A room of one's own

Et Cetera

Thanks to this post in Liz Danzico’s Bobulate — one of my favourite blogs as of late — I have discovered only now a beautiful section of The Guardian, a series called Writers’ rooms.

Being able to peek in what usually is the most private space for a writer — his/her den, the place that is meant to contribute to the summoning of inspiration and creativity — is simply invaluable. I am amazed that so many writers’ rooms have been preserved so well. Do browse them, and read the accompanying text, which often not also explains the view in the photos, but also talks about some quirks and habits of the writer in question that you may not know.

I must admit that some rooms were somehow predictable for me: thinking about Rudyard Kipling, I kind of imagined that his writing place would look like this; same goes for Virginia Woolf, Charlotte Brontë, and Charles Darwin. On the other hand I was surprised by the sparseness of George Bernard Shaw’s spartan place; as the text itself aptly notes:

This was a strange place for a red-bearded socialist, with large ideas of how to change the world, to land up. But somehow it suited Shaw. He was, after all, a master of paradox — and besides, what all writers need, even the most public figures among them, is privacy while they are writing. “People bother me,” Shaw confessed. “I came here to hide from them.” From this modest hideout, he could bother people without interruption.

I was also fascinated during my ‘visit’ to Roald Dahl’s den. I love his stories and imagined his need for absolute privacy, yet his room is completely different from the idea I’ve had of him. Reading the description of his room, I loved this bit, which I find touching somehow:

The table near to his right hand had all kinds of strange memorabilia on it, one of which was part of his own hip bone that had been removed; another was a ball of silver paper that he’d collected from bars of chocolate since he was a young man and it had gradually increased in size. There were various other things that had been sent to him by fans or schoolchildren.

The writing place that struck me most for its minimalism, however, has to be Jane Austen’s ‘desk’, her ‘little bit of ivory’:

Photo: Eamonn McCabe

From this table the revised manuscripts of Sense and Sensibility and Pride and Prejudice went to London to be published in 1811 and 1813. From this table too came Mansfield Park, Emma and Persuasion. Here she noted down the encouraging comments of neighbours — Mrs Bramston of Oakley Hall, who thought S&S and P&P “downright nonsense”, and “dear Mrs Digweed” who volunteered that “if she had not known the author, she could hardly have got through Emma”.

Austen died in 1817, and after Cassandra’s death in 1845 the table was given to a manservant. Today, back in its old home, it speaks to every visitor of the modesty of genius.

The series features also a lot of rooms of contemporary writers, which are equally interesting to look at  — you invariably get to know more about the room and the writers themselves.

iPad, informatica, e conclusioni provvisorie

Mele e appunti

Sono passate due settimane dall’introduzione di iPad, e una decina di giorni dal dibattito scaturito da un articolo di Steven Frank che ho deciso di tradurre e proporre al pubblico di lingua italiana perché l’ho considerato interessante e meritevole di attenzione. La discussione che si è aperta in questa sede è stata altrettanto interessante e non considero sprecato il tempo (non poco) che vi ho dedicato, cercando di comprendere i punti di vista altrui e cercando di far capire i miei, quelli di Steven Frank e quelli di altri d’accordo con la sua posizione.

Ho pensato di scrivere questo intervento — che sarà l’ultimo sull’argomento almeno per ora — per dare una sorta di chiusura temporanea al dibattito sul mio blog e per ribadire alcune cose che a mio avviso sono state fraintese nei botta e risposta. A chi vorrà commentare chiedo solo di cercare di evitare di riaprire questioni già discusse, magari leggendosi prima con attenzione quanto è stato già detto nei commenti ai post precedenti, soprattutto le mie risposte.

1. Il primo grande fraintendimento è stato nella lettura della posizione di Steven Frank. Sarà perché l’ho tradotta con attenzione, e quindi credo di aver capito bene quel che egli sostiene, ma ho l’impressione che molti l’abbiano scambiata per una sorta di manifesto di chissà quale nuovo movimento o religione. È un punto di vista, non è la verità rivelata. Non è affatto detto che le cose vadano nella direzione intravista da Frank. Dalle reazioni di alcuni mi sembra invece che si siano presi molti dettagli alla lettera e che lo scenario immaginato da Frank sia già praticamente un fait accompli. Come ho già ripetuto, l’azienda Apple e il prodotto iPad, nell’articolo di Frank, hanno la valenza di pretesto per discutere di un possibile corso che l’informatica personale potrà o meno intraprendere nei prossimi dieci-vent’anni. Pensare che con esso lui (e io, che condivido le sue riflessioni) voglia dire che il futuro è un iPad per tutti e che Apple sarà l’unica forza innovatrice in questo senso, è profondamente riduttivo.

