Ambiguità e usabilità

Mele e appunti

Ieri notte è accaduto un evento fortunatamente rarissimo per me: la connessione Internet è mancata per un’ora e mezza. In sei anni da che abbiamo aperto un contratto per la fornitura di banda larga con il provider Ono, le interruzioni del servizio avvenute a monte si contano sulle dita di una mano. Avevo la necessità di consultare un paio di dizionari online, e di scaricare una serie di documenti, ed ero in panne. Poi ho pensato che potevo collegarmi a Internet collegando iPhone via Bluetooth e sfruttando il tethering (Movistar ha offerto questo servizio sin dal primo giorno e senza costi aggiuntivi, quindi perché non approfittarne, ora che ne avevo bisogno?).

Da quando ho acquistato il MacBook Pro lo scorso luglio non l’ho mai collegato in tethering con iPhone. Il MacBook Pro conserva ancora i dati di abbinamento creati a suo tempo sul PowerBook G4 perché ho migrato tutte le informazioni con Assistente Migrazione al MacBook Pro. Pertanto, a scanso di equivoci, ho preferito ri-abbinare MacBook Pro e iPhone. Eseguo tutti i passaggi della facile procedura (avevo parlato di tethering in questo articolo), ma all’inizio mi scontro con un ostacolo seccante: non si riesce a stabilire un collegamento Bluetooth fra Mac e iPhone. Qualche controllo: il Mac è visibile via Bluetooth? Sì. iPhone è visibile? Sì: la visibilità è automatica quando si accende Bluetooth. Sono fuori campo? Direi di no, visto che giacciono a non più di 50 cm di distanza fra loro. Boh. Dopo qualche giochetto di spegni/accendi il Bluetooth sul Mac prima e su iPhone poi, finalmente l’abbinamento (pairing) avviene. Attivo il tethering su iPhone, dal menu Bluetooth sul Mac seleziono iPhone > Collegati al network. Su iPhone appare l’indicazione che il tethering è attivo, ma il Mac non si collega ad alcun sito.

All’inizio penso: magari è il server del sito che ha problemi. Ma poi ne provo altri (in genere collegarsi a Google è un ottimo indicatore: se non ci si riesce a collegare è difficile che il problema sia Google), niente da fare. Perplesso, ricontrollo tutti i passaggi e non trovo nulla di strano. Da iPhone si naviga in Internet tranquillamente, quindi non è un problema del provider della rete cellulare. In Preferenze di Sistema > Network tutto è come deve essere. In Preferenze di Sistema > Bluetooth anche.

Dopo diversi giri a vuoto, mi accorgo che si è fatto davvero tardi, e un po’ indispettito decido di lasciar perdere e di tornarci su stamattina, a mente fresca.

Infatti scopro l’arcano: il diavolo è davvero nei dettagli.

Riprendo il troubleshooting, e la prima cosa che decido di provare è collegare iPhone in tethering con il PowerBook G4. La procedura ha successo al primo tentativo. Interessante. Comincio a pensare che qualcosa non vada con il Bluetooth del MacBook Pro. Ma prima faccio un raffronto delle impostazioni in Preferenze di Sistema > Network e Preferenze di Sistema > Bluetooth su entrambi i Mac. Scopro che in Preferenze di Sistema > Bluetooth, selezionando iPhone e facendo clic sul pulsante Avanzate, la voce Condividi la mia connessione Internet con altri dispositivi Bluetooth è attivata sul PowerBook G4 ma disattivata sul MacBook Pro. Spuntando la casellina anche sul MacBook Pro e riprovando la procedura di collegamento, tutto funziona e riesco a collegarmi a Internet usando la rete 3G di iPhone mediante tethering.

Una sciocchezza, d’accordo. Roba da principianti, e concedo anche questo, con l’attenuante che erano le 3:30 del mattino ed ero proprio stanco. Avevo visto l’opzione disattivata in quel pannello, ieri notte, ma al principio non l’avevo attivata. Sapete perché? Perché leggendo il testo di accompagnamento, non aveva senso. Lungi da me il trasformare una mia svista in un problema di usabilità, però vorrei far notare come quelle parti dell’interfaccia utente che dovrebbero servire a spiegare delle opzioni ‘avanzate’, a volte incorrono in ambiguità che possono dare il risultato opposto.

Consideriamo il pannello Bluetooth > Avanzate in Preferenze di Sistema:

Pannello Bluetooth-avanzate.png

Prima di premere il pulsante Avanzate, ho selezionato il mio iPhone nell’elenco dei dispositivi in Preferenze di Sistema > Bluetooth. Ora leggiamo l’ultima opzione in basso:

Condividi la mia connessione Internet con altri dispositivi Bluetooth

e sotto, in carattere più piccolo: Questo consente ad altri dispositivi Bluetooth di utilizzare la connessione Internet del computer utilizzando il servizio PAN.

