La sostenibile leggibilità del blog

Mele e appunti

Da alcuni giorni sto sperimentando la recente integrazione di Typekit con WordPress. Amando la tipografia, ho pensato fosse buona cosa abbellire un poco il mio blog con delle lievi modifiche visuali. Ho cambiato il font dei titoli degli articoli e quello utilizzato per le citazioni di stralci di testo scritti da altri. L’idea non si limitava a una questione estetica: mi sembrava necessario utilizzare un modo per differenziare con chiarezza le citazioni. È vero che WordPress, in presenza del tag blockquote mette dei bei virgolettoni e indenta i paragrafi citati in modo chiaro, ma nei casi di citazioni estese preferisco l’aiuto di un font diverso da quello standard del tema grafico che ho scelto per Autoritratto con mele, in modo che il lettore abbia sempre chiaro di chi sia la ‘voce’, per così dire.

Parlando di queste modifiche che ho apportato mediante Typekit, in un commento all’articolo precedente Koolinus annota:

Il problema con le font è che non sai mai quel che trovi lato utente… questo che ti linko è un estratto del testo citato che tanto ti piace visto su un Windows 7 con l’ultima beta di Chromium. (Non ho office installato quindi la dotazione di font è abbastanza minimale). Abbastanza ‘urendo’, no?

Non è esattamente una bellezza, siamo d’accordo. Prima che si pensi che mi sia messo a pasticciare impulsivamente con il giochetto nuovo, quando stavo scegliendo i font per titoli e citazioni, verificavo la leggibilità del blog sulle ultime versioni stabili di Safari, Camino, Firefox, Chrome, OmniWeb, Opera, iCab, Stainless su Mac, e Chrome e Firefox su PC (Windows XP). Ho trovato i risultati abbastanza soddisfacenti, nel senso che le uniche due situazioni che mi si sono presentate sono state:

  1. Il browser visualizzava esattamente i font da me scelti (scenario ottimale);
  2. Il browser visualizzava gli elementi cambiati del blog (titoli e citazioni) con font differenti, ma al tempo stesso diversi dal font di default del blog, e comunque leggibili (scenario accettabile quando la priorità è la differenziazione del testo, più che l’abbellimento fine a se stesso).

Avendo letto i forum di supporto di Typekit sono a conoscenza che il rendering delle librerie di font messe a disposizione da Typekit è problematico in ambiente Windows (Internet Explorer e Firefox 3.5.x pare non visualizzino i font scelti), e chiaramente non pretendevo che tutti i visitatori del blog vedessero perfettamente i font da me scelti; mi bastava che vedessero font diversi e che il testo rimanesse leggibile. Nell’immagine fornita da Koolinus si nota una situazione che differisce dalle due da me incontrate: abbiamo un font che è molto simile a quello che ho scelto per le citazioni, ma tracciato malamente dal browser, il che lo rende meno leggibile.

Quelli di Typekit sono ovviamente al corrente di questi problemi, e vediamo se riusciranno ad aumentare la compatibilità con tutti i browser. A me interessa sapere se vedete bene il testo su Autoritratto con mele o se ci sono grossi problemi di leggibilità. Io, specie dopo il tempo investito a fare prove, sono piuttosto riluttante a tornare indietro, ma ritengo doveroso fare un piccolo sondaggio, anche perché non posso essere un sostenitore dell’usabilità e poi ipocritamente infischiarmene proprio sul mio territorio. Ribadisco, non mi interessa sapere se vedete i font da me scelti in tutta la loro eleganza, ma se vedete citazioni e titoli degli articoli disegnati con un font diverso dal testo principale e leggibile. Se la maggioranza ha problemi di visualizzazione e leggibilità, disattiverò le modifiche e il testo tornerà come prima.

Quote: Steve Capps

Et Cetera

Whether or not the product succeeded, we helped set up a category. We set that whole form factor. You have to be bold to make bold jumps. When you succeed, you’re everybody’s favorite hero, and when you fail, you’re everybody’s goat.

Steve Capps, speaking of the Apple Newton, as quoted by the San Francisco Chronicle, February 28, 1998.

