Dove andiamo con iPad

Mele e appunti

Il mio post precedente, in cui ho tradotto un articolo per me interessantissimo di Steven Frank, ha attirato molta più attenzione di quanto prevedessi, e voglio ringraziare tutti coloro che mi hanno fatto i complimenti per il servizio reso; sono contento, in primo luogo perché non ho perso tempo invano, e poi perché ho indirettamente contribuito al dibattito di qualità su iPad.

Ovviamente in questi giorni ho avuto io stesso modo di riflettere ulteriormente su iPad, sulle sue implicazioni e sulla discussione che ha generato sul Web, nonché sulle reazioni all’articolo medesimo di Steven Frank. Ahimé, cari lettori, vi aspetta un’altra lunga lettura. Abbiate pazienza.

1. Rivoluzione in sordina

Anzitutto trovo impagabile la reazione di chi ha sostenuto che, in fondo, l’oggetto presentato da Apple il 27 gennaio non sia nulla di straordinario e non capiscono tutto il sensazionalismo intorno a esso. Faccio solo notare che tutto quel sensazionalismo è stato montato da chiunque e in ogni luogo, meno che da Apple. L’unica cosa che Apple ha reso noto pubblicamente era l’evento organizzato per il 27 gennaio, e che avrebbe presentato un prodotto nuovo, “la nostra ultima creazione” come lo definiva l’invito.

Tutto il mondo, alla vigilia dell’evento, si aspettava l’oggetto che avrebbe rivoluzionato l’informatica. Molti si aspettavano un botto e sono rimasti delusi da quello che è sembrato il semplice ‘pop!’ di un turacciolo. Ebbene, credo che iPad sia davvero un dispositivo che rivoluzionerà l’informatica (quella personale, almeno), solo che non l’ha fatto con un botto, ma aprendo piccole crepe in un muro. Crepe che stanno già allargandosi a pochi giorni di distanza e due mesi prima della commercializzazione ufficiale di iPad. Tutta la discussione, l’abbondanza di articoli, le decine di messaggi che hanno fatto aumentare considerevolmente il traffico di tutte le mailing list che seguo, sono ovvi indicatori di queste crepe.

2. Tutto scorre, e fa paura

Il dibattito appare polarizzato su due fronti:

  1. C’è chi è entusiasta di iPad, che ha capito che può rivoluzionare in positivo l’esperienza informatica degli utenti, che ha capito che iPad può essere un oggetto semplice per fare cose magari complicate. C’è chi ha capito che iPad è importante non per quel che è oggi, non per come è fatto oggi, ma per l’impronta che darà domani, per la direzione che vuole intraprendere. C’è chi ha capito che iPad non è un oggetto immutabile e incapace di evolvere.
  2. Poi c’è un gruppo di persone, guarda caso tutte appartenenti a quella categoria che nel suo articolo Steven Frank chiamava utenti del Vecchio Mondo informatico, che sono visibilmente atterrite da iPad, da quel che rappresenta e soprattutto da quel che temono possa rappresentare per il futuro dell’informatica: una sostanziale involuzione. Vedono la semplicità concettuale, la chiusura hardware e lo stretto controllo di Apple lato software come una minaccia alla loro libertà e abilità di pasticciare, programmare, hackerare, personalizzare. Temono, in altre parole, che presto il computer come lo hanno conosciuto loro scompaia, lasciando il posto a dispositivi ‘stupidi’ e immodificabili. Temono che questo possa frenare la curiosità di possibili futuri programmatori e ricordano con nostalgia i tempi di Commodore e Apple ][, macchine aperte e totalmente hackerabili, macchine che potevano fare di tutto e che invitavano alla sperimentazione.

Secondo me l’errore è appunto nel vedere iPad come dispositivo incapace di evolvere e di trasformarsi nel tempo. E siamo davvero tornati al 2007, quando apparve iPhone. Gli mancavano funzionalità e caratteristiche considerate essenziali: il 3G, i messaggi multimediali, il copia-incolla, la possibilità di effettuare il Tethering, ecc. In meno di tre anni sono arrivate tutte, e altro ancora. È arrivato lo SDK, la piattaforma si è aperta allo sviluppo di terze parti, sono arrivate migliaia di applicazioni; alcune di esse hanno esteso le funzioni dell’apparecchio, hanno sopperito a mancanze nella dotazione di software di serie, hanno migliorato compiti che iPhone poteva già fare, hanno contribuito alla percepibile evoluzione di iPhone in un intervallo di tempo relativamente corto.

La piattaforma Touch è destinata a evolvere paurosamente. Come scrivevo nei commenti all’articolo precedente, oggi l’App Store è in gran parte un mercato delle pulci, con tante bancarelle che propongono applicazioni di ogni tipo e molte di esse sono poco più che scherzetti e distrazioni sciocchine che lasciano il tempo che trovano. Ebbene, non sono per niente convinto che App Store rimarrà in questo stato quando iPad comincerà a diffondersi sul mercato. Quando nasceranno e aumenteranno le applicazioni ottimizzate per iPad, secondo me si produrrà uno scarto qualitativo rispetto al software disponibile per iPhone e iPod touch. Nasceranno applicazioni più sofisticate e professionali, che svilupperanno ed estenderanno ancora di più quelle potenzialità che pensiamo di aver indovinato semplicemente guardando il keynote del 27 gennaio. Sono convinto che si formerà un ‘App Store Per iPad’ nel quale troveremo programmi che esaltano l’interfaccia di iPad e sfruttano le sue peculiarità rispetto a iPhone.

Perché chi afferma che ‘iPad non è altro che un grosso iPhone’ a mio parere non ha capito iPad? Perché il fatto stesso che iPad abbia uno schermo da 9,7″ e non da 3″ è il nocciolo della questione e la radice di tutte le differenze di iPad rispetto a iPhone. Lo schermo più grande crea quella che a me piace definire ‘reazione a catena di funzionalità’. Le maggiori dimensioni implicano una differente qualità e design costruttivi, i quali portano a un modo di maneggiare e manipolare iPad diverso da quello di iPhone; questo aspetto, a sua volta, implica una serie di applicazioni in cui iPad può rivelarsi più usabile di iPhone. Perché lo schermo più grande da un lato rende più efficaci applicazioni già esistenti per iPhone — Mappe, Contatti, Calendario, per fare i primi tre esempi che mi vengono in mente; due dei quali sono software guarda caso modificati e adattati per funzionare ancora meglio su iPad — dall’altro permette la creazione di programmi e applicativi che sarebbero improponibili su iPhone o iPod touch, date le ridotte dimensioni dei loro display.

A questo proposito, l’elemento più innovativo che ho notato seguendo il keynote è stata la presentazione della suite iWork espressamente ripensata per iPad. Le versioni di Keynote, Pages e Numbers per iPad sono eccezionali. È evidente che non sono state create delle brutte copie delle tre controparti che girano su Mac OS X. Sono state rifatte praticamente da zero. Se aggiungiamo il fatto che iPad può sfruttare anche una tastiera fisica, mi sembra facile intuire che cosa accadrà: oltre a sviluppatori iPhone OS che creeranno versioni per iPad delle loro applicazioni, iPad attirerà l’attenzione degli sviluppatori Mac, i quali, viste le dimensioni più generose di iPad e la possibilità di effettuare certi compiti con una comodità più da computer che da smartphone, saranno stimolati a creare versioni iPad del loro software per Mac OS X, sulla scia di quanto Apple ha fatto con iWork. Un primo segnale in questo senso sono le parole di Ken Case, CEO di Omni Group:

iPad ci sta davvero entusiasmando, e vogliamo rendere disponibili per iPad tutti i nostri prodotti il più presto possibile. Certo, avevamo già fatto tutta una serie di piani importanti per il 2010, con il rilascio di molti prodotti già anticipati da tempo, ma riteniamo che iPad sia troppo importante. Così importante, infatti, da spingerci a cambiare quel che avevamo pianificato, così da introdurre cinque nuove applicazioni per iPad.

Avete capito bene, cinque. Vogliamo portare su iPad tutti i nostri cinque programmi per la produttività: OmniGraffle, OmniOutliner, OmniPlan, OmniFocus, e OmniGraphSketcher.

Si tratta di un’impresa di grande portata e non possiamo fare tutto in una volta. Abbiamo iniziato a lavorare a versioni di OmniGraffle e OmniFocus per iPad non appena lo SDK è stato reso disponibile mercoledì pomeriggio, e speriamo di cominciare a metter mano a OmniGraphSketcker per iPad entro le prossime settimane. 

