iPad, informatica, e conclusioni provvisorie

Mele e appunti

Sono passate due settimane dall’introduzione di iPad, e una decina di giorni dal dibattito scaturito da un articolo di Steven Frank che ho deciso di tradurre e proporre al pubblico di lingua italiana perché l’ho considerato interessante e meritevole di attenzione. La discussione che si è aperta in questa sede è stata altrettanto interessante e non considero sprecato il tempo (non poco) che vi ho dedicato, cercando di comprendere i punti di vista altrui e cercando di far capire i miei, quelli di Steven Frank e quelli di altri d’accordo con la sua posizione.

Ho pensato di scrivere questo intervento — che sarà l’ultimo sull’argomento almeno per ora — per dare una sorta di chiusura temporanea al dibattito sul mio blog e per ribadire alcune cose che a mio avviso sono state fraintese nei botta e risposta. A chi vorrà commentare chiedo solo di cercare di evitare di riaprire questioni già discusse, magari leggendosi prima con attenzione quanto è stato già detto nei commenti ai post precedenti, soprattutto le mie risposte.

1. Il primo grande fraintendimento è stato nella lettura della posizione di Steven Frank. Sarà perché l’ho tradotta con attenzione, e quindi credo di aver capito bene quel che egli sostiene, ma ho l’impressione che molti l’abbiano scambiata per una sorta di manifesto di chissà quale nuovo movimento o religione. È un punto di vista, non è la verità rivelata. Non è affatto detto che le cose vadano nella direzione intravista da Frank. Dalle reazioni di alcuni mi sembra invece che si siano presi molti dettagli alla lettera e che lo scenario immaginato da Frank sia già praticamente un fait accompli. Come ho già ripetuto, l’azienda Apple e il prodotto iPad, nell’articolo di Frank, hanno la valenza di pretesto per discutere di un possibile corso che l’informatica personale potrà o meno intraprendere nei prossimi dieci-vent’anni. Pensare che con esso lui (e io, che condivido le sue riflessioni) voglia dire che il futuro è un iPad per tutti e che Apple sarà l’unica forza innovatrice in questo senso, è profondamente riduttivo.

2. Un secondo fraintendimento l’ho avvertito nei confronti dell’interfaccia di iPad, ossia di iPhone OS. Nessuno ha detto che quell’interfaccia che vediamo oggi sui dispositivi Touch di Apple sarà l’interfaccia del futuro, presente su tutti i dispositivi personali, fatta per un pubblico di ignorantoni e sempliciotti che non hanno voglia di imparare quei quattro concetti base per far funzionare un computer. Tutto il discorso presuppone un concetto che mi pare sia passato oscenamente in secondo piano durante la discussione. Quel concetto è evoluzione. Un discorso evolutivo prescinde dai singoli dispositivi e si concentra su aspetti più generali, come appunto l’interfaccia e i sistemi operativi che faranno funzionare i computer e i dispositivi personali di domani. Temere che saremo invasi da dispositivi che non permettono un ‘vero multitasking’ perché ci si sofferma sulle presunte limitazioni che oggi caratterizzano iPhone OS, è fuori luogo. È scontato che lo hardware si evolverà sempre, e infatti Steven Frank lo dà come fatto certo nelle premesse; lo hardware, ai fini della discussione, è un non-problema. La questione riguarda il software e l’interazione fra esseri umani e dispositivi informatici. È questo ciò che mi sta a cuore, ed è di questo che Frank, Speirs, e altri programmatori hanno parlato nei loro interventi. Può l’interfaccia di iPhone OS essere una risposta verso un’esperienza utente migliore e meno frustrante? Certamente, con alcuni distinguo e una volta superati certi ostacoli specifici che Steven Frank stesso discute nel suo pezzo.

3. Mi è sembrato di scorgere un terzo fraintendimento quando si è dibattuto sui concetti che Frank ha chiamato Vecchio Mondo e Nuovo Mondo dell’Informatica. Alcuni hanno reagito come se si stesse facendo una questione di valori e come se Frank emettesse un giudizio inappellabile su quelle due categorie, come se dicesse “Nuovo Mondo: buono, Vecchio Mondo: cattivo”. Anche questa posizione è riduttiva e perde di vista un altro elemento importante. Non si tratta di buttare nel cesso tutte le tappe evolutive per le quali è passato il personal computer negli ultimi trent’anni. Non si tratta di abbracciare acriticamente l’interfaccia e la metafora della piattaforma Touch di Apple. Né si vuole dire che il lavorare per sviluppare un’interfaccia più immediata e facile da usare significhi menomarla o renderla meno potente. In tanti (qui e altrove nel Web) hanno frainteso questo nodo per me cruciale. Svecchiare la metafora della scrivania, far evolvere l’interfaccia utente in modo che l’esperienza informatica diventi qualcosa di più gradevole e alla portata di persone meno pratiche non significa impoverirla. Da certe reazioni che ho letto mi è invece parso di capire che molti temono un prossimo futuro in cui l’interfaccia di computer e dispositivi personali sarà ridotta, semplificata, e istupidita per scendere al livello di chi non è nerd. Che si andrà verso una non ben definita involuzione.

L’errore è avvicinarsi a un dibattito che parla di scenari futuri utilizzando le categorie del passato. C’è chi vede nella possibilità che il filesystem venga reso invisibile all’utente un grosso sbaglio, una tendenza sciocca, un voler togliere qualcosa agli utenti esperti per creare delle protesi ai non esperti. Questo perché oggi poter accedere al filesystem direttamente è un’operazione che ha importanza e che offre una certa flessibilità, ma tale punto di vista è viziato dal fatto che un filesystem visibile e accessibile è un elemento importante per il modello dei sistemi operativi di oggi. Nell’evoluzione verso l’informatica di domani, se il filesystem verrà reso invisibile all’utente non sarà tanto perché l’utente medio è troppo stupido per capirlo o perché può commettere degli errori, ma sarà perché il sistema operativo e l’interfaccia utente si saranno trasformati in modo da essere altrettanto flessibili e potenti, avranno sposato concetti di approccio e manipolazione dei dati per cui vedere il filesystem non avrà importanza alcuna se non, forse, per chi necessita un tipo di accesso a basso livello per scopi che hanno a che vedere con la programmazione e con il sistema stesso. Quindi i programmatori, i tecnici, mentre il resto dell’utenza potrà concentrarsi su scopi differenti, sui propri lavori, e sfruttare al meglio il mezzo (il computer, il dispositivo personale) che permetterà loro di svolgere tali scopi (che riguardino compiti lavorativi o l’intrattenimento e il gioco).

