iMovie ’11 e il pannello Bordato

Mele e appunti

Ovvero, l’ennesima sciocchezza nella localizzazione di un’interfaccia

Nell’immagine qui sotto potete vedere, e riconoscere, una delle novità di iMovie ‘11, cioè la finestra a pannelli necessaria per iniziare a impostare un trailer cinematografico. Il pannello in evidenza è Outline. Ora, Outline è uno dei tanti termini inglesi che possono tradursi in mille modi a seconda del contesto. Qui è evidente che la traduzione più appropriata è Schema o Struttura, visto che raccoglie tutta una serie di dati necessari al trailer.

Sapete invece come è stato localizzato? Così:

Bordato! Bordato non significa nulla qui. Outline si può tradurre Bordato quando si parla di stili di font (tondo, grassetto, corsivo, sottolineato, ombreggiato, bordato…). Evidentemente lo hanno tradotto gli stessi signori (o le stesse macchine) che hanno tradotto quest’altra perla.

Dai, Apple. Se ti serve un consulente per la localizzazione italiana io sono qui…


Citazione: Lev Grossman

Mele e appunti

Facebook si basa su un modello molto rigido e grossolano di come sono le persone. Raduna tutti in un’unica grande stanza: amici, colleghi, partner, quel tizio che viveva nel vostro quartiere ma che poi si è trasferito dopo la quinta elementare… Fonde insieme la vostra identità di lavoro con l’identità domestica, il vostro io di ieri con quello di oggi, in un singolo, generico, prodotto estruso. Sospende quel processo naturale per cui i vecchi amici si allontanano col tempo, permettendo il loro continuo accumularsi, producendo il corrispettivo sociale dell’insufficienza epatica. Su Facebook esiste solo un tipo di rapporto: l’amicizia, che intrattenete con chiunque. Siete amici del vostro coniuge, e siete amici del vostro idraulico.

Dal profilo su Mark Zuckerberg per Time di Lev Grossman (traduzione del frammento: Riccardo Mori)

Lezioni del 2010

Mele e appunti

Il 2010: un anno tutto sommato importante

In questi giorni di vacanza (e di influenza) ho avuto modo di ripensare all’anno appena trascorso, che avevo fretta di buttarmi alle spalle perché per molti versi mi ha lasciato l’amaro in bocca. Poi, ricordando una serie di eventi e riconsiderando certi aspetti a mente fredda, devo dire che il 2010 ha avuto una certa importanza sotto il profilo personale e lavorativo. È stato un anno di transizione, fra il caos del 2009 e quello che spero sia l’ordine e il vigore del 2011. Ecco, in ordine davvero sparso, alcune delle ‘lezioni’ che mi ha dato il 2010.

