Citazione: Lev Grossman

Mele e appunti

Facebook si basa su un modello molto rigido e grossolano di come sono le persone. Raduna tutti in un’unica grande stanza: amici, colleghi, partner, quel tizio che viveva nel vostro quartiere ma che poi si è trasferito dopo la quinta elementare… Fonde insieme la vostra identità di lavoro con l’identità domestica, il vostro io di ieri con quello di oggi, in un singolo, generico, prodotto estruso. Sospende quel processo naturale per cui i vecchi amici si allontanano col tempo, permettendo il loro continuo accumularsi, producendo il corrispettivo sociale dell’insufficienza epatica. Su Facebook esiste solo un tipo di rapporto: l’amicizia, che intrattenete con chiunque. Siete amici del vostro coniuge, e siete amici del vostro idraulico.

Dal profilo su Mark Zuckerberg per Time di Lev Grossman (traduzione del frammento: Riccardo Mori)

Lezioni del 2010

Mele e appunti

Il 2010: un anno tutto sommato importante

In questi giorni di vacanza (e di influenza) ho avuto modo di ripensare all’anno appena trascorso, che avevo fretta di buttarmi alle spalle perché per molti versi mi ha lasciato l’amaro in bocca. Poi, ricordando una serie di eventi e riconsiderando certi aspetti a mente fredda, devo dire che il 2010 ha avuto una certa importanza sotto il profilo personale e lavorativo. È stato un anno di transizione, fra il caos del 2009 e quello che spero sia l’ordine e il vigore del 2011. Ecco, in ordine davvero sparso, alcune delle ‘lezioni’ che mi ha dato il 2010.

