Pure Reader

Mele e appunti

Le estensioni per i browser non mi hanno mai appassionato. Sì, possono essere utili. Sì, possono offrire comode funzionalità direttamente nel browser. Sì, è giusto che un browser sia estensibile in questo modo. Nel breve periodo in cui Firefox è stato il mio browser principale, mi sono fatto momentaneamente prendere dalla febbre dell’estensione, passando ore a sfogliare l’ormai immensa biblioteca di estensioni a disposizione. Installa questa, installa quella, guarda questa che carina, troppo utile quell’altra… E mi sono ritrovato con un browser farcito di codice extra, un po’ più imbolsito e rallentato, decisamente più soggetto a imprevisti e a chiusure inaspettate. Mai più, mi son detto.

Una delle tante cose che mi sono sempre piaciute di Safari era (eresia!) il mancato supporto delle estensioni. Adesso anche Safari è estensibile, e mentre io continuo a tenerlo a dieta (estensioni disabilitate), non vuol dire che altri debbano farlo. E del resto un occhio alle estensioni di qualità è sempre bene tenerlo aperto.

Per questo motivo consiglio Pure Reader di Na Wong a tutti coloro che seguono i propri feed RSS preferiti utilizzando l’interfaccia Web di Google Reader invece di un’applicazione specifica. Pure Reader è un’estensione che abbellisce in maniera sorprendente l’interfaccia Web di Google Reader, rendendola più elegante e funzionale. Nata originariamente per Safari, ne è stato fatto il porting anche per Firefox e Chrome, inoltre è possibile scaricarne lo script per Greasemonkey ed è sempre possibile scaricarsi e modificarsi a mano il file CSS per personalizzarlo a piacere.

Se non fossi estremamente soddisfatto della beta di Reeder per Mac, questa sarebbe probabilmente l’unica estensione di Safari che installerei.

Innovare fuori dall'hardware

Mele e appunti

Premessa fuori tema

Le ultime due settimane mi hanno tenuto lontano dai blog per un improvviso accumulo di lavori da gestire in contemporanea; nel frattempo, Notational Velocity alla mano, sono andato raccogliendo appunti per tematiche da sviluppare in questa sede. Vorrei davvero avere il tempo necessario a far sedimentare tutte queste note, trasformarle in analisi organizzate ed esaurienti, e pubblicarle; mi tocca invece scrivere post relativamente di getto e a ‘pensare ad alta voce’, cosa che spero possiate perdonare.

Innovare la gente”

Passando al tema di questo post, il tutto scaturisce dal titolo di questa sezione, una nota molto sintetica che ho scritto verso l’alba una delle scorse notti, stremato dal lavoro, senza sonno e in reazione a una serie di letture online.

L’argomento scatenante, in fondo, è sempre quello: l’innovazione (tecnologica) e l’opinione di alcuni secondo cui Apple non innova più in ambito Mac da quando ha scelto di investire tutto nella piattaforma iOS. È una tematica ormai trita e ritrita, e la ritrovo un po’ ovunque. Se volete un esempio fresco e in italiano, basta leggere i commenti a questo post su Ping, il blog dell’amico Lucio Bragagnolo.

Sto maturando un punto di vista in proposito: nell’informatica di oggi l’hardware non ha più quel ruolo fondamentale che poteva avere qualche anno fa, quando imperversava la ‘guerra dei megahertz’ e gran parte del marketing dei costruttori di computer, Apple compresa, puntava sul mero discorso prestazionale. La guerra dei megahertz si è risolta per saturazione, e ora si continua a lavorare sulle prestazioni hardware per ottimizzare — l’efficienza conta più della velocità pura.