3. Cosa resterà del multitasking?

Oggi leggo il commento di Simone, dove dice:

ma la cosa veramente orribile è questa:
“Un modo gestito di spostare i processi in background. Gli utenti del Nuovo Mondo stanno già sperimentando i benefici dell’incremento prestazionale e di autonomia della batteria offerti dall’incapacità di eseguire un task in background. Intanto gli utenti del Vecchio Mondo si stanno strappando i capelli.”

Qui si afferma che l’origine di tutti i problemi dell’informatica odierna è il multitasking e che svolgere un compito alla volta sia la soluzione di tutti i mali. 

Non è esattamente così. Steven Frank sta soltanto spiegando come l’incapacità di eseguire processi in background (generati da applicazioni di terze parti, sottolineo, visto che alcune di quelle presenti di serie in iPhone possono farlo eccome) offra dei benefici tecnici, ma da nessuna parte sta scritto che il multitasking sia una cosa negativa da un punto di vista procedurale e di interazione uomo-macchina.

I problemi dell’informatica odierna sono altri. A tale scopo trovo assai centrato un post ancora più recente di Steven Frank, che è una sorta di appendice al precedente:

Sono davvero stanco del concetto (anche quando viene presentato in maniera satirica) secondo cui chiunque non sia in grado di padroneggiare un computer debba essere per forza un ritardato mentale. Il personal computer del 2010 è difficile da capire per i novizi e per quelle persone che hanno difficoltà a familiarizzare con concetti astratti. I Mac, i PC, tutti i computer presentano quell’ostacolo. Gente, siamo noi, noi siamo i bizzarri che comprendono cose come la partizione dei dischi, le espressioni regolari, le immagini disco virtuali, il task-switching e lo scripting delle shell — l’eccezione siamo noi.

E quindi, mentre noi ci vantiamo delle nostre abilità nel creare interfacce ‘semplici da usare’ per le nostre applicazioni, milioni di persone stanno ancora cercando di capire come estrarre la nostra meravigliosa impeccabile applicazione dal suo archivio ZIP o dall’immagine disco virtuale. O di capire dove si trova la cartella Download. O magari anche di capire che diamine sia una ‘cartella’. Se noi [programmatori, utenti esperti] non fossimo stati presenti a ogni stadio dell’evoluzione del personal computer sin dai giorni del DOS e di AppleSoft, scommetto che sarebbero concetti oscuri e fuorvianti anche per noi.

Per quanto continueremo a far ingrassare questo metaforico albatros della compatibilità all’indietro? Dobbiamo veramente continuare a confondere e frustrare milioni di persone solo perché un gruppo sparuto di persone non riescono proprio a fare a meno della loro scrivania virtuale a quattro direzioni?

Se voi, Signore e Signora Intelligentoni Esperti In Computer avete almeno la metà dell’intelligenza che vantate di avere, sono certo che non vi creerà alcun problema reimparare qualche nuova convenzione a livello di interfaccia utente, non importa quanto radicata.

Sin dai tempi dell’Apple ][, del Commodore 64 e dell’Atari 400, tutto quel che abbiamo fatto è stato aggiungere, aggiungere e aggiungere. Sempre più funzioni per vendere sempre più computer. Non ci siamo mai fermati per togliere qualcosa. Questo perché abbiamo paura di abbandonare ciò a cui siamo abituati per passare a qualcos’altro che potrebbe anche rivelarsi migliore. Migliore per tutti, non soltanto per una ristretta percentuale di utenti.

E sono abbastanza sicuro che tutto questo non sia solo una vaga fantasia che sta prendendo forma nella mia testa. Ho avuto esperienza diretta di persone che, sin da quando le conosco, hanno sempre fatto fatica a eseguire i compiti più rudimentali con un computer; bene, quelle stesse persone dopo aver preso in mano un iPhone si sono trovate a proprio agio nel giro di ore, se non addirittura di minuti. Per coloro che non conoscono e non sono già avvezzi all’uso dei computer, i dispositivi del Nuovo Mondo informatico sono più semplici da comprendere e da utilizzare. 

Quindi, per rispondere a Simone e a chi, leggendo la mia traduzione dell’articolo di Frank nel post precedente, abbia avuto i suoi stessi dubbi, i problemi dell’informatica di oggi non hanno nulla a che vedere con il multitasking di per sé; se mai sono da individuare nella corsa continua ed esponenziale a infarcire i computer di funzionalità, la cui conseguenza è stata una progressiva complicazione dell’interfaccia utente. Per cui oggi, malgrado ogni sistema operativo vanti un’interfaccia ‘intuitiva’, in realtà non è proprio così, almeno per chi è a digiuno di computer.

iPad porta avanti una filosofia già in embrione con iPhone e iPod touch: la semplificazione dell’interfaccia, l’immediatezza d’uso, la realizzazione di un ambiente operativo in cui gli elementi parlano direttamente all’utente, che indovina senza gran sforzo come muoversi fra le applicazioni. La tecnologia touch ha contribuito moltissimo verso questa maggiore immediatezza e semplificazione, perché ha eliminato un piano di astrazione, quello di dover muovere una freccia (il puntatore) usando un attrezzo ‘esterno’, accessorio: il mouse. Nella piattaforma touch non c’è la mediazione del mouse e del puntare e cliccare. Tocchiamo, spostiamo, ingrandiamo, apriamo, chiudiamo, selezioniamo con le dita. Tutto è più naturale e comprensibile.

Questo però non significa che sotto la superficie le cose siano altrettanto semplici. È vero, oggi iPhone, iPod touch e iPad non offrono un multitasking vero, ma non è detto che la situazione rimanga in stallo anche domani. Tutti gli utenti esperti intimiditi dalla semplicità (o meglio, dal semplicismo) di iPad, si stanno formando un’idea fallace nella testa: l’idea che in un futuro prossimo tutti i computer siano uguali e funzionino esattamente come l’iPad di oggi.

Dobbiamo distinguere due tipi di multitasking: quello umano e quello della macchina. Funzionano in modi apparentemente simili, ma ci sono delle differenze. Per una macchina, detto in maniera semplice, il multitasking è la possibilità di gestire più processi contemporaneamente. Per l’uomo è sì la capacità di fare più di una cosa nello stesso momento, ma nel rapporto con il computer siamo generalmente concentrati su un processo in primo piano e godiamo della possibilità di passare rapidamente a un processo in background grazie al multitasking del computer. In altre parole, sul mio Mac adesso sono aperti tre browser, due client di posta elettronica, un client Twitter, un editor di testo, un programma per prendere note e questa stessa applicazione con cui sto scrivendo l’articolo. Il Mac gestisce tutti questi processi, ma io al massimo posso ascoltare musica o una persona che mi sta parlando mentre scrivo l’articolo (e sono così concentrato su quel che sto scrivendo che probabilmente non sarei nemmeno un buon ascoltatore). Mentre scrivo, con MarsEdit a tutto schermo, non sto contemporaneamente navigando il Web, scrivendo un’email, leggendo Twitter, prendendo appunti e traducendo un testo. Il mio Mac è sufficientemente potente da farmi passare a un’altra applicazione con un colpo di ⌘-Tab. Questo è un multitasking fra virgolette.

Nell’interazione uomo-macchina quel che è importante è che il passaggio da un’applicazione all’altra sia percepito come istantaneo. Se il mio Mac mi permettesse di aprire a tutto schermo solo un’applicazione alla volta, ma avesse una potenza di calcolo tale che, sempre battendo un tasto o una combinazione di tasti, chiudesse l’applicazione che sto usando ora (salvando tutte le modifiche ai documenti) e aprisse l’altra istantaneamente, per me utente il concetto di multitasking rimarrebbe intatto da un punto di vista percettivo. Apple ha sviluppato un processore dedicato per l’iPad. È un segnale.

