebbe stato il primo iPad se gli ingegneri Apple avessero avuto un altro anno a disposizione per lavorarci sopra? Avrebbero sicuramente cercato di renderlo più veloce ed elegante, e avrebbero trovato il modo di infilarvi una fotocamera o due. Tutto fatto.

(E la custodia prodotta in Apple non sarebbe sembrata una robetta plasticosa da quattro soldi. Fatto anche questo).

L’iPad 2 è l’iPad di sempre. L’unica differenza è che è migliore sotto ogni punto di vista.

Dopo aver passato una settimana con iPad 2, mi sono reso conto che il cambiamento veramente rivoluzionario di Apple è stato concettuale. Il primo iPad non era soltanto un nuovo prodotto, ma una categoria di computer completamente nuova. Credo che nel 2010 Apple ebbe l’intuizione che con un oggetto così diverso nelle proprie mani, non si sarebbe potuta permettere di rischiare tutto. Poteva semplicemente scoprire le carte e suggerire i vari punti di forza di iPad, e poi stare a guardare che cosa sarebbe successo. Dopo tutto quel lavoro, Apple poteva solo sperare che i consumatori e gli sviluppatori capissero per proprio conto che cosa fosse iPad e come utilizzarlo. Solo a quel punto Apple avrebbe potuto fare la mossa successiva, basandosi su quelle reazioni.

Tutto avrebbe potuto andare storto. Se Apple avesse venduto iPad esplicitamente come un lettore di ebook, la prima lamentela sarebbe stata “Perché questo aggeggio costa il doppio di un Kindle?”. Se invece iPad fosse stato presentato come il perfetto sostituto del vostro computer portatile, allora qualunque consumatore con un po’ di buon senso avrebbe fatto notare che, malgrado l’iPad 1 fosse molto più abbordabile del MacBook più economico, con 500–875 dollari uno si sarebbe potuto comprare un qualsiasi portatile Windows di marca.

Vendere 15 milioni di iPad in nove mesi deve aver dato ad Apple un certo grado di fiducia sul fatto che il mondo, alla fine, ha ‘capito’ l’iPad per davvero.

E il pubblico lo ha capito, infatti. L’iPad non si trattava di un semplice accessorio da scrivania, e mentre si è certamente guadagnato gli onori di ottimo lettore di libri elettronici, riproduttore multimediale e visualizzatore di documenti, non era necessario limitare le proprie percezioni del dispositivo. Davvero l’iPad era, ed è, un tipo di computer del tutto nuovo. Molti di voi hanno visto la transizione dall’interfaccia utente testuale a quella grafica. Alcuni di voi hanno anche fatto in tempo a vedere il passaggio dai mainframe ai personal computer. Beh, congratulazioni: avete vissuto abbastanza per vedere la terza rivoluzione informatica.

Il primo iPad era il giro di prova che compiono le macchine da corsa intorno al circuito per scaldare le gomme. L’iPad 2 è il punto in cui Apple comincia a guidare in modo aggressivo. L’anno scorso Apple ha lasciato intendere che l’iPad avrebbe forse potuto sostituire il vostro computer portatile. Quest’anno pare che Apple stia dicendo che l’iPad 2 potrebbe sostituire… l’intera classe dei portatili.

Beh, forse Apple non ha una posizione così aggressiva: in fondo quei MacBook rendono un bel po’ di soldini. Ma la potenza di iPad 2 e l’introduzione in contemporanea di due nuove applicazioni per iPad prodotte in casa, una per comporre musica, l’altra per il montaggio video, entrambe sofisticate come programmi desktop (e per lavori creativi che nessun dispositivo portatile è mai stato in grado di svolgere, nemmeno malamente), secondo me indica chiaramente che Apple vuole che vi poniate un quesito piuttosto profondo:

Tanto per cominciare, avevate davvero bisogno di un portatile? O lo avete acquistato solo perché nell’epoca pre-iPad un notebook era l’unico dispositivo mobile a disposizione che potesse gestire una serie così variegata di attività?

Una cosa è subito chiara: un simile quesito non mi sarebbe mai passato per la testa se stessimo discutendo di un qualsiasi altro tablet stile iPad di prossima uscita nel 2011. Se il messaggio di Apple ai consumatori è “Considerate iPad come il vostro prossimo computer”, il messaggio alla concorrenza è “È proprio adorabile da parte vostra pensare di avere un prodotto che sia minimamente in grado di competere con il nostro”.