Comando-S

Mele e appunti

Circa un anno fa, John Gruber scrisse un articolo molto interessante, intitolato Untitled Document Syndrome, ovvero Sindrome del documento senza titolo. Ieri mi è capitato un fastidioso imprevisto che mi ha fatto ricordare l’incipit di quell’articolo:

Scenario: vi viene un’idea riguardo a qualcosa, aprite un documento nuovo nell’applicazione più appropriata, e poi ci lavorate per ore prima di rendervi conto che non avete ancora salvato il documento. Quando succede, solitamente ridacchiate fra voi: Hah, mi sa che è meglio salvare questa cosa. A volte, però, è un disastro, perché vi rendete conto di questa dimenticanza quando l’applicazione va in crash o quando salta la corrente.

Negli anni la versione disastrosa mi è capitata alcune volte. Quel che mi pare davvero strano, tuttavia, è che di tanto in tanto mi accorgo di ricascarci. La chiamo ‘Sindrome del documento senza titolo’, perché quando mi colgo in flagrante, noto che mi succede quasi sempre con una finestra di un nuovo documento senza titolo, e non con un file già esistente con modifiche non salvate. Tutti i salvataggi dopo il primo non richiedono altro che un veloce Comando‑S (⌘-S)

Ieri, come dicevo, mi è successa esattamente la versione disastrosa dello scenario raccontato da Gruber. In mattinata avevo iniziato un lavoro di traduzione: aperto il testo originale inglese in BBEdit 8.2.6, gli affiancavo una finestra con un nuovo documento senza titolo in cui battere la traduzione italiana. Preso dal lavoro, dopo qualche ora ero arrivato circa al 40% del totale da fare. Mi sono fermato, sono andato a farmi una doccia e a prepararmi per andare alla biblioteca del Politecnico di Valencia, dove avrei continuato a lavorare sul MacBook Pro per poi tornare a casa con mia moglie.

La cronaca del disastro, al rallentatore, è come segue. Pronto per andare, mi avvicino alla scrivania per scollegare il MacBook Pro dalla postazione desktop. Invece di dare il comando di stop dal menu Mela — come faccio sempre prima di staccare alimentazione, cavo Ethernet, cavo video che va al monitor esterno, cavi USB vari — nella fretta metto in stop il MacBook Pro chiudendo il coperchio. Facendo così, il Mac ha creduto che volessi continuare a usare il monitor esterno con il Mac chiuso (si dice anche ‘modalità clamshell’), quindi il monitor LCD esterno si è riacceso. Staccando i vari cavi, compreso l’adattatore mini DisplayPort — VGA, il MacBook Pro è infine andato in stop. Tutto bene, in fondo — almeno così credevo.

Sfortuna ha voluto che in biblioteca non c’era un luogo tranquillo dove mettermi (mi ero dimenticato che al Politecnico è epoca di esami, e gli studenti sovraffollano le varie biblioteche di dipartimento), e ho detto a mia moglie che, avendo bisogno di concentrazione, preferivo tornare a casa. Giunto nel mio studio, prendevo il MacBook Pro dallo zaino e lo ricollegavo a tutte le periferiche sulla scrivania. Solo che, a causa del modo in cui avevo messo a dormire il portatile prima, quando ho ricollegato il monitor esterno mi è accaduto quello spiacevole (e tuttora irrisolto) inconveniente di cui avevo parlato in questo articolo — il MacBook Pro si è spento.

Quando l’ho riavviato, ho riaperto le applicazioni che erano attive al momento dello spegnimento improvviso (ognuna, a suo modo, maledicendomi e protestando: i browser lamentavano sessioni chiuse inaspettatamente, Mailsmith si lagnava di alcuni lievi errori di scrittura su certe caselle di posta, che andavano quindi ricostruite, eccetera). Ho lanciato BBEdit e ho cercato il mio file nei documenti recenti, ma c’era soltanto il documento con il testo originale inglese. A quel punto mi è sceso un brivido lungo la schiena: non avevo salvato la controparte italiana. Ho frugato con Spotlight e Find Any File nelle cache e nei documenti nascosti creati durante la giornata, ma niente da fare. Una mattina di lavoro buttata alle ortiche. Colpa di un momento di sbadataggine unito a una certa dose di sfortuna (perché non avrei perso nulla se solo avessi risvegliato dallo stop il Mac in biblioteca: mi sarei accorto del documento senza titolo e lo avrei salvato seduta stante), ma è anche compito delle applicazioni dare un minimo di protezione all’utente in casi come questo, come sostiene anche Gruber nell’articolo citato.