4. La comunione dei dati

Una direzione possibile e auspicabile verso un’informatica personale più umana sarebbe, a mio avviso, il ritorno al modello in cui al centro si trovano i dati e i documenti, non le applicazioni. Esempi di questi modelli sono il sistema operativo del Lisa nel 1983 e il Newton OS del 1993–1998. Sistemi in cui l’utente rimane focalizzato sul proprio lavoro e non sui vari ferri del mestiere. Rileggiamo questo estratto dall’articolo di Steven Frank:

[Occorre trovare]:

  • Un modo per scambiare informazioni con altri dispositivi. I dispositivi del Nuovo Mondo si imparano facilmente e sono molto usabili perché non espongono il filesystem agli utenti e perché sono delle “isole di dati”. Non stiamo lavorando più con ‘file’ ma stiamo ancora lavorando con grumi di dati che sarebbe importante poter scambiare e condividere. Forse è la rete il fattore vincente qui. O magari unità flash di cui non vediamo i contenuti. Per quanto ne so, il Newton è stato il primo dispositivo in commercio al quale bastava dire “metti questa applicazione e tutti i dati che ho creato con essa su questa scheda rimovibile” senza mai vedere un singolo file o cartella. Il grosso tallone di Achille era che solo altri Newton potevano comprenderne il formato.
  • Un modo per condividere dati fra le applicazioni. Un qualcosa come la Clipboard, il blocco appunti, ma più grande. Non si tratta di un filesystem, ma di un modo per dire “porta questo oggetto dati da questa applicazione a quest’altra”. Ho creato un’illustrazione nella mia applicazione di disegno, e ora voglio passarla a quest’altra applicazione per ritagliarla e applicare filtri.

Una volta che iPad, in una sua futura incarnazione, o in un futuro aggiornamento del software, permetta alle applicazioni di condividere i dati fra di esse, e abbia un processore di adeguate capacità, ecco che non sarà nemmeno necessario che implementi il multitasking come su un normale Mac o PC. Gli utenti saranno in grado di utilizzare più applicazioni per manipolare i dati, che a quel punto saranno al centro della nostra attenzione e le applicazioni saranno come degli strumenti, delle estensioni, che ci permetteranno di gestirli, di raffinarli e di trattarli in un flusso di lavoro non dissimile da quello a cui gli utenti più esperti sono già da tempo abituati e svolgono a occhi chiusi sui loro computer Mac, Windows o Linux. La maggior facilità e immediatezza dell’interfaccia touch, tuttavia, renderà l’esperienza digitale molto più accessibile a chi non è pratico di computer e non ha tempo o voglia di comprenderne il funzionamento, le funzioni, le sottigliezze.

Si prefigurano tempi interessanti.

Who’s afraid of the iPad?

Tech Life

It’s utterly amazing how a lot of people have all the iPad’s shortcomings figured out already. And by just watching an hour and a half keynote!

After the iPad’s introduction, I feel it is 2007 all over again. A lot of other people have already mentioned how the iPad seems to suffer from the same myopic criticism as the first iPhone 3 years ago, but there’s a specific shade of that criticism which baffles me. Both those who have dismissed, and those who seem frightened by the iPad and how it may affect the future of personal computing, share one common trait: they’re treating this iPad as it were an immutable device. As if it could never change or improve with time and future iterations.

The iPhone, too, lacked this feature and that commodity at first. Then they came. 3G came, MMS came, copy & paste came, tethering came (not for everyone, apparently, but still), third-party development came. The device evolved. The platform evolved. From the iPhone/iPod touch user’s standpoint, things got better and better. And from what I saw and what I read from people who actually tried the iPad, I have the feeling that the whole touch platform will soon be taken to the next level.

To some programmers and tinkerers the iPad looks scary, because apparently this iPhone’s big stupid brother could be the harbinger of a simpler computing experience, too simple and limited for their tastes. I’ll reply first by quoting this excerpt from John Gruber’s piece titled The Tablet (and written before the iPad came out):

The iPhone […] was conceived and has flourished as a general-purpose handheld computing platform. It was not introduced as such publicly, and is not pitched as such in Apple’s marketing, but clearly that’s what it is. The iPhone was described by Jobs in his on-stage introduction as three devices in one: a widescreen iPod with touch controls, a revolutionary mobile phone, a breakthrough Internet communicator. Thus, it was clear what people would want to do with it: watch videos, listen to music, make phone calls, surf the web, do email.

The way Apple made one device that did a credible job of all these widely-varying features was by making it a general-purpose computer with minimal specificity in the hardware and maximal specificity in the software. And, now, through the App Store and third-party developers, it does much more: serving as everything from a game player to a medical device.

(The emphasis is mine). With this in mind, I think the iPad is going to be an even more sophisticated device than the iPhone/iPod touch, software-wise. The oh so wide range of possibilities should entice enough curiosity as to invite to tinker all those who are inclined to do so. The key, in my opinion, is not to limit your view to the iPad you saw on January 27. If, as Steven Frank so brilliantly pointed out, we come to a scenario where you can develop an iPad application on an iPad itself, the Old World computing may have its days numbered. Tinkering? Not so much.

This leads to the second point I’d like to make: I’m not so sure that simple, closed devices represent a threat to tinkering with them. In my experience, the opposite has often proven to be the case. Pilgrim pines for machines like his old Apple ][e. Yes, it was certainly the opposite of an iPad or iPhone in terms of openness and customisation and that “I can do whatever I want” feeling. But it was also simple and friendly, at least considering the personal computing experience of those days. To me, simplicity in an object, in any device, has always been an essential feature driving my curiosity, capturing my attention and interest in the object or device; wanting to know more. When that spark is ignited, nothing can stop a true tinkerer.

When I was young, I was not attracted by complex-looking objects; my grandfather had a professional hi-fi stereo system, and all those levers, gauges, knobs, sliders intimidated me. They were surely a heaven of customisation for the expert audiophile, but they didn’t make me want to know more about that stereo system. If now I know a lot about stereos, record-players, radios, amplifiers, I really have to thank simple-looking devices, sometimes even toy-looking devices. Their simplicity, their sparseness of controls, the fact that they could perform complex tasks while looking so simple and easy to operate boggled my mind: I had to open them, to discover their secrets.

Similarly, I wouldn’t know what I know now about photography and cameras if I had started handling a professional SLR back in my teens. My dad had a Canon A‑1 which looked impossibly abstruse to me. He occasionally let me handle it, when he wanted me to take a photo of him or my mother, and I remember asking him many times what I had to do, if everything was already set, because I didn’t want to screw things up. My first camera was an Agfa Silette LK Sensor — a sturdy, simple rangefinder with four shutter speeds (plus a Bulb setting), an aperture ring, a focusing ring and nothing else. In the viewfinder there was a needle, indicating the light measurement taken by the frontal selenium cell. When my dad gave it to me he said: choose a combination of shutter speed and aperture so that the needle stays in the middle. If you are taking landscape shots in a sunny day, focus to infinity, choose a shutter speed of 1/125 or 1/300 (the maximum in that camera) and you’re set.

To me it was much simpler than his Canon A‑1, and I happily snapped dozens of landscape photos. (I was also given disposable cameras, and things were even easier). But I never felt that that camera was ‘enough’. I never thought that photography was ‘just that’. I had to explore, to know more. I started experimenting with low light, a tripod, the Bulb setting; I wasted rolls and rolls trying to obtain decent photographs of the moon and night scenes. I used self-made, improvised filters to create colour shifts and effects in otherwise ordinary shots. I tinkered as much as I could, because that camera did not intimidate me, and little by little I was knowing its ‘secrets’.

This is why I don’t really understand some fears related to the iPad and its possible impact on tomorrow’s personal computing. I think Steven Frank has a point when he writes:

We worry that these New World devices are stifling the next generation of programmers. But can anyone point to evidence that that’s really happening? I don’t know about you, but I see more people carrying handheld computers than at any point in history. If even a small percentage of them are interested in “what makes this thing tick?” then we’ve got quite a few new programmers in the pipeline.

Any object, device, appliance, from what I’ve seen so far, is more likely to get people interested in ‘what makes it tick’ if it is user-friendly, if it looks simple and not intimidating, if it gives the user the impression that it can be easily and wholly grasped. I’ll say that again: when the tinkering spark is ignited, it’s a road downhill.

Il Vecchio Mondo e il Nuovo Mondo dell'informatica

Mele e appunti

Un po’ sopraffatto dal marasma di sciocchezze lette e sentite all’indomani dell’introduzione di iPad, ho trovato rifugio e conforto in alcuni pezzi interessanti. Mi ha colpito in particolar modo la lunga riflessione di Steven Frank (uno dei fondatori di Panic), che a differenza di altri interventi tutti prevedibilmente focalizzati sull’oggetto iPad, si concentra maggiormente sul ruolo che dispositivi come iPhone, iPod touch e ora iPad, possano avere sull’evoluzione dell’informatica personale negli anni a venire. Mentre meditavo sull’impatto di iPad, sono arrivato a considerazioni molto simili alle sue, e per questo voglio proporre la traduzione integrale del suo contributo. Come per il post precedente, vi chiedo di avere pazienza e di leggere con calma; a mio parere sono riflessioni che meritano considerazione.

