Where have I been, again?

Et Cetera

On the other side of the daily routine there’s a focal plane of continuous flow barely dictated by absent-minded circadian rhythms. Evenings mix their inks with young nights, sweaty sleeps carry you through daybreaks, and moody mornings either find you still drowsy and forgetful, or they are indeed still full of sleep and unready to start the day a step ahead of you.

Nightmares and bursts of preoccupation routinely cut your breath, just when you think you’re good to go, run, tackle situations and ride changes. You walk away shivering, like after a car accident you just miraculously avoided; you pull over and get off your vehicle and start walking aimlessly and in a bewildered stupor, until there’s a darkened room around you and you can lie down in a bed, wishing it’ll all fade away, inhaled by the low-murmuring night.

Everything proceeds remarkably, but there’s concern about widening areas of unremarkableness: the piles of notes accumulated in the recent past and regarding writing projects are a muddy rainstorm in a cemetery of scenes and unfinished sketches now overgrown and turned into an organic, jungle-like labyrinth. The sentences are there, annotations and comments, but the handwriting sort of wallows behind a haze of anonymity. They have a shade of unrecognisability. Inspired creations by some lost doppelgänger? Because there’s also a trace, a watermark, making them so familiar at the same time. In the honey-slow flow, one can’t really tell. Yet the beat is there, somewhere. Yet it makes you snap your fingers and say, that’s me.

There’s a big warehouse to get rid of. Crates of useless used skins, of cumbersome stuff keeping the hot-air balloon very well grounded. And the red is getting old and more orangey. This place is not marked on any known map. Although some photos may give you a feeling of déjà vu. One can easily be fooled and say, I’ve been there & done that. Er, no, sorry. This is completely new, it keeps getting newer, it may seriously fuck you up if you don’t pay attention. You frame this with your camera, you record that with your notes in your trendy ridiculously expensive old-fashioned-looking notebook, but it ultimately slips away. It slips away no matter how dry your hands are. The funny thing is, it can be beautiful too.

I’ve been there, to get a better understanding of that.

Il tablet di ViewSonic: prime immagini

Mele e appunti

Pocket-lint:

Non è chiaro se il tablet raffigurato è il ViewPad 7, un dispositivo basato su Android, con 3G, Wi-Fi, Bluetooth e GPS incorporati; oppure se sia il più interessante tablet da 10 pollici su tecnologia Intel che non solo funzionerà con Android, ma avrà anche un’opzione per fare il boot in Microsoft [Windows?] […]

Una cosa è lampante: è iniziata la fiera dei tablet che vogliono assomigliare a iPad ma hanno un design perdente. L’articolo è sottotitolato Ha l’aspetto di una macchina sottile ed elegante. Secondo me ha più del tarocco taiwanese a basso costo.

Link: Il tablet di ViewSonic: prime immagini

Una breve intervista

Mele e appunti

Lo avevo segnalato su The Quillink annotated, il tumblelog associato a questo blog, ma mi ero dimenticato di fare un accenno anche in questa sede. Due settimane fa sono stato brevemente intervistato da Diego Petrucci, autore de Il Mac Minimalista (occhio a questo post, che annuncia un cambio di URL del blog).

Il post con l’intervista al sottoscritto si trova a questa pagina [Aggiornamento: se il link non funziona, ecco la pagina salvata nella cache di Google]. Il senso della mia segnalazione è duplice: anzitutto potrete conoscere qualche dettaglio in più su di me, e poi perché consiglio davvero la lettura de Il Mac Minimalista. Ammetto candidamente di non seguire quasi nessun sito o blog in lingua italiana che parli di Mac e tecnologia, semplicemente perché la maggior parte di quelli che incontro li trovo di bassa qualità e standard, superficiali, o puri ripetitori di notizie che posso leggere (meglio) direttamente dalla fonte originale. Dietro il lavoro di Diego Petrucci, invece, trovo ricerca e pazienza; gli articoli affrontano i temi più vari, sono scritti in un italiano dignitoso (altra rarità, ultimamente), e sono ben curati.