  1. Da un punto di vista professionale, ho avuto nuovamente conferma del carattere di precarietà che contraddistingue attività freelance come la mia. Si cerca sempre di trovare collaborazioni continuative, di instaurare rapporti di fiducia e quindi duraturi con i clienti, ma la realtà delle cose (specialmente nell’attuale panorama economico) è che bisogna vivere ogni commissione come se fosse l’ultima. In altre parole, mai sedersi sugli allori, e se una collaborazione diventa qualcosa di duraturo, considerarla l’eccezione e non la regola. A parole è facile, e forse ovvio; il problema è che quando si instaura una collaborazione di lavoro che richiede molto tempo e molta priorità, rimane poco tempo per promuoversi e per procacciarsi altri clienti. E se una collaborazione si interrompe abbastanza bruscamente, ci si ritrova sempre un po’ spiazzati.
  2. Parlando di collaborazioni interrotte, il 2010 è stato l’anno in cui ho purtroppo smesso di occuparmi ufficialmente della traduzione della newsletter Crypto-Gram di Bruce Schneier, che tratta di sicurezza e di crittografia. O almeno, ha smesso di essere un lavoro retribuito dopo nove anni filati in cui l’ho curata per Communication Valley SpA. Se potessi permettermelo, continuerei volentieri a mettere Crypto-Gram a disposizione per il pubblico italiano, ma nella mia situazione attuale non posso fare questo lavoro gratuitamente. Crypto-Gram in Italiano, quindi, è sempre alla ricerca di uno sponsor.
  3. Il 2010 è stato l’anno in cui più ho sofferto la mancanza di tempo e ispirazione per la scrittura creativa. Nei propositi che avevo riassunto a fine 2009 mi ero riproposto di coltivarla maggiormente nel 2010, e non vi sono riuscito con la determinazione che speravo; qualche passo avanti c’è stato, ma i risultati sono stati molto al di sotto delle aspettative. Anche qui, nell’oscurità generale ho almeno intravisto una possibile direzione, che conto di seguire in questo 2011.
  4. Nel 2010 ho ripreso contatto con alcune persone che hanno avuto un ruolo importante nella mia vita. Mi sono reso conto che certe derive esistenziali (quei movimenti che allontanano le persone, che le portano a non rinnovare il contatto fra loro come prima, che le portano a perdersi di vista) non sono così incontrollabili e irreversibili come sembrano. Mi sono reso conto che è fantastico poter interagire con persone simpatiche e compatibili attraverso gli strumenti di comunicazione forniti da Internet, ma che al tempo stesso si finisce per trascurare persone che ci sono state vicine in momenti cruciali della nostra vita, amici presenti in carne e ossa, non come messaggi elettronici su una bacheca virtuale. Come ho ripreso i contatti? Non mi sono certo iscritto a Facebook ‘perché tanto c’è tutto il mondo lì’. Ho semplicemente preso carta e penna e scritto una breve lettera all’ultimo loro indirizzo in mio possesso, allegando per comodità un mio indirizzo email nel caso fossero interessati a riprendere il contatto e la corrispondenza. A fine 2009 mi proponevo di concentrarmi sulle cose importanti per il 2010. Sotto questo aspetto sono abbastanza soddisfatto, e intendo proseguire così in futuro.
  5. Lungo tutto il corso del 2010, sono arrivato alla conclusione che i ‘gruppi di discussione’ in lingua italiana (almeno limitatamente alla mia esperienza diretta) sono una enorme, colossale, fantasmagorica perdita di tempo. Lo scorso ottobre ho raccolto alcune considerazioni in questo post su Autoritratto con Mele e appunti. Mi sono reso conto di quanto tempo ed energie ho sprecato nel seguire discussioni che non andavano da nessuna parte, e mi sono reso conto di quanto, a volte, mi sono lasciato avvelenare l’umore da certa ignoranza e ottusità a cui francamente non c’è rimedio, non importa quanto uno sia idealista e fiducioso nel confronto pacato e razionale. Fossero discussioni di metafisica e filosofia ad alto livello, fra gruppi di intellettuali che possono influenzare il pensiero occidentale, il gioco varrebbe forse la candela. Ma un manipolo di utenti Mac ognuno con le proprie fisime e la propria ristrettissima, personalissima, inconciliabile visione del mondo tecnologico di oggi? No, grazie. Era da un po’ che pensavo di chiamarmi fuori da certi ambienti; non lo facevo perché, ottimisticamente, cercavo di vederne un’utilità anche minima; cercavo di separare il grano dal loglio e ricavarne alcune informazioni utili e, perché no?, qualche spunto da sviluppare poi nei miei blog, ma alla fine ho risolto: non ne vale la pena.
  6. Per continuare in linea con il punto precedente: ho notato un generale decadimento delle discussioni sul Web a qualsiasi livello. Più gli strumenti che abbiamo in mano oggi offrono incredibili possibilità comunicative, più (paradossalmente) li sprechiamo senza pietà. Il risultato è una sensibile perdita di spessore dei dibattiti. Sembra che le persone non abbiano più la voglia o la capacità di articolare il proprio pensiero al di là di due-tre frasi smozzicate. Cercare di opporsi a questa tendenza è un’impresa titanica e sicuramente fuori dalla mia povera portata. Non posso cambiare nulla su vasta scala, posso solo proporre un dibattito intelligente e articolato nel mio piccolo e nel mio intorno. Quindi un’altra lezione appresa nel 2010 è quella di lasciar perdere e non farsi invischiare in discussioni inutili. Il tempo è mio, il tempo è prezioso, c’è sicuramente qualcosa di meglio da fare che stare appiccicati allo schermo del computer leggendo gente che scrive ma che dà prova di non leggere a sua volta.
  7. Il 2010 è stato, fra le altre cose, l’anno dell’iPad. Avessi potuto, l’avrei acquistato il primo giorno di disponibilità. Invece niente, e l’effetto collaterale è stato per me un aumento dell’interesse e dell’utilizzo (già elevati) dei miei Newton. Ai miei MessagePad 2100 ed eMate 300 si è da poco aggiunto un Original MessagePad (ossia il primo Newton, anno 1993), il quale, con l’aggiunta di un’apposita custodia e di qualche software essenziale, è diventato uno strumento che mi porto sempre in giro, oltre al buon vecchio iPhone 3G. Qual è la lezione? La lezione è che — a parte il discorso economico — non è obbligatorio buttarsi sempre e comunque sul nuovo dispositivo, anche se è un prodotto ben fatto e marcato Apple. Spesso (e oggi più che mai) ci si ostina a vedere quel che manca, e si perde di vista quel che già si possiede. A molte persone i Newton sembreranno oggetti curiosi e obsoleti; hanno indubbiamente dei limiti hardware e tecnologici, ma con il giusto corredo software sono ancora in grado di svolgere molti compiti egregiamente. Il MessagePad 2100 è finora l’unico tablet su cui posso scrivere una nota a penna, come su un normale blocco di appunti, e vederla riconosciuta, e con quattro pile alcaline ho un’autonomia che molti dispositivi di oggi non riescono a eguagliare. No, non è un iPad, ovvio. D’altro canto l’iPad non è un Newton…
  8. Il 2010 pare essere stato anche l’anno del libro elettronico e degli e‑reader. Come volevasi dimostrare, per me è stato l’anno del ritrovamento della passione per i libri di carta. Non voglio riaprire la questione ‘meglio un libro di carta o un eBook’, ma una cosa devo dirla: che bellezza tornare a cacciare fra i libri usati e nei fondi di magazzino (specie avendo accesso a una biblioteca), scoprire saggi letterari di qualità perduti in antologie passate inosservate, trovare qualche esemplare Penguin degli anni Sessanta ancora in buono stato e con quel profumo particolare di cantina. Più vado avanti, più mi accorgo che i libri di carta e quelli elettronici sembrano destinati a non avere punti in comune. Se un eBook ha dalla sua una certa praticità, un peso immateriale (attributi che spesso non hanno nemmeno i libri cosiddetti tascabili), dall’altro manca di bellezza, di design tipografico, manca di quella fisicità caratteristica di un libro vero e proprio, un libro che invecchia insieme a noi, che può racchiudere segni, note, ricordi o tramutarsi esso stesso in segno, in ricordo. Insomma, non sempre la praticità è un asso pigliatutto, per così dire.
  9. Per finire — altro per ora non mi sovviene — e continuando sulla linea del punto precedente: fare il backup di tutte le informazioni davvero importanti. Tenere copie locali, non solo sincronizzate attraverso la ‘nuvola’. L’immateriale è pratico, non occupa spazio se non su dischi rigidi e supporti affini, ma al tempo stesso richiede attenzioni costanti, come le piante. I libri di carta, i dischi, i CD, i DVD, i quaderni d’appunti e quant’altro saranno pure oggetti sempre più obsoleti, ingombranti, e di cui molta gente è pronta a liberarsi senza pensarci due volte, ma richiedono molta meno attenzione e attività da parte nostra per preservarne i contenuti. Hot Rats, di Frank Zappa, è il primo CD che acquistai nel 1987, prima ancora di avere un lettore CD. L’ho ascoltato due settimane fa, e dopo 23 anni dall’acquisto è ancora integro e leggibile. I file AAC che compro su iTunes o gli MP3 che scarico da Internet (dove è lecito), invece, devo conservarli con cura, passandoli da supporto a supporto per evitare che un improvviso guasto hardware li comprometta. Tuttavia, visto che il futuro sembra avvantaggiare l’immateriale, il consiglio finale è sempre quello: backup, backup, backup!