Da quando iPhone ha debuttato nel 2007, e soprattutto da quando iPhone ha avuto quel successo fragoroso che tutti abbiamo visto, quel che ho visto fare ad Apple è stata una progressiva ridefinizione (o ricalibrazione) del concetto di innovazione. Ricordate la ragion d’essere del primo Macintosh nel 1984? “Il computer per la gente comune”. Dal 1984 a oggi il Mac si è evoluto e reincarnato in generazioni di prodotti hardware sempre più potenti, sempre più eleganti. Più amichevoli delle controparti Windows e Linux, ma sempre intrappolati in un concetto di informatica personale tutto sommato vecchiotto. Un concetto che, lato software, propina la metafora della scrivania dell’ufficio; sul lato hardware ecco la corsa alla ‘potenza’ e alla ‘velocità’, le porte, le connessioni cablate, i supporti, ecc. Ripeto, malgrado un’interfaccia utente superiore ad altre piattaforme, malgrado la maggiore attenzione e il rispetto verso l’utente (cosa sconosciuta in Microsoft, per esempio, così come nelle varie aziende produttrici di PC), metto Apple nel calderone informatico che produce un grafico dove il computer è sempre più grande dell’utente.

Con il successo di iOS, per come la vedo io, l’innovazione di Apple è uscita dall’hardware — o perlomeno quello è l’intento. In questi ultimi anni è l’utente il centro dell’innovazione. L’efficienza conta più della velocità anche fuori dall’hardware: è questo il punto. Ecco quindi la creazione di dispositivi essenzialmente portatili il cui scopo primario è facilitare la vita di chi li usa. Se stessimo chiacchierando di persona, a questo punto uno alzerebbe la mano e mi farebbe notare che anche lo scopo primario del Mac è facilitare la vita di chi lo usa, e lo è sempre stato. Verissimo. Cos’è cambiato, allora? Sono cambiate un sacco di cose. Quella più importante, secondo me, è la realizzazione che è il computer a dover andar dietro alle persone e non viceversa. La piattaforma iOS fa esattamente questo: a nessuno importa (o dovrebbe importare) la velocità del processore di iPhone, iPod touch o iPad; la cosa importante è che ci sia un dispositivo così quando serve, che permetta di avere tutta una serie di informazioni quando servono e dove servono. Che aiuti a orientarsi se ci si ritrova ad aver sbagliato strada in città, o per andare in un certo posto dove non siamo mai stati prima; che serva a prendere un appunto veloce mentre si è in treno, tram, autobus; che serva a mandare un’email urgente quanto prima; che serva a ricevere email urgenti istantaneamente; potrei andare avanti con un sacco di altri esempi, ma ci siamo capiti.

La piattaforma iOS mette nuovamente l’accento sull’applicazione — e in maniera molto più efficace rispetto agli ultimi vent’anni di informatica. Applicazione ovviamente intesa come attività, come finalità specifica, non tanto come ‘programma del computer’. E mette l’accento su un aspetto troppo trascurato da decenni di informatica ‘ingegneristica’: la relazione uomo-macchina. Nei dispositivi iOS trovo un piglio più ‘umanistico’, un tentativo di riconciliare il rapporto uomo-computer. Un rapporto che è rimasto per molto tempo sostanzialmente freddo. Perché per molti imparare a convivere con il computer è un dovere e non un piacere, perché il computer ha sempre richiesto una certa curva di apprendimento e un adattamento alle proprie ‘leggi’, e chi ha ottenuto il massimo dal computer sono sempre stati i cosiddetti power user, gli utenti esperti in grado di risolvere da soli molti degli inghippi che continuano ad accadere quotidianamente durante l’uso della macchina.

Insomma, usare con profitto il computer ha sempre richiesto all’utente un minimo di studio e di comprensione di meccanismi e logiche che, diciamocelo, a volte sono piuttosto lontani dal senso comune, e sono così autoreferenziali che francamente non mi sento di biasimare chi rinuncia a volerli comprendere. Il computer deve essere uno strumento per facilitare le cose, non per complicarle. Il computer è sempre stato uno strumento potente, ma spesso e volentieri la sua potenza è stata dissipata dalla poca immediatezza, almeno agli occhi di molte persone.

Che piaccia o no, non si può negare che la piattaforma iOS, per la sua natura intrinseca, è riuscita ad avvicinare alla tecnologia una gran quantità di persone che hanno sempre guardato l’informatica in cagnesco. Ho visto con i miei occhi persone assolutamente non tecniche padroneggiare un iPhone o un iPad in pochissimo tempo; il successo che i dispositivi iOS hanno avuto con una fascia demografica notoriamente difficile per l’informatica (le persone sopra i 50 anni di età) è sorprendente.