Uno che si fidasse esclusivamente di quel che sta scritto, sarebbe facilmente portato a credere che, attivando questa opzione, si possa collegare un dispositivo Bluetooth e condividere la connessione Internet del Mac. Ossia l’opposto di quel che stavo cercando di ottenere. Poi ho ripensato al fatto che nell’elenco dei dispositivi Bluetooth era selezionato iPhone. Il passaggio da compiere — a mio avviso tutt’altro che immediato — per capire il senso di dover attivare questa opzione, è che il “computer” in questione è iPhone, non il Mac. Temendo una delle frequenti pessime traduzioni italiane dell’interfaccia di Mac OS X, sono andato a vedere l’originale inglese, ma è altrettanto ambiguo: This allows other Bluetooth devices to use this computer’s Internet connection using the PAN service. È evidente che il termine computer è usato in modo generico, questo perché in effetti è possibile condividere la connessione Internet via Bluetooth fra computer. Ma la frase è scritta male, e si serve dei termini dispositivo e computer in maniera fuorviante e che può generare confusione.

Se dipendesse da me, avrei riscritto la frase così: Questo consente ad altri dispositivi dotati di Bluetooth di utilizzare la connessione Internet fornita dal presente dispositivo. Forse stilisticamente non sta bene ripetere dispositivo nella stessa frase, ma a mio parere si guadagna in chiarezza. Addirittura un buon programmatore potrebbe fare in modo di far apparire il nome del dispositivo Bluetooth selezionato al posto di “questo computer” o “questo dispositivo”. Così, se il mio iPhone si chiama RixPhone, l’opzione diventerebbe: Questo consente ad altri dispositivi Bluetooth di utilizzare la connessione Internet di RixPhone utilizzando il servizio PAN. Decisamente meglio.

Ripeto, sono il primo a dire che si tratta di questioni di lana caprina, ma mi immedesimo nell’utente che non conosce a fondo l’interfaccia di Mac OS X, che non ha tempo né voglia di addentrarsi nei dettagli, che vuole che le cose si impostino e funzionino rapidamente, e che si trova in parti dell’interfaccia che non vede tutti i giorni e che quindi si limita a seguire alla lettera quel che trova scritto. Ritengo che l’interfaccia debba essere il più chiara possibile per essere usabile. Anche quella già migliore di Mac OS X. Usabilità non sempre significa avere gli elementi grafici in ordine e disposti in maniera amichevole e intuitiva per l’utente; è fondamentale l’attenzione ai dettagli anche nei messaggi e nelle spiegazioni che dovrebbero servire, appunto, a chiarire il funzionamento di certe parti del sistema.

Come Apple effettua fughe controllate di informazioni

Mele e appunti

Su segnalazione del solito John Gruber, ecco un articolo molto interessante apparso su The Mac Observer a firma John Martellaro, che a mio giudizio merita una traduzione integrale.

Nota: Martellaro fa riferimento a un articolo pubblicato dal Wall Street Journal Online lunedì scorso. Prima di presentare la traduzione del pezzo di Martellaro, è importante accennare all’articolo in questione. Purtroppo non ho potuto leggerlo nella sua interezza perché il contenuto è riservato agli abbonati paganti. (E non ho intenzione di abbonarmi, dato che 1. Non sono un lettore così assiduo del WSJ, e 2. Questa della sottoscrizione a un abbonamento per leggere molti degli articoli mi pare una novità recente del WSJ, i cui contenuti erano prima accessibili con maggiore libertà, anche e soprattutto dall’applicazione per iPhone, e che questa mossa mi sembra alquanto antipatica e impopolare).

Il succo dell’articolo del WSJ è che Apple presenterà il Tablet all’evento programmato per fine gennaio, ma che il dispositivo sarà in vendita a partire da marzo; che avrà uno schermo compreso tra i 10 e gli 11 pollici; che costerà 1.000 dollari, e che il prezzo potrebbe includere un abbonamento WiFi nazionale; che al momento Apple sta collaudando due diversi materiali e finiture per il Tablet, ma che non è chiaro se il prodotto finale sarà una scelta fra i due materiali oppure se verranno costruite diverse versioni del dispositivo.

Ecco, John Martellaro pensa che si tratti di una fuga di notizie ‘controllata’ da parte di Apple:

L’articolo apparso lunedì sul Wall Street Journal, che conferma l’esistenza di un dispositivo tablet Apple, ha tutte le caratteristiche di una fuga di notizie controllata. Ora vi spiego come Apple effettua operazioni di questo tipo.

Spesso Apple ha l’esigenza di divulgare informazioni in modo ufficioso. L’azienda lo ha fatto per anni, e le permette di mantenere coerentemente la sua reputazione ufficiale di azienda che non parla mai di prodotti non ancora rilasciati sul mercato. So di cosa sto parlando perché quando ero Senior Marketing Manager in Apple, mi venivano date istruzioni per effettuare alcune fughe di informazioni controllate.