2. Un secondo fraintendimento l’ho avvertito nei confronti dell’interfaccia di iPad, ossia di iPhone OS. Nessuno ha detto che quell’interfaccia che vediamo oggi sui dispositivi Touch di Apple sarà l’interfaccia del futuro, presente su tutti i dispositivi personali, fatta per un pubblico di ignorantoni e sempliciotti che non hanno voglia di imparare quei quattro concetti base per far funzionare un computer. Tutto il discorso presuppone un concetto che mi pare sia passato oscenamente in secondo piano durante la discussione. Quel concetto è evoluzione. Un discorso evolutivo prescinde dai singoli dispositivi e si concentra su aspetti più generali, come appunto l’interfaccia e i sistemi operativi che faranno funzionare i computer e i dispositivi personali di domani. Temere che saremo invasi da dispositivi che non permettono un ‘vero multitasking’ perché ci si sofferma sulle presunte limitazioni che oggi caratterizzano iPhone OS, è fuori luogo. È scontato che lo hardware si evolverà sempre, e infatti Steven Frank lo dà come fatto certo nelle premesse; lo hardware, ai fini della discussione, è un non-problema. La questione riguarda il software e l’interazione fra esseri umani e dispositivi informatici. È questo ciò che mi sta a cuore, ed è di questo che Frank, Speirs, e altri programmatori hanno parlato nei loro interventi. Può l’interfaccia di iPhone OS essere una risposta verso un’esperienza utente migliore e meno frustrante? Certamente, con alcuni distinguo e una volta superati certi ostacoli specifici che Steven Frank stesso discute nel suo pezzo.

3. Mi è sembrato di scorgere un terzo fraintendimento quando si è dibattuto sui concetti che Frank ha chiamato Vecchio Mondo e Nuovo Mondo dell’Informatica. Alcuni hanno reagito come se si stesse facendo una questione di valori e come se Frank emettesse un giudizio inappellabile su quelle due categorie, come se dicesse “Nuovo Mondo: buono, Vecchio Mondo: cattivo”. Anche questa posizione è riduttiva e perde di vista un altro elemento importante. Non si tratta di buttare nel cesso tutte le tappe evolutive per le quali è passato il personal computer negli ultimi trent’anni. Non si tratta di abbracciare acriticamente l’interfaccia e la metafora della piattaforma Touch di Apple. Né si vuole dire che il lavorare per sviluppare un’interfaccia più immediata e facile da usare significhi menomarla o renderla meno potente. In tanti (qui e altrove nel Web) hanno frainteso questo nodo per me cruciale. Svecchiare la metafora della scrivania, far evolvere l’interfaccia utente in modo che l’esperienza informatica diventi qualcosa di più gradevole e alla portata di persone meno pratiche non significa impoverirla. Da certe reazioni che ho letto mi è invece parso di capire che molti temono un prossimo futuro in cui l’interfaccia di computer e dispositivi personali sarà ridotta, semplificata, e istupidita per scendere al livello di chi non è nerd. Che si andrà verso una non ben definita involuzione.

L’errore è avvicinarsi a un dibattito che parla di scenari futuri utilizzando le categorie del passato. C’è chi vede nella possibilità che il filesystem venga reso invisibile all’utente un grosso sbaglio, una tendenza sciocca, un voler togliere qualcosa agli utenti esperti per creare delle protesi ai non esperti. Questo perché oggi poter accedere al filesystem direttamente è un’operazione che ha importanza e che offre una certa flessibilità, ma tale punto di vista è viziato dal fatto che un filesystem visibile e accessibile è un elemento importante per il modello dei sistemi operativi di oggi. Nell’evoluzione verso l’informatica di domani, se il filesystem verrà reso invisibile all’utente non sarà tanto perché l’utente medio è troppo stupido per capirlo o perché può commettere degli errori, ma sarà perché il sistema operativo e l’interfaccia utente si saranno trasformati in modo da essere altrettanto flessibili e potenti, avranno sposato concetti di approccio e manipolazione dei dati per cui vedere il filesystem non avrà importanza alcuna se non, forse, per chi necessita un tipo di accesso a basso livello per scopi che hanno a che vedere con la programmazione e con il sistema stesso. Quindi i programmatori, i tecnici, mentre il resto dell’utenza potrà concentrarsi su scopi differenti, sui propri lavori, e sfruttare al meglio il mezzo (il computer, il dispositivo personale) che permetterà loro di svolgere tali scopi (che riguardino compiti lavorativi o l’intrattenimento e il gioco).

