The Silence Variations

Et Cetera

The Silence Variations

They must have thought there was no one while
they could have found me here in the garden
smoking a cigar — enjoying some peace
and its taste of tobacco
and tube radios

They must have thought there was no one while
silence was fuming from the air vents
and the mildew in the cellar choking me
during my search for papers
old boots and petrol

The house’s emptiness was their host but
they could have found me here in the garden
in a cloudy day
sitting at the chessboard where we were fighting
the wars of nothing

I heard they were looking for me — well
they could have found me here in the garden
collecting resin and acrimony
in a liquid contact with nature
and the girl’s breathing

I certainly accepted the invitation of a dear person
who criticises platitudes and so here I am
smoking a cigar — enjoying some peace
while the city traffic noises
are being tamed by the double glazing

How not to swallow the month of November
in its charcoal tree-lined avenues and in a café
smoking a cigar — enjoying some peace
chatting about some future projects
empty beer mugs on the table

At 3:44 in the morning towards the end
of a Polish auteur film on the third channel
in the chloroformic silence of a kitchen full of smokers
and its taste of tobacco
the night stays out like a short documentary

Only the train’s aching joints
under the weight of the sardine-commuters
the only noises in a crowded calm
and its taste of tobacco
while the cold is dripping from the overcoats

I’ll show you the Memories Archive
wrinkled papers — some battered notebooks
remembrances mixed with rotten pictures
then become ideas for novels
and tube radios

A removal of file cabinets drawers
desks dressers beds table lamps
studded suitcases safe-conducts type-
writer coffeepot lonely stillness
and tube radios

(1994 | 2009)

La posta dei lettori

Mele e appunti

Da quando è aumentato il pubblico che legge il mio blog, di tanto in tanto ricevo in posta privata messaggi molto positivi: mi scrivono persone che mi fanno i complimenti per la passione con cui curo Autoritratto con mele e per la conseguente qualità; persone che mi chiedono come possono inviare piccole donazioni; e anche persone in panne con i loro Mac, che mi chiedono aiuto.

Intanto ringrazio tutti, sia per i complimenti, sia per pensare a me quando si trovano in difficoltà. In materia di Mac mi ritengo abbastanza esperto, ma ovviamente le mie competenze non riescono a coprire ogni angolo dello scibile sul mondo Macintosh. Piuttosto che buttar giù consigli a casaccio o vantare conoscenze approfondite su argomenti appena sfiorati o di cui ho soltanto un’infarinatura, preferisco riconoscere i miei limiti. È il caso di due richieste sollevate da due lettori che mi hanno scritto di recente. Con il loro permesso, ho pensato di riportare qui pubblicamente le parti salienti delle loro email, per vedere se qualcuno può offrire dritte o dare suggerimenti più informati dei miei.

1. Federico mi scrive:

[…] In questi giorni ho resettato la PRAM per la seconda volta sul mio MacBook Pro, nel tentativo di risolvere l’annoso problema del blocco della tastiera. Sto cercando di trovare una soluzione a questo bug ormai da mesi, e per ora ho trovato questa discussione aperta ormai da tre anni.

È curioso che questo problema sia riscontrato da centinaia di persone in tutto il mondo, e all’assistenza Mac non ne sappiano niente, o che comunque non sappiano pensare niente di meglio che “cambiamo la scheda madre”.

[…] Mi chiedevo se era a conoscenza di questo problema, se ne conosca una soluzione diversa dal reset della PRAM. […] 

Come ho risposto a Federico, non ero a conoscenza del problema da lui menzionato; ovvero, è probabile che ne avessi sentito parlare all’epoca (dalla data e dalle immagini presenti sul blog a cui fa riferimento il link, mi sembra di capire che sia un problema della vecchia serie dei MacBook Pro non unibody), ma che poi non ci sia più tornato sopra perché non mi riguardava direttamente. (Io ho fatto il salto dalla serie dei PowerBook G4 precedenti i MacBook Pro, all’attuale MacBook Pro unibody).