Funziona così: un alto dirigente arriva e mi dice: “Dobbiamo divulgare queste specifiche informazioni. John, hai qualche amico fidato in qualche testata importante? Se sì, chiamalo e fate due chiacchiere. Durante la conversazione, butta lì queste informazioni con noncuranza e fai capire al tuo interlocutore che se venissero pubblicate sarebbe una bella cosa. Niente email!”.

La comunicazione avviene sempre di persona o per telefono. Mai via email. Questo perché, se dovesse esserci qualche disputa su ciò che è trapelato, non esiste alcuna prova cartacea che contraddica la versione della storia di ognuna delle due parti. Entrambe potranno mantenere una negabilità plausibile (plausible deniability) e, nel caso, sostenere che vi è stato un malinteso. Questo protegge sia Apple sia la testata.

Nel caso dell’articolo del Wall Street Journal, Walt Mossberg è stato aggirato, in modo che rimanesse al di fuori della questione e in una posizione ineccepibile. Inoltre sono stati coinvolti due giornalisti del WSJ: in questo modo, in caso di problemi, l’uno potrebbe puntare il dito all’altro e dire “Mi scuso, credevo fosse stato lui a darmi il permesso di pubblicare la storia!”.

Infine l’articolo è stato pubblicato online la sera del lunedì, per cui nessuno potrà mai insinuare che vi sia stato il benché minimo tentativo di manipolare il mercato azionario.

Il risultato di sintesi è che Apple riesce a far pubblicare le informazioni desiderate da una testata importante di Wall Street, ma può sempre sostenere, se fosse necessario, che tutta la faccenda non è stata altro che un malinteso editoriale. Il WSJ è ugualmente protetto.

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Le fughe controllate di informazioni sono quasi sempre la soluzione a un problema. In questo caso è possibile che Apple avesse bisogno di rilasciare certi dettagli sul tablet anticipatamente perché voleva:

  • stimolare un partner ricalcitrante
  • tastare il terreno con il prezzo da 1.000 dollari e valutarne la reazione
  • impaurire/confondere un concorrente potenziale su cui Apple possiede certe informazioni
  • stimolare le aspettative di analisti e osservatori per assicurarsi che il giusto quantitativo e tipo di persone si presentino al (presunto) evento del 26 gennaio. Apple odia avere posti vuoti ed esige il tutto esaurito per questo genere di eventi.

Ovviamente, se Wall Street tira le giuste conclusioni, e il titolo AAPL sale (ed è salito), allora è un beneficio per tutti. Ma l’obiettivo non è mai la manipolazione del titolo azionario. È semplicemente un risultato favorevole del processo. Ancora una volta, Apple è protetta.

Ecco come Apple effettua le fughe controllate di informazioni, e l’articolo del Wall Street Journal di lunedì ne è un classico esempio. 

Buono a sapersi, direi, e un’informazione interessante da tener presente alla fine del mese. Del tablet ho già parlato più di quanto volessi, ma aggiungo solo un commento: il fatto che il tablet potrebbe costare 1.000 dollari (sicuramente un prezzo superiore alle aspettative di molti) è per me un altro indicatore che corrobora la mia tesi, ossia che Apple ha in mente grandi cose per questo dispositivo, e che il tablet potrebbe avere una qualche funzionalità inaspettata da renderlo talmente appetibile che molta gente si affretterà ad acquistarlo senza pensarci due volte.

Retrospettiva 2009

Mele e appunti

Un po’ per curiosità, un po’ per fare qualche resoconto, ho consultato le statistiche di questo blog relative all’anno appena passato. I dieci articoli maggiormente consultati nel 2009 sono i seguenti:

  1. Quando resettare la PRAM e il Power Manager con 2.667 visite;
  2. Tethering con iPhone OS 3.0 con 2.473 visite;
  3. Quel disastro di iTunes con 1.033 visite;
  4. iTunes 9 (seconda parte) con 968 visite;
  5. MacBook 13″ unibody prima e dopo con 859 visite;
  6. MacBook Pro 15″: prime impressioni con 729 visite;
  7. Safari 4 Beta: prime impressioni con 684 visite;
  8. iMac vecchio e nuovo con 619 visite;
  9. Lo stato dei client di posta elettronica con 549 visite;
  10. Altre osservazioni sul MacBook Pro 15″ con 539 visite.