Devo parlarvi di computer. L’annuncio di iPad ha avuto un certo impatto su di me, è stato qualcosa di simile all’effetto delle montagne russe, e ho cercato di non scrivere nulla in merito fino a quando non avessi almeno un indizio su che cosa stava alla base di quella reazione.

Prima di tutto devo ricordare che su questo blog parlo esclusivamente a titolo personale e il mio punto di vista non riflette necessariamente quello della mia azienda o dei miei colleghi di lavoro.

Il fatto è che parlare di uno specifico hardware (come iPad o iPhone o il Nexus One o il Droid) significa non capire il punto che sto cercando di dimostrare. È una cosa molto più importante di porte USB, moduli GPS o fotocamere frontali. O gigabyte, gigahertz, megapixel, risoluzione dello schermo, dimensioni fisiche, form factor; insomma, lo hardware in generale, tutte queste cose sono irrilevanti in questa trattazione. Pertanto cercherò di evitare del tutto di parlare di questo genere di specifiche.

Stabiliamo invece alcuni termini nuovi: Old World e New World computing, ossia rispettivamente Informatica del Vecchio Mondo e Informatica del Nuovo Mondo.

Introduzione

Il personal computing, ovvero l’informatica personale (avere un computer in casa vostra o in tasca) come fenomeno generale è giovane. Per come lo conosciamo oggi, ha meno di mezzo secolo. È più giovane della TV, della radio, delle auto e degli aerei; è più giovane di molte persone, infatti.

In quell’intervallo di tempo così breve siamo passati da macchine che leggevano schede perforate, a terminali interattivi a linea di comando, a interfacce con mouse e finestre; ognuno di questi stadi ha rappresentato un cambio di paradigma. Molte persone ragionevoli, la maggioranza delle quali sono blogger, osservano questa storia e dicono “Guardate che progresso! Di sicuro l’interfaccia composta da scrivania + finestre + puntatore del mouse non può essere l’apice evolutivo — che cosa verrà dopo?”

Quel ‘dopo’ è arrivato, ed era talmente irriconoscibile per molti di loro (me compreso) che tutti lo abbiamo guardato e ci siamo chiesti “E questo che cazzo è?”

Il Vecchio Mondo

Nel Vecchio Mondo i computer sono macchine polivalenti, che fanno di tutto. Sono in grado di occuparsi di centinaia di migliaia di compiti, a volte tutti allo stesso tempo. Li acquistiamo per pochi soldi, li riempiamo di tutto il software che ci pare, e poi la paghiamo cara: instabilità, degrado delle prestazioni, virus, e curve di apprendimento ripide. I computer del Vecchio Mondo possono fare praticamente di tutto, ma si portano appresso il fardello di 30 anni di cambiamenti rapidi e non pianificati. Tutte le macchine Windows, Linux e Mac OS X rientrano in questa categoria.

Il Nuovo Mondo

Nel Nuovo Mondo i computer si focalizzano sui compiti. Leggiamo le email, navighiamo il Web, ci divertiamo con un gioco, ma non facciamo tutto contemporaneamente. Le applicazioni sono distinte, a compartimenti stagni, molto stagni. Di conseguenza i computer del Nuovo Mondo non hanno bisogno di antivirus, le loro batterie durano di più, vanno in crash assai di rado; ma i loro utilizzatori hanno perduto un certo grado di libertà. I computer del Nuovo Mondo presentano una facilità d’uso senza precedenti, e si avvantaggiano di decenni di ricerca in ambito di interazione uomo-macchina. Sono immediatamente comprensibili, veloci, stabili, e assolutamente concentrati sull’80% della famosa regola dell’80/20.

Il Nuovo Mondo è migliore del Vecchio Mondo? Nulla è mai solo bianco o solo nero.

I Floppy Disk

Un aneddoto: quando venne presentato il primo iMac, Apple tracciò una linea nella sabbia, e disse: d’ora in avanti non produrremo più un computer dotato di lettore di floppy. L’intera industria se la fece nei pantaloni così tanto e così fragorosamente che forse la reazione si avvertì persino nello spazio profondo.

Ma siete pazzi? Ho speso tutti questi soldi per un lettore di floppy! Tutto il mio software si trova su dischetti floppy! È un suicidio! Nessuno vi seguirà, nessuno sopporterà l’affronto!

Avanti veloce fino a oggi — Non mi viene in mente una sola cosa utile fattibile con un floppy disk. Posso andare al supermercato e comprare un CD, un DVD, o una chiavetta USB che è più veloce, più piccola e conserva dati per una quantità mille volte superiore, e generalmente costa meno di quanto costava ai tempi una scatola di floppy. O, ancora meglio, possiamo semplicemente passarci i dati attraverso la rete.

Per arrivare dove siamo adesso, certo, abbiamo dovuto buttare parte del nostro investimento in hardware. Abbiamo dovuto riorganizzarci. È stato necessario adattamento e un po’ di sacrificio. Il risultato finale — e credo che su questo siamo tutti d’accordo a prescindere dalla piattaforma che utilizziamo — è di vari ordini di grandezza più comodo, pratico, facile da usare, e commisurato alle capacità di immagazzinamento di informazioni oggi necessarie.

Rimanere ancorati ai floppy ci avrebbe risparmiato la scomodità di tale transizione, ma a che prezzo sul lungo termine?

Niente è mai solo bianco o solo nero. Intraprendere quella transizione aveva un costo, ma anche un beneficio.

Cambiare non era del tutto una buona cosa. Rimanere fermi non era del tutto qualcosa di sbagliato. Ma vi era un rapporto giusto/sbagliato tale che, alla lunga, si è dimostrato vantaggioso per tutti. Nell’immediato sembrava così insormontabile, così assurdo, che molte persone solitamente intelligenti lo ritenevano inconcepibile.

Per essere una specie notoriamente adattabile all’ambiente in cui si trova, noi umani siamo davvero refrattari al cambiamento. Specialmente quel tipo di cambiamento che ha a che vedere con lo spendere denaro.

Le automobili

Per la sua analogia, John Gruber ha usato l’esempio del tipo di trasmissione delle automobili, che è appropriato. Quando ho imparato a guidare, mio padre insisteva che imparassi su un’auto con cambio manuale, così sarei stato in grado di guidare qualsiasi veicolo. Credo sia stata una cosa saggia e utile.

Ma pur avendo imparato in quel modo, oggi guido una macchina col cambio automatico. Niente è mai bianco o nero: forse sacrifico un po’ di efficienza nei consumi e un certo livello di controllo dell’auto in situazioni avverse che in genere non incontro mai. In cambio, il mio cervello è libero di concentrarsi sulla strada davanti a me, sul luogo che intendo raggiungere, sul modo di evitare ostacoli (strategia), non su dettagli come la scelta del miglior rapporto di marcia possibile (tattica).

Un cambio manuale è migliore di uno automatico? No. Un cambio automatico è migliore di uno manuale? No. Non è questo il punto. Una domanda più consona: una strada popolata di conducenti che non sono distratti dagli arcani meccanismi di funzionamento delle loro auto, è più sicura? Probabilmente sì. E ciò ha un valore. Forse un valore che supera in importanza il valore offerto da un cambio manuale se lo estendiamo a tutti i conducenti di un veicolo su scala mondiale.

Cambio della guardia

Quando penso alla fascia d’età delle persone che rientrano nella categoria dell’Informatica del Vecchio Mondo, il grafico è grosso modo una curva a campana con la Generazione X (ehilà!) posizionata all’incirca nel centro. Per me è qualcosa di estremamente affascinante: gli utenti del Vecchio Mondo sono circondati da utenti del Nuovo Mondo che sono sia più giovani che più anziani di loro.