4. Il quarto fraintendimento riguarda il ruolo di Apple. Qui parlo per me perché non pretendo di conoscere l’opinione personale di Frank e degli altri sulla sua linea di pensiero. Non dò affatto per scontato che oggi Apple sia l’unica in grado di innovare e che il futuro dell’informatica sia praticamente nelle sue mani. Il mio essere utente Apple di lungo corso, e il fatto che il Mac abbia un ruolo spesso di primo piano in questo blog che curo, sono fattori che non mi impediscono affatto di vedere oltre Apple e di avere una mentalità aperta in materia. Come amo spesso dire nelle discussioni di persona, il giorno in cui un’azienda proporrà un insieme di hardware e software migliore per le mie esigenze di quanto Apple mi ha offerto finora, non esiterò a cambiare.

Detto questo mi sembra evidente l’importanza di Apple nel discorso relativo all’interfaccia utente e i suoi possibili sviluppi. Apple può non piacere per certe sue scelte e certe sue politiche, ma è innegabile il fatto che le spinte verso altre direzioni (ho detto altre, non necessariamente nuove o innovative) in ambito informatico siano spessissimo venute dall’azienda di Steve Jobs. Le attuali interfacce non sarebbero dove sono senza il Macintosh presentato nel 1984 (e senza il Lisa prima di lui). La fruizione della musica digitale non sarebbe dov’è ora senza iPod (2001) e iTunes Store (2003). Il concetto di PDA, assistente personale digitale, è nato negli anni Novanta e Apple ha avuto la sua parte nel dare un’impronta a quel tipo di informatica. Non sempre gli avanzamenti tecnici sono arrivati da parte di Apple, ma spesso Apple ha portato innovazione sotto altre forme, e lo si è visto nei due mercati dei lettori MP3 portatili e nei cellulari.

In questi due mercati, Apple non è entrata da pioniera, non ha ‘inventato’ nulla. Ma ha saputo individuare determinate carenze ed è stata in grado di colmarle in maniera se non completa, almeno sufficientemente credibile da produrre i risultati senza precedenti che tutti abbiamo visto e vediamo tuttora. Pertanto, come già scrivevo nei commenti, non è peregrino supporre che Apple continui ad avere un ruolo non indifferente nella spinta di processi trasformativi nell’informatica prossima ventura. Stiamo a vedere intanto l’impatto che avrà iPad nel mercato dei netbook e dei lettori di e‑book. Un impatto che sarà deciso dal pubblico, non dimentichiamolo, perché è il pubblico, in ultima analisi, a decretare il successo di una piattaforma o di un dispositivo. Stiamo a vedere se qualche azienda concorrente riuscirà a sfornare un’idea nuova, che non sia un tentativo di imitazione; stiamo a vedere se qualcun altro saprà dimostrare di guardare avanti e di osare, rendendo il gioco ancora più interessante.

Microsoft e le forze autodistruttive

Mele e appunti

Dopo le estenuanti discussioni su iPad e dintorni, faccio un intervallo e vado dall’altra parte della barricata. Segnalato dal sempre puntuale John Gruber, ho letto con interesse questo articolo d’opinione apparso sul New York Times a firma Dick Brass (un vicepresidente di Microsoft negli anni 1997–2004), che condivide qualche aneddoto emblematico della sua esperienza in Microsoft. Emblematico di come si muova al suo interno un gigante come Microsoft nell’ambito della ricerca tecnologica e dell’innovazione. In una parola, male. Dagli spunti che racconta, ne viene fuori l’immagine di un gigante la cui mano sinistra non sa sempre quel che fa la destra, ed entrambe finiscono per legare fra loro i lacci delle scarpe — e il gigante incespica e cade. Merita dunque la traduzione di alcuni stralci salienti.