Da notare che l’elenco si riferisce agli articoli scritti nel 2009. Se estendiamo la statistica in modo che comprenda gli articoli più letti in assoluto, bisogna aggiungere:

È evidente che nella maggior parte dei casi è l’articolo tecnico/propedeutico che riscuote maggior successo, mentre i miei preferiti rimangono gli interventi di più ampio respiro e su temi più generali. Visto che recentemente ho notato un gran parlare di e‑book e di e‑reader — anche grazie alle chiacchiere speculative sul prossimo Tablet di Apple — ripropongo un mio articolo passato, Leggere nell’era digitale; è stato scritto undici mesi fa, ma la mia posizione non cambia di una virgola.

Tablet tablet tablet

Mele e appunti

Ora che Apple ha fissato un evento per fine gennaio, si è ritornato a speculare più insistentemente sul fantomatico Tablet. Tre dei tecnologi che seguo di più hanno scritto di recente alcune loro riflessioni, e ne consiglio la lettura integrale a chi non ha problemi con l’inglese:

Traduco alcuni estratti interessanti dell’articolo di Gruber, che ritengo il più ispirato e la cui posizione condivido parecchio; per cominciare, Gruber scrive:

Ecco le pochissime informazioni che ho in merito al Tablet (nessuna delle quali è cambiata negli ultimi sei mesi): il progetto Tablet esiste davvero; ha tutta l’attenzione possibile di Sapete Chi; e si sono perse le coordinate di tutti quelli che ci stanno lavorando. […]

Per quanto mi è dato vedere, il cono di silenzio che circonda il progetto è totale.

La situazione è incredibilmente simile al periodo precedente il debutto del primo iPhone nel gennaio 2007; anche adesso come allora, molti degli stessi ingegneri e team software in Apple — come quelli che hanno realizzato le applicazioni Mail, Calendario e Safari per iPhone — sono come scomparsi in un buco nero. […]

Ho mille domande sul design di questo famigerato Tablet. Che dimensioni ha? C’è una gran differenza fra uno schermo da 7 e uno da 10 pollici. Come ci si scrive sopra? Con tutte le dita, come sulla tastiera di un portatile? O come su un iPhone, usando solo i pollici? Se è fatto per guardarci video, come lo si sostiene? Lo si tiene fra le mani? Semplicemente appoggiarlo sul tavolo, in piano, mi pare un’angolazione del tutto sbagliata; ma al tempo stesso un sostegno pieghevole per tenerlo in verticale, come fosse una cornice digitale, appare goffo e inelegante. Se si tratta soltanto di un tablet touchscreen, come viene protetto lo schermo quando lo si porta in giro? Se si piega a libro, perché sarebbe diverso da un laptop — perché non mettere una tastiera fisica sul lato che va a coprire lo schermo? […] Se è troppo grande per poterlo infilare nelle tasche dei pantaloni, come lo si trasporta? E se fosse davvero possibile infilarlo in una tasca, di quanto sarebbe più grande di un iPod touch per giustificarne l’esistenza stessa? E così via.

Ma c’è una domanda in cima alla lista, e la risposta a tale domanda è la chiave per rispondere a qualsiasi altro quesito a riguardo. La domanda è: Se uno già possiede un iPhone e un MacBook, perché dovrebbe volere il Tablet?

Sono pienamente d’accordo su questo interrogativo di fondo. Già ne parlavo a luglio dell’anno scorso, in tempi non sospetti:

Detto questo, è chiaro che prima o poi Apple finirà per lanciare un dispositivo multi-touch più grande di iPhone/iPod, ma a mio parere, per posizionarlo in maniera vantaggiosa, dovranno cambiare altre cose nel contesto dell’offerta degli altri prodotti Apple. Perché guardando la famiglia di computer e dispositivi Apple di adesso, dove potrebbe stare questo famigerato tablet? Con gli iPhone e gli iPod touch da una parte, che si stanno vendendo bene, e i MacBook e i MacBook Pro dall’altra, che stanno vendendo altrettanto bene, non è che il tablet finirebbe col mettere i bastoni fra le ruote all’una o all’altra parte? E in più, come convincere quegli utenti che già hanno un MacBook da 13 pollici o un iPhone (o tutti e due) ad acquistare questo nuovo gadget? 

Gruber continua il suo pezzo cercando di trovare una risposta a quella domanda. Raccoglie una serie di indizi e successivamente scarta l’ipotesi (di molti) secondo cui il fantomatico Tablet Apple sarà un dispositivo dedicato a un compito specifico, per esempio fatto esclusivamente per leggere libri e pubblicazioni elettroniche. Le generazioni di iPod che hanno preceduto il touch erano dispositivi dedicati: le prime quattro generazioni erano dispositivi con i quali si ascoltava musica; con la quinta generazione è arrivato anche il video. Aveva senso perché praticamente tutti ascoltiamo musica. Steve Jobs da un lato non è altrettanto sicuro che un dispositivo fatto esclusivamente per leggere possa avere lo stesso successo di pubblico (si vedano i commenti citati da Gruber nel suo articolo), da un altro crede poco nei dispositivi dedicati. Secondo lui alle persone non piace molto scucire denaro per acquistare un oggetto che faccia solo una cosa, per quanto ottimamente. Per questo iPhone e iPod touch sono stati concepiti come dispositivi multiuso.

