iWeb capriccioso

Mele e appunti

In questo ultimo giorno di quiete prima della tempesta che sarà l’evento Apple di domani, provo a distogliere l’attenzione da qualsiasi dispositivo che lontanamente assomigli a un tablet, e a raccontare un episodio che mi è accaduto qualche settimana fa e di come ne sono venuto fuori; magari può servire a qualcuno in una situazione analoga.

L’anno scorso iniziai un progetto in iWeb per pubblicare un piccolo sito (essenzialmente un indice dei luoghi ove trovare i miei lavori sul Web, e una vetrina per propormi nella mia veste di traduttore professionista) nello spazio Web che offre Apple a chi come me è iscritto a MobileMe. All’epoca la mia macchina principale era ancora il PowerBook G4 con Mac OS X Leopard, e utilizzavo iWeb ’08. Fra impegni e problemi di salute, il progetto è rimasto nel congelatore per un bel po’, e ho deciso di riprenderlo in mano lo scorso novembre. Nel frattempo sono passato al MacBook Pro, a Snow Leopard, e a iWeb ’09.

Non so esattamente se il colpevole sia Snow Leopard o iWeb ’09, ma sta di fatto che quando sono andato a riaprire il progetto, iWeb ha cominciato a chiudersi inaspettatamente ancor prima di visualizzarlo. L’errore che ricevevo era iWeb quit unexpectedly while using the SFWordProcessing plugin, ossia iWeb si è chiuso mentre tentava di utilizzare quel fantomatico plug-in SFWordProcessing. E non c’era mezzo di riaprire iWeb.

Dopo qualche indagine sulla rete, ho scoperto che il colpevole era uno dei font compresi in Mac OS X, Hoefler Text, che per qualche ignoto motivo è (diventato) indigesto a iWeb. Disattivandolo in Libro Font, tutto è tornato alla normalità e ho potuto riprendere a lavorare al mio progetto (il quale faceva uso del tema “Carta stratificata”, che si serve appunto di Hoefler Text come font di default). È stato necessario, ovviamente, procedere a sostituire tutto il testo formattato con quel font scegliendone un altro.

Spero che con i prossimi aggiornamenti di Snow Leopard gli inconvenienti con i font vengano risolti. Di tanto in tanto incappo in qualche serio conflitto di potere fra Libro Font (che non uso come gestore di font) e FontExplorer Pro.

La sostenibile leggibilità del blog

Mele e appunti

Da alcuni giorni sto sperimentando la recente integrazione di Typekit con WordPress. Amando la tipografia, ho pensato fosse buona cosa abbellire un poco il mio blog con delle lievi modifiche visuali. Ho cambiato il font dei titoli degli articoli e quello utilizzato per le citazioni di stralci di testo scritti da altri. L’idea non si limitava a una questione estetica: mi sembrava necessario utilizzare un modo per differenziare con chiarezza le citazioni. È vero che WordPress, in presenza del tag blockquote mette dei bei virgolettoni e indenta i paragrafi citati in modo chiaro, ma nei casi di citazioni estese preferisco l’aiuto di un font diverso da quello standard del tema grafico che ho scelto per Autoritratto con mele, in modo che il lettore abbia sempre chiaro di chi sia la ‘voce’, per così dire.

Parlando di queste modifiche che ho apportato mediante Typekit, in un commento all’articolo precedente Koolinus annota:

Il problema con le font è che non sai mai quel che trovi lato utente… questo che ti linko è un estratto del testo citato che tanto ti piace visto su un Windows 7 con l’ultima beta di Chromium. (Non ho office installato quindi la dotazione di font è abbastanza minimale). Abbastanza ‘urendo’, no?

