PayPal avverte: "non usate Safari"

Mele e appunti

Macworld | PayPal: Steer clear of Safari: Quando questo articolo è apparso nei feed RSS che leggo, mi sono subito incuriosito, perché… Beh, perché uso Safari per gestire il mio account PayPal. Ho pensato quindi che l’avvertimento di Michael Barrett, chief information security officer (c’è da riempirsi la bocca a leggerlo — sostanzialmente il tizio è il funzionario a capo della sicurezza informatica di PayPal), si riferisse a qualche problema tecnico presente in Safari che possa portare a errori nel caricamento di pagine contenenti informazioni sensibili, o cose del genere.

Dopo aver letto poche righe mi rendo conto invece che si tratta di una sciocchezza colossale.

Barrett consiglia di utilizzare altri browser “se si vogliono evitare frodi e phishing”. Secondo lui Safari non può far parte dell’elenco di browser consigliati da PayPal perché “manca di due importanti funzionalità anti-phishing”. In un’intervista Barrett ha affermato:

Purtroppo Apple è rimasta indietro rispetto a quel che dovrebbe fare, ossia proteggere i propri clienti. A questo punto ai nostri clienti consigliamo di utilizzare Internet Explorer 7 (o la versione 8 quando uscirà), oppure Firefox 2 o Firefox 3, oppure Opera.

Le due tecnologie anti-phishing a cui Barrett fa riferimento sarebbero: 1) un filtro anti-phishing incorporato nel browser che avverte gli utenti quando accedono a un sito fraudolento. 2) I certificati EV (Extended Validation), una tecnologia di navigazione Web sicura che colora di verde il campo indirizzo del browser quando si visita un sito sicuro.

L’articolo di Macworld fa notare che:

Anche i certificati EV sono oggetto di critiche. Lo scorso anno, ricercatori di Microsoft e della Stanford University hanno pubblicato uno studio che dimostra come le persone, senza apposite istruzioni, non si accorgevano della colorazione verde nella barra dell’indirizzo del browser fornita dai certificati EV.

Ma il pezzo forte è il paragrafo conclusivo, in cui si riportano le parole di Barrett:

Opera, IE e Firefox sono più sicuri perché li riteniamo più sicuri per il cliente medio. Mi piacerebbe poter dire lo stesso di Safari, ma a questo punto non è possibile.

Avete letto bene: gli altri browser sono più sicuri perché i signori di PayPal la pensano così. Un’argomentazione forte, no? Il vero problema di tutta la questione non è Safari. PayPal deve assumersi pienamente la responsabilità di proteggere la sicurezza dei propri clienti, e dev’essere PayPal a rendere il proprio sito sicuro a prescindere da quale browser utilizziamo. Non può permettersi di scaricare una grossa parte di tale responsabilità puntando il dito su mancanze altrui (tutte da dimostrare peraltro). Non può permettersi di implementare cattiva sicurezza sul sito e poi pretendere che la gente usi strumenti esterni a PayPal per proteggersi e ottenere una sicurezza che PayPal dovrebbe fornire in primo luogo.

Per aggiungere un commento tecnico, il signor Barrett dovrebbe tornare a fare i compiti. Da una parte afferma che “Le prossime versioni di Firefox e Opera dovrebbero supportare tale tecnologia [anti-phishing]”, dall’altra, come potete leggere sopra, fra i browser consigliati Barrett mette le versioni attuali di Firefox e Opera.

E la sicurezza dei nostri dati personali e finanziari è in mano a gente simile. Un commentatore scrive: Paypal e Ebay non sanno nemmeno che cosa sia la sicurezza. […] Che cosa hanno fatto per proteggere i loro siti? NIENTE! […] Qualcuno ha mai chiamato PayPal per riportare una transazione problematica con un account rubato? L’impiegata al telefono si è messa a ridere quando le ho detto che il loro sito sostiene di essere così sicuro….

Decimo anniversario

Mele e appunti

Il 27 febbraio 1998, in un comunicato stampa (una copia è visibile a questa pagina), Apple annunciava l’interruzione dello sviluppo della piattaforma Newton.