Nello specifico, non mi sento di dare la colpa a BBEdit. Se mai l’episodio mi ha ricordato che forse è giunto il momento di fare l’aggiornamento alla versione 9 del programma; la quale, fra le tante altre belle cose, possiede proprio una funzione ‘salvagente’. Ne parla Gruber sempre in Untitled Document Syndrome:

[…] [G]li sviluppatori di applicazioni basate su documenti dovrebbero proteggere gli utenti da se stessi. Il nostro lavoro dovrebbe essere salvato anche se non viene salvato il documento stesso. Separiamo la gestione di elementi nel file system dall’idea che quel che abbiamo scritto o disegnato o editato debba essere ‘sicuro’. BBEdit 9 ha una buona implementazione di tale funzione. Una volta ogni minuto, il programma memorizza in maniera silenziosa e invisibile una copia di ogni finestra di documento aperta. Se BBEdit va in crash o viene terminato in maniera anomala (per esempio se l’intero sistema va in crash), la prossima volta che si avvia BBEdit, esso ricupererà il nostro lavoro fino all’ultimo stato auto-salvato. Perciò, alla peggio, avremo perduto gli ultimi 59 secondi del lavoro. Non si tratta di effettuare un auto-salvataggio dei file nel file system — la funzione di autosave di BBEdit ripristina anche le finestre di documenti ‘senza titolo’ che non sono mai stati salvati come file. Non vedo proprio perché ogni applicazione non debba proteggere il nostro lavoro in modo simile.

Appunto. MarsEdit, l’ottimo programma che utilizzo per scrivere i miei articoli e pubblicarli online ha una funzione analoga, e non ho mai perso un post non salvato. Il già citato Notational Velocity ha una memoria persistente per le note create, e non esiste il comando ‘Salva’. Proprio come accade sul Newton con ogni applicazione. Nei prossimi giorni cercherò di stilare un elenco delle applicazioni che proteggono l’utente in questo senso. Nel frattempo il mio banale consiglio è quello di salvare frequentemente, anzi salvare subito il documento vuoto senza titolo, per evitare che un imprevisto qualsiasi lo faccia svanire nel nulla.

Appunti non sparsi

Mele e appunti

Esistono diverse applicazioni per iPhone che servono a prendere appunti e scrivere note veloci. Io sono abituato diversamente, e per il grosso delle mie annotazioni utilizzo ancora carta e penna, o al limite il mio Newton MessagePad 2100. Di conseguenza, sin da quando ho acquistato iPhone, non ho mai avuto l’esigenza di ricorrere a un’applicazione diversa da quella di serie in iPhone OS. Dalla versione 3.0 del sistema operativo, poi, le note create con l’applicazione di default vengono sincronizzate con Mail attraverso iTunes, per cui non ho avvertito nemmeno l’esigenza di cercare un software alternativo che offrisse il plus della sincronizzazione degli appunti.

Tuttavia ho sempre guardato con interesse un’applicazione, Simplenote, incuriosito dalle recensioni positive di Macworld.com, John Gruber, e altri illustri del panorama Mac. I pregi di Simplenote sono presto elencati: interfaccia semplice e intelligente, uso di uno sfondo bianco e del carattere Helvetica al posto del Marker Felt dell’applicazione di default (pare una sciocchezza, ma ho letto che a molti non piace l’interfaccia dell’applicazione Note e tantomeno la scelta di quel font), possibilità di sincronizzazione via Web creando un account Simplenote, più altre funzionalità (backup automatico, invio di note per email, feed RSS, eliminazione degli annunci, ecc.) che ora vengono offerte a chi sottoscrive un abbonamento premium (3,99 Euro all’anno come prezzo di lancio, poi dovrebbe essere il doppio).

Sì perché la novità di questi giorni è che Simplenote per iPhone è diventata un’applicazione gratuita. Prima, se non vado errato, costava 1,59 Euro — un prezzo non elevato ma che nel mio caso non incentivava l’acquisto, visto che mi andava più che bene utilizzare l’applicazione di sistema. Come mai il passaggio da software a pagamento a software gratuito? Ne parlano gli autori in una lettera agli utenti pubblicata sul loro sito:

Simplenote sta andando bene; anzi, molto bene. Abbiamo ricevuto recensioni fantastiche e abbiamo notato un buon incremento di utenti di recente. Tuttavia, negli ultimi due mesi, mentre stavamo dedicando tutti i nostri sforzi a spargere la voce e pubblicizzare Simplenote, abbiamo iniziato a raggiungere i limiti di crescita ottenibili da una semplice applicazione a pagamento per prendere note.