Gruber continua:

iPhone, invece, è stato concepito e ha avuto successo come piattaforma palmare polivalente. Non è stato pubblicamente introdotto in questi termini, né si punta su questa caratteristica nel marketing di Apple, ma è ovviamente l’essenza di iPhone. Jobs descrisse iPhone durante la presentazione come tre dispositivi in uno: “un iPod widescreen con interfaccia touch, un telefono cellulare rivoluzionario, un dispositivo per Internet del tutto nuovo”. Pertanto era chiaro quel che il pubblico avrebbe voluto fare con iPhone: guardare filmati, ascoltare musica, telefonare, navigare il Web, gestire la posta elettronica.

La maniera in cui Apple ha potuto realizzare un unico dispositivo che svolgesse credibilmente tutti questi compiti così variegati è stata quella di costruire un computer da tasca polivalente con una specificità minima dal punto di vista hardware, e una specificità massima sul lato software. E ora, mediante l’App Store e gli sviluppatori di terze parti, le sue funzionalità si sono ampliate ancor di più, da console di giochi a dispositivo di supporto medico.

Penso che Il Tablet sia un e‑reader? Un player video? Un browser Web? Un visore di documenti? Non è questione di procedere per esclusione, ma per addizione. Io penso che il Tablet sarà tutte queste cose. È un computer.

Quindi, per rispondere al mio quesito di fondo, ossia perché acquistare Il Tablet se già si possiede un iPhone e un MacBook, la mia predizione migliore è che, alla fine, Il Tablet sarà qualcosa che uno potrà acquistare al posto di un MacBook. 

La tesi di Gruber è che Apple abbia grossi piani in mente per il Tablet, che stia puntando alto, al “ridefinire l’esperienza del personal computer”. La seconda parte del suo articolo è una disamina del possibile sistema operativo che girerà sul Tablet, e anche qui concordo con lui: sarà qualcosa creato ad hoc per il Tablet, non sarà né un Mac OS X ‘azzoppato’, né un iPhone OS ‘espanso’. Apple non è Microsoft, che cerca sempre di ficcare una versione più o meno menomata di Windows in qualsiasi dispositivo a prescindere dalle dimensioni dello stesso e dall’interfaccia utente. Come già sospettavo io (e andiamo indietro addirittura a dicembre 2008, si legga la sezione intitolata Il Cosa), anche Gruber sospetta che, con un Tablet dallo schermo grande almeno il doppio di quello di un iPhone, non sia possibile semplicemente ‘stirare’ l’interfaccia multi-touch. Gestualità comode ed eseguibili facilmente con una mano sola su iPhone diventano molto meno pratiche ed efficienti sul Tablet. Per cui chi pensa che il Tablet sarà, nella forma e nella sostanza, niente più che un grosso iPod touch, è fuori strada.

Tutti questi discorsi continuano però a stimolare la mia curiosità in merito al posizionamento di questo famigerato nuovo Tablet. A meno che non abbia quel tocco di genio in grado di posizionarlo automaticamente e senza sforzo, creando un segmento di mercato nuovo e diverso (il che, visto il pedigree di Apple, non è affatto da escludere), un dispositivo così va certamente ad affollare la linea portatile di Apple: iPhone/iPod touch, MacBook e MacBook Pro, MacBook Air, e poi il Tablet, magari in due versioni diverse (se diamo retta a certi rumour). Il fatto che Apple sia disposta a rischiare sovrapposizioni di fascia di mercato, o anche mancate vendite di MacBook a favore del Tablet mi porta a credere che, davvero, con questo dispositivo Apple voglia puntare alto. E non è detto che, come pensavo lo scorso luglio, il Tablet vada necessariamente a pestare i piedi ad altri dispositivi Apple. Come scrive Arment nel suo articolo sul tablet:

I portatili sono un compromesso strano e inefficace fra la portabilità di un iPhone e le capacità di una macchina desktop. Non soddisfano entrambi i bisogni [la portabilità e l’insieme di potenza + espandibilità] molto bene, ma generalmente si avvicinano più ai desktop che agli iPhone. Il divario di utilità e portabilità che separa un laptop e un iPhone è incredibilmente grande. Non ci portiamo sempre appresso un portatile come faremmo con un iPhone, i portatili sono grossi e pesanti (persino un MacBook Air pesa 10 volte e occupa circa 10 volte tanto lo spazio occupato da un iPhone 3GS), e possono essere utilizzati in modo pratico solo da seduti (oppure in piedi con un piano d’appoggio sufficientemente elevato). L’ergonomia è pessima a meno di convertirli in tutto e per tutto in macchine desktop […]. Ma possono svolgere quasi ogni compito dei computer desktop e per alcune persone ne sono un ottimo sostituto. 

