Google Street View e ClickToFlash

Mele e appunti

Interessante consiglio apparso su Mac OS X Hints:

Google Street View aveva smesso di funzionarmi in Safari. Risulta che il colpevole era ClickToFlash. Il plug-in ClickToFlash impedisce il caricamento degli elementi in Flash delle pagine Web. A meno di non aggiungere tali pagine o i relativi domini alla sua whitelist o di abilitarli temporaneamente.

Non mi ero reso conto che ClickToFlash stava bloccando Google Street View perché non vedevo il classico riquadro grigio che mi dava la possibilità di aggiungere un sito alla whitelist o di permettere il caricamento temporaneo di Flash per la pagina Web corrente.

Per risolvere il problema, in Safari andate a una pagina diversa che contiene elementi in Flash. Questo farà apparire il sottomenu ClickToFlash nel menu Safari. A questo punto fate Safari > ClickToFlash > Settings….

Nella finestra Settings che apparirà, fate clic sul pulsante [+] in basso a sinistra. Comparirà un nuovo campo in fondo all’elenco dei siti abilitati a caricare Flash. Fate doppio clic sul campo e inserite l’URL di livello più alto (senza http://) del sito che volete aggiungere (nel mio caso, maps.google.co.uk).

È molto importante poi deselezionare il campo. Basta fare clic su un’altra voce della lista. Così facendo, il nuovo sito verrà correttamente aggiunto. (Se si chiude la finestra senza deselezionare l’ultima aggiunta, questa non verrà memorizzata).

Altra cosa interessante, nei commenti viene fatto presente che adesso ClickToFlash esiste anche come estensione per Safari 5, realizzata da Marc Hoyois e disponibile a questo indirizzo.

Link: Google Street View e ClickToFlash

iPad e le chiavette USB: una relazione difficile

Mele e appunti

Il nocciolo della questione sta nel sottotitolo. In un’altra lunga, tortuosa e (come accade sempre più spesso ormai) infruttuosa discussione sulla mailing list di Luca Accomazzi, alcuni iscritti hanno sollevato un dibattito su un aspetto che forse altri utenti avranno considerato e si saranno sentiti ugualmente perplessi. iPad è stato dotato di un prezioso accessorio, il Camera Connection Kit, composto da due adattatori che si inseriscono nella porta Dock: uno legge direttamente le schede SD, l’altro è dotato di una porta USB per collegare direttamente la fotocamera. Si è visto che mediante l’adattatore USB è possibile collegare a iPad anche altre periferiche, come accessori audio (cuffie e altoparlanti USB) e tastiere; accessori che, anche se non ufficialmente supportati, pare funzionino benissimo.

È facile capire quale sia il passo successivo nella logica dell’utente: perché iPad è in grado di gestire l’importazione di foto e video da una fotocamera, perché è in grado di interfacciarsi con cuffie, altoparlanti, tastiere USB, e non è in grado di gestire le chiavette USB? Sarebbe molto comodo, no? E di qui, appunto, la discussione: perché Apple non fa quel passetto in più e abilita la gestione delle chiavette? iPad ha tutte le caratteristiche tecniche e la potenza necessaria per farlo, quindi perché ‘tarpargli le ali’ in questa maniera che sembra tanto premeditata quanto gratuita?

Provo a dare la mia risposta, facendo una premessa doverosa: non sono un ingegnere né un programmatore, ma ho un interesse attivo verso l’interfaccia utente, l’usabilità e il design, e cerco di ragionare partendo dalle informazioni che ho davanti e procedendo per logica.