  1. Da un punto di vista professionale, ho avuto nuovamente conferma del carattere di precarietà che contraddistingue attività freelance come la mia. Si cerca sempre di trovare collaborazioni continuative, di instaurare rapporti di fiducia e quindi duraturi con i clienti, ma la realtà delle cose (specialmente nell’attuale panorama economico) è che bisogna vivere ogni commissione come se fosse l’ultima. In altre parole, mai sedersi sugli allori, e se una collaborazione diventa qualcosa di duraturo, considerarla l’eccezione e non la regola. A parole è facile, e forse ovvio; il problema è che quando si instaura una collaborazione di lavoro che richiede molto tempo e molta priorità, rimane poco tempo per promuoversi e per procacciarsi altri clienti. E se una collaborazione si interrompe abbastanza bruscamente, ci si ritrova sempre un po’ spiazzati.
  2. Parlando di collaborazioni interrotte, il 2010 è stato l’anno in cui ho purtroppo smesso di occuparmi ufficialmente della traduzione della newsletter Crypto-Gram di Bruce Schneier, che tratta di sicurezza e di crittografia. O almeno, ha smesso di essere un lavoro retribuito dopo nove anni filati in cui l’ho curata per Communication Valley SpA. Se potessi permettermelo, continuerei volentieri a mettere Crypto-Gram a disposizione per il pubblico italiano, ma nella mia situazione attuale non posso fare questo lavoro gratuitamente. Crypto-Gram in Italiano, quindi, è sempre alla ricerca di uno sponsor.
  3. Il 2010 è stato l’anno in cui più ho sofferto la mancanza di tempo e ispirazione per la scrittura creativa. Nei propositi che avevo riassunto a fine 2009 mi ero riproposto di coltivarla maggiormente nel 2010, e non vi sono riuscito con la determinazione che speravo; qualche passo avanti c’è stato, ma i risultati sono stati molto al di sotto delle aspettative. Anche qui, nell’oscurità generale ho almeno intravisto una possibile direzione, che conto di seguire in questo 2011.
  4. Nel 2010 ho ripreso contatto con alcune persone che hanno avuto un ruolo importante nella mia vita. Mi sono reso conto che certe derive esistenziali (quei movimenti che allontanano le persone, che le portano a non rinnovare il contatto fra loro come prima, che le portano a perdersi di vista) non sono così incontrollabili e irreversibili come sembrano. Mi sono reso conto che è fantastico poter interagire con persone simpatiche e compatibili attraverso gli strumenti di comunicazione forniti da Internet, ma che al tempo stesso si finisce per trascurare persone che ci sono state vicine in momenti cruciali della nostra vita, amici presenti in carne e ossa, non come messaggi elettronici su una bacheca virtuale. Come ho ripreso i contatti? Non mi sono certo iscritto a Facebook ‘perché tanto c’è tutto il mondo lì’. Ho semplicemente preso carta e penna e scritto una breve lettera all’ultimo loro indirizzo in mio possesso, allegando per comodità un mio indirizzo email nel caso fossero interessati a riprendere il contatto e la corrispondenza. A fine 2009 mi proponevo di concentrarmi sulle cose importanti per il 2010. Sotto questo aspetto sono abbastanza soddisfatto, e intendo proseguire così in futuro.
  5. Lungo tutto il corso del 2010, sono arrivato alla conclusione che i ‘gruppi di discussione’ in lingua italiana (almeno limitatamente alla mia esperienza diretta) sono una enorme, colossale, fantasmagorica perdita di tempo. Lo scorso ottobre ho raccolto alcune considerazioni in questo post su Autoritratto con Mele e appunti. Mi sono reso conto di quanto tempo ed energie ho sprecato nel seguire discussioni che non andavano da nessuna parte, e mi sono reso conto di quanto, a volte, mi sono lasciato avvelenare l’umore da certa ignoranza e ottusità a cui francamente non c’è rimedio, non importa quanto uno sia idealista e fiducioso nel confronto pacato e razionale. Fossero discussioni di metafisica e filosofia ad alto livello, fra gruppi di intellettuali che possono influenzare il pensiero occidentale, il gioco varrebbe forse la candela. Ma un manipolo di utenti Mac ognuno con le proprie fisime e la propria ristrettissima, personalissima, inconciliabile visione del mondo tecnologico di oggi? No, grazie. Era da un po’ che pensavo di chiamarmi fuori da certi ambienti; non lo facevo perché, ottimisticamente, cercavo di vederne un’utilità anche minima; cercavo di separare il grano dal loglio e ricavarne alcune informazioni utili e, perché no?, qualche spunto da sviluppare poi nei miei blog, ma alla fine ho risolto: non ne vale la pena.