Arment sostiene che nessuno finora è stato in grado di colmare in maniera efficace e convincente il divario di portabilità fra iPhone e un computer portatile. Non è peregrino pensare che uno degli obiettivi principali di Apple sia proprio questo. Sono sempre più convinto che la previsione di Gruber — che il Tablet sia la prossima pietra miliare di Apple nella definizione di personal computer — per quanto ardita non sia poi così fuori strada. Staremo naturalmente a vedere, ma di una cosa sono praticamente certo: in quanto a successo sarà come iPhone. Magari all’inizio ci sarà qualche dettaglio che lascerà certi utenti perplessi e non convincerà i soliti incontentabili. Poi cominceranno a venire a galla degli utilizzi che a tutta prima non si erano visti o compresi. Ci sarà una corsa degli sviluppatori per estendere ancor di più le sue funzionalità e applicazioni, e Apple ne venderà un sacco. Già da adesso, che tutto il Web è in fase speculativa e tutti chiacchierano sul niente, le dinamiche sono identiche al periodo precedente l’introduzione di iPhone. Ricordate le critiche a vuoto? Le migliaia di modelli creati con Photoshop? Tutti parlottavano a vanvera di iPhone, neanche uno che sapesse davvero che forma avrebbe avuto e quali sarebbero state le sue vere capacità e potenzialità. Doveva essere un cellulare con la click wheel di un iPod. Come no.

Con il Tablet sto assistendo allo stesso identico fenomeno.

Racconto di fine anno

Mele e appunti

Mi sto rendendo conto di come il mio personale rapporto con la tecnologia, nel senso più ampio possibile del termine, stia diventando sempre più bipolare.

Da un lato la amo molto. Sono contentissimo di essere nato nel periodo storico in cui sono nato, e di aver vissuto l’enorme evoluzione tecnologica di questi ultimi 25–30 anni. Ricordo ancora con piacere il Natale del 1981, che segnò l’inizio di questo rapporto. I regali più importanti furono una scatola di giochi di società (una di quelle confezioni che raccoglievano “i 7 migliori giochi da tavolo” all’epoca più popolari), una calcolatrice Casio (tuttora funzionante e come nuova) e soprattutto un Commodore VIC-20. Il Riccardo bambino di quegli anni era interessato ai giochi ‘costruttivi’, Lego e Meccano in testa, che permettevano appunto di creare-distruggere-ricreare, ed era anche portato alla matematica e alle scienze. Quei regali avevano quindi un senso, erano degli stimoli mirati a sviluppare e ad accrescere questi interessi che sentivo manifestarsi.

Per un certo tempo il VIC-20 ha significato solo videogiochi, ma dato che per un certo periodo avevo solo il computer e non possedevo alcuna periferica di memorizzazione dei dati, giocare con il VIC-20 significava armarsi di pazienza, immettere il listato in BASIC del gioco che in quel momento mi ispirava, eseguire il programma e giocare a quell’unico gioco finché ne avessi abbastanza. Poi riavviavo il VIC e ricominciavo daccapo con un altro programma. Eh sì, questi erano i tempi in cui i dischi rigidi non esistevano negli home computer. Erano i tempi in cui non si parlava di gigabyte o di potenza di scheda grafica, ma di cartridge, di registratore a cassette, di 3.583 byte di RAM disponibili. La periferica più all’avanguardia era il floppy disk da 5″ 1/4.

Le radici del mio interesse, della mia passione per l’informatica, sono tutte lì, in quelle ore spese a battere un linguaggio prima ignoto e pieno di buffi comandi come PRINT, GOTO, GOSUB, POKE, PEEK, IF… THEN, poi sempre più familiare nel suo modus operandi al punto di spingermi a chiedere ai miei genitori di regalarmi libri sull’argomento, nonché l’indimenticabile enciclopedia del BASIC edita da Curcio, che ho divorato fascicolo dopo fascicolo, totalmente affascinato dai concetti ma anche dalle tante immagini che ritraevano computer più ‘seri’ e ‘complessi’ nel loro habitat industriale, foto di centri di calcolo con unità a nastro grandi come frigoriferi, foto di sistemi automatizzati nei contesti più vari (meccanica, medicina, arti grafiche, ricerca scientifica, ecc.). L’impatto fu importante e la mia mente di ragazzino da un lato afferrava l’enorme progresso tecnologico rappresentato dal computer, e dall’altro immaginava strabilianti scenari futuri.

Scenari che non hanno tardato a manifestarsi. Scenari da una parte davvero strabilianti, dall’altra, forse, un po’ deludenti.