La lezione forse più essenziale, comunque, è quella di non fare propositi per il nuovo anno. Felice 2011 a tutti.

To fix what is not broken

Software

For my work and for expanding my English vocabulary, I have installed on my iPhone a few apps of the Reference category, specifically dictionaries and thesauri. Among these, I have always appreciated the Dictionary.com app, an English dictionary and thesaurus that has been a pleasure to use thanks to its fast performance and its easy-to-read and easy-to-navigate interface. Speed, functionality and readability have been the three top reasons why I’ve frequently relied on this app more than others for my searches, and why I’ve recommended it to others (and yes, it’s also free).

I’m speaking in the past tense because since the latest update (3.0) all those good things have disappeared, at least for me. With version 3.0, in fact, the application has been redesigned and given new features — some of them of questionable usefulness, but this is ultimately a matter of personal taste and habits, so I’ll spare you the excursus.

Here are some screenshots of the old and new interface. I had to search the Web for the screenshots of the old interface, so I apologise if they are of a lesser quality.

Dictionary App old interface

Dictionary.com App’s old design. Thesaurus screen on the left, Dictionary screen on the right

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Dictionary App new interface

Dictionary.com App’s new design. Dictionary screen on the left, Thesaurus screen on the right

Again, I’m sure there are some people who love the new design, because it looks more polished and sophisticated. However, I find the bottom row of buttons to be less elegant and readable; the old design was more in tune with the standard Apple UI, it was more contrasted and readable. Perhaps it’s just my eyes and colour perception, but I find these new colours to be a much poorer choice (see especially the active state of a button). Switching back and forth from the Dictionary to the Thesaurus was also better executed in the old design, in my opinion. The Dictionary/Thesaurus switch button in the new design has a quirky placement and looks like an afterthought. You’ll also notice that in the old design, much more room was given to a word’s definition. In the example above, you can read the definition for perfection almost in its entirety, while the new design shows more (unnecessary) chrome.