Perché? Perché i dispositivi iOS sono facili da usare e ‘antropocentrici’: il Multi-touch è certamente innovazione hardware, ma è soprattutto un ritorno ai primordi dell’uomo: il toccare, il manipolare, attività che si sviluppano per prime fin da piccoli. Ritorna un’immediatezza perduta in decenni di interfacce uomo-macchina che sono sempre state un trionfo di mediazione.

Retaggi

Quando all’uscita di iPad si è tanto discusso di Nuova Informatica di contro alla informatica del vecchio mondo, il dibattito è stato molto acceso: i power user, gli utenti che ormai hanno sviluppato una relazione simbiotica con il computer e non hanno problemi ad accettare le sue metafore, i suoi meccanismi e le sue logiche, hanno ovviamente reagito con resistenza a questa apparente ondata di semplificazione delle macchine per accomodare gli utenti ‘ignorantoni’. “Nascondere il filesystem all’utente? Roba da matti!”, tanto per parafrasare una delle numerose posizioni che ho avuto modo di leggere in varie email giunte in privato durante quel dibattito.

E sono proprio questi utenti i più indignati verso questa Apple che parrebbe sotto l’effetto di una potente droga, iOS, e che a detta loro non pensa ad altro. Questa gente, che è preoccupata dal fatto che ci siano ancora Mac che utilizzano i ‘vecchi’ processori Intel Core 2 Duo e che non abbiano ancora in dotazione porte USB 3 e masterizzatori Blu-Ray; questa gente, che sembra non voler togliere la testa dalla sabb… pardon, dall’hardware duro e puro, ecco, io la capisco sempre meno. Davvero si considerano questi dettagli ‘innovazione’? Sono davvero così importanti oggi?

Esistono alcuni ambiti in cui è essenziale che l’hardware utilizzato sia sempre aggiornato, sia sempre al massimo prestazionale consentito, eccetera eccetera, ed è assolutamente comprensibile che l’utenza di questi ambiti sia attentissima all’innovazione puramente hardware. Si tratta di un’utenza con esigenze specifiche, di alto livello, ma che ha anche conoscenze ed esperienze tecniche ben al di là dell’utenza ‘normale’. Ed è un’utenza che, a mio parere, non deve preoccuparsi troppo: computer e attrezzature specializzate per svolgere il loro lavoro (specifico, di alto livello) ci saranno sempre, che vengano da Apple o no (esistono settori dell’IT in cui Apple non è mai veramente entrata, e la cui utenza non può sentire certo la mancanza di una piattaforma che in pratica non ha mai usato).

No, le lamentele vengono da utenza, diciamo, ‘normale’ ma più esperta di chi è appena alfabetizzato informaticamente. Da un’utenza di geek e appassionati che resistono all’idea di cambiare quattro abitudini o di guardare al di là del proprio orticello, utenti che si sono fatti le ossa con i computer (Mac e PC) a partire dagli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso (suona abbastanza remoto, scritto così, vero?) e che sono ancora intrappolati in quei retaggi e in quella mentalità che poi sfocia in atteggiamenti di sufficienza quando si fa notare, per esempio, che c’è innovazione anche nella manifattura della scocca unibody o nella ricerca per produrre batterie di lunga durata nei portatili. No, loro continuano a guardare le specifiche tecniche sul prospetto: il processore ‘vecchio’, la porta USB 2 che è ‘lenta’, cose così. Quando cerco di investigare un po’ più a fondo, e chiedo spiegazioni — nella fattispecie: che cos’hanno di tanto obsoleto i Mac attuali da impedire di fare ciò che fai? — non ottengo mai risposte chiare, solo un invito a mirare l’erba del vicino, che a detta loro sembra più verde ogni giorno che passa.