  6. Per continuare in linea con il punto precedente: ho notato un generale decadimento delle discussioni sul Web a qualsiasi livello. Più gli strumenti che abbiamo in mano oggi offrono incredibili possibilità comunicative, più (paradossalmente) li sprechiamo senza pietà. Il risultato è una sensibile perdita di spessore dei dibattiti. Sembra che le persone non abbiano più la voglia o la capacità di articolare il proprio pensiero al di là di due-tre frasi smozzicate. Cercare di opporsi a questa tendenza è un’impresa titanica e sicuramente fuori dalla mia povera portata. Non posso cambiare nulla su vasta scala, posso solo proporre un dibattito intelligente e articolato nel mio piccolo e nel mio intorno. Quindi un’altra lezione appresa nel 2010 è quella di lasciar perdere e non farsi invischiare in discussioni inutili. Il tempo è mio, il tempo è prezioso, c’è sicuramente qualcosa di meglio da fare che stare appiccicati allo schermo del computer leggendo gente che scrive ma che dà prova di non leggere a sua volta.
  7. Il 2010 è stato, fra le altre cose, l’anno dell’iPad. Avessi potuto, l’avrei acquistato il primo giorno di disponibilità. Invece niente, e l’effetto collaterale è stato per me un aumento dell’interesse e dell’utilizzo (già elevati) dei miei Newton. Ai miei MessagePad 2100 ed eMate 300 si è da poco aggiunto un Original MessagePad (ossia il primo Newton, anno 1993), il quale, con l’aggiunta di un’apposita custodia e di qualche software essenziale, è diventato uno strumento che mi porto sempre in giro, oltre al buon vecchio iPhone 3G. Qual è la lezione? La lezione è che — a parte il discorso economico — non è obbligatorio buttarsi sempre e comunque sul nuovo dispositivo, anche se è un prodotto ben fatto e marcato Apple. Spesso (e oggi più che mai) ci si ostina a vedere quel che manca, e si perde di vista quel che già si possiede. A molte persone i Newton sembreranno oggetti curiosi e obsoleti; hanno indubbiamente dei limiti hardware e tecnologici, ma con il giusto corredo software sono ancora in grado di svolgere molti compiti egregiamente. Il MessagePad 2100 è finora l’unico tablet su cui posso scrivere una nota a penna, come su un normale blocco di appunti, e vederla riconosciuta, e con quattro pile alcaline ho un’autonomia che molti dispositivi di oggi non riescono a eguagliare. No, non è un iPad, ovvio. D’altro canto l’iPad non è un Newton…
  8. Il 2010 pare essere stato anche l’anno del libro elettronico e degli e‑reader. Come volevasi dimostrare, per me è stato l’anno del ritrovamento della passione per i libri di carta. Non voglio riaprire la questione ‘meglio un libro di carta o un eBook’, ma una cosa devo dirla: che bellezza tornare a cacciare fra i libri usati e nei fondi di magazzino (specie avendo accesso a una biblioteca), scoprire saggi letterari di qualità perduti in antologie passate inosservate, trovare qualche esemplare Penguin degli anni Sessanta ancora in buono stato e con quel profumo particolare di cantina. Più vado avanti, più mi accorgo che i libri di carta e quelli elettronici sembrano destinati a non avere punti in comune. Se un eBook ha dalla sua una certa praticità, un peso immateriale (attributi che spesso non hanno nemmeno i libri cosiddetti tascabili), dall’altro manca di bellezza, di design tipografico, manca di quella fisicità caratteristica di un libro vero e proprio, un libro che invecchia insieme a noi, che può racchiudere segni, note, ricordi o tramutarsi esso stesso in segno, in ricordo. Insomma, non sempre la praticità è un asso pigliatutto, per così dire.
  9. Per finire — altro per ora non mi sovviene — e continuando sulla linea del punto precedente: fare il backup di tutte le informazioni davvero importanti. Tenere copie locali, non solo sincronizzate attraverso la ‘nuvola’. L’immateriale è pratico, non occupa spazio se non su dischi rigidi e supporti affini, ma al tempo stesso richiede attenzioni costanti, come le piante. I libri di carta, i dischi, i CD, i DVD, i quaderni d’appunti e quant’altro saranno pure oggetti sempre più obsoleti, ingombranti, e di cui molta gente è pronta a liberarsi senza pensarci due volte, ma richiedono molta meno attenzione e attività da parte nostra per preservarne i contenuti. Hot Rats, di Frank Zappa, è il primo CD che acquistai nel 1987, prima ancora di avere un lettore CD. L’ho ascoltato due settimane fa, e dopo 23 anni dall’acquisto è ancora integro e leggibile. I file AAC che compro su iTunes o gli MP3 che scarico da Internet (dove è lecito), invece, devo conservarli con cura, passandoli da supporto a supporto per evitare che un improvviso guasto hardware li comprometta. Tuttavia, visto che il futuro sembra avvantaggiare l’immateriale, il consiglio finale è sempre quello: backup, backup, backup!