Gli appassionati non si sono fermati, e dieci anni dopo la comunità Newton è ancora viva e vegeta; c’è ancora chi sviluppa soluzioni hardware (come Adriano Angelillis e il sito Newton Sales) e software (come Eckhart Köppen). Addirittura è possibile trovare aziende che vendono tuttora software commerciale per il Newton, come Stand Alone, inc.

Segnalo inoltre Why did Apple kill the Newton? un lungo articolo apparso sul numero di giugno 1998 di Pen Computing Magazine che può servire, a chi mastica l’inglese, come storia e analisi di questo prodotto, unico nella storia di Apple e dei PDA.

Sei anni fa acquistai il mio primo Newton, un MessagePad 2000. Lo pagai, se non erro, 350 Euro. Una spesa considerevole per un prodotto di seconda mano, ma ne è valsa la pena. Ricordo che la cifra comprendeva il Newton, la confezione originale con manuali, dischetti, tastiera esterna, cavi per il collegamento seriale a un Mac e a un PC, vario software con relative licenze e manuali, quattro pile NiMH ricaricabili nuove e due schede di memoria flash per un totale di 20 MB. Le condizioni di questo materiale erano pari al nuovo. Ma soprattutto ne è valsa la pena per l’uso che ho fatto di questo MessagePad, che in questi anni mi è servito come blocco appunti, agenda, rubrica indirizzi, word processor ultraportatile, lettore di e‑book, e molto altro. Ricordo di averci persino scaricato la posta elettronica collegato a Internet via modem a 56K (un Digicom Leonardo, mi pare) e di averlo usato per ascoltare qualche MP3 prima di comprare il mio primo iPod.

L’anno scorso l’ho regalato a mia moglie. Non perché io abbia smesso di usarlo, ma perché sono passato al più capace MessagePad 2100 e ho acquisito anche un eMate 300, nonché una serie di utili extra come una scheda Ethernet e una scheda Bluetooth. Grazie al lavoro compiuto dal già citato Köppen (che ha sviluppato il software necessario per permettere l’uso di Bluetooth con il Newton) e da Simon Bell (che ha sviluppato Newton Connection for Mac OS X), ora posso scambiare facilmente file di testo via Bluetooth fra il Newton e il PowerBook, e l’eMate è ottimo per quando voglio mettermi a scrivere senza distrazioni.

E sono dieci anni che il Newton è stato ufficialmente “terminato”. Sembra ieri.

Piccola recensione per piccolo iPod

Mele e appunti
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Foto di iPod Shuffle © Apple 2008

 

Un paio di giorni dopo l’abbassamento del prezzo dell’iPod Shuffle da 1 GB, dovuto al prossimo arrivo di un modello da 2 GB, sono andato alla FNAC e ne ho acquistato uno (l’ho scelto blu). Con tutta l’attenzione concentrata su iPhone/iPod Touch, vorrei dedicare qualche paragrafo al piccolino della famiglia, che non avrà né schermo, né tecnologia multi-touch, ma che è altrettanto cool.

Le dimensioni contano — La pagina delle specifiche tecniche dello Shuffle dice tutto: altezza 27,3 mm, larghezza 41,2 mm, profondità 10,5 mm (clip inclusa) e peso 15,6 g. Maneggiarlo dà un senso più profondo a questi numeri: iPod Shuffle è praticamente invisibile, è un lettore musicale che diventa davvero parte del vestiario. È come andare in giro con un paio di auricolari e null’altro.

Non si butta via niente — Con un packaging simile, chi butta via qualcosa? La scatolina trasparente è un ottimo contenitore da riutilizzare in viaggio; io per esempio ci metterò un altro paio di auricolari che uso con il PowerBook (hanno il cavo un po’ più lungo di quelli in dotazione allo Shuffle). Peccato non abbia una chiusura vera e propria che blocchi il coperchio trasparente.

