Say Hello to iPod

Mele e appunti
hello-ipod.jpg

Due giorni fa è stato l’ottavo compleanno di iPod, introdotto il 23 ottobre 2001. Un dispositivo rivoluzionario, dall’interfaccia essenziale e innovativa, che all’epoca vantava capacità interessanti: un disco rigido da 5 GB, una connessione FireWire 400 per una veloce sincronizzazione della libreria iTunes, 10 ore di riproduzione musicale continua, e dimensioni contenute: 101,6 x 61,8 mm, spessore 19,9 mm, peso 184,2 grammi. Il display era da 2 pollici e l’interfaccia era in bianco e nero (come omaggio alla storia del Macintosh, il font utilizzato era Chicago, lo stesso font delle versioni di Mac OS fino alla 7.6.1). La ruota era meccanica: la toccavi e si spostava davvero sotto le dita. Ricordo come mi sembrava piccolo e compatto: per fare un confronto, l’ultimo iPod Classic introdotto il mese scorso ha una capacità di 160 GB, arriva a 36 ore di riproduzione musicale continua (con batteria a piena carica), e le sue dimensioni sono: 103,5 x 61,8 mm (leggermente più alto del primo iPod e di identica larghezza), spessore 10,5 mm (ha perso più di 9 mm!) e pesa 140 grammi, più di 44 grammi più leggero del progenitore. Il display è a colori da 2,5 pollici.

Ieri sera stavo cercando tutt’altro materiale nei miei vecchi backup, e ho ritrovato un filmato che probabilmente scaricai dal sito Apple 8 anni fa. È un video in cui si parla del primo iPod, e intervengono un Philip Schiller più giovane e in forma, Jonathan Ive, e persino Jon Rubinstein, che è passato a Palm nel 2006 e ora ne è a capo, più alcuni musicisti che fanno da testimonial a quel nuovo strano dispositivo per riprodurre musica digitale. Non ho la possibilità di incorporarlo in questa pagina, ma dovreste poter vederlo facendo clic qui. Dura circa 7 minuti. È interessante notare come lo stile di direzione e presentazione dei video promozionali di Apple non sia cambiato poi tanto in questi anni. Buona visione.

La mentalità del gregge

Mele e appunti

Al momento in cui scrivo, Herd Mentality (La mentalità del gregge) è l’articolo più recente di John Gruber, il quale tira in ballo un argomento su cui stavo rimuginando da qualche tempo. Lui ne parla in maniera efficace, e voglio estrapolarne alcuni stralci che credo meritino attenzione e discussione. Premetto specificando la mia identità di pensiero con Gruber su questo tema, e che condivido la sua analisi.

La conformità è un istinto molto potente. L’unione fa la forza. Bisogna essere diversi per essere migliori, ma la diversità fa paura.

Per cui è normale che esista un certo livello di mentalità del gregge in ogni industria. Ma credo che questo tipo di mentalità sia particolarmente pronunciato, a livelli patologici, nell’industria dell’hardware PC. Era alla radice di un eterno dibattito in cui i sapientoni di turno sostenevano che Apple dovesse licenziare il sistema operativo Mac ad altri costruttori di PC, oppure che Apple dovesse abbandonare Mac OS del tutto e mettersi a costruire PC Windows. A prima vista, queste due storiche sciocchezze appaiono contraddittorie: secondo la prima, Apple dovrebbe convertirsi in un’azienda di software, mentre la seconda sostiene la visione di una Apple produttrice di solo hardware. Ma nella sostanza vogliono dire la stessa cosa: che Apple dovrebbe smettere di essere diversa, e agire come qualunque altro costruttore di PC (e vendere computer su cui gira Windows) oppure agire esattamente come Microsoft (e vendere licenze per il suo sistema operativo).

Nessuno ormai si ostina a sostenere quei due argomenti. Ma è la stessa mentalità del gregge che ha spinto l’ondata di opinioni secondo cui È necessario che Apple entri nel mercato dei ‘netbook’, la cui validità ho sbugiardato qualche giorno fa. Avrei potuto fornire altre decine di link a roba del genere. Il succo del discorso però è lo stesso: tutti quanti stanno producendo netbook, per cui anche Apple dovrebbe farlo. Perché? Perché lo fanno tutti. 