Microsoft è diventata un’innovatrice goffa e non competitiva. I suoi prodotti sono oggetti di scherno, spesso ingiustamente, ma altre volte a ragione. La sua immagine non si è mai ripresa dai procedimenti giudiziari dell’antitrust negli anni Novanta. Il suo marketing è inetto da anni. […]

Mentre Apple continua a guadagnare quote di mercato in vari prodotti, Microsoft ne ha perse nell’ambito dei browser Web, dei portatili high-end e degli smartphone. Malgrado gli investimenti di miliardi di dollari, la sua linea di prodotti Xbox continua a essere tutt’al più un concorrente alla pari nel mercato delle console di gioco. Ha prima ignorato e poi fatto pasticci nel mercato dei player musicali portatili, finché quel mercato è stato praticamente chiuso da Apple.

Gli enormi profitti di Microsoft (6,7 miliardi di dollari lo scorso trimestre) provengono quasi interamente da Windows e dalla suite Office, programmi che ha iniziato a sviluppare decenni fa. Come General Motors con i suoi camion e SUV, Microsoft non può contare solo su questi prodotti per sostenersi in eterno. […]

Che è accaduto? A differenza di altre aziende, Microsoft non ha mai sviluppato un sistema vero e proprio per favorire l’innovazione. Anzi, secondo alcuni miei ex-colleghi, Microsoft è andata sviluppando un sistema che soffoca l’innovazione. Malgrado possieda uno dei più grandi e migliori laboratori aziendali nel mondo, e si conceda il lusso di avere non uno ma tre Chief Technology Officer, la compagnia riesce regolarmente a frustrare il lavoro dei suoi pensatori più visionari.

Per esempio, nei primi anni in cui lavoravo in Microsoft, un gruppo di esperti grafici veramente brillanti inventò un modo per visualizzare il testo a video chiamato ClearType. Funzionava utilizzando i punti di colore degli schermi a cristalli liquidi per rendere i caratteri molto più leggibili a video. Sebbene avessimo realizzato questa tecnologia per favorire la vendita di e‑book, essa dava a Microsoft un enorme vantaggio potenziale con ogni genere di dispositivo dotato di schermo. Ma ebbe anche l’effetto di infastidire altri gruppi all’interno di Microsoft che si sentivano minacciati dal nostro successo.

Alcuni ingegneri del gruppo Windows mentirono sostenendo che [ClearType] mandava in tilt lo schermo quando venivano impiegati certi colori. Il capo della divisione Office disse che i caratteri si vedevano sfuocati e gli dava il mal di testa. Il vicepresidente del settore dei dispositivi portatili fu ancora più brusco: avrebbe supportato e utilizzato ClearType, ma solo a patto che il progetto e i relativi programmatori venissero trasferiti sotto la sua direzione. Il risultato fu che malgrado [ClearType] ricevette grande favore di pubblico, malgrado il progetto fu promosso internamente, malgrado i brevetti e quant’altro, passarono dieci anni prima che una versione completamente funzionante di ClearType venisse finalmente incorporata in Windows.

Un altro esempio: quando stavamo costruendo il Tablet PC nel 2001, l’allora vicepresidente della divisione Office decise che il concetto non gli piaceva. Il tablet richiedeva l’uso di uno stilo, e lui preferiva di gran lunga le tastiere alle penne e pensò che i nostri sforzi erano destinati a fallire. Anzi, per essere certo che fallissero, si rifiutò di modificare le popolari applicazioni Office per adattarle al tablet. Pertanto, se si desiderava inserire un numero in un foglio di calcolo, o correggere una parola in un messaggio email, bisognava scriverlo in un’apposita finestra pop-up, la quale trasferiva le informazioni a Office. Un sistema seccante, goffo e lento.

Per cui, ancora una volta, malgrado il nostro tablet avesse ricevuto un supporto entusiastico da parte dei vertici amministrativi e fosse costato centinaia di milioni di dollari per lo sviluppo, ne fu sostanzialmente permesso il sabotaggio. Ancora oggi non è possibile utilizzare Office in modo diretto su un Tablet PC. E pur sapendo con certezza che sarebbe apparso un tablet Apple quest’anno, la divisione tablet in Microsoft è stata eliminata.

[…] Parte del problema [di ciò che non funziona in Microsoft] è la sua preferenza storica verso lo sviluppo di software (altamente redditizio) senza mettersi a costruire hardware (altamente rischioso). Questo aveva economicamente senso quando la compagnia venne fondata nel 1975, ma ora rende le cose molto più difficili quando si tratta di creare prodotti strettamente integrati e dal design meraviglioso come iPhone o TiVo.