Non è esattamente una bellezza, siamo d’accordo. Prima che si pensi che mi sia messo a pasticciare impulsivamente con il giochetto nuovo, quando stavo scegliendo i font per titoli e citazioni, verificavo la leggibilità del blog sulle ultime versioni stabili di Safari, Camino, Firefox, Chrome, OmniWeb, Opera, iCab, Stainless su Mac, e Chrome e Firefox su PC (Windows XP). Ho trovato i risultati abbastanza soddisfacenti, nel senso che le uniche due situazioni che mi si sono presentate sono state:

  1. Il browser visualizzava esattamente i font da me scelti (scenario ottimale);
  2. Il browser visualizzava gli elementi cambiati del blog (titoli e citazioni) con font differenti, ma al tempo stesso diversi dal font di default del blog, e comunque leggibili (scenario accettabile quando la priorità è la differenziazione del testo, più che l’abbellimento fine a se stesso).

Avendo letto i forum di supporto di Typekit sono a conoscenza che il rendering delle librerie di font messe a disposizione da Typekit è problematico in ambiente Windows (Internet Explorer e Firefox 3.5.x pare non visualizzino i font scelti), e chiaramente non pretendevo che tutti i visitatori del blog vedessero perfettamente i font da me scelti; mi bastava che vedessero font diversi e che il testo rimanesse leggibile. Nell’immagine fornita da Koolinus si nota una situazione che differisce dalle due da me incontrate: abbiamo un font che è molto simile a quello che ho scelto per le citazioni, ma tracciato malamente dal browser, il che lo rende meno leggibile.

Quelli di Typekit sono ovviamente al corrente di questi problemi, e vediamo se riusciranno ad aumentare la compatibilità con tutti i browser. A me interessa sapere se vedete bene il testo su Autoritratto con mele o se ci sono grossi problemi di leggibilità. Io, specie dopo il tempo investito a fare prove, sono piuttosto riluttante a tornare indietro, ma ritengo doveroso fare un piccolo sondaggio, anche perché non posso essere un sostenitore dell’usabilità e poi ipocritamente infischiarmene proprio sul mio territorio. Ribadisco, non mi interessa sapere se vedete i font da me scelti in tutta la loro eleganza, ma se vedete citazioni e titoli degli articoli disegnati con un font diverso dal testo principale e leggibile. Se la maggioranza ha problemi di visualizzazione e leggibilità, disattiverò le modifiche e il testo tornerà come prima.

Quote: Steve Capps

Et Cetera

Whether or not the product succeeded, we helped set up a category. We set that whole form factor. You have to be bold to make bold jumps. When you succeed, you’re everybody’s favorite hero, and when you fail, you’re everybody’s goat.

Steve Capps, speaking of the Apple Newton, as quoted by the San Francisco Chronicle, February 28, 1998.

Comando-S

Mele e appunti

Circa un anno fa, John Gruber scrisse un articolo molto interessante, intitolato Untitled Document Syndrome, ovvero Sindrome del documento senza titolo. Ieri mi è capitato un fastidioso imprevisto che mi ha fatto ricordare l’incipit di quell’articolo:

Scenario: vi viene un’idea riguardo a qualcosa, aprite un documento nuovo nell’applicazione più appropriata, e poi ci lavorate per ore prima di rendervi conto che non avete ancora salvato il documento. Quando succede, solitamente ridacchiate fra voi: Hah, mi sa che è meglio salvare questa cosa. A volte, però, è un disastro, perché vi rendete conto di questa dimenticanza quando l’applicazione va in crash o quando salta la corrente.

Negli anni la versione disastrosa mi è capitata alcune volte. Quel che mi pare davvero strano, tuttavia, è che di tanto in tanto mi accorgo di ricascarci. La chiamo ‘Sindrome del documento senza titolo’, perché quando mi colgo in flagrante, noto che mi succede quasi sempre con una finestra di un nuovo documento senza titolo, e non con un file già esistente con modifiche non salvate. Tutti i salvataggi dopo il primo non richiedono altro che un veloce Comando‑S (⌘-S)

Ieri, come dicevo, mi è successa esattamente la versione disastrosa dello scenario raccontato da Gruber. In mattinata avevo iniziato un lavoro di traduzione: aperto il testo originale inglese in BBEdit 8.2.6, gli affiancavo una finestra con un nuovo documento senza titolo in cui battere la traduzione italiana. Preso dal lavoro, dopo qualche ora ero arrivato circa al 40% del totale da fare. Mi sono fermato, sono andato a farmi una doccia e a prepararmi per andare alla biblioteca del Politecnico di Valencia, dove avrei continuato a lavorare sul MacBook Pro per poi tornare a casa con mia moglie.