Il nostro obiettivo è quello di fornire l’applicazione di note di testo migliore in circolazione per prezzo, qualità e supporto ai clienti. Stiamo già garantendo ottima qualità e supporto, ma finora lo svantaggio più grosso è stato il prezzo.

Alcuni di voi non saranno d’accordo. Di tanto in tanto ci viene detto che dovremmo addirittura aumentare il prezzo di Simplenote. Ma questi suggerimenti di solito provengono da persone come John Gruber, molto esperte tecnicamente, e più che felici di pagare per un servizio online che migliora la loro vita in maniera percepibile.

Però consideriamo l’applicazione gratuita Note, che Apple include nel software di iPhone, come la nostra concorrente principale. Molti dei milioni di utenti che la utilizzano hanno probabilmente solo una vaga idea del processo di sincronizzazione e di quanto possa essere utile per loro. Ed è difficile competere con un software gratuito. Facendo diventare Simplenote un’applicazione anch’essa gratuita, eliminiamo la grande barriera che divide Simplenote da tutti coloro che hanno l’abitudine di prendere appunti e che potrebbero trarre vantaggi dalla sincronizzazione facile e veloce da noi offerta. 

Riassumendo: dal 15 gennaio Simplenote per iPhone è gratis. Se non si sottoscrive l’abbonamento premium di cui sopra (chi vuole abbonarsi può farlo direttamente dall’interno dell’applicazione), l’applicazione inserirà degli annunci pubblicitari nell’elenco delle note. Tali annunci non sono particolarmente invasivi; il metodo e gli annunci sono simili a quelli utilizzati da client Twitter come Twitterrific o Tweetie per Mac in versione gratuita. Chi ha acquistato Simplenote quando era un’applicazione a pagamento non vedrà mai gli annunci pubblicitari inseriti fra le note.

Io l’ho scaricata ieri e intendo provarla in questi giorni. Come dicevo, le mie abitudini in fatto di prendere appunti sono diverse. Su iPhone uso Note (la cui interfaccia non mi dispiace affatto, peraltro) e tengo sincronizzati gli appunti con Mail. Sul Mac, invece, vista la sua flessibilità, utilizzo Notational Velocity. Ammetto di non aver mai dato grossa importanza alla sincronizzazione di questo genere di dati, più che altro perché le note che prendo con iPhone mi servono su iPhone, ossia in movimento, essendo note di rapida consultazione; e le note e gli appunti che stilo ed elaboro sul Mac mi servono sul Mac, visto che in genere si tratta di stralci piuttosto lunghi, bozze di articoli, copia-incolla di frammenti di documentazione che mi interessano, traduzioni parziali, eccetera.

Ma avere i dati sincronizzati su più dispositivi è sempre buona cosa, Dropbox docet. E lasciarsi imprigionare dalle proprie abitudini non sempre è buona cosa. Una volta creato un account con Simplenote e attivata la sincronizzazione, le note prese con iPhone saranno disponibili anche sul sito di Simplenote. Dopo aver effettuato il login ci si trova di fronte un’applicazione Web del tutto simile a quella dell’applicazione Simplenote per iPhone, e si potranno consultare le note create su iPhone oppure crearne di nuove, che verranno sincronizzate con iPhone. Semplice e comodo, e molto in stile Dropbox.

Chi fosse allergico all’interfaccia Web e preferisse un programma dedicato per Mac, ha alcune scelte interessanti a disposizione:

  • Nottingham, un’applicazione molto simile a Notational Velocity. Sincronizza note prese con Simplenote e importa note e file di testo creati con Evernote.
  • JustNotes, un’applicazione con una finestra principale simile a un pannello flottante, che si può far apparire e sparire con un clic sull’icona nella barra dei menu (o nel Dock, a seconda dei gusti).
  • DashNote, dedicato ai minimalisti e a chi non vuole troppe finestre aperte ad affollare la scrivania, non si tratta di un’applicazione ma di un widget di Dashboard semplice ed elegante.
  • Per chi stesse usando l’applicazione Web Simplenote come programma stand-alone grazie a Fluid, segnalo l’esistenza di Simplenote Restyled, uno userscript per avere un’interfaccia grafica ancora più accattivante e con funzioni aggiunte.

Per conoscenza, le ho installate tutte e tre, ed è difficile scegliere. Tutte sono spartane ed efficienti e la loro interfaccia è discreta e non intrusiva. Forse DashNote è il più immediato da usare, visto che una volta installato in Dashboard è richiamabile premendo solo un tasto (o con un gesto sul trackpad), ma lascio decidere a chi è interessato. Fra l’altro, sulla home page di Notational Velocity è scritto che tra breve verrà aggiunto il supporto a Simplenote, quindi è assai probabile che la mia scelta definitiva sarà rimanere con questo software sul Mac e usare Simplenote su iPhone.