Tutto organizzato in iTunes — Dovendo anche gestire la musica dell’iPod Shuffle di Carmen, mi sono organizzato con le playlist. In iTunes creo una playlist nuova e ci copio tutti i brani che intendo trasferire sullo Shuffle, poi specifico quella playlist come sorgente per il Riempimento Automatico, premo il pulsante e via. Ormai sono diversi mesi che Carmen usa con soddisfazione lo Shuffle (verde) che le ho regalato per il suo compleanno, e in svariate occasioni ha voluto che le cambiassi la musica contenuta nell’iPod, indicandomi i brani che voleva tenere e quelli che ascoltava di meno; ho quindi creato varie playlist copiando le canzoni “buone” da una all’altra, e caricando nuova musica dalla libreria principale. Il bello è che quando sincronizzo lo Shuffle, il processo è sufficientemente intelligente da non riscrivere i brani già presenti nell’iPod. Questo è ottimo quando, per esempio, di una lista di 168 brani ne voglio tenere 100 e cambiare tutti gli altri.

Decisamente pratico — Anche su spostamenti a corto raggio, è difficile che viaggi leggero; quando vado a lavorare o a fare ricerche alla libreria del Politecnico di Valencia ho con me almeno la borsa con un PowerBook o con l’iBook e i relativi accessori, e a volte ho anche uno zaino con libri, fogli, il Newton, ecc.; oppure una borsa con una o due macchine fotografiche. In queste circostanze preferisco avere le mani libere e non dover cambiare i brani scegliendoli nel grande archivio che può conservare un iPod più capiente, né voglio avere l’impiccio di un iPod più grosso e pesante (gli iPod nano e i Classic, per non parlare del Touch, sono in genere ingrossati dall’immancabile custodia protettiva). Lo iPod Shuffle è prezioso in questo senso: leggerissimo e invisibile, mi manda musica scelta a caso, come una piccola radio, che però trasmette sempre brani di mio gusto. Sembra un po’ naïf, scritto così, ma è davvero una sensazione piacevole.

Due ottime cose — Mi hanno colpito due dettagli in particolare: 1) la durata della batteria. Sono tre giorni che uso lo Shuffle, e per più di tre ore di riproduzione continua al giorno. Non l’ho ancora ricaricato. E non ho ancora sentito due volte la stessa canzone (in altre parole, non ha ancora esaurito tutta la playlist): sottolineo questo particolare perché in quest’epoca da ammasso di Gigabyte, un solo giga di musica (anzi 967 MB) può sembrare poco o niente. Eppure, a meno che non si voglia avere sempre con sé tutta la propria biblioteca musicale, l’apparente ridotta capacità dello Shuffle diventa quasi un punto di forza dal lato pratico: ci metto la musica che mi va di ascoltare in questo periodo e lascio allo Shuffle carta bianca. Ho un paio di amici, uno con un iPod Classic da 160 GB, l’altro con un iPod 5G da 80 GB: quando ascoltano musica è sempre un flusso interrotto, quasi di brano in brano, perché devono a tutti i costi navigare nei loro GB di album, artisti, podcast, per scegliere il brano successivo. Di abilitare la funzione shuffle sui loro iPod non se ne parla, perché con biblioteche così vaste è quasi più probabile che il brano seguente non rientri nell’umore del momento, non sia gradito, e ciò rende pressoché inutile la scelta casuale effettuata dall’iPod. 2) La seconda ottima cosa è la qualità audio degli auricolari: niente di stellare, ma tutta un’altra cosa rispetto a quelli in dotazione al mio vecchio iPod 3G da 10 GB. Il cavo è corto: usarli con il PowerBook è scomodo, ma sono perfetti quando li indosso con lo Shuffle agganciato alla tasca dei pantaloni. Rimangono contro alla persona e non intralciano i movimenti né si impigliano nei vestiti, né si aggrovigliano.

È regalato — La mossa di abbassare il prezzo del modello da 1 GB, da 79 dollari a 49 dollari (ossia da 79 Euro a 45 Euro), è brillante. Ora costa così poco che vien voglia di acquistarlo anche se si possiede già uno o più iPod. Oops, è esattamente quel che ho fatto.