Secondo me la piena implementazione delle chiavette USB è qualcosa che può sembrare molto facile per l’utente, ma che in realtà non lo è. Con questo non intendo dire che sia impossibile o che Apple non troverà una soluzione geniale più avanti (come già accadde per il copia-incolla). Dico solo che è complicato, che non basta premere un interruttore e attivare la funzionalità. Osserviamo quel che il Camera Connection Kit è in grado di fare: in presenza di foto e video, l’importazione è automatica e tutti gli elementi finiscono in un contenitore specifico, centralizzato, accessibile direttamente e intuitivamente sia dall’utente che dalle applicazioni di terze parti: l’applicazione Immagini. Le altre periferiche collegabili all’iPad tramite il Camera Connection Kit sono tutte passive e funzionano senza necessità di un’interfaccia specifica.

Il problema che pone una chiavetta USB (e in generale un supporto di memorizzazione esterno come un disco rigido) è la presenza di svariati generi di dati: file audio, video, ma anche documenti di testo in vari formati (PDF, Word, testo puro, RTF, OpenOffice…), file di Excel, Numbers, Pages, Keynote, PowerPoint, e poi file HTML, XML, archivi ZIP, RAR, SIT… Insomma, chi più ne ha più ne metta. Di fronte a questa gamma così variegata di file, come dovrebbe comportarsi iPad? Come dovrebbe gestirli?

  1. Supponiamo che li importi automaticamente e in modo indifferenziato: dove metterli? A che applicazione affidarli? Oppure, come smistarli ad altre applicazioni quando ogni applicazione è essenzialmente un contenitore a sé stante?
  2. Supponiamo che l’importazione sia manuale: il problema diventa dare all’utente un’interfaccia per gestirli. Peccato che uno dei punti di forza di iPad, e della piattaforma iOS in generale, sia l’aver nascosto il filesystem all’utente, guadagnandone in intuitività. Intuitività che verrebbe meno se si presentasse all’utente una specie di File Manager. Basti osservare quanto sia inutilmente macchinoso il sistema di importazione di certi file utilizzando iTunes.

La gestione delle chiavette USB, per essere ben fatta, deve essere il più possibile omogenea, semplice, immediata. Con foto e video, malgrado l’utente non intervenga direttamente, la trasparenza è garantita dal fatto che la destinazione è nota e i file sono facilmente raggiungibili e manipolabili. I formati riconosciuti da iPad sono noti, e iPad è in grado di gestirli con le applicazioni fornite di serie da Apple. E tutti gli altri file? Come minimo ci vorrebbe un’applicazione stile iDisk, con sottocartelle differenziate di default, atte a ricevere i vari tipi di file immagazzinati sulla chiavetta. Questo presupponendo una importazione automatica all’atto di collegare la chiavetta. Ma questo a sua volta genera altre problematiche: E se non si vuole importare tutto? E se la quantità di dati sulla chiavetta eccede lo spazio libero su iPad, e i file che vogliamo rimangono tagliati fuori?

Con un’importazione manuale si risolverebbero in parte quelle problematiche, ma, come ho già accennato prima, se ne creerebbero altre; la prima fra tutte, a mio parere, sarebbe la necessità di far riaffiorare il filesystem, ma questo è un compromesso troppo importante e probabilmente Apple preferisce sacrificare la possibilità di leggere le chiavette a fronte di un sistema davvero intuitivo come iOS.

Forse una soluzione accettabile sarebbe quella di lasciare che siano le singole applicazioni a importare dalla chiavetta i file che possono leggere, così se per esempio apro Pages per iPad e poi collego la chiavetta, Pages potrebbe chiedermi se voglio importare i file nei formati riconoscibili dall’applicazione. Poi però occorrerebbe dare all’applicazione la possibilità di scrivere sul supporto USB esterno, più che altro per evitare il seguente scenario (non tanto remoto): si ha il documento business plan.doc sulla chiavetta. Si apre Pages su iPad. Si importa business plan.doc in iPad. Si modifica/aggiorna business plan.doc su iPad e poi ci si ritrova una versione del documento più aggiornata nella memoria interna di iPad e quella originale rimasta sulla chiavetta.