The lameness of netbooks

Tech Life

As a long time reader of Jeff Atwood’s excellent blog, Coding Horror, I take exception to his post A Democracy of Netbooks.

In it, Atwood criticises another blog post, Fast Food, Apple Pies, and Why Netbooks Suck, written by Joey DeVilla. DeVilla had written:

The end result, to my mind, is a device that occupies an uncomfortable, middle ground between laptops and smartphones that tries to please everyone and pleases no one. Consider the factors:

  • Size: A bit too large to go into your pocket; a bit too small for regular day-to-day work.
  • Power: Slightly more capable than a smartphone; slightly less capable than a laptop.
  • Price: Slightly higher than a higher-end smartphone but lacking a phone’s capability and portability; slightly lower than a lower-end notebook but lacking a notebook’s speed and storage.

To summarize: Slightly bigger and pricier than a phone, but can’t phone. Slightly smaller and cheaper than a laptop, but not that much smaller or cheaper. To adapt a phrase I used in an article I wrote yesterday, netbooks are like laptops, but lamer.

To which Atwood replied:

This is so wrongheaded I am not sure where to begin.

Well, I know where to begin. I read Atwood’s post, and it was an interesting read for sure, but it failed to convince me. From my direct experience with netbooks, the opinion I’ve formed about them is pretty much similar to DeVilla’s, and I think his summary (the bit quoted at the beginning) is fairly accurate. My biggest peeve with most netbooks I put my hands on is their overall poor usability and design. But back to Atwood’s post.

I happen to agree with Dave Winer’s definition of “netbook”:

  1. Small size.
  2. Low price.
  3. Battery life of 4+ hours. Battery can be replaced by user.
  4. Rugged.
  5. Built-in wifi, 3 USB ports, SD card reader.
  6. Runs my software.
  7. Runs any software I want; no platform vendor to decide what’s appropriate.
  8. Competition. Users have choice and can switch vendors at any time.

Judging from the netbooks I have handled so far, none complies with this list in full. What I noticed:

  1. Small size — Yes. Sometimes I’d say ‘awkward’ size.
  2. Low price — Well, sometimes it is, but the lower the crappier. And if I have to spend 250 Euros for a crappy piece of portable hardware, sorry, but I very much prefer an iPod touch. Your mileage, of course, may vary.
  3. Battery life of 4+ hours. Battery can be replaced by user. — I don’t own a netbook, though I have extensively tried some of them (because I don’t like talking about things I don’t know). But I asked around and have been told by people who own them that under normal, continued use, very rarely they get four hours of battery life out of them.
  4. Rugged — Oh, undoubtedly.
  5. Built-in wifi, 3 USB ports, SD card reader — Yes, of course.
  6. Runs my software — Well, I am not a programmer. The only software I’ve written is in Commodore BASIC. But let’s say I’m a Mac developer: how many netbooks can really run my software natively? Very few, I reckon.
  7. Runs any software I want; no platform vendor to decide what’s appropriate — Again, I want Mac OS X software on a netbook. Without serious hacking, that can be done only on one Dell netbook if I’m not mistaken. That’s not enough.
  8. Competition. Users have choice and can switch vendors at any time — Okay.

Atwood continues (the emphasis is his):

Netbooks are the endpoint of four decades of computing — the final, ubiquitous manifestation of “A PC on every desk and in every home”. But netbooks are more than just PCs. If the internet is the ultimate force of democratization in the world, then netbooks are the instrument by which that democracy will be achieved.

No monthly fees and contracts.

No gatekeepers.

Nobody telling you what you can and can’t do with your hardware, or on their network.

To dismiss netbooks as like laptops, but lamer is to completely miss the importance of this pivotal moment in computing — when pervasive internet and the mass production of inexpensive portable computers finally intersected. I’m talking about unlimited access to the complete sum of human knowledge, and free, unfettered communication with anyone on earth. For everyone.