La lezione forse più essenziale, comunque, è quella di non fare propositi per il nuovo anno. Felice 2011 a tutti.

To fix what is not broken

Software

For my work and for expanding my English vocabulary, I have installed on my iPhone a few apps of the Reference category, specifically dictionaries and thesauri. Among these, I have always appreciated the Dictionary.com app, an English dictionary and thesaurus that has been a pleasure to use thanks to its fast performance and its easy-to-read and easy-to-navigate interface. Speed, functionality and readability have been the three top reasons why I’ve frequently relied on this app more than others for my searches, and why I’ve recommended it to others (and yes, it’s also free).

I’m speaking in the past tense because since the latest update (3.0) all those good things have disappeared, at least for me. With version 3.0, in fact, the application has been redesigned and given new features — some of them of questionable usefulness, but this is ultimately a matter of personal taste and habits, so I’ll spare you the excursus.

Here are some screenshots of the old and new interface. I had to search the Web for the screenshots of the old interface, so I apologise if they are of a lesser quality.

Dictionary App old interface

Dictionary.com App’s old design. Thesaurus screen on the left, Dictionary screen on the right

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Dictionary App new interface

Dictionary.com App’s new design. Dictionary screen on the left, Thesaurus screen on the right

Again, I’m sure there are some people who love the new design, because it looks more polished and sophisticated. However, I find the bottom row of buttons to be less elegant and readable; the old design was more in tune with the standard Apple UI, it was more contrasted and readable. Perhaps it’s just my eyes and colour perception, but I find these new colours to be a much poorer choice (see especially the active state of a button). Switching back and forth from the Dictionary to the Thesaurus was also better executed in the old design, in my opinion. The Dictionary/Thesaurus switch button in the new design has a quirky placement and looks like an afterthought. You’ll also notice that in the old design, much more room was given to a word’s definition. In the example above, you can read the definition for perfection almost in its entirety, while the new design shows more (unnecessary) chrome.

The Recent feature is gone, now replaced by a History of the terms you’ve searched that appears when you perform a new search. Once again, I find word lists to be more readable in the old design:

Dictionary App old Recent feature

The old design’s Recent feature

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Dictionary Search new design

The new Dictionary.com App’s design makes word lists a bit more difficult to read, at least for me

But the major disappointment is the general performance and overall feel. The app takes longer to launch and feels much more sluggish than before. True, I’m on an iPhone 3G, but a well optimised app should work at an acceptable speed even on an ‘old’ iPhone such as mine. And what’s more, the app was faster before. Another thing I’ve noticed regarding the general feel: I’m no programmer, but the old version felt like a native iPhone app, while this new one feels like a Web application or an app that has been completely rewritten using Adobe’s Flash technology.

After noticing all these things, I couldn’t help but write a feedback email (there’s a convenient ‘Feedback’ button inside the app). I ended my message with these words:

I really don’t understand this urge to fix what is not broken. I guess I’ll have to look somewhere else to find what this app used to do for me.

And I found a very decent substitute: the Merriam-Webster Dictionary (free edition). In the end I think that a Dictionary application shouldn’t focus on bells and whistles, but ought to be a fast, no-nonsense tool, easy to use and with a clear, simple, readable interface. Just take a look at the interfaces of three other dictionary apps I have installed and am now using pretty frequently, and you’ll see what I mean.

Advanced English Dictionary & Thesaurus

Advanced English Dictionary & Thesaurus – elegant, simple interface

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Terminology Ph

Terminology Ph – a pleasing, easy-to-read interface, with good typography

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Merriam-Webster Dictionary

Merriam-Webster Dictionary – its interface is very similar to the old Dictionary.com App. It also has a fullscreen mode for better readability

Pure Reader

Mele e appunti

Le estensioni per i browser non mi hanno mai appassionato. Sì, possono essere utili. Sì, possono offrire comode funzionalità direttamente nel browser. Sì, è giusto che un browser sia estensibile in questo modo. Nel breve periodo in cui Firefox è stato il mio browser principale, mi sono fatto momentaneamente prendere dalla febbre dell’estensione, passando ore a sfogliare l’ormai immensa biblioteca di estensioni a disposizione. Installa questa, installa quella, guarda questa che carina, troppo utile quell’altra… E mi sono ritrovato con un browser farcito di codice extra, un po’ più imbolsito e rallentato, decisamente più soggetto a imprevisti e a chiusure inaspettate. Mai più, mi son detto.

Una delle tante cose che mi sono sempre piaciute di Safari era (eresia!) il mancato supporto delle estensioni. Adesso anche Safari è estensibile, e mentre io continuo a tenerlo a dieta (estensioni disabilitate), non vuol dire che altri debbano farlo. E del resto un occhio alle estensioni di qualità è sempre bene tenerlo aperto.

Per questo motivo consiglio Pure Reader di Na Wong a tutti coloro che seguono i propri feed RSS preferiti utilizzando l’interfaccia Web di Google Reader invece di un’applicazione specifica. Pure Reader è un’estensione che abbellisce in maniera sorprendente l’interfaccia Web di Google Reader, rendendola più elegante e funzionale. Nata originariamente per Safari, ne è stato fatto il porting anche per Firefox e Chrome, inoltre è possibile scaricarne lo script per Greasemonkey ed è sempre possibile scaricarsi e modificarsi a mano il file CSS per personalizzarlo a piacere.

Se non fossi estremamente soddisfatto della beta di Reeder per Mac, questa sarebbe probabilmente l’unica estensione di Safari che installerei.