Come fa giustamente notare Gruber, Vi immaginate il capo del gruppo iWork in Apple che dichiara arbitrariamente che non vi saranno versioni di Keynote, Pages e Numbers per iPad perché a lui non piace il concetto?

Non ho granché da aggiungere a commento di quanto ho tradotto, se non che è un’altra conferma del livello di disorganizzazione e di competizione interne a Microsoft, che possono raggiungere parossismi tali da soffocare anche quelle mosse tecnologiche e quelle innovazioni potenzialmente vincenti. Estesa e dalla struttura decentralizzata, Microsoft è — per tornare alla mia immagine in apertura — un gigante che procede a fatica perché ogni suo arto è pilotato da un gruppo diverso. Apple ne è l’antitesi — una struttura centralizzata e piramidale, snella e con una sola cabina di comando. Ma soprattutto Apple non soffre di crisi di identità, crisi in cui Microsoft si trova oggi immersa fino al collo.

Tanto per fare un ultimo accenno al recente dibattito sul futuro dell’informatica, con questo tipo di cultura aziendale e conflitti interni, quale apporto, quale spinta veramente innovativa possiamo aspettarci da Microsoft? Google, ovviamente, è un altro discorso.

A wake-up call for the current state of personal computing

Tech Life

The huge debate following the iPad’s introduction has taken an interesting direction. It seems that a lot of people, after realising the effectiveness of the iPad’s touch interface and general user experience, have started to question and discuss what’s wrong with the current state of personal computing. In this regard, I’ve really enjoyed the contributions of Steven Frank (this one, and this one) and Fraser Speirs’ article Future Shock. They both point out that perhaps the iPad in itself is not going to be the revolution, but it might be the right step toward some re-thinking and re-designing of modern computer user interfaces, to make them more user-friendly and accessible, and to make the general user experience a more pleasant and less frustrating affair. (Check also the clear, spot-on graphics in this piece by Mike Monteiro on the Mule Design Studio’s weblog).

The iPad, in Frank’s musings, is an excuse to reflect on something broader, but I get the impression that many people have taken it literally. It is naïve to think that New World computing (as Frank calls it) is going to be made exclusively of iPad clones, or that any computer in the near future will have a touch interface regardless of the size of the device, and that everyone will work like Tom Cruise in Minority Report.

The scope of the discussion is not limited to multi-touch technology, but encompasses the whole user interface; it is essentially about what has so far worked for a minority of users but hasn’t been enough to provide a simple and immediate (unmediated) familiarisation with the computer for the majority of people. In this sense, the interface of the iPhone, iPod touch and iPad shows that eliminating — or rather obscuring — some unnecessary (for the uninitiated and non-technical users) complications of the interface and of crystallised abstract concepts (files, folders, directories), you can create a more user-friendly experience, and lower the learning curve.

Sometimes people ask me to explain what I think is wrong with personal computing and the user interfaces of many computer platforms today. I think the following excerpt from Donald Norman’s seminal book The Design of Everyday Things nails quite well the core of the matter (emphasis mine):

Designers often think of themselves as typical users. After all, they are people too, and they are often users of their own designs. Why don’t they have the same problems as the rest of us? The designers I have spoken with are thoughtful, concerned people. They do want to do things properly. Why, then, are so many failing?

All of us develop an everyday psychology — professionals call it “folk psychology” or, sometimes, “naïve psychology” — and it can be as erroneous and misleading as the naïve physics that we examined in chapter 2. Worse, actually. As human beings, we have access to our conscious thoughts and beliefs but not to our subconscious ones. Conscious thoughts are often rationalizations of behavior, explanations after the fact. We tend to project our own rationalizations and beliefs onto the actions and beliefs of others. But the professional should be able to realize that human belief and behavior are complex and that the individual is in no position to discover all the relevant factors. There is no substitute for interaction with and study of actual users of a proposed design.

[…]

There is a big difference between the expertise required to be a designer and that required to be a user. In their work, designers often become expert with the device they are designing. Users are often expert at the task they are trying to perform with the device.

[…]

Professional designers are usually aware of the pitfalls. But most design is not done by professional designers, it is done by engineers, programmers and managers. One designer described the issues to me this way:

People, generally engineers or managers, tend to feel that they are humans, therefore they can design something for other humans just as well as the trained interface expert. It’s really interesting to watch engineers and computer scientists go about designing a product. They argue and argue about how to do things, generally with a sincere desire to do the right thing for the user. But when it comes to assessing the tradeoffs between the user interface and internal resources in a product, they almost always tend to simplify their own lives. They will have to do the work, they try to make the internal machine as simple as possible. Internal design elegance sometimes maps to user interface elegance, but not always. Design teams really need vocal advocates for the people who will ultimately use the interface.