Ribadisco, la mia analisi della questione è tutt’altro che esaustiva e forse mi sfugge qualcosa di ovvio. Come ho già detto, non sto affermando che la gestione di chiavette e supporti USB esterni sia irrealizzabile o non implementabile. Dico soltanto che è una strada meno ovvia di quanto appaia a prima vista. Nella creazione di interfacce utente ben congegnate si deve sempre procedere con cautela per evitare passi falsi che generano sotto-problemi con un effetto a valanga.

AlessiTab

Mele e appunti

AlessiTab è il nuovo tablet multimediale interattivo nato dalla collaborazione tra Alessi e Promelit e affidato alla creatività di Stefano Giovannoni.

Sul tablet gira il sistema operativo Android 2.1. È interessante notare come l’azienda cerchi di posizionarlo come nuovo elettrodomestico il cui luogo d’elezione è la cucina. In realtà la mia prima reazione è stata: Ci voleva un’azienda come Alessi per disegnare un tablet decente.

Link: AlessiTab

Pecore digitali

Mele e appunti

Ieri Diego Petrucci de Il Mac Minimalista ha pubblicato un articolo intitolato Barboni digitali, che consiglio di leggere interamente. Si parla di come potrebbe proseguire la rivoluzione del cloud computing appena iniziata, di come il passaggio dai supporti fisici per musica, film, libri alla loro virtualizzazione possa spostare il paradigma del possesso verso quello dell’accesso/fruizione di tali contenuti, tutti disponibili in una enorme biblioteca online. In altre parole, in un futuro prossimo, cloud computing da una parte, e accesso a intere biblioteche di contenuti multimediali online dall’altra (mediante streaming in tempo reale, noleggio, acquisto di materiale digitale e non fisico), concorreranno alla diminuzione progressiva dell’accumulo di oggetti fisici, forse anche smantellando il concetto di possesso di quei beni atti all’intrattenimento.

Per parte mia, comprendo l’entusiasmo nei confronti di questo percorso verso l’immateriale — del quale intuisco le comodità: già in parte le sto sperimentando — ma non lo condivido in pieno.

Petrucci scrive:

La tendenza alla riduzioni delle possessioni fisiche sta prendendo piede anche grazie alla rivoluzione digitale. Io posseggo circa 7000 canzoni che mi occupano lo spazio del portatile, ovvero non più di mezzo metro cubo. A quanti CD corrispondono? Semplificando a 10 tracce per CD abbiamo 700 supporti fisici, i quali occuperebbero ben più di mezzo metro cubo. La sproporzione si acuisce maggiormente con i libri: l’iPad è grande quanto due di essi, ma quanti ne può contenere? A occhio direi qualche decina di migliaia, ma sono convinto che il numero possa essere maggiore.

È vero, ma bisogna anche considerare il rovescio della medaglia. Mi si guasta il disco rigido del portatile: quanta musica perdo? Smarrisco o mi rubano l’iPad: quanti libri perdo?

Lo so: il backup, il backup, il backup. Sono certo che i lettori di blog come il mio o come quello di Petrucci sono in gran parte persone che hanno una certa esperienza con i computer, persone nient’affatto aliene al concetto di backup, magari entusiasti praticanti dello stesso. Ma gli utenti che oggi salvaguardano accuratamente i propri dati e i propri beni digitali mediante backup a prova di catastrofe non sono molti. Occorre considerare anche quel tipo di utenza.

Certo, un cloud computing ben funzionante può mitigare i disastri e permettere lo scaricamento di dati persi in locale. Certo, esistono dei negozi online che consentono, una volta acquistato un libro elettronico o un MP3, di riscaricarlo quante volte si vuole nel caso venga cancellato sul computer o dispositivo locale per qualsiasi motivo. Ma iTunes Store (che non è proprio un negozietto), per esempio, non lo permette. In caso di problemi minori e occasionali, come la perdita dei file audio di un solo album, si scrive al supporto tecnico dell’iTunes Store e in genere un impiegato risponde ripristinando l’acquisto (in pratica è come se mettesse l’album in uno stato “acquistato ma non ancora scaricato”) e tutto finisce bene. Ma non credo sia possibile rimediare in questo modo quando si perde un’intera libreria di acquisti di iTunes Store.