Alcuni miei parenti di una certa età hanno ricevuto ultimamente dei cellulari del Nuovo Mondo. Ho visto mentre scaricavano di loro spontanea volontà decine di applicazioni — un’operazione che avrebbe trasformato qualsiasi altro telefono in un aggeggio lento, dal crash facile, e succhia-batterie. Ma così non è stato. Non vengo più chiamato per offrire assistenza per questi dispositivi, perché il loro utilizzo si spiega da solo, l’interfaccia è intuitiva, e di solito le cose non vanno a rotoli come accadeva sui loro dispositivi del Vecchio Mondo.

Gli utenti del Nuovo Mondo non hanno motivo di usare cautela quando si tratta di riempire di applicazioni il loro dispositivo. Perché dovrebbe guastarsi qualcosa? Noi utenti del Vecchio Mondo, invece, siamo stati intimiditi al punto che per noi un’operazione del genere porterà sicuramente dei problemi. E ci stupiamo quando tutto va bene.

Ma il Nuovo Mondo spaventa a morte moltissimi utenti del Vecchio Mondo. Perché avviene una cosa del genere?

Le esigenze di una minoranza

Quando venne introdotto iPhone, me ne innamorai all’istante, ma la mancanza di un SDK mi frustrava. Quando venne introdotto lo SDK fui contentissimo, ma il processo di approvazione delle applicazioni da parte di Apple mi frustrava. Quando tutta una serie di problematiche di alto profilo è andata accumulandosi, come è noto, mi sfogai e mi scagliai contro l’intera situazione proprio qui sul mio blog. Annunciai l’inizio del mio boicottaggio dei dispositivi basati su iPhone finché non fossero avvenuti dei sostanziali cambiamenti e sicuramente, sicuramente non avrei mai acquistato altri prodotti basati su iPhone in futuro. Passai ad altri dispositivi, tutti un po’ più amichevoli nei confronti dell’utenza del Vecchio Mondo.

Il tutto è durato un mese.

Malgrado fossi estremamente frustrato dalle restrizioni, proprio quelle stesse restrizioni rendevano quel dispositivo del Nuovo Mondo una macchina dalle grandi prestazioni, estremamente stabile e affidabile; un dispositivo che non mi intralciava e mi permetteva di portare a compimento le mie cose.

Niente è mai solo bianco o nero.

Gli utenti del Vecchio Mondo sono particolarmente sensibili verso certi aspetti assolutamente non problematici per gli utenti del Nuovo Mondo. Abbiamo conosciuto i computer partendo dalle interiora. Molti di noi si sono appassionati ai computer esattamente perché si potevano modificare, erano aperti e senza restrizioni. Ci preoccupa che questi dispositivi del Nuovo Mondo possano soffocare, impedire la crescita di una prossima generazione di programmatori. Ma qualcuno può provare che tutto questo stia veramente succedendo? Non so voi, ma io mi guardo intorno e non ho mai visto così tante persone portarsi appresso dei computer palmari come in questo momento. Se anche una piccola percentuale di queste persone è interessata minimamente al funzionamento intrinseco di tali aggeggi, allora avremo eccome una nuova generazione di programmatori.

Il motivo per cui sto cominciando a pensare che il Vecchio Mondo sia destinato a soccombere è perché siamo circoscritti da entrambi i lati dal Nuovo Mondo, e quelle persone nate oggi, post-iPhone e post-iPad, non sapranno mai (e forse non gliene importerà nulla) come funzionavano le cose una volta. Proprio come adesso a nessuno importa nulla dei floppy, e nessuno è costretto a sapere come funziona un cambio manuale, se non vuole saperlo.

Se sommiamo tutti quelli più vecchi dell’inizio dell’Informatica del Vecchio Mondo, e ogni individuo che ancora deve nascere, otterremo una quantità di persone nettamente superiore a quanti ora rappresentano il Vecchio Mondo informatico.

E per tutta quella quantità di persone, secondo voi, che cosa sarà più importante? Un dispositivo facile da usare e a prova di crash, oppure un intrico complesso di barre strumenti, menu e finestre perché è questo che sostiene un’oligarchia di software totalmente fossilizzata nel proprio modello?

Cari compagni del Vecchio Mondo, mi duole dirvelo, ma siamo una minoranza. La questione non è “sparirà la metafora della scrivania?”. La questione è “perché la metafora della scrivania ci ha messo tutto questo tempo a sparire?”

Ma… ma io sono un professionista!

Questo è un bel giocattolo per i novizi, ma come diamine posso usarlo per farci del lavoro SERIO? Dopotutto sono un UTENTE MEGA PRO ESPERTO! A ME SERVONO ASSOLUTAMENTE LE BARRE STRUMENTI, LE FINESTRE, E…

OK, fermiamoci un istante.

Innanzi tutto, stabilirei la nascita dell’Informatica del Nuovo Mondo al 2007, con l’introduzione di iPhone. Si potrebbe, volendo, farla iniziare un poco più indietro, con la nascita delle prime applicazioni “Web 2.0” al principio degli anni 2000. Ma in ogni caso si tratta di un fenomeno nuovissimo. Se i computer in generale sono giovani, l’Informatica del Nuovo Mondo è appena uscita dal grembo.

Ha davanti a sé un certo periodo di sviluppo e crescita.

Vi esorto a guardare alla questione in termini di quel che volete davvero ottenere e non secondo le modalità con cui eravate abituati a operare.

Facciamo un esempio banalissimo: diciamo che mi occupo di video digitale, e ho la necessità di codificare enormi quantità di dati video in qualche formato avanzato, e inviare il tutto a qualche server altrove. Non potrei mai farlo su un iPad! Giusto?

Beh, no, oggi probabilmente no. Ma sarebbe possibile farlo su un futuro computer del Nuovo Mondo?

Ricordatevi che l’hardware è un non problema: le memorie flash cresceranno fino a memorizzare terabyte di dati. I processori continueranno a moltiplicare in potenza, come hanno sempre fatto. Schermi, batterie, tutto migliorerà dandogli abbastanza tempo.

Per come la vedo io, molte di queste situazioni in stile “MA IO SONO UN ESPERTO!” possono essere risolte effettuando poche modifiche essenziali:

  • Un modo gestito di spostare i processi in background. Gli utenti del Nuovo Mondo stanno già sperimentando i benefici dell’incremento prestazionale e di autonomia della batteria offerti dall’incapacità di eseguire un task in background. Intanto gli utenti del Vecchio Mondo si stanno strappando i capelli. NON POSSO FARE MULTITASKING, giusto? Ritengo che debba esistere un ragionevole punto medio. Magari i processi potrebbero richiedere degli intervalli in background al sistema operativo. Magari un utente può attivare/disattivare la possibilità di far girare processi in background. Non so. Ma credo che possa esserci una situazione intermedia che non sacrifica quel che abbiamo guadagnato finora a scapito di parte della flessibilità a cui eravamo abituati.
  • Un modo per scambiare informazioni con altri dispositivi. I dispositivi del Nuovo Mondo si imparano facilmente e sono molto usabili perché non espongono il filesystem agli utenti e perché sono delle “isole di dati”. Non stiamo lavorando più con ‘file’ ma stiamo ancora lavorando con grumi di dati che sarebbe importante poter scambiare e condividere. Forse è la rete il fattore vincente qui. O magari unità flash di cui non vediamo i contenuti. Per quanto ne so, il Newton è stato il primo dispositivo in commercio al quale bastava dire “metti questa applicazione e tutti i dati che ho creato con essa su questa scheda rimovibile” senza mai vedere un singolo file o cartella. Il grosso tallone di Achille era che solo altri Newton potevano comprenderne il formato.
  • Un modo per condividere dati fra le applicazioni. Un qualcosa come la Clipboard, il blocco appunti, ma più grande. Non si tratta di un filesystem, ma di un modo per dire “porta questo oggetto dati da questa applicazione a quest’altra”. Ho creato un’illustrazione nella mia applicazione di disegno, e ora voglio passarla a quest’altra applicazione per ritagliarla e applicare filtri.

Solo affrontando queste tre problematiche (e ammetto che non si tratta di un’impresa semplice), credo che anche i compiti più raffinati e specializzati possano essere alla portata di un dispositivo del Nuovo Mondo.

Una scommessa sul futuro

Apple definisce iPad una ‘terza categoria’ che sta fra i telefoni e i computer portatili. Sono sempre più dell’idea che è soltanto una maniera per renderlo appetibile al pubblico durante la transizione alla ideologia del Nuovo Mondo che avverrà nei prossimi 10–20 anni.