Quando scrive che ‘nessuno ormai si ostina a sostenere quei due argomenti’ summenzionati, il buon Gruber è probabilmente ignaro del dibattito italiano in ambito Mac, un dibattito da Bar Sport che tuttora impera e arriva ad abissi di tristezza impensati. Sempre, costantemente, a ogni introduzione di novità da parte di Apple, una frangia di eterni scontenti si sente in dovere di alzarsi metaforicamente in piedi e pontificare su ciò che Apple dovrebbe fare, produrre, cambiare. Ormai con queste persone non mi confronto più, perché è come cercare di disinnescare le credenze di una setta religiosa. E poi c’è un ostacolo di fondo: queste persone fraintendono sempre la mia posizione, ritenendo che io ‘difenda’ Apple in maniera ugualmente acritica.

Si cerca di portare il discorso su dati inequivocabili per dimostrare che, forse, Apple sa bene e più di tutti che cosa sta facendo e quali strategie commerciali impiegare. I dati oggettivi sono quelli di vendita: Apple è reduce da un trimestre fiscale favoloso, in cui degno di nota è il numero di Mac venduti, più di tre milioni in tre mesi. Durante un periodo di recessione a livello mondiale, e soprattutto prima del trimestre delle feste natalizie. Apple continua a fare cifre record trimestre dopo trimestre. Ma queste persone, a fronte di ciò, scuotono la testa e dicono, sostanzialmente, che le forti vendite non sono certo sinonimo di qualità. Il loro argomento è: se così fosse, guarda quanti PC Windows ci sono in circolazione.

È un’argomentazione fallace, perché Apple e gli altri costruttori di PC (+ Windows) sono arrivati ai grandi numeri da due origini e storie completamente diverse. E il fattore imprescindibile in queste due storie è Microsoft. La parola a Gruber:

Credo che vi sia una ragione molto semplice che spiega il perché la mentalità del gregge è così patologica nell’industria dei PC: Microsoft. Anzi, una volta era ancora peggio. Una decina di anni fa l’intera industria dei computer, in ogni suo aspetto, era dominata da una mentalità del gregge che suonava così: Supportate Microsoft e seguitene l’esempio, altrimenti verrete calpestati. Ciò non è più vero nell’ambito del software applicativo. Il Web, e Google in particolar modo, hanno posto fine a questa tendenza.

Ma l’unica area in cui Microsoft continua a regnare suprema è nei sistemi operativi per PC. I costruttori di PC hanno un handicap: non possono allontanarsi dal gregge nemmeno se lo volessero. Le loro scelte a livello di sistema operativo sono: (a) installare la stessa versione di Windows che utilizzano tutti gli altri costruttori; oppure (b) allegare le stesse distribuzioni Linux open source che ogni altro costruttore di PC potrebbe includere ma che nessun cliente vuole comprare. 

È chiaro che, davanti a questa scelta forzata, non si può fare un discorso qualitativo. A mio avviso, però, il fatto che si vendano oggi più Mac che in tutta la storia di Apple, significa che finalmente il grande pubblico ha pian piano imparato a distinguere. A non farsi condizionare troppo come in passato, a fare scelte più oculate. Pensiamoci un momento: che fa vendere oggi tanti Mac non può essere altro che la loro superiorità qualitativa. Le strategie di vendita di Apple non sono drasticamente cambiate rispetto a dieci anni fa. Penso al sito Web di Apple, che mantiene lo stesso palinsesto da dieci anni. I prodotti vengono presentati sostanzialmente allo stesso modo. Gli spot pubblicitari non sono aumentati.

L’elemento vincente, rispetto alla Apple dei Mac beige di 12 anni fa, è l’avvicinamento al pubblico attraverso quella strepitosa catena commerciale che sono gli Apple Store. Oggi i Mac per il pubblico non sono inavvicinabili com’erano anni fa. Si entra in un negozio Apple (o si va al punto Apple dentro un centro commerciale o un negozio che vende anche altri prodotti) e i Mac sono lì, da provare, soppesare, valutare. Si possono avere informazioni dai commessi, ci si può efficacemente documentare su Internet. Oggi i Mac sono abbordabili in senso fisico ed economico. Chi acquista Mac ne riconosce l’affinità alle proprie esigenze, la semplicità e la qualità. Questo avvicinamento all’utente è il cardine fondamentale, che prima non esisteva. Non a caso la frase che ho sentito pronunciare più spesso a chi è passato a Mac dopo anni di PC Windows è Se solo me ne fossi reso conto prima, quanti grattacapi mi sarei risparmiato.

Gruber prosegue snocciolando altri spunti interessanti:

La capacità di Apple di produrre hardware innovativo si intreccia inestricabilmente con la sua capacità di produrre software innovativo. iPhone è un esempio ancora migliore del Mac.

Ai pezzenti che sostengono che Apple dovrebbe regalare a tutti il proprio sistema operativo e permettere che giri anche sul catorcio più economico dotato di tastiera e schermo continua a sfuggire il concetto, molto semplice, che se Apple si mettesse davvero a farlo chiuderebbe bottega nel giro di poco tempo.