The Recent feature is gone, now replaced by a History of the terms you’ve searched that appears when you perform a new search. Once again, I find word lists to be more readable in the old design:

Dictionary App old Recent feature

The old design’s Recent feature

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Dictionary Search new design

The new Dictionary.com App’s design makes word lists a bit more difficult to read, at least for me

But the major disappointment is the general performance and overall feel. The app takes longer to launch and feels much more sluggish than before. True, I’m on an iPhone 3G, but a well optimised app should work at an acceptable speed even on an ‘old’ iPhone such as mine. And what’s more, the app was faster before. Another thing I’ve noticed regarding the general feel: I’m no programmer, but the old version felt like a native iPhone app, while this new one feels like a Web application or an app that has been completely rewritten using Adobe’s Flash technology.

After noticing all these things, I couldn’t help but write a feedback email (there’s a convenient ‘Feedback’ button inside the app). I ended my message with these words:

I really don’t understand this urge to fix what is not broken. I guess I’ll have to look somewhere else to find what this app used to do for me.

And I found a very decent substitute: the Merriam-Webster Dictionary (free edition). In the end I think that a Dictionary application shouldn’t focus on bells and whistles, but ought to be a fast, no-nonsense tool, easy to use and with a clear, simple, readable interface. Just take a look at the interfaces of three other dictionary apps I have installed and am now using pretty frequently, and you’ll see what I mean.

Advanced English Dictionary & Thesaurus

Advanced English Dictionary & Thesaurus – elegant, simple interface

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Terminology Ph

Terminology Ph – a pleasing, easy-to-read interface, with good typography

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Merriam-Webster Dictionary

Merriam-Webster Dictionary – its interface is very similar to the old Dictionary.com App. It also has a fullscreen mode for better readability

Pure Reader

Mele e appunti

Le estensioni per i browser non mi hanno mai appassionato. Sì, possono essere utili. Sì, possono offrire comode funzionalità direttamente nel browser. Sì, è giusto che un browser sia estensibile in questo modo. Nel breve periodo in cui Firefox è stato il mio browser principale, mi sono fatto momentaneamente prendere dalla febbre dell’estensione, passando ore a sfogliare l’ormai immensa biblioteca di estensioni a disposizione. Installa questa, installa quella, guarda questa che carina, troppo utile quell’altra… E mi sono ritrovato con un browser farcito di codice extra, un po’ più imbolsito e rallentato, decisamente più soggetto a imprevisti e a chiusure inaspettate. Mai più, mi son detto.

Una delle tante cose che mi sono sempre piaciute di Safari era (eresia!) il mancato supporto delle estensioni. Adesso anche Safari è estensibile, e mentre io continuo a tenerlo a dieta (estensioni disabilitate), non vuol dire che altri debbano farlo. E del resto un occhio alle estensioni di qualità è sempre bene tenerlo aperto.

Per questo motivo consiglio Pure Reader di Na Wong a tutti coloro che seguono i propri feed RSS preferiti utilizzando l’interfaccia Web di Google Reader invece di un’applicazione specifica. Pure Reader è un’estensione che abbellisce in maniera sorprendente l’interfaccia Web di Google Reader, rendendola più elegante e funzionale. Nata originariamente per Safari, ne è stato fatto il porting anche per Firefox e Chrome, inoltre è possibile scaricarne lo script per Greasemonkey ed è sempre possibile scaricarsi e modificarsi a mano il file CSS per personalizzarlo a piacere.

Se non fossi estremamente soddisfatto della beta di Reeder per Mac, questa sarebbe probabilmente l’unica estensione di Safari che installerei.