4. Il quarto fraintendimento riguarda il ruolo di Apple. Qui parlo per me perché non pretendo di conoscere l’opinione personale di Frank e degli altri sulla sua linea di pensiero. Non dò affatto per scontato che oggi Apple sia l’unica in grado di innovare e che il futuro dell’informatica sia praticamente nelle sue mani. Il mio essere utente Apple di lungo corso, e il fatto che il Mac abbia un ruolo spesso di primo piano in questo blog che curo, sono fattori che non mi impediscono affatto di vedere oltre Apple e di avere una mentalità aperta in materia. Come amo spesso dire nelle discussioni di persona, il giorno in cui un’azienda proporrà un insieme di hardware e software migliore per le mie esigenze di quanto Apple mi ha offerto finora, non esiterò a cambiare.

Detto questo mi sembra evidente l’importanza di Apple nel discorso relativo all’interfaccia utente e i suoi possibili sviluppi. Apple può non piacere per certe sue scelte e certe sue politiche, ma è innegabile il fatto che le spinte verso altre direzioni (ho detto altre, non necessariamente nuove o innovative) in ambito informatico siano spessissimo venute dall’azienda di Steve Jobs. Le attuali interfacce non sarebbero dove sono senza il Macintosh presentato nel 1984 (e senza il Lisa prima di lui). La fruizione della musica digitale non sarebbe dov’è ora senza iPod (2001) e iTunes Store (2003). Il concetto di PDA, assistente personale digitale, è nato negli anni Novanta e Apple ha avuto la sua parte nel dare un’impronta a quel tipo di informatica. Non sempre gli avanzamenti tecnici sono arrivati da parte di Apple, ma spesso Apple ha portato innovazione sotto altre forme, e lo si è visto nei due mercati dei lettori MP3 portatili e nei cellulari.

In questi due mercati, Apple non è entrata da pioniera, non ha ‘inventato’ nulla. Ma ha saputo individuare determinate carenze ed è stata in grado di colmarle in maniera se non completa, almeno sufficientemente credibile da produrre i risultati senza precedenti che tutti abbiamo visto e vediamo tuttora. Pertanto, come già scrivevo nei commenti, non è peregrino supporre che Apple continui ad avere un ruolo non indifferente nella spinta di processi trasformativi nell’informatica prossima ventura. Stiamo a vedere intanto l’impatto che avrà iPad nel mercato dei netbook e dei lettori di e‑book. Un impatto che sarà deciso dal pubblico, non dimentichiamolo, perché è il pubblico, in ultima analisi, a decretare il successo di una piattaforma o di un dispositivo. Stiamo a vedere se qualche azienda concorrente riuscirà a sfornare un’idea nuova, che non sia un tentativo di imitazione; stiamo a vedere se qualcun altro saprà dimostrare di guardare avanti e di osare, rendendo il gioco ancora più interessante.

Microsoft e le forze autodistruttive

Mele e appunti

Dopo le estenuanti discussioni su iPad e dintorni, faccio un intervallo e vado dall’altra parte della barricata. Segnalato dal sempre puntuale John Gruber, ho letto con interesse questo articolo d’opinione apparso sul New York Times a firma Dick Brass (un vicepresidente di Microsoft negli anni 1997–2004), che condivide qualche aneddoto emblematico della sua esperienza in Microsoft. Emblematico di come si muova al suo interno un gigante come Microsoft nell’ambito della ricerca tecnologica e dell’innovazione. In una parola, male. Dagli spunti che racconta, ne viene fuori l’immagine di un gigante la cui mano sinistra non sa sempre quel che fa la destra, ed entrambe finiscono per legare fra loro i lacci delle scarpe — e il gigante incespica e cade. Merita dunque la traduzione di alcuni stralci salienti.

Microsoft è diventata un’innovatrice goffa e non competitiva. I suoi prodotti sono oggetti di scherno, spesso ingiustamente, ma altre volte a ragione. La sua immagine non si è mai ripresa dai procedimenti giudiziari dell’antitrust negli anni Novanta. Il suo marketing è inetto da anni. […]

Mentre Apple continua a guadagnare quote di mercato in vari prodotti, Microsoft ne ha perse nell’ambito dei browser Web, dei portatili high-end e degli smartphone. Malgrado gli investimenti di miliardi di dollari, la sua linea di prodotti Xbox continua a essere tutt’al più un concorrente alla pari nel mercato delle console di gioco. Ha prima ignorato e poi fatto pasticci nel mercato dei player musicali portatili, finché quel mercato è stato praticamente chiuso da Apple.

Gli enormi profitti di Microsoft (6,7 miliardi di dollari lo scorso trimestre) provengono quasi interamente da Windows e dalla suite Office, programmi che ha iniziato a sviluppare decenni fa. Come General Motors con i suoi camion e SUV, Microsoft non può contare solo su questi prodotti per sostenersi in eterno. […]

Che è accaduto? A differenza di altre aziende, Microsoft non ha mai sviluppato un sistema vero e proprio per favorire l’innovazione. Anzi, secondo alcuni miei ex-colleghi, Microsoft è andata sviluppando un sistema che soffoca l’innovazione. Malgrado possieda uno dei più grandi e migliori laboratori aziendali nel mondo, e si conceda il lusso di avere non uno ma tre Chief Technology Officer, la compagnia riesce regolarmente a frustrare il lavoro dei suoi pensatori più visionari.

Per esempio, nei primi anni in cui lavoravo in Microsoft, un gruppo di esperti grafici veramente brillanti inventò un modo per visualizzare il testo a video chiamato ClearType. Funzionava utilizzando i punti di colore degli schermi a cristalli liquidi per rendere i caratteri molto più leggibili a video. Sebbene avessimo realizzato questa tecnologia per favorire la vendita di e‑book, essa dava a Microsoft un enorme vantaggio potenziale con ogni genere di dispositivo dotato di schermo. Ma ebbe anche l’effetto di infastidire altri gruppi all’interno di Microsoft che si sentivano minacciati dal nostro successo.