L’immateriale è tanto bello e comodo quanto fragile. E siamo d’accordo: anche i libri stampati, i vinili, i CD possono essere soggetti a rischi, ma converrete che le probabilità che una biblioteca di libri fisici, di dischi in vinile, di CD venga distrutta o rubata nella sua interezza sono nettamente inferiori rispetto alla controparte digitale. La quale, trovandosi archiviata in supporti di cui non conosciamo mai la reale qualità, in supporti intrinsecamente più fragili e soggetti a malfunzionamenti per le cause più varie, necessita di cure costanti e maggiori. Backup ridondanti a più non posso.

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The return of the 12-inch PowerBook G4

Tech Life

My 12-inch PowerBook G4

The PowerBook G4 12″

Let me get this out of my system right now: the 12-inch PowerBook G4 is possibly the best laptop Apple has made. Don’t get me wrong, I love my current 15-inch unibody MacBook Pro: I appreciate the build quality, the design, the performance, the screen estate, and everything. But this piece is about what was my former main machine, which stayed with me through thick and thin from January 2004 to July 2009, and which has returned as my second machine after a forced hiatus due to hard drive failure.

Tech specs

This is the second-generation, DVI model with a PowerPC G4 at 1 GHz processor. RAM is maxed out at 1.25 GB. Screen resolution is 1024×768 and the graphic card is a 32 MB Nvidia GeForce FX Go5200. It has a combo optical drive (DVD‑R/CD-RW), and it’s currently at its third hard drive. The original 4200rpm 40 GB was replaced in August 2004 with a 5400rpm 40 GB hard drive, and just a few days ago — thanks to Nicola’s generosity — I upgraded to a 5400rpm 80 GB hard drive. Yes, the second hard drive lasted from August 2004 to August 2009, which is not bad at all, considering modern hard drives’ life expectancy.

Personal history

After my blueberry iMac G3 died a miserable death in spring 2003, my main machine at that time became the clamshell iBook G3/466 SE FireWire (graphite). It was a great performer, and it had its advantages over the iMac: a faster processor (466 MHz against the iMac’s 350), more RAM (320 MB against the iMac’s 256), a DVD drive (I already got rid of my television set, so the iBook was the only option to watch movies), a FireWire port (the iMac only had USB ports), a bigger hard drive (10 GB against the iMac’s 6.4 GB) and of course it was a sturdy, portable Mac. But I had to endure a small screen real estate (the iBook’s native resolution is 800×600), and sometimes, with many applications and windows open, the environment felt really cramped.

So I started saving money, aiming for the then-new 15-inch Titanium PowerBook G4, and the even better 15-inch Aluminium model. But I couldn’t save enough to buy one when it was finally time to upgrade, so I opted for the smaller brother. At the time it really felt like a fallback choice, but I soon came to appreciate the little 12-inch buddy. Performance-wise was more than enough for me and it didn’t feel much slower than the 15-inch model I had been testing in the store. What finally won me was its compactness. I could carry it everywhere with a small backpack. I could comfortably work while commuting in impossibly crowded trains. Soon I felt I made the right choice.

The 12-inch PowerBook G4 rewarded me by being a trusty, resilient companion. It suffered a couple of potentially dangerous liquid spills, but luckily nothing was damaged both times. It worked 24/7 during a very hot summer, with its fan constantly on, but never skipped a beat. It survived the bumps and the on-the-road trips during my relocation. It never gave me a problem, either with the software, or with the hardware (apart from the hard drive).