Come dicevo, da un lato amo la tecnologia e mi sorprendo sempre delle novità che vengono introdotte a ritmi ormai serrati. Trovo fantastico poter avere fra le mani oggi un dispositivo come iPhone, con tutto quel che racchiude e rappresenta. Continuo a sorprendermi che possa prendere appunti sul mio Newton e che questo riconosca la mia scrittura, spesso un po’ affrettata. Vedo dove siamo arrivati con i computer e con Internet e non posso non stupirmi del fatto che io oggi possa lavorare da casa, seduto alla mia scrivania, ricevendo e inviando documenti via email, potendo raggiungere persone che stanno dall’altra parte del pianeta in maniera istantanea. Quando sono in chat video con qualche mio amico in Italia e tutto avviene in tempo reale, una parte di me è sempre meravigliata di come la tecnologia abbia permesso tutto questo in un arco temporale assurdamente breve. Faccio metaforicamente un passo indietro e osservo la profonda rivoluzione portata da Internet, e mi rendo conto che in parte sto vivendo, sono immerso in alcuni degli scenari che il Riccardo bambino del Natale 1981 fantasticava.

Dall’altro lato odio la tecnologia. Per chiarirci subito: non la odio in sé, ma come a volte viene utilizzata. Odio vedere la grande influenza che ha avuto su molte persone. Odio vedere come abbia reso troppa gente schiava di oggetti, dispositivi, e di una socialità fattasi artificiale, cibernetica. Odio vedere come sia penetrata acriticamente nelle vite e nei costumi di troppa gente. Persino nella mia personale esperienza, persino nel mio caso, io che mi ritengo una persona dotata di senso critico e che non si fa travolgere dalla frenesia del gadget di turno, ho notato come Internet e lo stare davanti al computer non solo per lavorare ma anche per divertirsi o per uccidere le ore ‘sfogliando’ il Web, abbiano progressivamente monopolizzato il mio tempo e la mia giornata tipo, in parte compromettendo la mia capacità creativa. Ma almeno ne ho consapevolezza e sto cercando di prendere delle contromisure appropriate. Questa consapevolezza nasce proprio grazie al senso critico, e soprattutto dall’essere cresciuto durante il progresso informatico e tecnologico, senza dare per scontate certe comodità attuali. Ho fatto in tempo a vivere in un’epoca senza cellulari o navigatori satellitari, senza il Web e l’email. Per chi non lo sapesse, si viveva ugualmente bene.

Quando divoravo libri sulla programmazione, quando mi lasciavo affascinare dalle fotografie dell’enciclopedia del BASIC, vedevo la tecnologia come un qualcosa che, andando avanti, avrebbe migliorato la vita umana. Migliorato e basta. La mia visione (ero giovane! idealista!) era inequivocabilmente positiva. Col tempo, invece, e soprattutto di questi tempi, e soprattutto per quanto riguarda Internet, ho potuto notare come la tecnologia sia anche, e in gran parte, una cassa di risonanza dei nostri difetti. Ah certo, il Web duepuntozero, la grande comunicazione, le reti sociali… Si comunica, certo, quantitativamente di più e qualitativamente peggio di prima. Gli strumenti per comunicare — hardware e software — sono ubiqui. Solo con il mio iPhone in mano posso, in qualunque momento, contattare una persona presente in rubrica via telefono, SMS, MMS, chat, email, e via VoIP, oppure in maniera leggermente più indiretta, attraverso ‘centri sociali cibernetici’ come Twitter o Facebook. Ma al tempo stesso osservo due fenomeni notevoli:

  1. La comunicazione che avviene per iscritto in forma telematica (dibattiti su mailing list, forum, nei commenti sui blog, nei newsgroup) è spessissimo soggetta a fraintendimenti e scatena litigi in cui i partecipanti sovente mostrano il peggio di sé, aiutati anche da un velo di anonimato e forti della distanza e della mediazione offerta dallo strumento stesso di comunicazione. Quando questo non avviene, non si può fare a meno di notare come in generale (e mi tocca generalizzare, ma spero ci si capisca) si tende a comunicare peggio, usando un linguaggio che degrada in abbreviazioni e sgrammaticature. Conosco tre lingue e il fenomeno è comune: molta gente scrive commettendo errori ortografici e grammaticali che io (e la mia generazione) non commettevo neanche alle scuole elementari. Ma non solo: si scrive generalmente peggio di prima. Ormai la grande rivoluzione democratica di Internet è avvenuta, e il Web è pieno zeppo di contenuti pubblicati da cani e porci e, duole dirlo, un sacco di gente scrive come parla, e da quel che è dato vedere, parla male. E chi scrive male comunica male e viene inteso peggio, ed ecco la spirale verso il basso.
  2. La comunicazione mediata dai siti di social networking sta avendo un impatto sulla socialità nel mondo reale, cioè fuori dal contesto online e ‘cibernetico’, che non definirei molto positivo, almeno da quanto ho potuto osservare personalmente. Ho già avuto modo di sviscerare certe alterazioni nei rapporti interpersonali in quel mio articolo anti-Facebook e di quelle alterazioni la più ricorrente è proprio il vedere come molte persone si creino il gruppo, la cricca, la cerchia, partendo sempre più dal contatto ‘virtuale’ in Facebook e tagliando fuori chi non si serve dello stesso strumento e degli stessi metodi per mantenere il contatto. Ecco ciò che intendevo dicendo che la tecnologia è anche una cassa di risonanza dei nostri difetti. In questo caso, la comunicazione, che potrebbe venire estesa, migliorata, e accresciuta sfruttando anche la Rete, viene distorta e la Rete utilizzata per escludere e per rintanarsi a volte in una socialità che poco ha a che vedere con… il sociale. Si creano tribù immateriali e una introversione di ritorno, con la ‘comunicazione’ che avviene secondo i comodi del singolo individuo e che in parte perde quell’elemento del ‘fare insieme’, quell’improvvisazione del gruppo vero. Sembra che quel modo di comunicare ‘di una volta’ (la telefonata a casa, la visita improvvisata, ecc.) stia quasi diventando una faccenda scomoda, che costa fatica, per la quale bisogna ‘sporcarsi le mani’, per così dire. Può darsi che stia un tantino esagerando, ma sono curioso di vedere che cosa accadrà in futuro.