Più sottile. Più leggero. Più veloce. FaceTime. Smart Cover. Batteria da 10 ore”. Questo è lo slogan che troverete sul sito Apple. Vediamo di analizzarlo pezzo per pezzo.

Più sottile, più leggero

Sì, è davvero molto, molto più sottile dell’iPad originale: è spesso un terzo dell’iPad 1. Ma nessun numero sulla carta e nessuna foto dei due iPad fianco a fianco potranno mai comunicare questa differenza come la semplice azione di tenere in mano un iPad 2. Se fosse più sottile di così, verrebbe da arrotolarlo e infilarselo nella tasca posteriore dei pantaloni, come un giornalino a fumetti.

(Fra parentesi: è così sottile che posso finalmente infilare un iPad nella tasca posteriore dei miei pantaloni militari 5.11, i Pantaloni Ufficiali della Serie A degli Scrittori Tecnici. Solo per questo fatto l’iPad 2 è un aggiornamento che mi conviene).

È anche un tantino più leggero. Entrambi questi elementi sottolineano uno degli aspetti forse meno eclatanti eppure importantissimi del design del primo iPad: il dispositivo è fatto per essere nient’altro che una ‘cornice digitale’ per le vostre applicazioni. Quando si rende il dispositivo più sottile e leggero, la sua presenza nelle vostre mani si riduce ancor di più, e quindi l’intero concetto di base dell’iPad risulta ancor più rafforzato.

1) Apple, si tratta di un incredibile passo avanti in quanto a design e un passetto avanti in quanto a usabilità;

2) Apple, hai tutte le ragioni per essere orgogliosa di questo fatto;

3) Adesso però, Apple, per favore non farlo ancor più sottile di così.

Dopo una settimana d’uso, ho l’impressione che un terzo di un pollice (8,8 mm) sia il minimo spessore a cui un iPad può arrivare prima che un utente inizi a pensare a un tablet con un po’ più di sostanza. iPad 2 è comodo e piacevole da tenere in mano, ma la sensazione è quella di essere al limite di sicurezza, per così dire. Sostenendolo e leggendo a certe inclinazioni, mi piacerebbe che ‘riempisse’ la mia mano un po’ di più, o che la parte posteriore avesse maggior presa (anche se l’esperienza è cambiata del tutto con una Smart Cover attaccata, come vedremo più oltre).

Questa sensazione potrebbe essere in parte dovuta al fatto che i bordi dell’iPad 2 si assottigliano invece di terminare in un contorno piatto come nell’iPad 1. Devo dire che questa idea non mi fa impazzire. Tale concetto di design, seppur accattivante, fa in modo che le aperture per le due porte principali dell’iPad 2 (il connettore dock e il jack per le cuffie) siano leggermente allungate. Su un iPad 1, il cavo degli auricolari e quello del connettore dock rimangono a filo con la struttura del dispositivo. Sull’iPad 2, parte della ‘spalla’ della spina rimane a mezz’aria. La cosa non influisce assolutamente sulle prestazioni, ma costringe a stare un po’ più attenti quando si collega qualcosa.

Inoltre, quando ho un cavo piuttosto grosso inserito nell’adattatore video e ho in mano l’iPad, mi viene istintivo sostenere il cavo con le dita. Temo che non vi sia un contatto meccanico sufficiente a evitare che il peso del cavo spezzi qualche terminazione interna. Solo con il tempo (e interventi nei forum di supporto) vedremo se le mie preoccupazioni sono fondate o meno.

Anche gli interruttori di accensione e del volume hanno dovuto essere posizionati in maniera leggermente inclinata, e occorre farci un po’ l’abitudine.

Un altro elemento che pare non abbia guadagnato dal nuovo design dell’iPad 2 è la qualità dell’altoparlante incorporato. Rimane notevole il fatto che un suono così ricco possa fuoriuscire da un altoparlante così piccolo sul bordo di un dispositivo spesso soli 8,8 millimetri. Ma se l’altoparlante incorporato dell’iPad 1 è molto piacevole, con una quantità sorprendente di dimensione e di bassi, quello dell’iPad 2 è semplicemente ‘Buono’.

Vi esorto a scaricare qualche brano di Diana Damrau e ad ascoltare voi stessi. (Non tanto per ripetere il confronto da me effettuato, ma in generale… Ragazzi, quella sa cantare per davvero!)