La cronaca del disastro, al rallentatore, è come segue. Pronto per andare, mi avvicino alla scrivania per scollegare il MacBook Pro dalla postazione desktop. Invece di dare il comando di stop dal menu Mela — come faccio sempre prima di staccare alimentazione, cavo Ethernet, cavo video che va al monitor esterno, cavi USB vari — nella fretta metto in stop il MacBook Pro chiudendo il coperchio. Facendo così, il Mac ha creduto che volessi continuare a usare il monitor esterno con il Mac chiuso (si dice anche ‘modalità clamshell’), quindi il monitor LCD esterno si è riacceso. Staccando i vari cavi, compreso l’adattatore mini DisplayPort — VGA, il MacBook Pro è infine andato in stop. Tutto bene, in fondo — almeno così credevo.

Sfortuna ha voluto che in biblioteca non c’era un luogo tranquillo dove mettermi (mi ero dimenticato che al Politecnico è epoca di esami, e gli studenti sovraffollano le varie biblioteche di dipartimento), e ho detto a mia moglie che, avendo bisogno di concentrazione, preferivo tornare a casa. Giunto nel mio studio, prendevo il MacBook Pro dallo zaino e lo ricollegavo a tutte le periferiche sulla scrivania. Solo che, a causa del modo in cui avevo messo a dormire il portatile prima, quando ho ricollegato il monitor esterno mi è accaduto quello spiacevole (e tuttora irrisolto) inconveniente di cui avevo parlato in questo articolo — il MacBook Pro si è spento.

Quando l’ho riavviato, ho riaperto le applicazioni che erano attive al momento dello spegnimento improvviso (ognuna, a suo modo, maledicendomi e protestando: i browser lamentavano sessioni chiuse inaspettatamente, Mailsmith si lagnava di alcuni lievi errori di scrittura su certe caselle di posta, che andavano quindi ricostruite, eccetera). Ho lanciato BBEdit e ho cercato il mio file nei documenti recenti, ma c’era soltanto il documento con il testo originale inglese. A quel punto mi è sceso un brivido lungo la schiena: non avevo salvato la controparte italiana. Ho frugato con Spotlight e Find Any File nelle cache e nei documenti nascosti creati durante la giornata, ma niente da fare. Una mattina di lavoro buttata alle ortiche. Colpa di un momento di sbadataggine unito a una certa dose di sfortuna (perché non avrei perso nulla se solo avessi risvegliato dallo stop il Mac in biblioteca: mi sarei accorto del documento senza titolo e lo avrei salvato seduta stante), ma è anche compito delle applicazioni dare un minimo di protezione all’utente in casi come questo, come sostiene anche Gruber nell’articolo citato.

Nello specifico, non mi sento di dare la colpa a BBEdit. Se mai l’episodio mi ha ricordato che forse è giunto il momento di fare l’aggiornamento alla versione 9 del programma; la quale, fra le tante altre belle cose, possiede proprio una funzione ‘salvagente’. Ne parla Gruber sempre in Untitled Document Syndrome:

[…] [G]li sviluppatori di applicazioni basate su documenti dovrebbero proteggere gli utenti da se stessi. Il nostro lavoro dovrebbe essere salvato anche se non viene salvato il documento stesso. Separiamo la gestione di elementi nel file system dall’idea che quel che abbiamo scritto o disegnato o editato debba essere ‘sicuro’. BBEdit 9 ha una buona implementazione di tale funzione. Una volta ogni minuto, il programma memorizza in maniera silenziosa e invisibile una copia di ogni finestra di documento aperta. Se BBEdit va in crash o viene terminato in maniera anomala (per esempio se l’intero sistema va in crash), la prossima volta che si avvia BBEdit, esso ricupererà il nostro lavoro fino all’ultimo stato auto-salvato. Perciò, alla peggio, avremo perduto gli ultimi 59 secondi del lavoro. Non si tratta di effettuare un auto-salvataggio dei file nel file system — la funzione di autosave di BBEdit ripristina anche le finestre di documenti ‘senza titolo’ che non sono mai stati salvati come file. Non vedo proprio perché ogni applicazione non debba proteggere il nostro lavoro in modo simile.