Il fatto che ci siano persone che, anche grazie alla tecnologia e a quel tipo di comunicazione un po’ distorta, vivano in una specie di bolla tutta loro, mi è confermato per esempio dalla lettura di articoli come questo, originariamente apparso su Computerworld e ripreso da Macworld. L’autore elenca una decina di tecnologie a suo parere obsolete — 1. Il fax, 2. La presa accendisigari sulle automobili, 3. Il ‘www’ negli indirizzi Web, 4. I biglietti da visita, 5. I negozi di videonoleggio, 6. I telecomandi dei vari apparecchi per l’home entertainment, 7. Le linee telefoniche fisse, 8. I CD musicali, 9. La radio via satellite, 10. La ridondanza del doversi registrare (aprendo un account) su un numero sempre maggiore di siti Web.

In alcuni casi non ha tutti i torti. I negozi di videonoleggio sono destinati a sparire prima o poi, stesso dicasi dei fax, e sul n. 10 sono d’accordissimo. Ma, come moltissimi commentatori hanno già fatto notare, i biglietti da visita continuano ad avere una certa importanza e praticità, per non parlare dei CD e soprattutto delle linee telefoniche fisse. È evidente, nel modo di argomentare dell’autore, che non è stata fatta una ricerca obiettiva ed esauriente per preparare quell’articolo e quell’elenco. È evidente che l’autore non ha idea dell’importanza delle linee telefoniche fisse in casi di emergenza o di calamità, né forse si rende conto che vaste aree negli Stati Uniti (e nel mondo) sarebbero totalmente isolate se non fosse per la linea fissa. Né si rende conto che la tecnologia cellulare è sì comoda, ma non è sempre affidabile e la copertura non è affatto uniforme. Né si rende conto che ancora un sacco di gente non possiede la banda larga ed è un miracolo che possa collegarsi a Internet con il modem a 56K.

Da tutta una serie di indizi oso dedurre che l’autore viva in una propria torre d’avorio di comodità tecnologiche, e che la sua esperienza non vada al di là del proprio naso (peccato, perché la tecnologia, la comunicazione del Web duepuntozero dovrebbero rimediare al problema, e invece evidentemente lo acutizzano). Sotto questo aspetto trovo divertente una sua affermazione, quando sostiene al punto 2 che si dovrebbe eliminare la presa accendisigari perché “tanto oggi nessuno fuma più in macchina”. Se non avete problemi a leggere l’inglese, non perdetevi l’articolo, e soprattutto i commenti.

Ci sarebbero ancora molte cose da dire, ma non voglio prolungare oltre il mio racconto. Avevo in mente di integrare qualche considerazione su Google, ma la terrò per un altro racconto — che probabilmente avrà un titolo come L’impresa a colori che rende la vita in bianco e nero. Il personale obiettivo per il prossimo anno è quello di andare a caccia di ciò che vale veramente, di riottenere il pieno controllo sulle cose senza lasciare che il computer e Internet monopolizzino buona parte della mia giornata e inquinino o inibiscano la mia ispirazione e la mia creatività. Avevo propositi simili a fine 2008 per il 2009, e in parte sono riuscito a ritrovare la mia scrittura, dedicandovi più tempo; ma il percorso è lungo e sono ancora alle prime tappe, e il tempo passa.

Faccio già da ora a tutti i lettori del blog, agli assidui e a chi passa di qua ogni tanto, i miei migliori auguri di un ottimo Anno Nuovo.