Già che sto trattando dell’hardware in generale: lo schermo dell’iPad 2 ha le stesse specifiche tecniche del primo iPad. È difficile dire se sia migliore. Sembra più luminoso e i colori paiono un po’ più caldi… ma dovete capire che lo sto confrontando con un iPad 1 che ho usato tutti i giorni per quasi un anno ormai.

Più veloce

Non vi sono dubbi: non si tratta di un piccolo aumento di velocità puramente nominale. La differenza in velocità fra l’iPad 1 e l’iPad 2 è quel che accade dal momento in cui il conducente dice “Che cosa fa questo pulsante con la scritta ‘Turbo’?” al momento in cui la macchina si trova impastata su un lato della collina a 300 metri dall’autostrada.

Secondo Apple, il nuovo processore A5 dual core dell’iPad 2 e il processore grafico garantiscono prestazioni di sistema doppie e prestazioni grafiche nove volte superiori al primo iPad. Il meticoloso smontaggio dell’iPad 2 da parte di iFixit.com mostra che il nuovo modello è dotato del doppio della memoria del suo predecessore (cosa che dovrebbe favorire il multitasking).

Il benchmark comparativo migliore e più veloce che mi è venuto in mente è stato AutoStitch, un’applicazione per creare foto panoramiche. È un’applicazione solo per iPhone, il che dovrebbe eliminare ogni dubbio sulla possibile ottimizzazione del codice per l’hardware dell’iPad 2. In più lavora su un misto di matematica e grafica, come quasi la totalità di quel che si fa girare su un iPad. Ho fatto in modo che l’applicazione allineasse e mettesse insieme 36 immagini sorgenti creando un panorama completo su entrambi gli iPad dopo un’accensione a freddo.

L’iPad originale ha impiegato tre minuti e venticinque secondi. L’iPad 2 ha terminato dopo… cinquantadue secondi.

Chiaramente, qualsiasi applicazione per iPad vedrà un incremento delle prestazioni immediato e marcato sull’iPad 2. Ed è possibile ottenere risultati ancora migliori con applicazioni rivedute e ottimizzate per il nuovo hardware. Sono già arrivati almeno due aggiornamenti di giochi ottimizzati per iPad 2. Real Racing 2 HD, il mio gioco di corse preferito, funziona sugli iPad di entrambe le generazioni, ma l’edizione per iPad 2 presenta un piacevole antialiasing e non perde neanche un frame… anche dopo aver deciso di scatenare il pilota che è in me. Il miglioramento più evidente in Infinity Blade, un gioco 3D di azione e avventura all’arma bianca, è che tutte le mappature delle texture sono state realizzate in un dettaglio molto maggiore. Armature e scudi ora hanno riflessi dipinti e un disegno molto più realistico.

Anche quando non si gioca all’asso del volante o a tirar di spada, si noterà che qualsiasi cosa è nettamente più veloce su un iPad 2. Il mio iPad 1 ha iniziato a farmi sentire… impaziente.

(E che dire di un confronto di benchmark fra l’iPad 2 e il Motorola Xoom, il miglior tablet Android oggi sul mercato? Posso solo esprimere il parere soggettivo che l’iPad 2 dà l’impressione di essere molto più veloce. Ma non vuol dire niente, perché potrei star reagendo a qualcosa di semplice come i tempi di risposta dell’interfaccia touch di iOS rispetto a quella di Android. Appena vedo un benchmark che possa sembrare anche solo lontanamente credibile, lo proverò).

FaceTime (e fotocamere)

Se vi aspettavate che il nuovo iPad fosse dotato di una fotocamera di qualità come quella incorporata nell’iPhone 4 (fra le migliori fotocamere che si possano trovare su uno smartphone), preparatevi a una grossa delusione. L’iPad 2 non scatta foto… si tratta sostanzialmente di fermi immagine di video HD — e nemmeno tanto buoni. Scattate una foto con l’applicazione Fotocamera e un’immagine JPEG da 960×720 altamente compressa apparirà nel Rullino Fotografico di iPad. Il confronto con lo Xoom qui non regge, dato che quest’ultimo produce ottime immagini da 5 megapixel di qualità smartphone.

La fotocamera frontale di iPad 2 è una banale ottica VGA 640×480.