Appunto. MarsEdit, l’ottimo programma che utilizzo per scrivere i miei articoli e pubblicarli online ha una funzione analoga, e non ho mai perso un post non salvato. Il già citato Notational Velocity ha una memoria persistente per le note create, e non esiste il comando ‘Salva’. Proprio come accade sul Newton con ogni applicazione. Nei prossimi giorni cercherò di stilare un elenco delle applicazioni che proteggono l’utente in questo senso. Nel frattempo il mio banale consiglio è quello di salvare frequentemente, anzi salvare subito il documento vuoto senza titolo, per evitare che un imprevisto qualsiasi lo faccia svanire nel nulla.

Appunti non sparsi

Mele e appunti

Esistono diverse applicazioni per iPhone che servono a prendere appunti e scrivere note veloci. Io sono abituato diversamente, e per il grosso delle mie annotazioni utilizzo ancora carta e penna, o al limite il mio Newton MessagePad 2100. Di conseguenza, sin da quando ho acquistato iPhone, non ho mai avuto l’esigenza di ricorrere a un’applicazione diversa da quella di serie in iPhone OS. Dalla versione 3.0 del sistema operativo, poi, le note create con l’applicazione di default vengono sincronizzate con Mail attraverso iTunes, per cui non ho avvertito nemmeno l’esigenza di cercare un software alternativo che offrisse il plus della sincronizzazione degli appunti.

Tuttavia ho sempre guardato con interesse un’applicazione, Simplenote, incuriosito dalle recensioni positive di Macworld.com, John Gruber, e altri illustri del panorama Mac. I pregi di Simplenote sono presto elencati: interfaccia semplice e intelligente, uso di uno sfondo bianco e del carattere Helvetica al posto del Marker Felt dell’applicazione di default (pare una sciocchezza, ma ho letto che a molti non piace l’interfaccia dell’applicazione Note e tantomeno la scelta di quel font), possibilità di sincronizzazione via Web creando un account Simplenote, più altre funzionalità (backup automatico, invio di note per email, feed RSS, eliminazione degli annunci, ecc.) che ora vengono offerte a chi sottoscrive un abbonamento premium (3,99 Euro all’anno come prezzo di lancio, poi dovrebbe essere il doppio).

Sì perché la novità di questi giorni è che Simplenote per iPhone è diventata un’applicazione gratuita. Prima, se non vado errato, costava 1,59 Euro — un prezzo non elevato ma che nel mio caso non incentivava l’acquisto, visto che mi andava più che bene utilizzare l’applicazione di sistema. Come mai il passaggio da software a pagamento a software gratuito? Ne parlano gli autori in una lettera agli utenti pubblicata sul loro sito:

Simplenote sta andando bene; anzi, molto bene. Abbiamo ricevuto recensioni fantastiche e abbiamo notato un buon incremento di utenti di recente. Tuttavia, negli ultimi due mesi, mentre stavamo dedicando tutti i nostri sforzi a spargere la voce e pubblicizzare Simplenote, abbiamo iniziato a raggiungere i limiti di crescita ottenibili da una semplice applicazione a pagamento per prendere note.

Il nostro obiettivo è quello di fornire l’applicazione di note di testo migliore in circolazione per prezzo, qualità e supporto ai clienti. Stiamo già garantendo ottima qualità e supporto, ma finora lo svantaggio più grosso è stato il prezzo.

Alcuni di voi non saranno d’accordo. Di tanto in tanto ci viene detto che dovremmo addirittura aumentare il prezzo di Simplenote. Ma questi suggerimenti di solito provengono da persone come John Gruber, molto esperte tecnicamente, e più che felici di pagare per un servizio online che migliora la loro vita in maniera percepibile.