Alcuni ingegneri del gruppo Windows mentirono sostenendo che [ClearType] mandava in tilt lo schermo quando venivano impiegati certi colori. Il capo della divisione Office disse che i caratteri si vedevano sfuocati e gli dava il mal di testa. Il vicepresidente del settore dei dispositivi portatili fu ancora più brusco: avrebbe supportato e utilizzato ClearType, ma solo a patto che il progetto e i relativi programmatori venissero trasferiti sotto la sua direzione. Il risultato fu che malgrado [ClearType] ricevette grande favore di pubblico, malgrado il progetto fu promosso internamente, malgrado i brevetti e quant’altro, passarono dieci anni prima che una versione completamente funzionante di ClearType venisse finalmente incorporata in Windows.

Un altro esempio: quando stavamo costruendo il Tablet PC nel 2001, l’allora vicepresidente della divisione Office decise che il concetto non gli piaceva. Il tablet richiedeva l’uso di uno stilo, e lui preferiva di gran lunga le tastiere alle penne e pensò che i nostri sforzi erano destinati a fallire. Anzi, per essere certo che fallissero, si rifiutò di modificare le popolari applicazioni Office per adattarle al tablet. Pertanto, se si desiderava inserire un numero in un foglio di calcolo, o correggere una parola in un messaggio email, bisognava scriverlo in un’apposita finestra pop-up, la quale trasferiva le informazioni a Office. Un sistema seccante, goffo e lento.

Per cui, ancora una volta, malgrado il nostro tablet avesse ricevuto un supporto entusiastico da parte dei vertici amministrativi e fosse costato centinaia di milioni di dollari per lo sviluppo, ne fu sostanzialmente permesso il sabotaggio. Ancora oggi non è possibile utilizzare Office in modo diretto su un Tablet PC. E pur sapendo con certezza che sarebbe apparso un tablet Apple quest’anno, la divisione tablet in Microsoft è stata eliminata.

[…] Parte del problema [di ciò che non funziona in Microsoft] è la sua preferenza storica verso lo sviluppo di software (altamente redditizio) senza mettersi a costruire hardware (altamente rischioso). Questo aveva economicamente senso quando la compagnia venne fondata nel 1975, ma ora rende le cose molto più difficili quando si tratta di creare prodotti strettamente integrati e dal design meraviglioso come iPhone o TiVo.

Come fa giustamente notare Gruber, Vi immaginate il capo del gruppo iWork in Apple che dichiara arbitrariamente che non vi saranno versioni di Keynote, Pages e Numbers per iPad perché a lui non piace il concetto?

Non ho granché da aggiungere a commento di quanto ho tradotto, se non che è un’altra conferma del livello di disorganizzazione e di competizione interne a Microsoft, che possono raggiungere parossismi tali da soffocare anche quelle mosse tecnologiche e quelle innovazioni potenzialmente vincenti. Estesa e dalla struttura decentralizzata, Microsoft è — per tornare alla mia immagine in apertura — un gigante che procede a fatica perché ogni suo arto è pilotato da un gruppo diverso. Apple ne è l’antitesi — una struttura centralizzata e piramidale, snella e con una sola cabina di comando. Ma soprattutto Apple non soffre di crisi di identità, crisi in cui Microsoft si trova oggi immersa fino al collo.

Tanto per fare un ultimo accenno al recente dibattito sul futuro dell’informatica, con questo tipo di cultura aziendale e conflitti interni, quale apporto, quale spinta veramente innovativa possiamo aspettarci da Microsoft? Google, ovviamente, è un altro discorso.

A wake-up call for the current state of personal computing

Tech Life

The huge debate following the iPad’s introduction has taken an interesting direction. It seems that a lot of people, after realising the effectiveness of the iPad’s touch interface and general user experience, have started to question and discuss what’s wrong with the current state of personal computing. In this regard, I’ve really enjoyed the contributions of Steven Frank (this one, and this one) and Fraser Speirs’ article Future Shock. They both point out that perhaps the iPad in itself is not going to be the revolution, but it might be the right step toward some re-thinking and re-designing of modern computer user interfaces, to make them more user-friendly and accessible, and to make the general user experience a more pleasant and less frustrating affair. (Check also the clear, spot-on graphics in this piece by Mike Monteiro on the Mule Design Studio’s weblog).

The iPad, in Frank’s musings, is an excuse to reflect on something broader, but I get the impression that many people have taken it literally. It is naïve to think that New World computing (as Frank calls it) is going to be made exclusively of iPad clones, or that any computer in the near future will have a touch interface regardless of the size of the device, and that everyone will work like Tom Cruise in Minority Report.

The scope of the discussion is not limited to multi-touch technology, but encompasses the whole user interface; it is essentially about what has so far worked for a minority of users but hasn’t been enough to provide a simple and immediate (unmediated) familiarisation with the computer for the majority of people. In this sense, the interface of the iPhone, iPod touch and iPad shows that eliminating — or rather obscuring — some unnecessary (for the uninitiated and non-technical users) complications of the interface and of crystallised abstract concepts (files, folders, directories), you can create a more user-friendly experience, and lower the learning curve.

Sometimes people ask me to explain what I think is wrong with personal computing and the user interfaces of many computer platforms today. I think the following excerpt from Donald Norman’s seminal book The Design of Everyday Things nails quite well the core of the matter (emphasis mine):

Designers often think of themselves as typical users. After all, they are people too, and they are often users of their own designs. Why don’t they have the same problems as the rest of us? The designers I have spoken with are thoughtful, concerned people. They do want to do things properly. Why, then, are so many failing?

All of us develop an everyday psychology — professionals call it “folk psychology” or, sometimes, “naïve psychology” — and it can be as erroneous and misleading as the naïve physics that we examined in chapter 2. Worse, actually. As human beings, we have access to our conscious thoughts and beliefs but not to our subconscious ones. Conscious thoughts are often rationalizations of behavior, explanations after the fact. We tend to project our own rationalizations and beliefs onto the actions and beliefs of others. But the professional should be able to realize that human belief and behavior are complex and that the individual is in no position to discover all the relevant factors. There is no substitute for interaction with and study of actual users of a proposed design.

[…]

There is a big difference between the expertise required to be a designer and that required to be a user. In their work, designers often become expert with the device they are designing. Users are often expert at the task they are trying to perform with the device.

[…]

Professional designers are usually aware of the pitfalls. But most design is not done by professional designers, it is done by engineers, programmers and managers. One designer described the issues to me this way:

People, generally engineers or managers, tend to feel that they are humans, therefore they can design something for other humans just as well as the trained interface expert. It’s really interesting to watch engineers and computer scientists go about designing a product. They argue and argue about how to do things, generally with a sincere desire to do the right thing for the user. But when it comes to assessing the tradeoffs between the user interface and internal resources in a product, they almost always tend to simplify their own lives. They will have to do the work, they try to make the internal machine as simple as possible. Internal design elegance sometimes maps to user interface elegance, but not always. Design teams really need vocal advocates for the people who will ultimately use the interface.