Dopo la mia risposta in privato a Federico, lui mi ha riscritto, precisando un po’ di più i problemi che sta riscontrando con il suo MacBook Pro:

[…] Il mio mac in questione è un unibody. Ho provato a muovere il cavetto nel vano batteria ma sul mio computer non ha funzionato.
Da qualche mese, circa una volta al mese faccio quindi il reset della PRAM. Ho tenuto il conto su un taccuino, ed ho notato che circa dopo due settimane dal reset, il trackpad comincia a non bloccarsi regolarmente (anche 5, 6 volte in un’ora), fino ad arrivare al blocco completo della tastiera.
Per il momento continuo a resettare la PRAM. I miei dubbi riguardavano il senso di tutto questo: cioè ha senso usare un computer sul quale bisogna effettuare una manutenzione così frequente. E soprattutto, non è strano che così tante persone riscontrino lo stesso problema, e l’assistenza Mac non ne sappia nulla? 

Quindi mi sembra di capire che il problema di Federico sia più esteso, in quanto sia il trackpad che la tastiera si bloccano, in maniera apparentemente casuale e non riproducibile. Se qualcuno nella stessa situazione di Federico — o in una situazione simile — è riuscito a trovare una soluzione definitiva e meno aleatoria del resettare periodicamente la PRAM, si faccia avanti.

* * * * * * *

2. Franco invece si trova in un dilemma del tutto differente:

È indubbio il Suo grado di preparazione e competenza, soprattutto in ambito Apple, e pertanto ho pensato che potesse darmi qualche dritta o consiglio su come poter, eventualmente, far “rivivere” un Apple Quadra 950.

Mi spiego meglio. Ho ricevuto in regalo un Quadra 950, perfettamente funzionante ma con solo floppy, e vorrei installarci sopra una qualsiasi versione di Linux. Le domande sono:

  • Si può fare?
  • E se sì, come?

Ho letto sul Web della possibilità di installarci una vecchia versione di Debian, ma non ben capito quale e, soprattutto, come fare non avendo un lettore CD. Premetto che non mi considero un esperto, ma utilizzo discretamente i sistemi operativi Windows e Linux. 

Sull’installazione di UNIX/Linux su Mac d’annata, come ho risposto a Franco, ammetto di non essere ferrato, e dal poco che so a riguardo, comunque, le opzioni mi paiono piuttosto limitate. Se si fosse trattato di un Power Macintosh (il Quadra 950 non lo è), si poteva pensare a Yellow Dog o MkLinux. In questo caso credo non si vada oltre NetBSD, oppure A/UX, che è una variante UNIX creata da Apple nel 1988 e che, dati gli specifici requisiti di sistema, gira su una serie limitata di macchine (il Quadra 950 è una di quelle). Ma, come scrivevo a Franco, il problema è che anche in questi casi il lettore CD è d’obbligo. Almeno, ne sono certo in merito ad A/UX, che addirittura non è possibile installare nemmeno con un lettore CD SCSI esterno (durante l’installazione il Mac deve poter effettuare il reboot da CD, e a meno di avere un lettore CD montato internamente e con il driver Apple CD-ROM nelle estensioni di sistema, l’operazione non va a buon fine).

Ho provato a girare il quesito di Franco anche in altri ambiti, e attendo risposte. Nel frattempo ho pensato che magari qualcuno di voi può avere maggiore esperienza in quest’ambito e gli possa dare una mano. Ringrazio tutti anticipatamente.

Storie e avventure testuali

Mele e appunti

Sono stato fuori sede e sostanzialmente senza Internet per diversi giorni. In questa oasi di (relativa) tranquillità è risorta una vecchia passione: quella per le avventure solo testo, genere che vide un notevole boom negli anni Ottanta grazie a software house come Infocom e Magnetic Scrolls, che produssero titoli memorabili come la serie di Zork, The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy, A Mind Forever Voyaging, Leather Goddesses of Phobos, Trinity, Bureaucracy, The Lurking Horror, The Pawn, The Guild of Thieves, Jinxter, Corruption, ecc.