Proprio come con i floppy disk, il resto dell’industria è assolutamente felice di lasciare ad Apple il ruolo di pioniere. È una scommessa. Ma se Apple vince la scommessa (e per adesso è sulla buona strada), si troverà anni e anni avanti rispetto alla concorrenza. Se Apple perde la scommessa, beh, non si trova in debito e sta seduta su una montagna di soldi che sembra Fort Knox. Può benissimo cadere in piedi.

La scommessa è, grosso modo, che il futuro dell’informatica:

  • presenterà un modello di UI basato sulla diretta manipolazione di oggetti di dati
  • renderà il filesystem del tutto invisibile all’utente
  • favorirà la facilità d’uso e la riduzione della complessità rispetto a una flessibilità assoluta
  • favorirà i vantaggi per l’utente finale più che per lo sviluppatore o per altri produttori
  • sarà basato su applicazioni native create per uno scopo preciso e applicazioni Web universalmente accessibili

Tutto sommato sembra un risultato realizzabile, e non è nemmeno tanto malvagio.

Ma noi del Vecchio Mondo dobbiamo imparare ad accettare il fatto che molte delle cose a cui siamo abituati stanno sparendo. Forse non se ne andranno subito, ma spariranno.

L’industria intera passerà all’Informatica del Nuovo Mondo? Non prima che Apple dimostri il proprio successo con questo tipo di approccio. Pertanto ritengo che difficilmente vedremo la nuova informatica applicata universalmente a tutti i dispositivi prima dei prossimi vent’anni.

Ma il keynote di mercoledì mi ha comunicato che questa è la direzione in cui Apple si sta muovendo. Fate i vostri piani di conseguenza.

Quanto ci vorrà per completare il passaggio dal Vecchio al Nuovo Mondo? Secondo me la fine sarà vicina quando sarà possibile realizzare una nuova applicazione per iPad su un iPad. Quando sarà possibile farlo comodamente senza dover ricorrere a un tradizionale computer da scrivania, i giorni dell’Informatica del Vecchio Mondo saranno ufficialmente contati.

L’iPad come dispositivo in sé non rappresenta necessariamente il futuro dell’informatica o del personal computer. Ma come ideologia credo di sì. Con il senno di poi, obiezioni come “Perché dovrei comprare questo dispositivo quando ho già un telefono e un laptop?” sembreranno sciocche come quando si diceva “Perché dovrei comprare un iPod se offre meno spazio di un Nomad?”.

Prime considerazioni sull'iPad

Mele e appunti

© 2010 Apple, Inc.

Che giornata, ieri. Mi sembra superfluo aggiungere che iPad mi ha sorpreso in tanti modi. Analogamente, i primi commenti negativi di gente poco entusiasmata dal dispositivo non mi hanno sorpreso affatto. O forse sì, almeno alcuni, per l’intrinseca insensatezza. Ma come di consueto, cercherò di procedere con ordine. Mettetevi comodi, perché sarà una lettura lunga. Mi scuso in anticipo, ma ci sono davvero troppe cose da dire su iPad, e queste sono solo riflessioni preliminari. Più avanti mi piacerebbe poter avere un iPad per scrivere una recensione come si deve, ma sarà difficile che mi venga concesso.

Il nome

Come accadde quando Apple introdusse il primo MacBook Pro, ho avvertito un certo sapore amaro in bocca alla conferma che il nuovo tablet Apple si chiamava davvero iPad. Sicuramente un giorno mi piacerà, da qui a sei-sette mesi mi sarà entrato sottopelle, come appunto è avvenuto con il nome ‘MacBook’ in sostituzione dell’ottimo ‘PowerBook’. Fra i vari nomi che erano stati menzionati nella kermesse sensazionalistica pre-iPad, i miei preferiti erano Canvas e iBook. Una parte di me però non era molto convinta che Apple avrebbe riutilizzato un termine già legato a un precedente prodotto hardware. Ma iPad mi sembra una scelta debole, è un nome scialbo, che un dispositivo così a mio parere non si merita. Perché è un dispositivo decisamente forte. Un’altra ragione per cui non credevo che si sarebbe chiamato iPad, oltre alla ovvia somiglianza con iPod, è l’uso dell’ormai (per me) stantio prefisso “i”. Se guardiamo la linea dei prodotti Apple, i computer (da scrivania e portatili) hanno tutti un nome che inizia per Mac — MacBook, Mac Pro, Mac mini — mentre i dispositivi tascabili iniziano per i — iPhone, iPod. Notevole eccezione è iMac, la cui origine è legata all’uso del prefisso “i” per indicare il Mac con Internet e per differenziarlo dal primo Mac(intosh). Poi c’è un dispositivo che fa categoria a sé stante, AppleTV (o TV), che potrebbe definirsi oggetto per il multimedia domestico.

Sarà per come vedo io questa distinzione di linee prodotto, ma mi aspettavo che iPad avesse il prefisso Apple, e un nome come ApplePad (o Pad) quasi l’avrei gradito di più. Però è chiaro che se vediamo l’iPad come fratello maggiore della piattaforma touch di dispositivi portatili, ammetto che il prefisso i ha senso. Però, ripeto, non riesco ancora a digerire questo nome. Mi sembra una scelta priva di immaginazione e, come ho detto, non rende giustizia alla bellezza del dispositivo. (Per non parlare del fatto che continuo a scrivere “iPod” invece di “iPad”, e che frasi come “L’eleganza dell’applicazione iPod di iPad” mi sembrano tremende!).

L’aspetto

L’aspetto di iPad, invece, mi ha convinto da subito. Il design non sarà ‘innovativo’ come han subito strepitato alcuni (vorrei davvero sapere che diamine si aspettavano), ma è estremamente coerente con la produzione Apple degli ultimi tempi. La ricetta è quella: alluminio, vetro, cornice nera, schermo lucido. Trasmette austerità ed eleganza. Permette una notevole robustezza costruttiva. Impreziosisce l’oggetto, che appare appunto tutt’altro che a buon mercato (di qui lo stupore all’annuncio dei prezzi, di almeno 200 dollari più bassi delle più rosee previsioni). Una piccola eccezione, se posso permettermi, riguarda le icone visibili nella schermata Home all’accensione/risveglio di iPad. Trovo la griglia troppo grande. Le icone sembrano elementi sperduti in tutta quell’area a video. Ovviamente averle fatte grandi il doppio sarebbe stato altrettanto fuori luogo. Semplicemente, mi piacerebbe che iPad visualizzasse almeno il doppio delle icone in una schermata. Il Dock, soprattutto, con quelle quattro iconcine come su iPhone e iPod touch, mi appare mezzo vuoto, asettico. È questo dettaglio, credo, il maggior responsabile dell’aria da ‘iPod touch gigante’ che trasmette iPad di primo acchito. Per intenderci, è lo stesso effetto che mi dà il vedere il corpo di un gigante che però mantiene il volto, le mani e i piedi delle stesse dimensioni di una persona normale.

Quella piccola scenografia sul palco della presentazione, con poltrona e tavolino, è stata importante. Vedere iPad in mano a Steve Jobs durante la demo è stato molto interessante, in primo luogo per avere un’idea precisa degli ingombri, e poi per comprendere la maneggevolezza di iPad mentre lo si utilizza. È evidente come, malgrado si tratti essenzialmente di una tavoletta di alluminio e vetro senza parti anatomiche o ergonomiche, il dispositivo possa essere impugnato con sicurezza e maneggiato con agilità. A chi si è lamentato dello spessore ‘eccessivo’ della cornice nera intorno allo schermo, faccio notare che quando si impugna iPad i pollici devono poter appoggiare sulla superficie senza interferire con lo schermo sensibile al tocco, per evitare di premere un pulsante o spostare un controllo virtuale accidentalmente. Da quello che ho visto nel video della presentazione e nel materiale presente sul sito Apple, quella cornice nera è dello spessore giusto per garantire un’impugnatura efficiente.