Then, when another round of unibody MacBook Pros came out in July 2009, I decided it was time for a change. I wanted to upgrade to a faster machine and with an Intel architecture. A part of what I do requires that I stay up-to-date with technology, and when it was confirmed that Snow Leopard would be for Intel Macs only, I felt that it was time for a personal transition. Of course, I didn’t want to abandon the PowerBook entirely — it would make for a great second machine.

The purchase of my 15-inch, 2.66 GHz MacBook Pro, came under serendipitous circumstances. Not two weeks after using the newer Mac, the PowerBook G4’s hard drive started to fail: soon after booting, it would overheat and start making an awful noise that sounded like loose metal balls inside the PowerBook’s case. I managed to back up a few data that had remained there, and was forced to decommission the PowerBook until I could find a replacement.

The return

I can’t thank Nicola enough for sending me that drive. It had been a fruitless hunt up to his intervention. A few days ago I operated the hard drive transplant and proceeded to reconfigure the PowerBook from scratch. So I made a fresh installation of Mac OS X 10.5, went through the long process of downloading and installing all the system software updates, and then the fun started.

Pen and paper in hand, I began writing a list of selected pieces of software, trying to keep that list to the essentials. I want this PowerBook to start a second life as a lightweight machine for writing, browsing the Web, and handling email. I also want to store a subset of my vast photo archive on it, and when I find a new battery I’d like to take the PowerBook with me on the occasional photo stroll, so I can dump the contents of my camera on it and do some light retouching on the fly.

So, while on my MacBook Pro I keep all kinds of redundancy (a dozen Web browsers, at least 8 text-handling applications, various programs for photo/image editing, and so on and so forth), the ‘software restoration’ process on the PowerBook so far has been strict, aiming to provide a minimal set of tools for all the intended activities:

  • Browser: Safari is more than adequate. I only added Stainless for the multi-processing architecture, allowing for parallel sessions (which — quoting the website — allow you to log into a site using different credentials in separate tabs at the same time). And because there’s no Google Chrome for PowerPC Macs.
  • Email: Although Apple Mail would have been enough, I chose to install Mailsmith because the interface is less in my way and is better suited for small displays, and because I wanted to have a Mac where I could try the 2.3 pre-release version. To simplify things, I set up a single Gmail account that receives mail forwarded by my three most important accounts, so that I always know what’s going on when I’m on the move.
  • Text handling: Pages, TextEdit and TextWrangler answer all my needs. For reading PDF documents, Preview is a fine tool. I’ve added Skim mostly because I’m more accustomed to its interface and features. For quick, synchronised notes, needless to say: Notational Velocity.
  • Photo handling: Graphic Converter is quite a complete package for what I expect to do on the PowerBook.
  • Music: Well, iTunes comes with Mac OS X, but I don’t plan to grow a music library. Spotify gives me enough music when I need it, and I save a lot of hard disk space…
  • Video: Movist, absolutely, for everything that QuickTime can’t handle, or can’t handle that gracefully.
  • RSS feeds: NetNewsWire.
  • Fonts: In my Dropbox, I keep a sort of “Fonts common set” folder where I place a handpicked, constantly updated list of fonts I want to have on all Macs. So, after installing Mac OS X and Dropbox on the PowerBook, I just copied the contents of that shared folder in [username]/Library/Fonts. To handle fonts, I installed FontExplorer X free (download available at the MacUpdate page for FontExplorer X Pro).
  • Other tools I can’t work without: Dropbox, TextExpander and, yes, ClickToFlash.

 

And that’s about it. As you can see, I managed to set up a Microsoft-less, Adobe-less environment.

The PowerBook restoration process is not over, anyway. I need to find a decent battery, because the original is more than dead and holds no charge. Then I’d also like to find a new AC adapter. The original adapter works, but the cable is bent right before the jack that plugs in the PowerBook and I’m not comfortable moving it too much. But for now the PowerBook is back in service, and that’s what matters.