Designers have become so proficient with the product that they can no longer perceive or understand the areas that are apt to cause difficulties. Even when designers become users, their deep understanding and close contact with the device they are designing means that they operate it almost entirely from knowledge in the head. The user, especially the first-time or infrequent user, must rely almost entirely on knowledge in the world. That is a big difference, fundamental to the design.

Innocence lost is not easily regained. The designer simply cannot predict the problems people will have, the misinterpretations that will arise, and the errors that will get made. And if the designer cannot anticipate errors, then the design cannot minimize their occurrence or their ramifications.

I am glad that the iPad has fuelled this debate, and roughly two months before shipping, even. If this serves to make other programmers and developers understand that most people need a more accessible computing experience, that is fine. I’m sure that those among them who shall deem appropriate to move in the iPad direction, will do so, thus shaping the change toward a better personal computing (at least one hopes so). And those power users who prefer to delve into more complex interfaces will continue to do so, just as it happens in many other areas where those with more experience can take advantage of more complex and more sophisticated tools than the common user.

L'iPad e la nuova informatica: altre riflessioni

Mele e appunti

Alcuni dei commenti ricevuti agli articoli precedenti mi hanno lasciato il dubbio: provare a rispondere in maniera articolata a chi è intervenuto, oppure scrivere un altro pezzo e proseguire così la discussione? Ho riflettuto e, com’è evidente da ciò che state leggendo, ho optato per la seconda alternativa. Sono cosciente che da quando è stato presentato iPad il Web è letteralmente impazzito fra reazioni, commenti, reazioni ai commenti, dissertazioni per provare che iPad è il male (un prodotto deludente, un flop in attesa di concretizzarsi, una moda passeggera, l’ennesimo inganno di Apple verso consumatori inebetiti dai falsi bisogni, ecc.) o il bene (iPad è un segnale che preannuncia una virata dell’informatica personale, che nei prossimi anni andrà semplificandosi e sarà più ‘umana’ e alla portata di utenti meno esperti, ecc.).

Ma almeno in questa sede, vorrei continuare a pensare a voce alta e a condividere le mie riflessioni prima che la discussione sfugga di mano.

Questo recente commento di Xanderoby sintetizza con una certa chiarezza una corrente di pensiero che altri condividono (l’ho visto qui, in commenti ricevuti in privato, e altrove sul Web) in reazione all’iPad ma specialmente all’articolo di Steven Frank e a chi la pensa come lui:

Posso dirti che, personalmente, mal digerisco novelli guru che profetizzano chissaché sulla base di analisi monche del contesto.
Posso dirti che, in mia modestissima opinione, iPad e dispositivi affini non sono altro che ennesimi dispositivi in cerca di funzioni e rivoluzioni, ma che in fondo non fanno che ampliare la tribalizzazione hardware dei dispositivi web-oriented, senza necessariamente produrre rivoluzioni, al più blande mode passeggere.
Posso dirti che, in contesti ben più reali che le iperboliche piroette di chi deve lucrarci, esser insultato (si vada dal “Vecchio Mondo” al “Quelli strani siamo noi” passando per un “Chi non ha capito cos’è iPad”) solo per aver un atteggiamento d’attesa sul fenomeno del momento mi indispone alquanto.
Questo comportamento, più che le psichedeliche visioni dei Futuribili, è il problema di chi per decenni ha convissuto con “gli strani” ed oggi (ma anche ieri, con iPhone e altri prodotti) sommessamente dissente.

È una posizione rispettabilissima, e in risposta cercherò di spiegare ulteriormente la mia, dato che si avvicina di molto a quella di Steven Frank.

Anzitutto vorrei riprendere alcuni concetti chiave dell’articolo di Steven Frank (se volete rileggerlo, ecco il link alla mia traduzione):

  1. Le possibili trasformazioni future dell’informatica personale a cui allude Frank sono, appunto, possibili. Nessuno, né io né Steven Frank stesso, le dà per assodate. Non si tratta di una predizione vuota. Si tratta di mettere alcune carte in tavola, pensare a ciò che iPad potrebbe rappresentare, intravedere una direzione che è sciocco non considerare, e costruttivamente fare qualcosa in tale direzione; leggendo la parte finale dell’articolo, a me sembra chiaro che la sua posizione non sia tanto iPad è il futuro, punto e basta, ma, appunto, che iPad sia uno stimolo — rivolto ai programmatori, ai tecnici — per cercare di sviluppare un’esperienza informatica nuova e più accessibile.
  2. iPad, nell’articolo di Frank, è un pretesto per riflettere su qualcosa di più ampio, ma ho l’impressione che molti lo abbiano preso alla lettera. È ingenuo pensare che l’informatica del Nuovo Mondo sia fatta da cloni dell’iPad, o che qualsiasi computer in un prossimo futuro abbia un’interfaccia touch a prescindere dalle dimensioni del dispositivo, e che tutti lavoreremo come Tom Cruise in Minority Report.
    Il discorso non è circoscritto alla tecnologia touch, ma si estende ragionando sull’interfaccia utente, su ciò che finora ha funzionato per una minoranza di utenti ma che non è stato sufficiente per permettere una familiarizzazione semplice e immediata (non mediata) con il computer da parte della maggioranza delle persone. In questo senso, l’interfaccia di iPhone, iPod touch e iPad dimostra che eliminando, o meglio oscurando, certe inutili (sottolineo, per i profani e i non-tecnici) complicazioni dell’interfaccia e di concetti astratti ormai cristallizzati (file, cartelle, directory), è possibile creare un’esperienza utente più amichevole, e abbassare la curva di apprendimento.
  3. Se questa rivoluzione avverrà o meno dipende da tutta una serie di variabili nient’affatto scontate, ma nell’articolo di Frank non sta scritto da nessuna parte che iPad è la via, la verità e la vita. Tutt’al più sta scritto che iPad è una proposta credibile, che Apple viene lasciata in un certo senso a fare da cavia, e che Apple, nella posizione in cui si trova, difficilmente avrà da perderci.