Le funzioni

Anche qui è tutto piuttosto semplice, e il discorso di Jobs non sembra fare una piega: ultimamente è nata l’esigenza di offrire un tipo di dispositivo portatile che si collochi, per dimensioni e funzionalità, nel punto medio fra smartphone e computer portatile. Questo dispositivo, per avere una ragione d’esistere, deve saper svolgere una serie di compiti basilari — navigare il Web, gestire la posta elettronica, le foto, i filmati, la musica, potersi divertire con qualche gioco e, perché no, leggere libri e documenti in formato elettronico. Ma, sottolinea Jobs, deve poter svolgere queste funzioni in maniera ottimale, anzi migliore degli smartphone da una parte e dei computer portatili dall’altra; altrimenti non ha senso progettarlo, costruirlo e commercializzarlo. iPad è la risposta di Apple a tale questione. E da quel che si può vedere nella dimostrazione e dalle impressioni di chi ha potuto provarlo (come l’immancabile John Gruber), iPad svolge benissimo tutte quelle funzioni.

Ma iPad, a mio avviso, non è soltanto la somma delle sue funzioni di base. Come spero di comunicare con questo articolo, il grosso punto di forza di iPad sono le decine di possibili utilizzi, di possibili applicazioni che può avere nella vita quotidiana. Sono le possibilità di espansione e di penetrazione di iPad a renderlo una genialata e a farlo diventare, secondo me, il terzo colpaccio dopo iPod e iPhone.

L’interfaccia utente

Com’era prevedibile, iPad non è un Mac, quindi non è stato fatto (grazie al cielo) nessun tentativo di infilare un Mac OS X completo su un dispositivo del genere. Era logico supporre che la scelta sarebbe caduta sulla piattaforma touch, cioè su iPhone OS. Prima di vedere iPad, le mie perplessità sull’implementazione dell’interfaccia di iPhone in un oggetto grande almeno quattro volte tanto, erano legate proprio alle gestualità multi-touch. Come rendere efficienti su uno schermo da quasi 10 pollici certi gesti rapidi e naturali sullo schermo da 3 pollici di iPhone e iPod touch? Mi chiedevo: se l’interfaccia di iPad sarà un ingrandimento di quella di iPhone, non è che diventerà più scomodo maneggiare controlli, interruttori, pulsanti virtuali altrettanto ingranditi, allungati, stiracchiati? Beh, da quel che ho visto pare proprio di no. Perché da un lato certi controlli hanno mantenuto le stesse dimensioni che hanno su iPhone (come per esempio il cursore per sbloccare lo schermo di iPad), e dall’altro (perché non ci ho pensato prima?) bisogna tener presente che gran parte delle operazioni vengono fatte reggendo iPad con una mano e operando sullo schermo con l’altra nella massima libertà. Quindi, per esempio, il gesto di sfogliare un elenco di nomi, che su iPhone si fa con una mano sola (il palmo sorregge iPhone, il pollice scorre), su iPad si fa con due mani, altrettanto naturalmente e in maniera nient’affatto faticosa (almeno così mi pare da quel che è possibile vedere nella demo). Un po’ come reggere la tavolozza di un pittore, o una cartelletta, o un libro.

Ma l’interfaccia utente non è un semplice ingrandimento di quella di iPhone. Ci sono una serie di dettagli e rifiniture che mostrano con evidenza come certe parti di essa siano state riprogettate e adattate su misura a iPad. Safari, Mail e iTunes sono gli esempi più evidenti. Certi elementi di Safari e Mail mi piacciono persino di più delle controparti di Mac OS X. Con Mail, in particolar modo, trovo che sia stato fatto un lavoro eccezionale. Contatti e Calendario sono due applicazioni completamente diverse rispetto a iPhone, e guadagnano tremendamente in usabilità. Calendario mi fa gola con la sua somiglianza a un’agenda o planner cartacei, e mi ricorda vagamente l’applicazione Dates del Newton. Nella vista mensile si hanno davvero sott’occhio i vari impegni e appuntamenti. Spero segretamente che l’aspetto di queste applicazioni venga copiato e inserito in Mac OS X 10.7.

La presentazione della suite iWork adattata per iPad è stato un altro grande momento di stupore per me. Se non bastano le immagini sul sito Apple, segnalo la cronaca visiva dell’evento pubblicata da Engadget, oppure ovviamente di guardare il filmato QuickTime messo prontamente in linea da Apple. iPad rimane principalmente un dispositivo per fruire contenuti, più che per crearne — e lo schermo più grande e brillante garantisce una fruizione ancora migliore — ma la disponibilità delle tre applicazioni che costituiscono la suite iWork (Keynote, Pages, Numbers) permette anche la creazione e la rifinitura di documenti e progetti; e anche qui mi permetto di sottolineare l’ottimo lavoro svolto per ripensare l’interfaccia di questi tre programmi, nati per Mac OS X, e adattarla a un dispositivo con tecnologia multi-touch e tastiera virtuale (anche se può benissimo servirsi di una fisica), a un dispositivo che può cambiare l’orientamento dello schermo, particolare che richiede un’interfaccia flessibile e ugualmente utilizzabile. Se vi sembrano sciocchezze, vi prego di fermarvi a rifletterci su per qualche istante.

Sotto il cofano

Un’altra importante novità di iPad è montata nella scheda logica: il nuovo processore Apple A4, sviluppato da Apple e, anch’esso, realizzato su misura per iPad. Viaggia a 1 GHz e anche qui, a chi avesse dubbi sulle prestazioni, rimando alle impressioni di Gruber (vedere il link poco sopra, nella sezione Funzioni). Per chi non se la cava con l’inglese, riassumo: nei 20 minuti che Gruber ha avuto per provare iPad, la velocità del dispositivo è stata praticamente l’elemento più notevole. La velocità si percepisce uniformemente in qualsiasi punto dell’interfaccia e svolgendo qualsiasi compito: le applicazioni sono veloci, lo scorrimento è veloce, il rendering delle pagine Web è veloce. È la riprova, per chi fosse tuttora ancorato alle prestazioni misurate in megahertz o gigahertz puri, che la velocità del clock della CPU è relativa, e che quel che più conta sia l’avere un insieme di hardware e software che lavorano armoniosamente come una grande squadra. È per questo che, per bella che sia l’identità open source di una piattaforma come Android, continuo a credere che un sistema ‘chiuso’ e proprietario abbia dei vantaggi importanti per quanto riguarda la coerenza del software, lo sfruttamento ottimale delle caratteristiche hardware, la robustezza del sistema e l’omogeneità dell’interfaccia.

L’impatto

iPad è la risposta di Apple a due segmenti di mercato: ai netbook da una parte, ai lettori di eBook dall’altra. La mia è una sensazione e non voglio neanche chiamarla analisi, perché iPad è stato appena annunciato, ma ho il forte presentimento che iPad sbaraglierà netbook e lettori di eBook, in tempi relativamente brevi.

I vantaggi di iPad rispetto al netbook: lo schermo superiore, la qualità costruttiva, l’avere un sistema operativo realizzato per svolgere al meglio una serie precisa di compiti, l’usabilità, il multi-touch, il fatto che possa essere utilizzato con tastiere di dimensioni standard (e scommetto che persino quella virtuale è organizzata meglio di quella di un netbook, oltre a essere comunque più grande), il fatto che possa essere utilizzato come lettore di eBook, la versatilità unita a dimensioni contenute e alla connettività con il Mac (che resta il computer principale) e, prima che me ne dimentichi, il prezzo, estremamente aggressivo e competitivo. iPad è, a questo proposito, il prodotto Apple con il prezzo in assoluto più accessibile, considerando ciò che offre. Un altro vantaggio (ma questa è opinione personalissima) è che non è un PC con una qualche versione stiracchiata di Windows. Ah, e non dimentichiamo nemmeno il parco software, che di partenza è praticamente tutto l’App Store, più le applicazioni iWork create su misura da Apple.

Per quanto riguarda i vantaggi rispetto ai lettori di eBook, e al Kindle in testa, parto da un’obiezione che ho letto da qualche parte (non ricordo più se in chat su IRC o su Twitter o su qualche blog): obiezione che suona più o meno così: Ma come, si è fatto un gran parlare della tecnologia e‑Ink, del fatto che sia migliore per la vista e per la lettura di testi elettronici, del fatto che l’assenza del colore e dello schermo retroilluminato siano un vantaggio di molti lettori di eBook dedicati, e adesso arriva Apple con l’iPad — che non ha tecnologia e‑Ink, ecc. ecc. — e vorrebbe spuntarla? È un’obiezione sensata, a cui rispondo volentieri. Dirò che, a prescindere dalla bontà di iBook (la nuova applicazione per leggere libri elettronici) e dell’iBook Store (il nuovo servizio di vendita di testi elettronici, in collaborazione con 5 grandi nomi dell’editoria internazionale), iPad ha già in partenza due enormi vantaggi rispetto al Kindle (per fare un esempio preciso del lettore di eBook che sta avendo più successo). Il primo vantaggio è che iPad non si limita alla lettura di eBook ma è un dispositivo polivalente in grado di fare di più e in maniera più divertente di qualsiasi Kindle e similari. Il secondo vantaggio, come nel caso dei netbook, è il prezzo. Il modello base di iPad costa 499 dollari; il Kindle DX (la versione ‘grande’ del Kindle), che non ha schermo a colori, non ha lo schermo sensibile al tocco, ed è estremamente più limitato nelle funzionalità, costa 489 dollari. Ora, io non sono un genio del marketing, ma se dovessi scegliere non avrei esitazioni, a meno di essere un vero fanatico della tecnologia e‑Ink.