Non ho parlato del design — Perché, c’è bisogno?

Macworld.com ‘scopre’ Camino 1.5

Mele e appunti

Macworld | Camino 1.5: Quando ho visto questa recensione fra i feed RSS che leggo, non ho potuto fare a meno di sorridere. Uso Camino da quando si chiamava ancora Chimera (gran nome, fra l’altro), e l’ho sempre trovato superiore a Firefox in quanto a prestazioni e reattività. Certo, Firefox ha dalla sua la grande espandibilità grazie a temi ed estensioni, ma se si vuole un browser leggero e scattante oltre a Safari, bisogna usare Camino.

Il MacBook Air e l'effetto valanga

Mele e appunti

The snowball effect (forum post): Sono arrivato a questo link seguendo il solito Gruber, e ho trovato piuttosto interessante l’osservazione di Brockerhoff sul design interno del MacBook Air. A tutti quelli che obiettano “Ma non potevano metterci una porta Ethernet? Ma non potevano fare la batteria sostituibile? Ma non potevano infilarci un drive ottico?” eccetera eccetera, sentite che cos’ha da dire il buon Brockerhoff:

[…] Inserire un connettore FireWire significa riservare risorse per un consumo di energia aggiuntivo dell’ordine di 7 Watt, ossia 1 Ampère di corrente extra alla batteria da 7,2 V. Inoltre comporta ulteriore alimentazione per collegarlo ai 9–12 V richiesti a livello del connettore, tracce aggiuntive sul circuito stampato, e così via. La batteria ha una capacità di 37 Watt-ore, il che equivale a un consumo medio orario (considerando l’autonomia dichiarata di 5 ore) di poco superiore ai 7 Watt; tale consumo raddoppierebbe se fosse collegato un disco esterno FireWire, e quindi l’autonomia della batteria sarebbe la metà, riducendosi a 2,5 ore. In più, aggiungendo una presa FireWire bisognerebbe allargare lo sportellino laterale a comparsa ed eliminare circa 2 centimetri di batteria su quel lato… Un’ulteriore riduzione della capacità. Di conseguenza l’alimentatore da 45 Watt del MacBook Air andrebbe potenziato, così come la circuiteria interna di ricarica… Ciò comporta una maggiore dissipazione del calore. Probabilmente si sarebbe reso necessario fabbricare una batteria più spessa di 5 mm o forse più.

Osserviamo ora il classico connettore Ethernet; è più alto dello sportello del MacBook Air; aggiungerlo significa aumentare lo spessore del computer e, come nel caso della presa FireWire, sacrificare parte della superficie della batteria.

Stesso discorso per il lettore DVD interno. Se non funzionasse anche come masterizzatore [gli ingegneri giapponesi] si sarebbero lamentati — ma immaginiamone i consumi (oppure si legga la recensione al Lenovo x300; gli ingegneri di Lenovo sono altrettanto brillanti, ma le loro decisioni si sono basate su altri compromessi. Ho maneggiato altri subnotebook prodotti da Toshiba, per esempio, e devo dire che non sono stato granché colpito dalle finiture e dal feeling in generale.

Infine, pensiamo all’Air con una batteria rimovibile. Questo comporta l’aggiunta di altri connettori, un’apertura nel case con conseguente aggiunta di una parete interna (che risulterebbe in un aumento generale dello spessore dell’Air di almeno 4 mm) oppure di agganci robusti (considerando che la batteria occupa i 2/3 del computer e ne rappresenta all’incirca i 2/3 del peso). Pensiamo alla perdita di rigidità che una tale modifica provocherebbe, e l’aumento di dimensioni e peso “sprecati” per controbilanciarla.

Insomma, la mia tesi è questa: qualsiasi cambiamento nel design di MacBook Air genera immediatamente un “effetto valanga” provocando una serie di conseguenze che avrebbero come risultato una macchina più grossa, più pesante, che scalda di più e (probabilmente) meno robusta al tatto. Jobs ha evidentemente pensato valesse la pena concentrarsi su questi aspetti. […]