Però consideriamo l’applicazione gratuita Note, che Apple include nel software di iPhone, come la nostra concorrente principale. Molti dei milioni di utenti che la utilizzano hanno probabilmente solo una vaga idea del processo di sincronizzazione e di quanto possa essere utile per loro. Ed è difficile competere con un software gratuito. Facendo diventare Simplenote un’applicazione anch’essa gratuita, eliminiamo la grande barriera che divide Simplenote da tutti coloro che hanno l’abitudine di prendere appunti e che potrebbero trarre vantaggi dalla sincronizzazione facile e veloce da noi offerta. 

Riassumendo: dal 15 gennaio Simplenote per iPhone è gratis. Se non si sottoscrive l’abbonamento premium di cui sopra (chi vuole abbonarsi può farlo direttamente dall’interno dell’applicazione), l’applicazione inserirà degli annunci pubblicitari nell’elenco delle note. Tali annunci non sono particolarmente invasivi; il metodo e gli annunci sono simili a quelli utilizzati da client Twitter come Twitterrific o Tweetie per Mac in versione gratuita. Chi ha acquistato Simplenote quando era un’applicazione a pagamento non vedrà mai gli annunci pubblicitari inseriti fra le note.

Io l’ho scaricata ieri e intendo provarla in questi giorni. Come dicevo, le mie abitudini in fatto di prendere appunti sono diverse. Su iPhone uso Note (la cui interfaccia non mi dispiace affatto, peraltro) e tengo sincronizzati gli appunti con Mail. Sul Mac, invece, vista la sua flessibilità, utilizzo Notational Velocity. Ammetto di non aver mai dato grossa importanza alla sincronizzazione di questo genere di dati, più che altro perché le note che prendo con iPhone mi servono su iPhone, ossia in movimento, essendo note di rapida consultazione; e le note e gli appunti che stilo ed elaboro sul Mac mi servono sul Mac, visto che in genere si tratta di stralci piuttosto lunghi, bozze di articoli, copia-incolla di frammenti di documentazione che mi interessano, traduzioni parziali, eccetera.

Ma avere i dati sincronizzati su più dispositivi è sempre buona cosa, Dropbox docet. E lasciarsi imprigionare dalle proprie abitudini non sempre è buona cosa. Una volta creato un account con Simplenote e attivata la sincronizzazione, le note prese con iPhone saranno disponibili anche sul sito di Simplenote. Dopo aver effettuato il login ci si trova di fronte un’applicazione Web del tutto simile a quella dell’applicazione Simplenote per iPhone, e si potranno consultare le note create su iPhone oppure crearne di nuove, che verranno sincronizzate con iPhone. Semplice e comodo, e molto in stile Dropbox.

Chi fosse allergico all’interfaccia Web e preferisse un programma dedicato per Mac, ha alcune scelte interessanti a disposizione:

  • Nottingham, un’applicazione molto simile a Notational Velocity. Sincronizza note prese con Simplenote e importa note e file di testo creati con Evernote.
  • JustNotes, un’applicazione con una finestra principale simile a un pannello flottante, che si può far apparire e sparire con un clic sull’icona nella barra dei menu (o nel Dock, a seconda dei gusti).
  • DashNote, dedicato ai minimalisti e a chi non vuole troppe finestre aperte ad affollare la scrivania, non si tratta di un’applicazione ma di un widget di Dashboard semplice ed elegante.
  • Per chi stesse usando l’applicazione Web Simplenote come programma stand-alone grazie a Fluid, segnalo l’esistenza di Simplenote Restyled, uno userscript per avere un’interfaccia grafica ancora più accattivante e con funzioni aggiunte.

Per conoscenza, le ho installate tutte e tre, ed è difficile scegliere. Tutte sono spartane ed efficienti e la loro interfaccia è discreta e non intrusiva. Forse DashNote è il più immediato da usare, visto che una volta installato in Dashboard è richiamabile premendo solo un tasto (o con un gesto sul trackpad), ma lascio decidere a chi è interessato. Fra l’altro, sulla home page di Notational Velocity è scritto che tra breve verrà aggiunto il supporto a Simplenote, quindi è assai probabile che la mia scelta definitiva sarà rimanere con questo software sul Mac e usare Simplenote su iPhone.