Non è solo il fatto che Apple è diversa rispetto agli altri costruttori di computer. È che Apple è l’unica azienda che può essere diversa, perché è l’unica che possiede il proprio sistema operativo. Parte della mentalità del gregge dell’industria informatica è il presupposto che nessun altro possa realizzare il sistema operativo di un computer — che tutti possano costruire un computer ma che soltanto Microsoft possa produrre il sistema operativo. Dovrebbe essere piuttosto imbarazzante per aziende come Dell e Sony, che hanno molto denaro e forti identità aziendali, il fatto che siano entrambe costrette a vendere computer con la stessa copia di Windows installata dagli altri marchi minori. 

E conclude dicendo che:

I sistemi operativi non sono semplici componenti di una macchina come la RAM o la CPU: sono l’elemento più importante dell’esperienza utente. A parte Apple, non esiste alcun costruttore di PC che controlla la parte più importante dei computer che fabbrica. Immaginate come sarebbe migliore l’industria informatica se vi fossero più aziende di computer a cimentarsi nella realizzazione del proprio sistema operativo e ad alzare gli standard attuali. 

Io concludo dicendo che Apple ha finalmente saputo giocare a suo estremo vantaggio la carta della diversità, che nell’epoca buia degli Anni Novanta era l’elemento che l’aveva relegata a essere azienda di nicchia. Mi auguro che Apple continui così, perché questa sua diversità, alla fine, va a vantaggio di tutti, persino di quelli che non lo comprendono.

Novità Apple: una veloce disamina

Mele e appunti

Giulio, un lettore del mio blog, alla luce delle novità introdotte ieri da Apple mi scrive una breve email, chiedendomi simpaticamente “I nuovi Mac: un suo commento in proposito?”. In questi giorni il tempo è un po’ limitato, ma proverò a rispondere passando rapidamente in rassegna le novità e le mie impressioni a riguardo. Una considerazione generale, per iniziare: sono tutte belle novità, ed è difficile non esserne soddisfatti. Certo, gli eterni incontentabili ci sono sempre, ma per definizione sarà sempre impossibile farli contenti.

I nuovi iMac — Bizzarre le dimensioni degli schermi, 21,5 e 27 pollici, ma si tratta forse degli iMac migliori visti sinora. Sul design nulla da dire: linee sobrie e rigorose, e più essenziali di così si muore. Sui miglioramenti interni va notato come Apple stia diventando più generosa che in passato, specie per dotazione RAM, potenza del processore e supporti di archiviazione dati. L’iMac di punta, il modello da 27″ con processore Intel Core i5 quad core a 2,66 GHz, non si può definire un prodotto consumer, ma direi più ‘semi-pro’ oppure ‘per professionisti che non possono permettersi un Mac Pro + monitor esterno’.

In generale, con l’introduzione di quest’ultima generazione di iMac, mi pare evidente come Apple li stia spingendo sempre più sul versante semiprofessionale, una strada iniziata con gli iMac G5 e via via perfezionata; da un punto di vista visivo, il passaggio dalle plastiche bianche all’alluminio è un importante scarto percettivo: è difficile guardare gli iMac di oggi e pensare che siano prodotti consumer. Dirò di più: Apple mi sembra stia percorrendo un cammino che porta all’eliminazione dei confini di categoria. L’importante è avere sulla scrivania un computer di ottima qualità e di potenza non indifferente, ma che abbia anche un prezzo abbordabile. Inutile stare a cincischiare se si tratta di un prodotto ‘consumer’, ‘prosumer’ o quel che volete. Mai come ora il rapporto prezzo/prestazioni di un Mac è stato vantaggioso. I processori sono veloci, i dischi rigidi capaci, la memoria più che sufficiente, i display di ottima qualità (lo iMac da 27″ ha persino un ingresso video, in modo che si possa utilizzare come monitor esterno), il tutto praticamente agli stessi prezzi degli iMac precedenti. E per il famigerato utente medio sono un bell’investimento, in quanto sono destinati a durargli a lungo.

Ah già, non hanno il Blu-Ray. Liberi di dissentire, ma secondo me è ancora presto per il Blu-Ray incorporato, e Apple vuole procedere con cautela prima di inserire una tecnologia che magari si rivela un passo falso a medio termine (sto considerando il Blu-Ray dal punto di vista della scrittura dei dati e dell’utilizzo di dischi BD a scopo di backup, non come supporto per la visione di contenuti in alta definizione; quella credo abbia poco senso sugli schermi relativamente piccoli dei computer, a eccezione forse dell’iMac da 27 pollici, il quale appunto può essere usato come monitor in combinazione con un lettore Blu-Ray dedicato, per esempio).