Inoltre occorre però tenere presente un elemento per me assai importante: le parole di Frank non sono quelle di un novellino, e il dibattito che ha scatenato non lo ha scatenato soltanto fra blogger e utenti più o meno esperti. Non dobbiamo dimenticare i programmatori e gli sviluppatori. Frank è uno di loro, e altri si trovano in accordo con lui. E sono queste persone che, alla fine, possono contribuire fattivamente a impostare certe direzioni nell’informatica prossima futura. Se a loro un dispositivo come iPad entusiasma, al punto di creare nuove applicazioni (nella doppia accezione di ‘programmi’ e ‘utilizzi’) per iPad e per i dispositivi touch di prossima generazione, è chiaro che avranno una certa influenza sia sul successo economico di iPad e affini, sia sugli sviluppi tecnologici. Altro che ‘blande mode passeggere’.

È ovvio che Apple con iPad cerchi il successo commerciale sulla scia di iPod (2001) e iPhone (2007), e che non è un’azienda di beneficenza, e che qualcuno ci lucra; ma, lucrare per lucrare, almeno arriva una proposta che può beneficiare anche l’utente qualsiasi, e a mio avviso è sempre meno peggio che continuare a perpetuare un’informatica fatta di interfacce inutilmente complesse per l’utente medio e per i compiti che deve/vuole effettuare con un computer; un’informatica con la quale una minoranza di esperti continua a trovarsi a proprio agio e che non vede motivo di cambiare. Entità come Microsoft hanno lucrato per anni con questo modello. E il fatto che la piattaforma Linux, malgrado esista da anni e si sia notevolmente evoluta e semplificata negli ultimi tempi, continui a non avere la diffusione sperata fra i comuni mortali, è un altro indizio della visibile spaccatura fra utenti esperti e utenti comuni, e del fatto che sia necessario fare un passo avanti verso un’interfaccia e un’informatica più accessibili.

Un altro che si trova in accordo con Steven Frank è Fraser Speirs, anch’egli sviluppatore Mac e iPhone, che nel suo articolo Future Shock, citato a più riprese nelle alte sfere del dibattito tanto quanto Steven Frank, esprime il suo punto di vista con chiarezza:

Per anni [noi tecnici] abbiamo creduto di dover semplificare maggiormente l’esperienza informatica per il cosiddetto ‘utente medio’. Trovo difficile arrivare a una conclusione diversa dall’ammettere che abbiamo totalmente fallito nell’impresa.

Sospetto che, segretamente, a noi tecnologi è sempre piaciuta l’idea che i Normali dipendessero da noi per il nostro sciamanismo tecnologico. […]

Spesso l’effetto di regressione infantile provocato dall’alta tecnologia sugli adulti mi intristisce. Dall’avere controllo sul loro mondo, essi vengono proiettati indietro in un mondo puerile e medievale in cui appaiono dei gremlin a tormentarli per poi scomparire, contro i quali le uniche risorse sono la magia, gli incantesimi e l’aiuto dello stregone locale.

Con iPhone OS come rappresentato da iPad, Apple si propone di fare qualcosa, e intendo proprio fare qualcosa per ovviare alla situazione invece di limitarsi a chiacchierare e a dire che farà qualcosa; e questo ha fatto uscire di testa tanta gente.

Non il mondo intero, però. Le persone sconfitte dalla complessità e dai fallimenti tecnologici hanno subito capito che cosa sta succedendo. Così come lo hanno inteso quelli fra noi che hanno spiegato con pazienza, giorno dopo giorno, a un figlio o a un collega di lavoro che il motivo per cui non c’è il comando Stampa nel menu Archivio è perché, sebbene il documento Pages sia a pieno schermo, è il Finder a essere l’applicazione in primo piano, e non ha finestre aperte.

I Visigoti sono alle porte della città. Esigono di poter accedere al software, di essere in controllo di come sperimentare le informazioni. Magari a loro non piacerà la nostra arte eccelsa e la nostra cultura tecnica, e magari non sempre condividono il nostro senso estetico, ma sono quelle persone che abbiamo dichiarato di servire per 30 anni, al contempo rendendone la vita difficile nei modi più vari. E inoltre essi sono molti, molti più di noi.

Tante persone parlano del reality distortion field (campo di distorsione della realtà) di Steve Jobs, e non nego che quell’uomo abbia una capacità di convincimento quasi ipnotica. Tuttavia vi è un altro campo di distorsione della realtà in azione, e coinvolge tutti coloro che sbarcano il lunario grazie all’industria tecnologica. Quel campo di distorsione ci fa dire che i computer sono eccezionali, che funzionano alla grande, e che solo gli imbecilli non sono in grado di utilizzarli.

L’industria tecnologica avrà convulsioni di shock del futuro per un po’ di tempo. Molti si aggrapperanno alla loro idea pre-27 gennaio di ciò che occorre per eseguire del ‘lavoro vero’; si aggrapperanno all’idea che il ‘vero lavoro’ è la parte che ha strettamente a che vedere con il computer.

Non è così. Il Lavoro Vero non è formattare i margini del documento, installare i driver della stampante, caricare il documento, rifinire le diapositive di PowerPoint, avviare l’aggiornamento del software o reinstallare il sistema operativo.

Il Lavoro Vero è insegnare a un bambino, curare un paziente, vendere una casa, individuare i difetti di una strada, riparare l’auto al bordo della strada, registrare le ordinazioni al ristorante, progettare una casa e organizzare una festa.

Pensate ai milioni di ore di sforzi umani spesi per prevenire e risolvere i problemi causati da sistemi informatici completamente aperti. Pensate alla fatica che hanno fatto molte persone per acquisire delle capacità del tutto ortogonali alle loro passioni e alla loro professione, solo per poter finire il proprio lavoro con esito.

Se iPad e i suoi successori renderanno tutte queste persone libere di concentrarsi su ciò che sanno fare al meglio, ciò cambierà la percezione del rapporto con il computer, da qualcosa da temere a qualcosa da abbracciare con entusiasmo. Trovo difficile credere che la perdita di certi processi in background non sia un prezzo che val la pena pagare per avere dispositivi più amichevoli e meno intimidatori. 

Concludo ribadendo l’aspetto che a me sembra fondamentale: se questo dibattito post-iPad serve a far capire a molti programmatori che la maggior parte delle persone ha bisogno di un’informatica più accessibile, ben venga, e quelli fra loro che riterranno opportuno muoversi nella direzione iPad, lo faranno, contribuendo essi stessi a modificare il panorama informatico. E chi vorrà continuare a utilizzare interfacce più complesse continuerà a poterlo fare, proprio come avviene in tanti altri ambiti in cui chi ha maggiore esperienza può usufruire di strumenti più complessi e sofisticati rispetto al comune utilizzatore.