La fotocamera fa schifo” è una valida lamentela, ma che merita due note a pié pagina. Prima di tutto, malgrado la fotocamera dello Xoom sia mille volte migliore di quella dell’iPad 2, è ben lontana dalla qualità di fotocamere che si trovano su smartphone da 200–300 dollari.

Ma soprattutto devo tenere in considerazione le intenzioni di Apple. In Apple non hanno mai vantato le capacità di iPad 2 come strumento per fare ottime foto o video HD. Che diamine, non hanno nemmeno modificato l’applicazione Fotocamera di iPhone. E quando Apple non si preoccupa nemmeno di fare l’unica cosa più ovvia per migliorare l’usabilità di un’applicazione (in questo caso spostare il pulsante di scatto in un punto dello schermo in cui si ha almeno il 40% delle probabilità di toccarlo intenzionalmente e senza far cadere il giocattolo da 500 dollari), questo è un chiaro indizio di quanto seriamente l’azienda sta prendendo in considerazione qualcosa.

Aggiungo: ho rivolto quella domanda direttamente al product manager di iPad 2, e lui mi ha dato una risposta altrettanto diretta. Le fotocamere dell’iPad 2 sono state pensate specificamente per FaceTime (e, per estensione, per tutte le altre applicazioni di chat video).

Mi sta bene; immagino che la fotocamera andrà bene anche con applicazioni e giochi di realtà aumentata, soprattutto visto che l’iPad 2 incorpora un giroscopio stile Wii.

FaceTime è una bellezza. Non ho ancora incontrato un tablet che abbia un senso come fotocamera, ma quando si deve fare una videoconferenza, il grande schermo trasforma scettici come me in entusiasti. Lo schermo è abbastanza grande da permettere di vedere le fossette sul viso di vostro figlio e le gocce di sudore scorrere sulle tempie del distributore di parti di ricambio che vi sta offrendo una spiegazione pietosa del perché le vostre sedi non stanno ricevendo le forniture nei tempi pianificati. Quindi per effettuare videoconferenze sia a livello personale che per lavoro, le fotocamere dell’iPad 2 sono complessivamente più che adatte.

Smart Cover

La Smart Cover dell’iPad 2 è emblematica di ciò che rende Apple una grande azienda produttrice di tecnologia. Ho quasi voglia di nascondermene una nella tasca della giacca ogni volta che un’azienda di tecnologia mi sta dando il primo briefing sul suo nuovo tablet, per tirarla fuori al momento giusto. […]

La Smart Cover per l’iPad 2 è il raro esempio di un concetto che è stato implementato in maniera praticamente perfetta. È a tutti gli effetti una copertina che protegge lo schermo di iPad 2 dai graffi (e, in misura minore, dagli urti). Come la custodia dell’iPad originale, e come centinaia di altre custodie di terze parti create per iPad da un anno a questa parte, può anche sostenere il dispositivo in verticale a un’inclinazione comoda per la lettura e la visione di contenuti, o alzare l’iPad a un’inclinazione adeguata alla scrittura.

Gli ingegneri Apple avrebbero potuto tirar fuori quest’idea in un paio d’ore e poi concedersi una lunga pausa pranzo. Ah, ma se l’avessero fatto, io non avrei speso 300 parole in questo articolo solo per creare il giusto climax e arrivare a spiegare perché questa copertina così semplice in apparenza è in realtà un prodotto davvero intelligente.

Non sottrae nulla alla portabilità, alla maneggevolezza e allo stile di iPad. L’iPad 2 con la Smart Cover rimane ancora più sottile del primo iPad. La Cover si aggancia al dispositivo mediante una serie di ingegnose cerniere magnetiche. Quando è chiusa, è poco più di uno strato di poliuretano (39 dollari) o di pelle (69 dollari) che copre lo schermo. Quando l’aprite, si arrotola dietro l’iPad, come la copertina di una rivista, e sparisce nelle vostre mani.

Questo è il motivo per cui, nei mesi successivi all’introduzione dell’iPad 1, ho scartato tutte le custodie per iPad tranne una (la FoldIO di Scosche). Nessuna di esse valeva la pena. Tutte trasformavano il mio iPad, questo dispositivo tremendamente fico, nell’ennesima tavoletta tecnologica ingombrante che guardava fuori da una finestra rotonda in un guscio di vinile.