Questo genere di gioco nacque sulla scia di quei libri ‘Scegli la tua avventura’ (Choose Your Own Adventure), sorta di racconti non sequenziali in cui al lettore venivano di volta in volta proposte delle scelte, e la narrazione proseguiva a seconda della strada che il lettore sceglieva di intraprendere (la formula, tipicamente, era più o meno così: “Se accetti il dono del mago, vai a pagina 34. Se lo rifiuti, prosegui a pagina 20. Se decidi di sfidare il mago, vai a pagina 62”). In questi libri, quindi, potevano esserci due o più finali. (One Book, Many Readings, un ottimo contributo, che si addentra nell’argomento, lo si può trovare a questa pagina).

Nella trasposizione informatica il livello di interazione fra il lettore (ora giocatore) e la storia/avventura può essere naturalmente maggiore. Lo scenario classico è un’introduzione alla storia (che può essere più o meno dettagliata) e una descrizione del luogo e della situazione in cui il giocatore si trova. Poi il gioco presenta un prompt di comando e attende un’azione da parte del giocatore. I comandi tradizionalmente accettati sono nel formato verbo all’infinito + oggetto, come GET LAMP (prendi la lanterna), OPEN DOOR (apri la porta), e via dicendo. Per muoversi da un luogo all’altro si immette un’abbreviazione del punto cardinale verso cui ci si vuole muovere (se possibile): N, S, E, W, NE, NW, SE, SW. Un altro comando universalmente supportato è poi INVENTORY, che fornisce appunto l’inventario degli oggetti che il personaggio guidato dal giocatore porta con sé.

È difficile parlare in generale, perché ogni avventura, ogni storia, porta situazioni diverse e tipi e livelli di interazione diversi. Diciamo che comunemente il giocatore si trova all’interno di una situazione, di una vicenda, che deve essere risolta in qualche maniera. Nella stragrande maggioranza dei casi esiste un obiettivo da individuare e da portare a termine, e durante l’avventura il giocatore viene messo di fronte a una serie di rompicapi da risolvere per poter progredire nell’intrapresa. Anche qui, tali rompicapi possono essere di varia natura: ci può essere una porta chiusa a chiave e il giocatore deve scoprire dove si trova la chiave, che può trovarsi altrove, può essere nascosta dentro un altro oggetto da trovare, o essere in possesso di un altro personaggio (e quindi può essere necessario trovare un altro oggetto da offrire a quel personaggio in cambio della chiave); ci possono essere degli ostacoli da superare mediante la combinazione di indizi raccolti o semplicemente incontrati in precedenza (per questo è sempre bene prendere nota di tutto); talvolta un puzzle richiede la scoperta di come utilizzare un oggetto in nostro possesso; insomma, gli esempi sono tantissimi.

Come dicevo, questo genere di giochi fu molto diffuso tra la fine degli anni Settanta e per buona parte degli anni Ottanta; poi, con l’avvento di computer dalle capacità grafiche sempre migliori furono sviluppati giochi sempre più incentrati sulla grafica, e oltre agli ‘arcade’ si fecero più sofisticati e realistici i giochi di azione in prima persona, i classici ‘sparatutto’, filone inaugurato da titoli come Wolfenstein 3D, Doom e Quake, di Id Software. Anche alcune avventure testuali si adeguarono, prima accompagnando le descrizioni di luoghi e stanze con immagini grafiche statiche, poi creando ambienti tridimensionali più complessi e manipolabili da un puntatore, necessitando quindi di descrizioni più stringate. Ma si stava già trasformando in un genere diverso.