Innovare fuori dall'hardware

Mele e appunti

Premessa fuori tema

Le ultime due settimane mi hanno tenuto lontano dai blog per un improvviso accumulo di lavori da gestire in contemporanea; nel frattempo, Notational Velocity alla mano, sono andato raccogliendo appunti per tematiche da sviluppare in questa sede. Vorrei davvero avere il tempo necessario a far sedimentare tutte queste note, trasformarle in analisi organizzate ed esaurienti, e pubblicarle; mi tocca invece scrivere post relativamente di getto e a ‘pensare ad alta voce’, cosa che spero possiate perdonare.

Innovare la gente”

Passando al tema di questo post, il tutto scaturisce dal titolo di questa sezione, una nota molto sintetica che ho scritto verso l’alba una delle scorse notti, stremato dal lavoro, senza sonno e in reazione a una serie di letture online.

L’argomento scatenante, in fondo, è sempre quello: l’innovazione (tecnologica) e l’opinione di alcuni secondo cui Apple non innova più in ambito Mac da quando ha scelto di investire tutto nella piattaforma iOS. È una tematica ormai trita e ritrita, e la ritrovo un po’ ovunque. Se volete un esempio fresco e in italiano, basta leggere i commenti a questo post su Ping, il blog dell’amico Lucio Bragagnolo.

Sto maturando un punto di vista in proposito: nell’informatica di oggi l’hardware non ha più quel ruolo fondamentale che poteva avere qualche anno fa, quando imperversava la ‘guerra dei megahertz’ e gran parte del marketing dei costruttori di computer, Apple compresa, puntava sul mero discorso prestazionale. La guerra dei megahertz si è risolta per saturazione, e ora si continua a lavorare sulle prestazioni hardware per ottimizzare — l’efficienza conta più della velocità pura.

Da quando iPhone ha debuttato nel 2007, e soprattutto da quando iPhone ha avuto quel successo fragoroso che tutti abbiamo visto, quel che ho visto fare ad Apple è stata una progressiva ridefinizione (o ricalibrazione) del concetto di innovazione. Ricordate la ragion d’essere del primo Macintosh nel 1984? “Il computer per la gente comune”. Dal 1984 a oggi il Mac si è evoluto e reincarnato in generazioni di prodotti hardware sempre più potenti, sempre più eleganti. Più amichevoli delle controparti Windows e Linux, ma sempre intrappolati in un concetto di informatica personale tutto sommato vecchiotto. Un concetto che, lato software, propina la metafora della scrivania dell’ufficio; sul lato hardware ecco la corsa alla ‘potenza’ e alla ‘velocità’, le porte, le connessioni cablate, i supporti, ecc. Ripeto, malgrado un’interfaccia utente superiore ad altre piattaforme, malgrado la maggiore attenzione e il rispetto verso l’utente (cosa sconosciuta in Microsoft, per esempio, così come nelle varie aziende produttrici di PC), metto Apple nel calderone informatico che produce un grafico dove il computer è sempre più grande dell’utente.

Con il successo di iOS, per come la vedo io, l’innovazione di Apple è uscita dall’hardware — o perlomeno quello è l’intento. In questi ultimi anni è l’utente il centro dell’innovazione. L’efficienza conta più della velocità anche fuori dall’hardware: è questo il punto. Ecco quindi la creazione di dispositivi essenzialmente portatili il cui scopo primario è facilitare la vita di chi li usa. Se stessimo chiacchierando di persona, a questo punto uno alzerebbe la mano e mi farebbe notare che anche lo scopo primario del Mac è facilitare la vita di chi lo usa, e lo è sempre stato. Verissimo. Cos’è cambiato, allora? Sono cambiate un sacco di cose. Quella più importante, secondo me, è la realizzazione che è il computer a dover andar dietro alle persone e non viceversa. La piattaforma iOS fa esattamente questo: a nessuno importa (o dovrebbe importare) la velocità del processore di iPhone, iPod touch o iPad; la cosa importante è che ci sia un dispositivo così quando serve, che permetta di avere tutta una serie di informazioni quando servono e dove servono. Che aiuti a orientarsi se ci si ritrova ad aver sbagliato strada in città, o per andare in un certo posto dove non siamo mai stati prima; che serva a prendere un appunto veloce mentre si è in treno, tram, autobus; che serva a mandare un’email urgente quanto prima; che serva a ricevere email urgenti istantaneamente; potrei andare avanti con un sacco di altri esempi, ma ci siamo capiti.