La Smart Cover è facile da mettere e da togliere. Il dorsetto della copertina rimane agganciato all’iPad grazie a una fila di magneti di polarità opposta. Avvicinatelo al dispositivo e un’altra serie di magneti incorporati nell’iPad ‘afferreranno’ la copertina, allineandola perfettamente. È possibile agganciare la Smart Cover in modo improprio, ma ci vuole impegno.

E quando è agganciata a iPad, vi rimane finché non la togliete. Durante la settimana di prova, l’unica occasione in cui la Smart Cover si è sganciata da sola è stato mentre infilavo un po’ di cose nella mia borsa e l’ho involontariamente trascinata via. Ma non è successo niente, e naturalmente si è riposizionata sull’iPad.

Non fa altro che migliorare l’utilizzo di iPad. Non è mai d’impiccio. Altri magneti all’interno della Cover la mantengono in posizione quando funge da ‘cavalletto’ e impediscono che il vostro iPad cada di schianto. Ci vuole un po’ prima di capire come arrotolarla in maniera corretta, ma si impara subito.

La disposizione delle parti pieghevoli di questa copertina è stata senza dubbio il frutto di una ricerca considerevole. Oltre a stabilizzarla nelle due posizioni di sostegno, i magneti manterranno la copertina ripiegata a metà, che sarebbe il modo di tenerla sull’iPad mentre lo si regge in posizione verticale per registrare video.

Ma la mia disposizione preferita (e mi stupisce che Apple non l’abbia messa in evidenza) è una semplice ripiegatura a fisarmonica. Questa crea una presa robusta sul ‘dorso’ di iPad che ne aumenta il comfort del… (un attimo, sto eseguendo un benchmark)… di quasi il 194 per mille!

Facezie a parte, con la Smart Cover ripiegata a fisarmonica e le dita ben salde su quello che ora è il dorso del ‘libro iPad’, potete sedervi o sdraiarvi e leggere comodamente per ore e ore. Il Kindle rimane un lettore di ebook molto più leggero… ma ora non è di certo più confortevole da reggere rispetto all’iPad.

Tornando alla metafora automobilistica, Apple ha deciso di fare anche il giro d’onore dopo aver vinto il gran premio. Quando si solleva la copertina, anche parzialmente, l’iPad si risveglia. Non c’è nemmeno bisogno di far scorrere il cursore di sblocco. iPad è sveglio e pronto all’uso ancor prima di aver finito di rimuovere la Smart Cover. Riapplicatela, e iPad torna a dormire.

Non era necessario che Apple aggiungesse questa funzionalità. Eppure ha dovuto fare un sacco di modifiche all’hardware dell’iPad 2 per farla funzionare. Provate qualche volta. Prendete una di quelle calamite da applicare al frigorifero e posizionatela sulla cornice dello schermo dell’iPad a ore 3. Questa è la posizione del sensore magnetico. Appoggiate la calamita… l’iPad va a dormire. Toglietela… si risveglia. Forte, eh?

Il fatto che l’iPad 2 dovesse essere progettato fin dal primo giorno con l’idea di una Smart Cover con cui interagire, la dice lunga su Apple. I casi sono due: o in Apple hanno un interesse molto sano a far le cose per bene, oppure erano semplicemente molto imbarazzati per lo scarso risultato della custodia nera del primo iPad, il cui aspetto e sensazione al tocco erano quelli di un oggetto da quattro soldi.

Riesco a vedere prove a sostegno di entrambe le conclusioni.

Batteria da 10 ore

OK, in realtà non ho niente di intelligente da dire a proposito. Nonostante l’iPad 2 sia molto più sottile, un pelo più leggero, e con due processori invece di uno, ci si può aspettare di ottenere la stessa durata della batteria del suo predecessore. I miei test (estrapolati) mostrano un’autonomia di circa 6–7 ore per carica con un uso estremamente aggressivo (luminosità e volume al massimo, WiFi sempre attiva, riproduzione video e processi in background a tenere continuamente impegnata la CPU), di 9–11 ore con un utilizzo normale, e di poco superiore alle dodici ore se siete parsimoniosi.

[Fine Prima Parte] 

[Link alla Seconda Parte]

Ten years gone

Et Cetera

I started writing this at the beginning of March, then I stopped and put it aside because I was overwhelmed by work. Then it turned into a long rant and I thought it didn’t have the right tone. So, after basically rewriting it from scratch, I’m finally publishing it. It’s still a bit of a rant, but I had to get some things out of my system, so to speak.