Dove andiamo con iPad

Mele e appunti

Il mio post precedente, in cui ho tradotto un articolo per me interessantissimo di Steven Frank, ha attirato molta più attenzione di quanto prevedessi, e voglio ringraziare tutti coloro che mi hanno fatto i complimenti per il servizio reso; sono contento, in primo luogo perché non ho perso tempo invano, e poi perché ho indirettamente contribuito al dibattito di qualità su iPad.

Ovviamente in questi giorni ho avuto io stesso modo di riflettere ulteriormente su iPad, sulle sue implicazioni e sulla discussione che ha generato sul Web, nonché sulle reazioni all’articolo medesimo di Steven Frank. Ahimé, cari lettori, vi aspetta un’altra lunga lettura. Abbiate pazienza.

1. Rivoluzione in sordina

Anzitutto trovo impagabile la reazione di chi ha sostenuto che, in fondo, l’oggetto presentato da Apple il 27 gennaio non sia nulla di straordinario e non capiscono tutto il sensazionalismo intorno a esso. Faccio solo notare che tutto quel sensazionalismo è stato montato da chiunque e in ogni luogo, meno che da Apple. L’unica cosa che Apple ha reso noto pubblicamente era l’evento organizzato per il 27 gennaio, e che avrebbe presentato un prodotto nuovo, “la nostra ultima creazione” come lo definiva l’invito.

Tutto il mondo, alla vigilia dell’evento, si aspettava l’oggetto che avrebbe rivoluzionato l’informatica. Molti si aspettavano un botto e sono rimasti delusi da quello che è sembrato il semplice ‘pop!’ di un turacciolo. Ebbene, credo che iPad sia davvero un dispositivo che rivoluzionerà l’informatica (quella personale, almeno), solo che non l’ha fatto con un botto, ma aprendo piccole crepe in un muro. Crepe che stanno già allargandosi a pochi giorni di distanza e due mesi prima della commercializzazione ufficiale di iPad. Tutta la discussione, l’abbondanza di articoli, le decine di messaggi che hanno fatto aumentare considerevolmente il traffico di tutte le mailing list che seguo, sono ovvi indicatori di queste crepe.

2. Tutto scorre, e fa paura

Il dibattito appare polarizzato su due fronti:

  1. C’è chi è entusiasta di iPad, che ha capito che può rivoluzionare in positivo l’esperienza informatica degli utenti, che ha capito che iPad può essere un oggetto semplice per fare cose magari complicate. C’è chi ha capito che iPad è importante non per quel che è oggi, non per come è fatto oggi, ma per l’impronta che darà domani, per la direzione che vuole intraprendere. C’è chi ha capito che iPad non è un oggetto immutabile e incapace di evolvere.
  2. Poi c’è un gruppo di persone, guarda caso tutte appartenenti a quella categoria che nel suo articolo Steven Frank chiamava utenti del Vecchio Mondo informatico, che sono visibilmente atterrite da iPad, da quel che rappresenta e soprattutto da quel che temono possa rappresentare per il futuro dell’informatica: una sostanziale involuzione. Vedono la semplicità concettuale, la chiusura hardware e lo stretto controllo di Apple lato software come una minaccia alla loro libertà e abilità di pasticciare, programmare, hackerare, personalizzare. Temono, in altre parole, che presto il computer come lo hanno conosciuto loro scompaia, lasciando il posto a dispositivi ‘stupidi’ e immodificabili. Temono che questo possa frenare la curiosità di possibili futuri programmatori e ricordano con nostalgia i tempi di Commodore e Apple ][, macchine aperte e totalmente hackerabili, macchine che potevano fare di tutto e che invitavano alla sperimentazione.

Secondo me l’errore è appunto nel vedere iPad come dispositivo incapace di evolvere e di trasformarsi nel tempo. E siamo davvero tornati al 2007, quando apparve iPhone. Gli mancavano funzionalità e caratteristiche considerate essenziali: il 3G, i messaggi multimediali, il copia-incolla, la possibilità di effettuare il Tethering, ecc. In meno di tre anni sono arrivate tutte, e altro ancora. È arrivato lo SDK, la piattaforma si è aperta allo sviluppo di terze parti, sono arrivate migliaia di applicazioni; alcune di esse hanno esteso le funzioni dell’apparecchio, hanno sopperito a mancanze nella dotazione di software di serie, hanno migliorato compiti che iPhone poteva già fare, hanno contribuito alla percepibile evoluzione di iPhone in un intervallo di tempo relativamente corto.

La piattaforma Touch è destinata a evolvere paurosamente. Come scrivevo nei commenti all’articolo precedente, oggi l’App Store è in gran parte un mercato delle pulci, con tante bancarelle che propongono applicazioni di ogni tipo e molte di esse sono poco più che scherzetti e distrazioni sciocchine che lasciano il tempo che trovano. Ebbene, non sono per niente convinto che App Store rimarrà in questo stato quando iPad comincerà a diffondersi sul mercato. Quando nasceranno e aumenteranno le applicazioni ottimizzate per iPad, secondo me si produrrà uno scarto qualitativo rispetto al software disponibile per iPhone e iPod touch. Nasceranno applicazioni più sofisticate e professionali, che svilupperanno ed estenderanno ancora di più quelle potenzialità che pensiamo di aver indovinato semplicemente guardando il keynote del 27 gennaio. Sono convinto che si formerà un ‘App Store Per iPad’ nel quale troveremo programmi che esaltano l’interfaccia di iPad e sfruttano le sue peculiarità rispetto a iPhone.

Perché chi afferma che ‘iPad non è altro che un grosso iPhone’ a mio parere non ha capito iPad? Perché il fatto stesso che iPad abbia uno schermo da 9,7″ e non da 3″ è il nocciolo della questione e la radice di tutte le differenze di iPad rispetto a iPhone. Lo schermo più grande crea quella che a me piace definire ‘reazione a catena di funzionalità’. Le maggiori dimensioni implicano una differente qualità e design costruttivi, i quali portano a un modo di maneggiare e manipolare iPad diverso da quello di iPhone; questo aspetto, a sua volta, implica una serie di applicazioni in cui iPad può rivelarsi più usabile di iPhone. Perché lo schermo più grande da un lato rende più efficaci applicazioni già esistenti per iPhone — Mappe, Contatti, Calendario, per fare i primi tre esempi che mi vengono in mente; due dei quali sono software guarda caso modificati e adattati per funzionare ancora meglio su iPad — dall’altro permette la creazione di programmi e applicativi che sarebbero improponibili su iPhone o iPod touch, date le ridotte dimensioni dei loro display.