A little excursus first: from a philosophical standpoint, I’m with Atwood. Internet is indeed a force of democratization, and netbooks, being so cheap, can offer Internet access to a wider range of people. But the problem is: how do people really use this democracy? The fact that today anyone can put their content on the Web, and that anyone can post their views in any site that has a comment section, is a double-edged sword. And the result is a mixed bag: some very good content and intelligent debate on one side, a great lot of useless, inane, rude, illiterate, ignorant, close-minded drivel on the other. I’m glad there’s democracy on the Internet, but I wish there were some sort of education on how to properly use it. I believe it’s time to teach it in school, everywhere.

DeVilla thinks that netbooks are like laptops, but lamer, but I think he refers mainly to their technical quality and general user experience and usability, and I agree with him — most of the netbooks I’ve seen are cheap, badly shrunk laptops. Atwood instead emphasises their social and cultural value. And I see his point: netbooks are important, democratic tools. That’s exactly why I believe that, currently, netbooks are still inadequate to completely fulfil such an important role.

Exactly because they’re the instrument of the people, I believe they must be more usable — have better keyboards, better input devices, better screens, and better software as well. Unlike Winer (and Atwood), I believe that a good netbook shouldn’t run any OS indiscriminately, but a tailored OS environment which can provide usability software-side. It doesn’t have to be a closed OS, mind you, but something that’s built for a netbook from the start. This is why I think Google is on the right track with its Chrome OS and I’m very curious to see what the final product is going to be. This is why I like an idea such as the Litl (which emphasises the possibility of a computer with a ‘home appliance’ flair). Netbooks with a shoehorned operating system that was not built with a netbook’s form factor and tech specs in mind, are bound to be a mess, usability-wise. Or they can only be appreciated by computer nerds. But I don’t see them as an instrument for everyone, yet. Their interface is still too complex for that task. They’re not designed to be professional tools anyway, so why not be more user-friendly?

The part where I disagree most with Atwood is when he writes (again, emphasis is his):

Netbooks aren’t an alternative to notebook computers. They are the new computers.

Cheap and crappy? Maybe those early models were, but having purchased a new netbook for $439 shipped, it is difficult for me to imagine the average user ever paying more than $500 for a laptop.

That’s quite the assumption. Netbooks are an alternative to normal-sized laptops: it really depends on what the average user wants to do with a portable computer. I still think that, mainly due to their screen size and their rather uncomfortable keyboards and input systems, netbooks are only good for surfing the Web, handling emails, browsing photos and writing the occasional document. For any more complex need, they start to get inadequate. Laptops have a remarkably appealing characteristic: they are as powerful as desktops and they package that power in a portable-enough form.

And one doesn’t even need to be a true professional to want to choose a laptop over a netbook. I am essentially a writer and my tools are word processors and text editors for the most part, but I also need tools to handle and post-process my digital and film photographs. I would never consider buying a netbook in its current state. A writing session longer than 8–10 minutes on any netbook I’ve tried has proven to be a fatiguing, annoying, uncomfortable affair. Are netbooks lighter than laptops? Yes. Are they cheaper? Most of the time (although there are laptops at $439). Do I want carpal tunnel syndrome? No, thanks.

So, the average user can be willing to pay more than $500 for a laptop if this laptop gives them a better build quality, a full keyboard, some more space to rest their wrists when they’re typing, some more screen estate, a better screen that doesn’t burn their eyes after 30 minutes of staring at it — not to mention the power of a desktop machine and the ability to run any software decently and to perform more complex tasks equally decently. In any case, from how I see it, the appeal of a laptop over a netbook is the potential of doing all those things even if the user doesn’t need them at the time of deciding a purchase.

In other words, the only strong point of a netbook is its price. For that, it is a tempting purchase for people who are really low on budget and want some portable computer right now. However, faced with the choice of buying a 400 Euro netbook and a 900 Euro MacBook I have witnessed many people thinking exactly like I would: the MacBook costs 500 Euros more, but it’s more desirable for it has a better build quality, better features (larger and brighter screen, full-size keyboard, huge trackpad with multitouch technology, more processing power, an optical drive, a very good battery life, etc.) and, lest we forget, even a longer lifespan (as it often happens with Apple computers). Yes, it’s bulkier and less portable than your garden variety netbook, but it’s also more versatile. A netbook can do a few things rather well. A 13.3‑inch MacBook (or any small screen common laptop for that matter) can do those same things better and then some. It is more expensive — or less affordable, if you want — but it brings more value in the medium-to-long run. If I impulsively spend 400 Euros for a netbook today, and then after a while I realise I should move on to something better — a better, more usable netbook or a full-size laptop altogether — I will have to spend another 300–400 Euros or more. From this perspective, a netbook isn’t such a good investment.