March 5, 2011, was a personal anniversary: ten years of online writing. The overall feeling is that of having experienced a bittersweet ride so far, with the percentages of bitter and sweet being roughly 65 and 35 respectively. So yes, after ten years the taste in my mouth is definitely more bitter than anything, although that 35% of sweet has been really, really sweet and I’m not belittling it at all.

2001: A little personal Odyssey

The year 2001 was somewhat important for me. It was a year of many changes, starting from the first big move: my parents went to live somewhere else, in a little house they bought in Tuscany, while I remained alone in what had been my grandparents’ flat for 20 years, from 1981 to 2001. It was a time of personal growth, which meant a mixture of excitement (for finally having a flat all for myself) and fear, worry and stress (I did not have a proper job, I was starting to freelance for real, my parents went away in July and paid my rent until September).

The previous ten years, from 1991 to 2001, are what I still consider my literary formative years — they are, by far, the period in my life in which I read and wrote most. I wanted to be a Writer, and since I was studying the liberal arts at the university, I had plenty of inspiration — and, more importantly, time — to write. So I wrote: plenty of short stories, a short novel and a long one, and plenty, plenty of poems. Poetry was extremely important for me: it was both of a confessional nature and of a more experimental one. Certain poems were my true, naked voice that only talked to me; others were descriptions, musings, explorations using the language of poetry, which I still think it’s the most powerful of all. Those who frequented me at the time know I was truly madly deeply serious about it, and I loved to talk about it, to read my poetry aloud (there were also live performances, accompanied by some friends of mine who are professional musicians). I like to remember those years as my personal ‘Beatnik’ era.

I’ve always been quite proficient in English, having studied it since I was 4. So, after some personal projects involving literary translations in 1994–1996, in late 2000/early 2001 I began doing translations professionally (mostly technical stuff). Soon enough I realised the main downside of my job: it messed up my daily schedule and ‘personal rhythm’ pretty badly. But most of all, it made me suffer a long, painful, creativity drought.

The big change in writing, at the beginning of 2001, wasn’t that I stopped writing. On the contrary, I began writing more. However, 90% of it was not creating, but translating. The other 10% was a mix of reporting and creating. Yes, reporting: my first example of online writing was, in fact, a journal. A journal that I kept updating on a fairly regular basis until 2006, though it began overlapping with a proper blog I had started in 2005 (Autoritratto con mele, in Italian), and so updates to the old journal became more and more intermittent, and now I post there very rarely.

So, to summarise, my writing timeline looks something like this:

  • 1984–1989 — The Early Years: first attempts at poetry after writing some lyrics for a band when I was in high school. Most of what I wrote in this 5‑year period was in English.
  • 1990–1992 — Discovering prose; first short stories in Italian, then more serious poetry, both in English and Italian. First project for a novel, Richard Martyn started in 1992. Most of the work produced at this time was designed, printed and distributed by myself, and that led to the idea of starting a microscopic ‘publishing project’ called Laboratorio Quillink which, in more recent years, has become Quillink Press.
  • 1992–2000 — My most writing-intense years, and I really mean intense: dozens of short stories, mainly in Italian but also in English, lots of projects and attempts at finding different ways to make my work known, including jazz readings and theatre (I began writing a play, but the project was abandoned).
  • 2001–2009 — Years of crisis, creative drought, writer’s block, general impasse. Most notable work was a small collection of poems in English written between 2003 and 2005, called Collapsars. At the same time, these are the years in which another kind of writing started growing and maturing, mainly thanks to all the translation work I’ve been doing since 2001: technical writing. From 2005–2006 I’ve been more and more active online, mostly writing tech- and Mac-related blogs: the aforementioned Autoritratto con mele (Italian), started in 2005; then The Rizland Observer (English), started in 2007 — both blogs were then merged in 2010 to form The Quillink Observer [officially closed in July 2011 after starting this website]. In 2008 came System Folder, a blog about vintage Macs and the classic Mac OS. While more creative efforts were made first in 2007, when I started Crosslines, an idea for a sort of ‘interactive webfiction’ (the project is currently in the freezer, waiting to be re-engineered and properly relaunched). Then, in 2010 I started a couple of small tumblelogs, Neoglossary (just a fun thing about neologisms and invented words) and Type Happens (a photoblog on found type).
  • 2009-present — Creative writing and inspiration slowly returning; abandoned novels and projects are being dealt with, either by revivification or by leaving the past behind and starting afresh. My latest production is in English for the most part.