La piattaforma iOS mette nuovamente l’accento sull’applicazione — e in maniera molto più efficace rispetto agli ultimi vent’anni di informatica. Applicazione ovviamente intesa come attività, come finalità specifica, non tanto come ‘programma del computer’. E mette l’accento su un aspetto troppo trascurato da decenni di informatica ‘ingegneristica’: la relazione uomo-macchina. Nei dispositivi iOS trovo un piglio più ‘umanistico’, un tentativo di riconciliare il rapporto uomo-computer. Un rapporto che è rimasto per molto tempo sostanzialmente freddo. Perché per molti imparare a convivere con il computer è un dovere e non un piacere, perché il computer ha sempre richiesto una certa curva di apprendimento e un adattamento alle proprie ‘leggi’, e chi ha ottenuto il massimo dal computer sono sempre stati i cosiddetti power user, gli utenti esperti in grado di risolvere da soli molti degli inghippi che continuano ad accadere quotidianamente durante l’uso della macchina.

Insomma, usare con profitto il computer ha sempre richiesto all’utente un minimo di studio e di comprensione di meccanismi e logiche che, diciamocelo, a volte sono piuttosto lontani dal senso comune, e sono così autoreferenziali che francamente non mi sento di biasimare chi rinuncia a volerli comprendere. Il computer deve essere uno strumento per facilitare le cose, non per complicarle. Il computer è sempre stato uno strumento potente, ma spesso e volentieri la sua potenza è stata dissipata dalla poca immediatezza, almeno agli occhi di molte persone.

Che piaccia o no, non si può negare che la piattaforma iOS, per la sua natura intrinseca, è riuscita ad avvicinare alla tecnologia una gran quantità di persone che hanno sempre guardato l’informatica in cagnesco. Ho visto con i miei occhi persone assolutamente non tecniche padroneggiare un iPhone o un iPad in pochissimo tempo; il successo che i dispositivi iOS hanno avuto con una fascia demografica notoriamente difficile per l’informatica (le persone sopra i 50 anni di età) è sorprendente.

Perché? Perché i dispositivi iOS sono facili da usare e ‘antropocentrici’: il Multi-touch è certamente innovazione hardware, ma è soprattutto un ritorno ai primordi dell’uomo: il toccare, il manipolare, attività che si sviluppano per prime fin da piccoli. Ritorna un’immediatezza perduta in decenni di interfacce uomo-macchina che sono sempre state un trionfo di mediazione.

Retaggi

Quando all’uscita di iPad si è tanto discusso di Nuova Informatica di contro alla informatica del vecchio mondo, il dibattito è stato molto acceso: i power user, gli utenti che ormai hanno sviluppato una relazione simbiotica con il computer e non hanno problemi ad accettare le sue metafore, i suoi meccanismi e le sue logiche, hanno ovviamente reagito con resistenza a questa apparente ondata di semplificazione delle macchine per accomodare gli utenti ‘ignorantoni’. “Nascondere il filesystem all’utente? Roba da matti!”, tanto per parafrasare una delle numerose posizioni che ho avuto modo di leggere in varie email giunte in privato durante quel dibattito.

E sono proprio questi utenti i più indignati verso questa Apple che parrebbe sotto l’effetto di una potente droga, iOS, e che a detta loro non pensa ad altro. Questa gente, che è preoccupata dal fatto che ci siano ancora Mac che utilizzano i ‘vecchi’ processori Intel Core 2 Duo e che non abbiano ancora in dotazione porte USB 3 e masterizzatori Blu-Ray; questa gente, che sembra non voler togliere la testa dalla sabb… pardon, dall’hardware duro e puro, ecco, io la capisco sempre meno. Davvero si considerano questi dettagli ‘innovazione’? Sono davvero così importanti oggi?

Esistono alcuni ambiti in cui è essenziale che l’hardware utilizzato sia sempre aggiornato, sia sempre al massimo prestazionale consentito, eccetera eccetera, ed è assolutamente comprensibile che l’utenza di questi ambiti sia attentissima all’innovazione puramente hardware. Si tratta di un’utenza con esigenze specifiche, di alto livello, ma che ha anche conoscenze ed esperienze tecniche ben al di là dell’utenza ‘normale’. Ed è un’utenza che, a mio parere, non deve preoccuparsi troppo: computer e attrezzature specializzate per svolgere il loro lavoro (specifico, di alto livello) ci saranno sempre, che vengano da Apple o no (esistono settori dell’IT in cui Apple non è mai veramente entrata, e la cui utenza non può sentire certo la mancanza di una piattaforma che in pratica non ha mai usato).