Un discorso che ho già fatto: non basta mettere tre porte USB 3 e un processore all’ultimo grido in un computer per additarlo quale esempio di innovazione rivoluzionaria. Non sono queste le cose che cambiano la vita, ma le soluzioni — magari in apparenza insignificanti — che trasformano in positivo l’esperienza fra uomo e macchina; soluzioni che vanno al di là dell’hardware per creare un impatto nello stile di vita. Come diceva John Sculley, Apple è sempre stata un’azienda con la forma mentis di un designer, non di un ingegnere — e questo per me è essenziale nel capire più da vicino le esigenze degli utenti. Come deve essere un computer portatile? Con un processore classe desktop, una ridda di porte e che pesa tre-quattro chili, oppure uno strumento soprattutto leggero, con una batteria tale da garantire ore e ore di autonomia vera, con un disco a stato solido e un processore a basso consumo, il tutto pensato e progettato per l’utilizzo in movimento, quindi sacrificando porte e connessioni non cruciali? L’approccio di Apple è sartoriale: funzione, poi forma, su misura. Non ti mette in mano un monolite e poi ti arrangi ad adattarlo a quel che vuoi fare.

Concludendo, ritorno a bomba: il percorso innovativo di Apple è cambiato e le interiora dell’hardware non sono più in primo piano come potevano esserlo 5–10 anni fa; l’esplosione della piattaforma iOS ha spostato ancor di più l’attenzione sulla creazione di un’informatica più a misura d’uomo, più incentrata sull’efficienza richiesta dal compito del momento, del qui-e-ora. L’aspetto più importante dell’evento Back To The Mac del 20 ottobre è proprio questo. L’innovazione di iOS, lungi dal neutralizzare il Mac, rientrerà in esso trasformandolo in uno strumento ancor più vicino a quell’ideale di efficienza e di amichevolezza per l’utente che è sempre stato alla base della filosofia Macintosh. E siccome Apple produce sia l’hardware che il software, queste trasformazioni andranno necessariamente a coinvolgere entrambe le sfere. Di Mac OS X 10.7 Lion si sa quasi nulla, ma è interessante che il poco che si è visto abbia principalmente a che fare con l’interfaccia utente. C’è chi teme una progressiva semplificazione e ‘istupidimento’ di Mac OS X per renderlo sempre più simile a iOS; credo invece che Mac OS X attingerà le funzionalità più utili di iOS per diventare un sistema operativo ancora più versatile. Ma, ancora una volta, l’hardware c’entra molto relativamente con tutto questo. L’innovazione sarà sempre più fuori dall’hardware in senso stretto. In fondo, se ho per le mani uno strumento affidabile, sempre pronto, che mi facilita la vita, che è versatile al punto da ‘sparire’ nelle varie applicazioni d’uso, chi se ne frega delle componenti interne.

‹‹Informazioni su››

Mele e appunti

Siamo all’aggiornamento Mac OS X 10.6.5 e mi chiedo: avranno sistemato questo errore spaventoso nella localizzazione italiana del sistema? Evidentemente frutto di una meccanica operazione di Trova/Sostituisci, questo strano Informazioni su traduce l’originale inglese About, che però nella presente specifica circostanza significa circa. La traduzione corretta è quindi Mancano circa n minuti.

Anche un’azienda perfezionista come Apple si lascia andare a simili strafalcioni in materia di traduzioni/localizzazioni. Rinnovo sempre la mia disponibilità a collaborare con l’azienda californiana per questi lavori di fino.

Il Mac non sta male – è iOS a scoppiare di salute

Mele e appunti

Sin da quando Apple ha annunciato i risultati finanziari dell’ultimo trimestre (ecco un file PDF che li riassume), dai quali si evince che gli iDispositivi rappresentano un 60% del fatturato a fronte di un 30% di computer Mac, ho notato in più luoghi di discussione come molti abbiano interpretato questi dati come ulteriore segnale di un fantomatico ‘declino del Mac’.

Sono le stesse persone che da un po’ di tempo vanno ripetendo le stesse cose: che Apple non innova più, che Apple sta perdendo interesse per il Mac e per Mac OS X, che Apple (Jobs) non pensa ad altro che alla piattaforma iOS, eccetera eccetera.