A questo proposito, l’elemento più innovativo che ho notato seguendo il keynote è stata la presentazione della suite iWork espressamente ripensata per iPad. Le versioni di Keynote, Pages e Numbers per iPad sono eccezionali. È evidente che non sono state create delle brutte copie delle tre controparti che girano su Mac OS X. Sono state rifatte praticamente da zero. Se aggiungiamo il fatto che iPad può sfruttare anche una tastiera fisica, mi sembra facile intuire che cosa accadrà: oltre a sviluppatori iPhone OS che creeranno versioni per iPad delle loro applicazioni, iPad attirerà l’attenzione degli sviluppatori Mac, i quali, viste le dimensioni più generose di iPad e la possibilità di effettuare certi compiti con una comodità più da computer che da smartphone, saranno stimolati a creare versioni iPad del loro software per Mac OS X, sulla scia di quanto Apple ha fatto con iWork. Un primo segnale in questo senso sono le parole di Ken Case, CEO di Omni Group:

iPad ci sta davvero entusiasmando, e vogliamo rendere disponibili per iPad tutti i nostri prodotti il più presto possibile. Certo, avevamo già fatto tutta una serie di piani importanti per il 2010, con il rilascio di molti prodotti già anticipati da tempo, ma riteniamo che iPad sia troppo importante. Così importante, infatti, da spingerci a cambiare quel che avevamo pianificato, così da introdurre cinque nuove applicazioni per iPad.

Avete capito bene, cinque. Vogliamo portare su iPad tutti i nostri cinque programmi per la produttività: OmniGraffle, OmniOutliner, OmniPlan, OmniFocus, e OmniGraphSketcher.

Si tratta di un’impresa di grande portata e non possiamo fare tutto in una volta. Abbiamo iniziato a lavorare a versioni di OmniGraffle e OmniFocus per iPad non appena lo SDK è stato reso disponibile mercoledì pomeriggio, e speriamo di cominciare a metter mano a OmniGraphSketcker per iPad entro le prossime settimane. 

3. Cosa resterà del multitasking?

Oggi leggo il commento di Simone, dove dice:

ma la cosa veramente orribile è questa:
“Un modo gestito di spostare i processi in background. Gli utenti del Nuovo Mondo stanno già sperimentando i benefici dell’incremento prestazionale e di autonomia della batteria offerti dall’incapacità di eseguire un task in background. Intanto gli utenti del Vecchio Mondo si stanno strappando i capelli.”

Qui si afferma che l’origine di tutti i problemi dell’informatica odierna è il multitasking e che svolgere un compito alla volta sia la soluzione di tutti i mali. 

Non è esattamente così. Steven Frank sta soltanto spiegando come l’incapacità di eseguire processi in background (generati da applicazioni di terze parti, sottolineo, visto che alcune di quelle presenti di serie in iPhone possono farlo eccome) offra dei benefici tecnici, ma da nessuna parte sta scritto che il multitasking sia una cosa negativa da un punto di vista procedurale e di interazione uomo-macchina.

I problemi dell’informatica odierna sono altri. A tale scopo trovo assai centrato un post ancora più recente di Steven Frank, che è una sorta di appendice al precedente:

Sono davvero stanco del concetto (anche quando viene presentato in maniera satirica) secondo cui chiunque non sia in grado di padroneggiare un computer debba essere per forza un ritardato mentale. Il personal computer del 2010 è difficile da capire per i novizi e per quelle persone che hanno difficoltà a familiarizzare con concetti astratti. I Mac, i PC, tutti i computer presentano quell’ostacolo. Gente, siamo noi, noi siamo i bizzarri che comprendono cose come la partizione dei dischi, le espressioni regolari, le immagini disco virtuali, il task-switching e lo scripting delle shell — l’eccezione siamo noi.

E quindi, mentre noi ci vantiamo delle nostre abilità nel creare interfacce ‘semplici da usare’ per le nostre applicazioni, milioni di persone stanno ancora cercando di capire come estrarre la nostra meravigliosa impeccabile applicazione dal suo archivio ZIP o dall’immagine disco virtuale. O di capire dove si trova la cartella Download. O magari anche di capire che diamine sia una ‘cartella’. Se noi [programmatori, utenti esperti] non fossimo stati presenti a ogni stadio dell’evoluzione del personal computer sin dai giorni del DOS e di AppleSoft, scommetto che sarebbero concetti oscuri e fuorvianti anche per noi.

Per quanto continueremo a far ingrassare questo metaforico albatros della compatibilità all’indietro? Dobbiamo veramente continuare a confondere e frustrare milioni di persone solo perché un gruppo sparuto di persone non riescono proprio a fare a meno della loro scrivania virtuale a quattro direzioni?

Se voi, Signore e Signora Intelligentoni Esperti In Computer avete almeno la metà dell’intelligenza che vantate di avere, sono certo che non vi creerà alcun problema reimparare qualche nuova convenzione a livello di interfaccia utente, non importa quanto radicata.

Sin dai tempi dell’Apple ][, del Commodore 64 e dell’Atari 400, tutto quel che abbiamo fatto è stato aggiungere, aggiungere e aggiungere. Sempre più funzioni per vendere sempre più computer. Non ci siamo mai fermati per togliere qualcosa. Questo perché abbiamo paura di abbandonare ciò a cui siamo abituati per passare a qualcos’altro che potrebbe anche rivelarsi migliore. Migliore per tutti, non soltanto per una ristretta percentuale di utenti.

E sono abbastanza sicuro che tutto questo non sia solo una vaga fantasia che sta prendendo forma nella mia testa. Ho avuto esperienza diretta di persone che, sin da quando le conosco, hanno sempre fatto fatica a eseguire i compiti più rudimentali con un computer; bene, quelle stesse persone dopo aver preso in mano un iPhone si sono trovate a proprio agio nel giro di ore, se non addirittura di minuti. Per coloro che non conoscono e non sono già avvezzi all’uso dei computer, i dispositivi del Nuovo Mondo informatico sono più semplici da comprendere e da utilizzare. 