Designers have become so proficient with the product that they can no longer perceive or understand the areas that are apt to cause difficulties. Even when designers become users, their deep understanding and close contact with the device they are designing means that they operate it almost entirely from knowledge in the head. The user, especially the first-time or infrequent user, must rely almost entirely on knowledge in the world. That is a big difference, fundamental to the design.

Innocence lost is not easily regained. The designer simply cannot predict the problems people will have, the misinterpretations that will arise, and the errors that will get made. And if the designer cannot anticipate errors, then the design cannot minimize their occurrence or their ramifications.

I am glad that the iPad has fuelled this debate, and roughly two months before shipping, even. If this serves to make other programmers and developers understand that most people need a more accessible computing experience, that is fine. I’m sure that those among them who shall deem appropriate to move in the iPad direction, will do so, thus shaping the change toward a better personal computing (at least one hopes so). And those power users who prefer to delve into more complex interfaces will continue to do so, just as it happens in many other areas where those with more experience can take advantage of more complex and more sophisticated tools than the common user.

L'iPad e la nuova informatica: altre riflessioni

Mele e appunti

Alcuni dei commenti ricevuti agli articoli precedenti mi hanno lasciato il dubbio: provare a rispondere in maniera articolata a chi è intervenuto, oppure scrivere un altro pezzo e proseguire così la discussione? Ho riflettuto e, com’è evidente da ciò che state leggendo, ho optato per la seconda alternativa. Sono cosciente che da quando è stato presentato iPad il Web è letteralmente impazzito fra reazioni, commenti, reazioni ai commenti, dissertazioni per provare che iPad è il male (un prodotto deludente, un flop in attesa di concretizzarsi, una moda passeggera, l’ennesimo inganno di Apple verso consumatori inebetiti dai falsi bisogni, ecc.) o il bene (iPad è un segnale che preannuncia una virata dell’informatica personale, che nei prossimi anni andrà semplificandosi e sarà più ‘umana’ e alla portata di utenti meno esperti, ecc.).

Ma almeno in questa sede, vorrei continuare a pensare a voce alta e a condividere le mie riflessioni prima che la discussione sfugga di mano.

Questo recente commento di Xanderoby sintetizza con una certa chiarezza una corrente di pensiero che altri condividono (l’ho visto qui, in commenti ricevuti in privato, e altrove sul Web) in reazione all’iPad ma specialmente all’articolo di Steven Frank e a chi la pensa come lui:

Posso dirti che, personalmente, mal digerisco novelli guru che profetizzano chissaché sulla base di analisi monche del contesto.
Posso dirti che, in mia modestissima opinione, iPad e dispositivi affini non sono altro che ennesimi dispositivi in cerca di funzioni e rivoluzioni, ma che in fondo non fanno che ampliare la tribalizzazione hardware dei dispositivi web-oriented, senza necessariamente produrre rivoluzioni, al più blande mode passeggere.
Posso dirti che, in contesti ben più reali che le iperboliche piroette di chi deve lucrarci, esser insultato (si vada dal “Vecchio Mondo” al “Quelli strani siamo noi” passando per un “Chi non ha capito cos’è iPad”) solo per aver un atteggiamento d’attesa sul fenomeno del momento mi indispone alquanto.
Questo comportamento, più che le psichedeliche visioni dei Futuribili, è il problema di chi per decenni ha convissuto con “gli strani” ed oggi (ma anche ieri, con iPhone e altri prodotti) sommessamente dissente.

È una posizione rispettabilissima, e in risposta cercherò di spiegare ulteriormente la mia, dato che si avvicina di molto a quella di Steven Frank.