Il dettaglio che sembra sfuggire è che si paragonano gli iDispositivi ai Mac (desktop e portatili) come se fossero due prodotti con le stesse caratteristiche di mercato e di penetrazione. Dei due, cos’è più facile vendere? Mentre, ipotizzo, in un nucleo familiare può bastare un solo Mac, può essere che lo stesso nucleo familiare si compri due iPhone e un iPad.

A me pare assolutamente ovvio che gli iDispositivi vendano di più, e allo stesso tempo non mi pare altrettanto ovvio che questo sia indice di cattiva salute dei Mac. Non bisogna fermarsi alle percentuali, bisogna guardare anche il denaro. Due iPad da 16 GB equivalgono grosso modo a un MacBook bianco. Vendo tutti e tre i dispositivi: il risultato è che ho venduto più iPad di Mac, ma il Mac da solo mi ha fatto guadagnare quanto due iPad. È un microesempio, ovviamente, ma è tanto per far capire quel che intendo dire.

Un altro esempio può essere quello di un’azienda agricola che produce formaggi stagionati, latte e yogurt. È ovvio che, in proporzione, venderà più cartoni di latte e vasetti di yogurt (che costano, diciamo, 1,20 Euro e 2 Euro rispettivamente), che non forme di formaggio o pezzi tagliati di formaggio stagionato (che costano, diciamo, 10 Euro e 4,50 Euro rispettivamente). Sono prodotti diversi destinati ad approvvigionamenti diversi, e l’azienda lo sa. L’azienda smetterà di produrre formaggio stagionato quando saranno i risultati del mercato del formaggio stagionato a essere deludenti, non certo perché sul fatturato complessivo di quella azienda il formaggio rappresenta il 30% e quello di yogurt e latte il 70.

Credo che si debba uscire dalla logica che spinge a vedere i Mac e gli iPhone/iPod/iPad in concorrenza fra di loro. Non lo sono. Possono svolgere compiti analoghi, ma per la maggior parte ognuno di essi ha una propria specificità d’uso, una propria funzione ottimale. È la quantità di Mac venduti — e l’andamento di tali vendite — il dato da tener presente (e il dato che Apple tiene presente), non quanto vendono rispetto a iPad, iPhone e iPod touch.

In altra sede mi è stato fatto notare che la negligenza di Apple verso la piattaforma Mac rispetto a quella degli iDispositivi è evidente semplicemente osservando in questi ultimi anni che cosa è stato realizzato e presentato nell’uno e nell’altro settore. Ma anche qui, mi sembrano scelte sensate da parte di Apple. Insomma: iOS è una piattaforma nuova, in crescita e diffusione esponenziali, con tantissime potenzialità ancora inesplorate. Dall’altra parte esiste il Mac, una piattaforma ben collaudata e che continua a mantenersi bene (sempre esaminando i dati finanziari, si vedrà che Apple ha veduto più Mac rispetto al trimestre anteriore e rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso). È logico concentrare i propri sforzi sul nuovo, per renderlo ancor più robusto e competitivo (o meglio, per aumentare ancor più il divario con una concorrenza –– diciamolo –– abbastanza confusa e ridicola), mentre il ‘vecchio’ Mac continua a sostenersi con le proprie gambe.

Sono certo che arriverà un momento in cui Apple lascerà riposare sugli allori la piattaforma iOS e tornerà a rinvigorire il Mac con qualche nuova tecnologia. E anche qui, non bisogna pensare che dentro Apple la ricerca su Mac e sugli iDispositivi (dal punto di vista dell’hardware e del software) proceda a compartimenti stagni. In tempi non sospetti già sostenevo che i percorsi di Mac OS X e iOS avrebbero finito con il convergere in qualche modo, e quel poco di Mac OS X 10.7 che si è visto lo scorso 20 ottobre non ha fatto altro che confermare la mia teoria.

Concludendo: state tranquilli, in questo momento se c’è un’azienda in grado di non spararsi in un piede è proprio Apple.