Dagli anni Novanta si assiste a una piccola rinascita del fenomeno, che viene ribattezzato ‘Interactive Fiction’, e le idee si fanno più ambiziose. Si rivalutano le avventure testuali, che diventano in molti casi delle vere e proprie opere letterarie interattive, in cui ampio spazio viene dato all’intreccio, all’interazione dei personaggi, all’esplorazione dei luoghi e alla ricostruzione di fatti; come in ogni ambito, si sperimenta con i limiti offerti dal medium, e compaiono avventure in cui per esempio il narratore non è affidabile, oppure in cui è necessario prima ricostruire l’identità del personaggio per poter capire come muoversi, oppure vengono proposti titoli in cui tutta la vicenda si svolge in una stanza (esemplare Shade di Andrew Plotkin), oppure opere di interazione in cui non c’è azione, non si visitano luoghi, non si risolvono puzzle, ma si conversa con un altro personaggio. Insomma, il genere viene nuovamente nobilitato da avventure di ogni tipo, progetti collettivi, storie corte oppure mondi complessi e affascinanti. E come in ogni genere letterario e artistico che si rispetti, esistono gruppi di appassionati, vengono organizzate competizioni, eccetera.

Da un punto di vista tecnico, oggi queste avventure vengono realizzate con un linguaggio di programmazione basato sul linguaggio naturale, chiamato Inform, e disponibile per tutte le piattaforme. Una volta creata un’opera di fiction interattiva, essa assume l’aspetto di file che possono essere letti da programmi che vengono chiamati interpreti. In genere questi programmi presentano una finestra di testo non dissimile dal Terminale, entro la quale viene caricata la storia. Le informazioni più aggiornate si trovano tutte in un comodo punto di partenza, che è il sito di Inform. L’elenco di interpreti più comuni (e costantemente aggiornati) si trova a questa pagina. È scontata una buona conoscenza dell’inglese. Esistono titoli in altre lingue, ma ovviamente il grosso (e il bello) della produzione è in lingua inglese.

Ricordo che il mio primo incontro con il genere non fu Colossal Cave o Zork (che in genere sono le prime avventure in cui ci si imbatte, dato che sono anche le più antiche — Colossal Cave, conosciuta anche come ADVENT o Adventure è stata la prima a inaugurare il genere, risale addirittura al 1976 e girava inizialmente su un PDP-10), ma un’oscura avventura testuale dal titolo Ring of Power, che scoprii in una cassetta di giochi per Commodore 64 nel 1983. Da lì iniziò la passione per questi giochi, che oltre a essere un passatempo che accende il cervello invece di spegnerlo, nel mio caso si è rivelato assai utile per l’apprendimento dell’inglese e per l’accrescimento del vocabolario.

L’interprete che uso è Zoom per Mac OS X. Il programma, nelle ultime versioni, è dotato di un browser interno che permette di accedere direttamente all’IFDB, l’Interactive Fiction Database, navigare fra i vari titoli a disposizione, scaricare le avventure e mettersi a giocare. Esiste addirittura un’applicazione gratuita per iPhone, Frotz, che contiene un’ottima scelta di avventure testuali. Non è il massimo della comodità perché richiede un uso continuato della tastiera virtuale di iPhone, ma quella selezione di titoli è un buon punto di partenza per chi è nuovo del genere: quegli stessi titoli si trovano nell’IFDB e possono essere giocati più comodamente sul Mac.

Tutt'altro che obsoleti

Mele e appunti

Da un po’ di tempo seguo una triade di blog che trattano di tecnologia e minimalismo: Minimal, Minimal Mac e mnmlist. I primi due hanno un’impronta (oltre che un nome) molto simile: sono essenzialmente dei tumblelog che riportano spunti, consigli, esempi di vita digitale (e non) all’insegna del minimalismo. Si possono trovare fotografie di desktop Mac ordinati e asettici, di ambienti di lavoro spartani e ariosi, mini-recensioni di programmi atti a semplificare il flusso di lavoro e a ridurre il ‘rumore di fondo’ della nostra (im)produttività, nonché estratti e segnalazioni di articoli altrui che rientrano in questa filosofia del Less is more, ossia il meno che diventa un più, un valore, un vantaggio. Il tutto punteggiato da citazioni e aforismi di pensatori, designer, blogger, eccetera.