Il nuovo MacBook — Design e qualità costruttiva senza dubbio migliorati rispetto al precedessore. Ovviamente non ne ho ancora toccato uno dal vivo, ma non è difficile giungere a questa conclusione. Con il nuovo corpo unibody in policarbonato non credo si avranno quelle antipatiche rotture e crepe sulla parte superiore del case, dove si appoggiano i polsi. Il nuovo MacBook è poi più robusto e leggero, ha un display a tecnologia LED, un processore più veloce, supporta RAM più veloce, ma soprattutto ha una batteria ad alte prestazioni e costa come prima. Anche qui direi niente male.

Ah già, è stata eliminata la porta FireWire 400. Del resto non c’è più nemmeno la USB 1. Provocazioni a parte (però pensiamoci: la FireWire 400 sta alla FireWire 800 come USB 1 sta a USB 2, prima o poi andava pensionata) mi pare chiaro che esistesse l’esigenza di differenziare il MacBook Pro 13″ in maniera più netta dalla sua controparte economica. E continuo a pensare che il grosso dell’utenza a cui si rivolge il MacBook bianco non ha un uso vero e proprio per quella FireWire 400.

Il nuovo Mac mini — La cosa più interessante è l’offerta Server. Un Mac mini senza unità ottica — lo spazio è stato destinato a un secondo disco rigido — con Mac OS X 10.6 Server in dotazione, il tutto sotto i mille euro. Non mi sembra una cattiva idea per chi vuol farsi un serverino economico e che occupa poco spazio. Faccio notare che una copia di Mac OS X 10.6 Server con licenza client illimitati costa da sola 499 Euro. Altra nota interessante: nella pagina del sito Apple statunitense dedicata al nuovo Mac mini in versione server è presente un’offerta, purtroppo limitata agli Stati Uniti, che permette di richiedere una copia di valutazione gratuita di Mac OS X 10.6 Server. L’offerta si rivolge alle piccole aziende, alle organizzazioni no-profit, agenzie governative e al settore educazione, e mi sembra una bella idea per spingere verso una maggiore adozione di Mac OS X in ambito aziendale e business.

Il Magic Mouse — È più forte di me: quando leggo ‘Magic Mouse’ penso a Topolino vestito da mago nel film Fantasia… A parte gli scherzi il nuovo mouse Apple mi pare finalmente indovinato. Certo, la prova del fuoco è afferrarlo, vedere come sta nella mano, usarlo, e mi riservo ulteriori commenti a quando lo proverò davvero. Ma il fatto che non ci sia più la palletta microscopica per lo scorrimento è già un motivo valido per buttare il Mighty l’Apple Mouse tradizionale e acquistare il Magic Mouse a occhi chiusi. L’eliminazione della palletta è importante non solo per un fatto di gusti personali: con il nuovo Magic Mouse spariscono definitivamente le parti in movimento e i punti in cui può penetrare lo sporco e compromettere la funzionalità del mouse. Con Magic Mouse immagino che le pulizie occasionali saranno per la parte esterna e, al limite, intorno al vano batterie sul fondo. Con la tecnologia multi-touch lo scorrimento sarà sempre fluido e la precisione non sarà in balìa di una pallina che si sporca dopo qualche ora di utilizzo.

Parlando di multi-touch, sono d’accordo con Neven Mrgan (vedere questi suoi due tweet di ieri): per le gestualità implementate sul Magic Mouse, a mio avviso multi-touch è un termine improprio e sicuramente non è la stessa cosa di iPhone o del trackpad dei portatili Apple, in cui è possibile effettuare gesti toccando due punti distinti della superficie sensibile. Per ora quel che può fare il Magic Mouse è saper distinguere fra gesti eseguiti con uno o due dita. Non è escluso però che il nuovo mouse abbia incorporato il supporto per gestualità più complesse (per lo zoom e la rotazione delle foto, per esempio) che verranno sbloccate e implementate via software in futuri aggiornamenti.

Comunque ho proprio intenzione di acquistarlo e non credo che mi darà problemi anatomici. Sono uno dei pochi che non ha mai avuto problemi a usare il famigerato mouse rotondo in dotazione con i vecchi iMac G3!

One more thing — Ah sì, c’è anche un nuovo Apple Remote, ora in alluminio e con un design allungato che ricorda i nuovi iPod nano. Ora venduto separatamente (dimenticavo: il nuovo MacBook bianco è privo di porta infrarossi e, quindi, anche di telecomando) al prezzo di 19 Euro.