No, le lamentele vengono da utenza, diciamo, ‘normale’ ma più esperta di chi è appena alfabetizzato informaticamente. Da un’utenza di geek e appassionati che resistono all’idea di cambiare quattro abitudini o di guardare al di là del proprio orticello, utenti che si sono fatti le ossa con i computer (Mac e PC) a partire dagli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso (suona abbastanza remoto, scritto così, vero?) e che sono ancora intrappolati in quei retaggi e in quella mentalità che poi sfocia in atteggiamenti di sufficienza quando si fa notare, per esempio, che c’è innovazione anche nella manifattura della scocca unibody o nella ricerca per produrre batterie di lunga durata nei portatili. No, loro continuano a guardare le specifiche tecniche sul prospetto: il processore ‘vecchio’, la porta USB 2 che è ‘lenta’, cose così. Quando cerco di investigare un po’ più a fondo, e chiedo spiegazioni — nella fattispecie: che cos’hanno di tanto obsoleto i Mac attuali da impedire di fare ciò che fai? — non ottengo mai risposte chiare, solo un invito a mirare l’erba del vicino, che a detta loro sembra più verde ogni giorno che passa.

Un discorso che ho già fatto: non basta mettere tre porte USB 3 e un processore all’ultimo grido in un computer per additarlo quale esempio di innovazione rivoluzionaria. Non sono queste le cose che cambiano la vita, ma le soluzioni — magari in apparenza insignificanti — che trasformano in positivo l’esperienza fra uomo e macchina; soluzioni che vanno al di là dell’hardware per creare un impatto nello stile di vita. Come diceva John Sculley, Apple è sempre stata un’azienda con la forma mentis di un designer, non di un ingegnere — e questo per me è essenziale nel capire più da vicino le esigenze degli utenti. Come deve essere un computer portatile? Con un processore classe desktop, una ridda di porte e che pesa tre-quattro chili, oppure uno strumento soprattutto leggero, con una batteria tale da garantire ore e ore di autonomia vera, con un disco a stato solido e un processore a basso consumo, il tutto pensato e progettato per l’utilizzo in movimento, quindi sacrificando porte e connessioni non cruciali? L’approccio di Apple è sartoriale: funzione, poi forma, su misura. Non ti mette in mano un monolite e poi ti arrangi ad adattarlo a quel che vuoi fare.

Concludendo, ritorno a bomba: il percorso innovativo di Apple è cambiato e le interiora dell’hardware non sono più in primo piano come potevano esserlo 5–10 anni fa; l’esplosione della piattaforma iOS ha spostato ancor di più l’attenzione sulla creazione di un’informatica più a misura d’uomo, più incentrata sull’efficienza richiesta dal compito del momento, del qui-e-ora. L’aspetto più importante dell’evento Back To The Mac del 20 ottobre è proprio questo. L’innovazione di iOS, lungi dal neutralizzare il Mac, rientrerà in esso trasformandolo in uno strumento ancor più vicino a quell’ideale di efficienza e di amichevolezza per l’utente che è sempre stato alla base della filosofia Macintosh. E siccome Apple produce sia l’hardware che il software, queste trasformazioni andranno necessariamente a coinvolgere entrambe le sfere. Di Mac OS X 10.7 Lion si sa quasi nulla, ma è interessante che il poco che si è visto abbia principalmente a che fare con l’interfaccia utente. C’è chi teme una progressiva semplificazione e ‘istupidimento’ di Mac OS X per renderlo sempre più simile a iOS; credo invece che Mac OS X attingerà le funzionalità più utili di iOS per diventare un sistema operativo ancora più versatile. Ma, ancora una volta, l’hardware c’entra molto relativamente con tutto questo. L’innovazione sarà sempre più fuori dall’hardware in senso stretto. In fondo, se ho per le mani uno strumento affidabile, sempre pronto, che mi facilita la vita, che è versatile al punto da ‘sparire’ nelle varie applicazioni d’uso, chi se ne frega delle componenti interne.