Ringrazio Petrucci per aver voluto parlare di me e di quel che faccio, e lo invito a continuare così, con questo stile e con questa qualità.

Ancora sugli schermi lucidi

Mele e appunti

Chi mi segue da tempo saprà che, nella disputa schermi opachi (matte) — schermi lucidi (glossy), sono sempre stato a favore dei primi. Pur riconoscendo i vantaggi offerti dalla tecnologia LED, pur riconoscendo l’indubbia maggiore luminosità e saturazione degli schermi dei Mac unibody (portatili e non), ho sempre ritenuto un deciso passo indietro l’impiego di superfici riflettenti, e quindi l’introduzione di riflessi ed effetti ottici indesiderati. Molti professionisti della grafica e del colore sono d’accordo, e ricordo vari dibattiti in questione su forum e mailing list, davvero agguerriti.

La mia posizione di netto rifiuto degli schermi lucidi, tuttavia, si è piuttosto ammorbidita dopo l’acquisto del MacBook Pro 15″ nel luglio 2009. Dovevo entrare in possesso di uno di questi Mac e usarlo quotidianamente per rendermi conto che sì, i riflessi ci sono, che bisogna a volte fare più attenzione alla fonte luminosa che si ha alle spalle o di lato, ma che i pregi di questi schermi superano di buon passo questo inconveniente.

È un’opinione personale; soprattutto, è l’opinione di qualcuno che non è un professionista della grafica e del colore. Anche se rimane comunque l’opinione di uno che legge e scrive per molte ore davanti al Mac, che è miope e astigmatico, quindi forse ancora più suscettibile a riflessi indesiderati e a luminosità e contrasto eccessivi. 

È stato interessante, pertanto, leggere l’opinione di Dave Shea nell’intervista recentemente apparsa su The Setup. Shea è un designer e illustratore, uno che sa il fatto suo (leggete tutta l’intervista, ricca di link in proposito), nonché una persona che mi pare abbia uno spiccato senso critico (almeno, lo seguo su Twitter da un po’ e questa è l’impressione che ne ho ricavato). Quando gli viene chiesto qual è lo hardware che sta utilizzando, a un certo punto Shea risponde:

Il mio computer da scrivania è un nuovissimo iMac 27″ quad core con processore i5, 4 GB di RAM e un disco da 1 TB. Malgrado sia abbondantemente reattivo, non è così incredibilmente veloce come mi sarei aspettato. Ma lo schermo. Mio Dio, lo schermo! Ho praticamente 4 megapixel di area visibile su un display ad alto contrasto brillantemente saturato, dal quale non riesco a staccare gli occhi di dosso. Guardare le foto prodotte dalla mia DSLR su questo schermo sembra di vederle per la prima volta.

Questa è l’opinione di una persona a cui sicuramente le prestazioni di uno schermo in funzione del suo lavoro importano più che a me. Una persona per cui grafica e resa cromatica non sono elementi secondari o hobbistici. Ci mancherebbe, ognuno ha le sue preferenze e idiosincrasie, anche fra i professionisti di questo settore. Però non posso fare a meno di pensare che magari qualche merito l’abbiano questi schermi lucidi tanto criticati (forse quelli di ultimissima generazione sono ancora migliori di quelli di un paio d’anni fa). Così come non posso fare a meno di ripensare a certe opinioni trancianti, che continuo a sentire. Forse che siano reazioni più per partito preso che per prove ed esperienze d’uso prolungate?

Sarebbe interessante conoscere il pensiero di altri ‘convertiti’, passati in maniera soddisfacente dal matte al glossy.

Sarà forse un’ovvietà

Mele e appunti

Sono in vacanza, con solo il MacBook Pro e una connessione Internet mediante chiavetta USB, i cui picchi in download non superano i 70 KB/sec. Quando si tratta di scaricare PDF corposi per lavoro, o di accedere a pagine Web ricche di immagini e contenuti, avverto un po’ la mancanza della banda larga che ho a casa. E pensare che fino al 2005 mi collegavo con connessione dial-up a 56K. È proprio vero che non ci si rende conto di certe comodità e passi avanti tecnologici finché non vengono a mancare.