Anzitutto vorrei riprendere alcuni concetti chiave dell’articolo di Steven Frank (se volete rileggerlo, ecco il link alla mia traduzione):

  1. Le possibili trasformazioni future dell’informatica personale a cui allude Frank sono, appunto, possibili. Nessuno, né io né Steven Frank stesso, le dà per assodate. Non si tratta di una predizione vuota. Si tratta di mettere alcune carte in tavola, pensare a ciò che iPad potrebbe rappresentare, intravedere una direzione che è sciocco non considerare, e costruttivamente fare qualcosa in tale direzione; leggendo la parte finale dell’articolo, a me sembra chiaro che la sua posizione non sia tanto iPad è il futuro, punto e basta, ma, appunto, che iPad sia uno stimolo — rivolto ai programmatori, ai tecnici — per cercare di sviluppare un’esperienza informatica nuova e più accessibile.
  2. iPad, nell’articolo di Frank, è un pretesto per riflettere su qualcosa di più ampio, ma ho l’impressione che molti lo abbiano preso alla lettera. È ingenuo pensare che l’informatica del Nuovo Mondo sia fatta da cloni dell’iPad, o che qualsiasi computer in un prossimo futuro abbia un’interfaccia touch a prescindere dalle dimensioni del dispositivo, e che tutti lavoreremo come Tom Cruise in Minority Report.
    Il discorso non è circoscritto alla tecnologia touch, ma si estende ragionando sull’interfaccia utente, su ciò che finora ha funzionato per una minoranza di utenti ma che non è stato sufficiente per permettere una familiarizzazione semplice e immediata (non mediata) con il computer da parte della maggioranza delle persone. In questo senso, l’interfaccia di iPhone, iPod touch e iPad dimostra che eliminando, o meglio oscurando, certe inutili (sottolineo, per i profani e i non-tecnici) complicazioni dell’interfaccia e di concetti astratti ormai cristallizzati (file, cartelle, directory), è possibile creare un’esperienza utente più amichevole, e abbassare la curva di apprendimento.
  3. Se questa rivoluzione avverrà o meno dipende da tutta una serie di variabili nient’affatto scontate, ma nell’articolo di Frank non sta scritto da nessuna parte che iPad è la via, la verità e la vita. Tutt’al più sta scritto che iPad è una proposta credibile, che Apple viene lasciata in un certo senso a fare da cavia, e che Apple, nella posizione in cui si trova, difficilmente avrà da perderci.

Inoltre occorre però tenere presente un elemento per me assai importante: le parole di Frank non sono quelle di un novellino, e il dibattito che ha scatenato non lo ha scatenato soltanto fra blogger e utenti più o meno esperti. Non dobbiamo dimenticare i programmatori e gli sviluppatori. Frank è uno di loro, e altri si trovano in accordo con lui. E sono queste persone che, alla fine, possono contribuire fattivamente a impostare certe direzioni nell’informatica prossima futura. Se a loro un dispositivo come iPad entusiasma, al punto di creare nuove applicazioni (nella doppia accezione di ‘programmi’ e ‘utilizzi’) per iPad e per i dispositivi touch di prossima generazione, è chiaro che avranno una certa influenza sia sul successo economico di iPad e affini, sia sugli sviluppi tecnologici. Altro che ‘blande mode passeggere’.

È ovvio che Apple con iPad cerchi il successo commerciale sulla scia di iPod (2001) e iPhone (2007), e che non è un’azienda di beneficenza, e che qualcuno ci lucra; ma, lucrare per lucrare, almeno arriva una proposta che può beneficiare anche l’utente qualsiasi, e a mio avviso è sempre meno peggio che continuare a perpetuare un’informatica fatta di interfacce inutilmente complesse per l’utente medio e per i compiti che deve/vuole effettuare con un computer; un’informatica con la quale una minoranza di esperti continua a trovarsi a proprio agio e che non vede motivo di cambiare. Entità come Microsoft hanno lucrato per anni con questo modello. E il fatto che la piattaforma Linux, malgrado esista da anni e si sia notevolmente evoluta e semplificata negli ultimi tempi, continui a non avere la diffusione sperata fra i comuni mortali, è un altro indizio della visibile spaccatura fra utenti esperti e utenti comuni, e del fatto che sia necessario fare un passo avanti verso un’interfaccia e un’informatica più accessibili.

Un altro che si trova in accordo con Steven Frank è Fraser Speirs, anch’egli sviluppatore Mac e iPhone, che nel suo articolo Future Shock, citato a più riprese nelle alte sfere del dibattito tanto quanto Steven Frank, esprime il suo punto di vista con chiarezza:

Per anni [noi tecnici] abbiamo creduto di dover semplificare maggiormente l’esperienza informatica per il cosiddetto ‘utente medio’. Trovo difficile arrivare a una conclusione diversa dall’ammettere che abbiamo totalmente fallito nell’impresa.