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The problem with menubar icons

Software

Look at your menubar icons, there on the top-right corner of your screen. How many do you have? If you’re a new Mac user, probably not many — I’m guessing Spotlight (by default), the clock, the battery indicator if you have a laptop, the volume icon, the AirPort icon, and perhaps the Bluetooth and Spaces icons, if you use such features.

If you’re an experienced Mac user, or just a long-time user who likes to keep up with all those useful utilities written by lots of smart Mac developers, the right side of your menubar will get increasingly crowded. Not a big deal if you work on a 20-inch display. Problematic if your main Mac is a 13-inch MacBook / MacBook Pro / MacBook Air, or worse if it’s an 11-inch MacBook Air. 

It’s easy to see why a lot of utilities want to put an icon there. The menubar is the only interface element on the Mac that is always visible (unless, of course, you’re using some application in full-screen mode), and the position of the icons there allows for a quick and easy access to any functionality they may provide. The problem, of course, is that the menubar is a finite space, and if you use a lot of third-party applications that put an icon there — either temporarily (as long as the application is open) or permanently (the application is meant to be active at login, so it’s basically an always-on process) — you will soon have to deal with it, usually by removing those you seem to be using only occasionally. 

On smaller screens this isn’t a very comfortable scenario, and even with a 15-inch screen the situation might pose a problem if you have a lot of menu extras. Firstly, you end up with a cluttered menubar, which in part prevents that quick and easy access those menu extras are made for, and secondly, when you open an application that has a long list of menu commands, they will hide some of the left-most icons, and this is a bit of a usability issue, because they may hide important status information you want to see at all times or prevent you from clicking directly on menu extras you need right away. To see them all again you usually have to switch to the Finder or to another application with fewer menu commands in the menubar.

I believe this situation is better handled on Windows, where the equivalent space in the taskbar on the bottom right of the screen is fixed by default, so only a certain number of icons can be seen all the time, and any icons in excess stay hidden unless you click on a small arrow on the left side, marked with a yellow circle in the figure below: 

Windows Vista taskbar

I think it wouldn’t hurt to have a similar solution on the Mac, with a sort of slider that can be dragged at any time to reveal more icons or even hide them. Such an idea was actually implemented in System 7 and later in System 7.5.x with the Control Strip:

Control strip in Mac OS 9

Although there were some third-party applications that still put icons in the menubar even in the System 7 era, the Control Strip allowed for more flexibility. As the Wikipedia entry says:

The Control Strip always anchors itself to the closest horizontal screen edge (left or right,) but can be freely moved up and down both sides of any display by the user. It defaults to the lower left corner of the primary display on fresh systems.

Users can choose whether to turn the Control Strip on and off and even set a hot key to hide and reveal it using its control panel. Two buttons at either end allow the Strip to be collapsed and expanded (with the one opposite the screen edge also allowing the strip to be resized when dragged), while two more buttons just inside those allow one to scroll through a very full Strip. Holding down the option key while clicking turns the cursor into a distinctive hand shape that allows one to drag the Strip around the screen, rearrange modules within the Strip and drag modules out.

The Control Strip had potential, and I remember missing it a lot when I first switched to Mac OS X. The first Dock in Mac OS X 10.0.x with its Docklings retained part of the Control Strip functionality. See my Tour of Mac OS X 10.0.3 at System Folder — there’s a screenshot showing the Docklings. In that same article I wrote:

By the way, the ‘dockling’ concept wasn’t that bad. With hindsight, using the Dock for status icons could have been a better idea, since the Dock is more expandable and eventually has more room for icons rather than the menu bar. […] [N]o matter how many icons you add to the Dock, it stretches to accommodate all of them and they’re all always visible. 

But I can see why the idea was abandoned: users with a lot of application icons and folder aliases in the Dock would have the same usability problem I was mentioning before: a Dock that is too crowded loses some of its usefulness. Also, a lot of users prefer to hide the dock when not in use, and that isn’t good if your application needs to display some status information all the time.

In the end I think that a feasible solution might be to make the right side of the menubar more versatile, giving it the ‘sliding power’ that the old Control Strip used to have — without the detachability, of course. I think that, even after six major releases, Mac OS X still lacks a bit of flexibility in some portions of its interface.