Flash-free: further observations

Software

The Flash removal process keeps going on in my humble Mac abode. Earlier today, I applied the same procedure outlined here on my PowerMac G4 Cube with Mac OS X 10.4.11 and my blueberry clamshell iBook G3/300 with Mac OS X 10.3.9. Here’s a brief report and some observations.

On the G4 Cube with Mac OS X 10.4.11 and Safari 4.1.2 everything went as expected. Safari’s behaviour has improved a bit. I can’t say why technically, and I’m sure it’s not auto-suggestion, but the browser feels faster in loading any kind of page, whether it comes with Flash elements or not. Probably it has to do with less CPU and RAM consumption — the whole browser interface seems less sluggish and more responsive. The situation is similar to my MacBook Pro with Snow Leopard and Safari 5.0.2. On pages with Flash content, I get empty boxes with the “Missing plug-in” label. If a site offers HTML5 videos, the Develop > User Agent > Mobile Safari 3.2.2 — iPad command does the trick and, for example, YouTube and Vimeo videos get to play, although with the hiccups and difficulty you expect from a modest 450 MHz G4 processor. Safari 4.1.2 doesn’t support extensions, and there’s no Google Chrome for the PowerPC architecture, so there is no way to access Flash content of any kind unless I put the plug-ins I moved back in place. I’m happy this way, though: Flash content could slow down the Cube a lot, and more than once I had to force-quit Safari to regain control of the machine.

On the iBook G3/300 with Mac OS X 10.3.9 the results were interesting. Due to the small amount of free disk space, I have installed only a few essential tools on the iBook. The only two browsers are Safari 1.3.2 and Opera 10.10 (the last version of Opera that supports Mac OS X Panther and the most modern option if you want a good Web browsing experience under Panther and with a G3 Mac). When I tried to access some YouTube pages in Safari with Flash disabled, I got this warning:

Safari 1.3.2 warning

Safari 1.3.2 under Mac OS X 10.3.9 sends this warning before loading the page.

After clicking on OK and dismissing the dialog box, Safari crashed. This behaviour has proved to be reproducible so far. Opening the same pages with Opera 10.10, instead, didn’t raise any issues. The YouTube page of the same video was rendered correctly and instead of the video I got this black box with the warning to update Adobe Flash Player:

Opera 10.10 and missing Flash plug-in

Missing Flash plug-in warning in Opera 10.10 under Mac OS X 10.3.9

On WebKit-based applications like NetNewsWire, when I loaded a news article containing Flash video, a dimmed still image was displayed instead of the Flash content. Quite elegant, I’d say:

NetNewsWire and missing Flash plug-in

How NetNewsWire 2.1.5 under Mac OS X Panther displays Flash videos after removing all Flash-related plug-ins.

Despite Safari’s problems with the missing Flash plug-ins, I have noticed that both Safari and Opera on the iBook G3 seem to load pages faster and feel snappier than before. On a G3 machine with 288 MB RAM and less than 1 GB of free disk space, you definitely notice any small performance improvement.

* * *

Recently I read a comment somewhere that this Flash-free attitude looks a bit too over-the-top: In the end, the commenter said, there was nothing ‘wrong’ and everyone was fine with Flash until Apple started not supporting it in its iOS devices, hence this recent anti-Flash crusade which seems a little ridiculous.

I can only say in response that I’ve always disliked Flash even before it became an Adobe product, I have always criticised its abuse and misuse on the Web, and I’ve wanted to remove it from my Macs for a long time, only I wasn’t completely sure on what to remove, so I choose to adopt Flash-blocking plug-ins from the start. If this ‘crusade’ is going to lead to a quicker Flash demise, frankly I couldn’t be happier, since I have very rarely found interesting or amazing content made with Flash on the Web. What I have seen are lots of unnecessary introductions to sites, lots of annoying advertisements, and very limited accessibility in websites 90% made with Flash. On the contrary, a lot of what I’ve seen of HTML5 so far is better than Flash in so many ways. We’ve come to a point in which the only Flash supporters are those whose work greatly depend on it and seem incapable of moving on.