Sospetto che, segretamente, a noi tecnologi è sempre piaciuta l’idea che i Normali dipendessero da noi per il nostro sciamanismo tecnologico. […]

Spesso l’effetto di regressione infantile provocato dall’alta tecnologia sugli adulti mi intristisce. Dall’avere controllo sul loro mondo, essi vengono proiettati indietro in un mondo puerile e medievale in cui appaiono dei gremlin a tormentarli per poi scomparire, contro i quali le uniche risorse sono la magia, gli incantesimi e l’aiuto dello stregone locale.

Con iPhone OS come rappresentato da iPad, Apple si propone di fare qualcosa, e intendo proprio fare qualcosa per ovviare alla situazione invece di limitarsi a chiacchierare e a dire che farà qualcosa; e questo ha fatto uscire di testa tanta gente.

Non il mondo intero, però. Le persone sconfitte dalla complessità e dai fallimenti tecnologici hanno subito capito che cosa sta succedendo. Così come lo hanno inteso quelli fra noi che hanno spiegato con pazienza, giorno dopo giorno, a un figlio o a un collega di lavoro che il motivo per cui non c’è il comando Stampa nel menu Archivio è perché, sebbene il documento Pages sia a pieno schermo, è il Finder a essere l’applicazione in primo piano, e non ha finestre aperte.

I Visigoti sono alle porte della città. Esigono di poter accedere al software, di essere in controllo di come sperimentare le informazioni. Magari a loro non piacerà la nostra arte eccelsa e la nostra cultura tecnica, e magari non sempre condividono il nostro senso estetico, ma sono quelle persone che abbiamo dichiarato di servire per 30 anni, al contempo rendendone la vita difficile nei modi più vari. E inoltre essi sono molti, molti più di noi.

Tante persone parlano del reality distortion field (campo di distorsione della realtà) di Steve Jobs, e non nego che quell’uomo abbia una capacità di convincimento quasi ipnotica. Tuttavia vi è un altro campo di distorsione della realtà in azione, e coinvolge tutti coloro che sbarcano il lunario grazie all’industria tecnologica. Quel campo di distorsione ci fa dire che i computer sono eccezionali, che funzionano alla grande, e che solo gli imbecilli non sono in grado di utilizzarli.

L’industria tecnologica avrà convulsioni di shock del futuro per un po’ di tempo. Molti si aggrapperanno alla loro idea pre-27 gennaio di ciò che occorre per eseguire del ‘lavoro vero’; si aggrapperanno all’idea che il ‘vero lavoro’ è la parte che ha strettamente a che vedere con il computer.

Non è così. Il Lavoro Vero non è formattare i margini del documento, installare i driver della stampante, caricare il documento, rifinire le diapositive di PowerPoint, avviare l’aggiornamento del software o reinstallare il sistema operativo.

Il Lavoro Vero è insegnare a un bambino, curare un paziente, vendere una casa, individuare i difetti di una strada, riparare l’auto al bordo della strada, registrare le ordinazioni al ristorante, progettare una casa e organizzare una festa.

Pensate ai milioni di ore di sforzi umani spesi per prevenire e risolvere i problemi causati da sistemi informatici completamente aperti. Pensate alla fatica che hanno fatto molte persone per acquisire delle capacità del tutto ortogonali alle loro passioni e alla loro professione, solo per poter finire il proprio lavoro con esito.

Se iPad e i suoi successori renderanno tutte queste persone libere di concentrarsi su ciò che sanno fare al meglio, ciò cambierà la percezione del rapporto con il computer, da qualcosa da temere a qualcosa da abbracciare con entusiasmo. Trovo difficile credere che la perdita di certi processi in background non sia un prezzo che val la pena pagare per avere dispositivi più amichevoli e meno intimidatori. 

Concludo ribadendo l’aspetto che a me sembra fondamentale: se questo dibattito post-iPad serve a far capire a molti programmatori che la maggior parte delle persone ha bisogno di un’informatica più accessibile, ben venga, e quelli fra loro che riterranno opportuno muoversi nella direzione iPad, lo faranno, contribuendo essi stessi a modificare il panorama informatico. E chi vorrà continuare a utilizzare interfacce più complesse continuerà a poterlo fare, proprio come avviene in tanti altri ambiti in cui chi ha maggiore esperienza può usufruire di strumenti più complessi e sofisticati rispetto al comune utilizzatore.