Quindi, se da una parte è indubbia la superiorità tecnologica di e‑Ink, dall’altra iPad potrebbe benissimo spuntarla per la sua superiorità pratica. Steve Jobs non ha mai nascosto il suo scetticismo nei confronti di dispositivi dedicati, specie i lettori di eBook. In un’intervista con Pogue, Jobs disse: Sono certo che dispositivi dedicati ne vedremo sempre, e possono senz’altro avere dei vantaggi nello svolgere bene un solo compito. Ma credo che i dispositivi polivalenti e multi-funzionali avranno la meglio, perché ho l’impressione che la gente non abbia tanta voglia di investire denaro in un dispositivo dedicato. Difficile dargli torto, a condizione ovviamente che il dispositivo polivalente sia in grado di svolgere bene i vari compiti per i quali è stato ideato. Da quel che vedo, iPad mi sembra un ottimo candidato.

L’appetibilità

Mentre osservavo le immagini che Engadget caricava in diretta durante l’evento, stavo pensando al tipo di utenza a cui può rivolgersi iPad. È veramente variegata: dai soliti noti, come l’utente che vuole qualcosa di leggero, versatile, ben fatto e piacevole da usare, a categorie di persone meno ovvie. Pensavo per esempio a persone come i miei genitori: per loro, che sono praticamente a digiuno di sistemi moderni (mio padre ha usato dei PC quando lavorava in azienda, più il Macintosh Classic che gli prestai per fare videoscrittura leggera e bilancio familiare), un Mac sarebbe troppo e non sfrutterebbero tutte le sue potenzialità; in più dovrei mettermi a spiegare loro tutta una serie di operazioni di base per familiarizzare con Mac OS X. Un iPad sarebbe tutta un’altra cosa: l’interfaccia intuitiva e la bassa curva di apprendimento renderebbero l’esperienza molto meno frustrante sin dalle prime battute, e le dimensioni maggiorate rispetto a un iPod touch permetterebbero loro di navigare il Web, usare la posta elettronica e leggere libri molto meglio che su un dispositivo da 3 pollici. Pensate alla vostra rete di conoscenze: amici, ma anche familiari, parenti, ecc.: sono quasi certo che troverete almeno una persona per la quale iPad sarebbe l’approccio perfetto alla vita digitale odierna. Per questo ho l’impressione che se ne venderanno a vagonate.

Gli accessori

Prima di elencare alcune delle obiezioni che ho captato nelle ore successive all’introduzione di iPad, voglio sottolineare una cosa che iPad ha fin da subito: un’ottima gamma di accessori. Oltre a un dock per tenerlo sollevato come fosse una cornice digitale (e, volendo, per usarlo come tale), Apple ha prodotto un dock con tastiera fisica integrata (iPad supporta tastiere fisiche: sia quella creata apposta per lui, sia, udite udite, le tastiere Bluetooth di Apple) e una custodia protettiva che si può ripegare in vari modi per tenere inclinato iPad, sia per vedere foto e filmati, sia per scrivere con maggiore comodità quando si usa la tastiera virtuale. Potete vederli in fondo a questa pagina sul sito Apple. Inoltre è disponibile anche un iPad Camera Connection Kit (visibile in fondo a quest’altra pagina), che consiste di due adattatori: uno per collegare la fotocamera via USB, l’altro è un lettore di schede SD. Sul sito Apple si menziona la gestione di foto e filmati, ma sarei curioso di vedere se è possibile importare anche file di testo e PDF, usando quindi la scheda SD come fosse una chiavetta USB.

Bello, però non ha…”

  • …Il supporto di Flash: Ingenuo chi se lo aspettava. Personalmente sono molto contento che non l’abbia. Se c’è una cosa che ha dimostrato iPhone è che è possibile avere una buona esperienza di navigazione del Web anche senza questa tecnologia, che pur avendo i suoi meriti, il fatto di essere completamente in mano ad Adobe è un grosso ostacolo per il Web, che dovrebbe essere composto da tecnologie aperte e rispettose degli standard. Il Web è un contesto in cui l’apertura e la non-proprietarietà sono punti di forza e che vanno sostenuti. Come ha più volte sottolineato John Gruber, Apple si trova molto meglio in una situazione in cui la qualità di un suo prodotto dipende interamente da essa. Non può fermarsi e aspettare i comodi di Adobe; non può rischiare di offrire un MobileSafari le cui prestazioni sono azzoppate da un Flash non perfettamente ottimizzato per il sistema.
  • …La videocamera frontale: È vero, non ce l’ha. In effetti non sarebbe male usare iPad per videoconferenze e chat video. La mia idea? Apple tasta il terreno e valuta le reazioni all’iPad. Se c’è l’esigenza, la prossima iterazione di iPad avrà iSight incorporata. Mi pare una mossa da ABC del marketing.
  • …La fotocamera sul retro come iPhone: Giuro che ho sentito anche questa obiezione. Vi immaginate la comodità di scattare foto sollevando iPad a mezz’aria e tenerlo con due mani come se stessimo sbandierando cartelli di protesta a una manifestazione? Andiamo, la fotocamera su iPad è una baggianata.
  • …La possibilità di telefonare: Vedi sopra. Telefonare e ricevere telefonate, con l’iPad? Sul serio? La scomodità e impraticità della cosa sono sufficientemente lapalissiane o devo stare anche a spiegarlo?
  • …Il multitasking: Su questo non ho letto nulla di definitivo, e non è escluso che il veloce processore A4 possa permettere ad applicazioni di terze parti di girare in background. Per ora, vista la demo, ho l’impressione che iPad ne abbia ancor meno bisogno dell’iPhone, nel senso che mi sembra un dispositivo nato per fare una cosa alla volta, a pieno schermo, senza altre interferenze. È chiaro che le applicazioni Apple hanno una corsia preferenziale per operazioni in background e interoperabilità, e che magari verrà posto l’accento ancor di più sulla tecnologia Push per le notifiche di applicazioni di terze parti. Per il momento credo che iPad sopperisca a questa presunta mancanza di multitasking con la velocità di funzionamento, nettamente superiore a iPhone. In ogni caso può essere che la maggior potenza del processore e la maggiore quantità di RAM (Apple non la specifica, ma non mi stupirei se fosse dell’ordine di 512 MB) permettano l’implementazione del multitasking in seconda battuta.

Mi sono sicuramente dimenticato di altre obiezioni, ma per quello ci sono i commenti. Concludo queste prime riflessioni dicendo che sono molto stupito anche dall’autonomia della batteria: 10 ore di operazione continuata non sono niente male (un mese in stand-by: non male neanche questo). Ma, ribadisco, il dettaglio che farà fare il botto a iPad è il prezzo. Vista la qualità, le capacità, e tutto quanto, ero sicuro che il modello base sarebbe partito da almeno 700 Euro. Felice di essermi sbagliato.

Spostare file

Mele e appunti

È possibile che lo sappiano anche i sassi e che sia un suggerimento del tutto superfluo, ma non si sa mai. 

Come saprete, in Mac OS X se si vuole spostare un file da una posizione a un’altra sullo stesso volume, un semplice drag & drop sposterà il file dalla posizione A alla posizione B. Se invece si effettua il drag & drop verso un altro volume, il Finder copierà il file. E, come è noto, se si vuole copiare un file in un’altra posizione ma sullo stesso volume, si premerà Opzione (⌥) mentre si effettua il drag & drop. Ma se volessimo spostare un file da un volume all’altro senza copiarlo? Si può fare, premendo Comando (⌘) durante il trascinamento del file. Semplice, ma sono dettagli che possono sfuggire.