Quindi, per rispondere a Simone e a chi, leggendo la mia traduzione dell’articolo di Frank nel post precedente, abbia avuto i suoi stessi dubbi, i problemi dell’informatica di oggi non hanno nulla a che vedere con il multitasking di per sé; se mai sono da individuare nella corsa continua ed esponenziale a infarcire i computer di funzionalità, la cui conseguenza è stata una progressiva complicazione dell’interfaccia utente. Per cui oggi, malgrado ogni sistema operativo vanti un’interfaccia ‘intuitiva’, in realtà non è proprio così, almeno per chi è a digiuno di computer.

iPad porta avanti una filosofia già in embrione con iPhone e iPod touch: la semplificazione dell’interfaccia, l’immediatezza d’uso, la realizzazione di un ambiente operativo in cui gli elementi parlano direttamente all’utente, che indovina senza gran sforzo come muoversi fra le applicazioni. La tecnologia touch ha contribuito moltissimo verso questa maggiore immediatezza e semplificazione, perché ha eliminato un piano di astrazione, quello di dover muovere una freccia (il puntatore) usando un attrezzo ‘esterno’, accessorio: il mouse. Nella piattaforma touch non c’è la mediazione del mouse e del puntare e cliccare. Tocchiamo, spostiamo, ingrandiamo, apriamo, chiudiamo, selezioniamo con le dita. Tutto è più naturale e comprensibile.

Questo però non significa che sotto la superficie le cose siano altrettanto semplici. È vero, oggi iPhone, iPod touch e iPad non offrono un multitasking vero, ma non è detto che la situazione rimanga in stallo anche domani. Tutti gli utenti esperti intimiditi dalla semplicità (o meglio, dal semplicismo) di iPad, si stanno formando un’idea fallace nella testa: l’idea che in un futuro prossimo tutti i computer siano uguali e funzionino esattamente come l’iPad di oggi.

Dobbiamo distinguere due tipi di multitasking: quello umano e quello della macchina. Funzionano in modi apparentemente simili, ma ci sono delle differenze. Per una macchina, detto in maniera semplice, il multitasking è la possibilità di gestire più processi contemporaneamente. Per l’uomo è sì la capacità di fare più di una cosa nello stesso momento, ma nel rapporto con il computer siamo generalmente concentrati su un processo in primo piano e godiamo della possibilità di passare rapidamente a un processo in background grazie al multitasking del computer. In altre parole, sul mio Mac adesso sono aperti tre browser, due client di posta elettronica, un client Twitter, un editor di testo, un programma per prendere note e questa stessa applicazione con cui sto scrivendo l’articolo. Il Mac gestisce tutti questi processi, ma io al massimo posso ascoltare musica o una persona che mi sta parlando mentre scrivo l’articolo (e sono così concentrato su quel che sto scrivendo che probabilmente non sarei nemmeno un buon ascoltatore). Mentre scrivo, con MarsEdit a tutto schermo, non sto contemporaneamente navigando il Web, scrivendo un’email, leggendo Twitter, prendendo appunti e traducendo un testo. Il mio Mac è sufficientemente potente da farmi passare a un’altra applicazione con un colpo di ⌘-Tab. Questo è un multitasking fra virgolette.

Nell’interazione uomo-macchina quel che è importante è che il passaggio da un’applicazione all’altra sia percepito come istantaneo. Se il mio Mac mi permettesse di aprire a tutto schermo solo un’applicazione alla volta, ma avesse una potenza di calcolo tale che, sempre battendo un tasto o una combinazione di tasti, chiudesse l’applicazione che sto usando ora (salvando tutte le modifiche ai documenti) e aprisse l’altra istantaneamente, per me utente il concetto di multitasking rimarrebbe intatto da un punto di vista percettivo. Apple ha sviluppato un processore dedicato per l’iPad. È un segnale.

4. La comunione dei dati

Una direzione possibile e auspicabile verso un’informatica personale più umana sarebbe, a mio avviso, il ritorno al modello in cui al centro si trovano i dati e i documenti, non le applicazioni. Esempi di questi modelli sono il sistema operativo del Lisa nel 1983 e il Newton OS del 1993–1998. Sistemi in cui l’utente rimane focalizzato sul proprio lavoro e non sui vari ferri del mestiere. Rileggiamo questo estratto dall’articolo di Steven Frank:

[Occorre trovare]:

  • Un modo per scambiare informazioni con altri dispositivi. I dispositivi del Nuovo Mondo si imparano facilmente e sono molto usabili perché non espongono il filesystem agli utenti e perché sono delle “isole di dati”. Non stiamo lavorando più con ‘file’ ma stiamo ancora lavorando con grumi di dati che sarebbe importante poter scambiare e condividere. Forse è la rete il fattore vincente qui. O magari unità flash di cui non vediamo i contenuti. Per quanto ne so, il Newton è stato il primo dispositivo in commercio al quale bastava dire “metti questa applicazione e tutti i dati che ho creato con essa su questa scheda rimovibile” senza mai vedere un singolo file o cartella. Il grosso tallone di Achille era che solo altri Newton potevano comprenderne il formato.
  • Un modo per condividere dati fra le applicazioni. Un qualcosa come la Clipboard, il blocco appunti, ma più grande. Non si tratta di un filesystem, ma di un modo per dire “porta questo oggetto dati da questa applicazione a quest’altra”. Ho creato un’illustrazione nella mia applicazione di disegno, e ora voglio passarla a quest’altra applicazione per ritagliarla e applicare filtri.

Una volta che iPad, in una sua futura incarnazione, o in un futuro aggiornamento del software, permetta alle applicazioni di condividere i dati fra di esse, e abbia un processore di adeguate capacità, ecco che non sarà nemmeno necessario che implementi il multitasking come su un normale Mac o PC. Gli utenti saranno in grado di utilizzare più applicazioni per manipolare i dati, che a quel punto saranno al centro della nostra attenzione e le applicazioni saranno come degli strumenti, delle estensioni, che ci permetteranno di gestirli, di raffinarli e di trattarli in un flusso di lavoro non dissimile da quello a cui gli utenti più esperti sono già da tempo abituati e svolgono a occhi chiusi sui loro computer Mac, Windows o Linux. La maggior facilità e immediatezza dell’interfaccia touch, tuttavia, renderà l’esperienza digitale molto più accessibile a chi non è pratico di computer e non ha tempo o voglia di comprenderne il funzionamento, le funzioni, le sottigliezze.

Si prefigurano tempi interessanti.