Di tanto in tanto mi imbatto in citazioni e pezzi che non condivido affatto, come questo, tratto dal post di un tal Justin Lowery:

La gente vuole usare la propria musica in modi che funzionano oggi, non con i sistemi di vent’anni fa. I CD sono roba di vent’anni fa. Sono obsoleti sotto qualunque aspetto, e devono sparire. Adesso. La gente condivide la musica. Cercate di farvene una ragione. Barnes & Noble lo ha capito nell’industria del libro, e ha introdotto il Nook. Gli utenti di questo lettore di eBook possono condividere i libri, legalmente. Possono prestare un libro a un amico per due settimane, e alla fine delle due settimane, il libro torna indietro al legittimo proprietario, via wireless. È genialità pura. Se l’industria della musica se ne uscisse con idee come queste, tutti saremmo molto più contenti. Purtroppo per tutti [le case discografiche] preferiscono pagare avvocati per milioni di dollari invece che dare gli stessi soldi a sviluppatori software in modo che costruiscano un sistema che funziona davvero. Se l’industria musicale investisse in idee innovative (e nella loro implementazione) il denaro con cui foraggia i propri studi legali, sarebbe molto molto più ricca di adesso, e nel frattempo riuscirebbe anche a salvare la propria reputazione. […]

Come si è capito, si tratta di parte di uno sfogo diretto alle case discografiche. Al di là del fatto che quel che funziona nell’industria libraria non è detto che sia altrettanto efficace in quella musicale e viceversa. Al di là del fatto che continuo a ritenere il modello dell’iTunes Store un sistema che risponde almeno in parte allo sfogo e alle richieste di questo tizio. La parte che mi ha più irritato e che non condivido è la prima: La gente vuole usare la propria musica in modi che funzionano oggi, non con i sistemi di vent’anni fa. I CD sono roba di vent’anni fa. Sono obsoleti sotto qualunque aspetto, e devono sparire. Adesso. La gente condivide la musica. Cercate di farvene una ragione.

Ma chi l’ha detto che i CD sono obsoleti? Chi l’ha detto che devono sparire? La gente ha sempre condiviso la musica, a prescindere dal supporto su cui veniva registrata e prodotta. Ho riportato questo frammento perché purtroppo il tizio rappresenta tutta una categoria di consumatori spiccioli, categoria in crescita esponenziale e che io informalmente chiamo la Generazione iPod. Intendiamoci, sono contento del successo dell’iPod e del boom della musica digitale. Il passaggio da CD ai file, e dal doversi portare appresso una dozzina di CD insieme al proprio Discman all’avere un oggettino piccolo come lo iPod nano o shuffle nel quale stanno tranquillamente centinaia o migliaia di brani, è stato sicuramente un passo avanti in quanto a comodità, e non lo nega nessuno. In quanto a qualità sonora e a qualità dell’ascolto, invece, trovo che siano stati fatti uno o due passi indietro.

Ma è un segno dei tempi. Oggi, in quest’epoca della quantità indiscriminata, della velocità e del consumo, molte persone non ascoltano più la musica; la sentono e basta. La sentono facendo altro, spesso molte altre cose insieme. La musica è un sottofondo, un ingrediente di questa maionese impazzita di multitasking che i tempi e la società in un certo senso ci impongono. La qualità della musica, dei supporti, e degli strumenti con cui la si fruisce, importa relativamente. Sto ovviamente generalizzando, non potrei fare altrimenti; so che là fuori esiste uno zoccolo duro di audiofili dalle invidiabili capacità di discernimento acustico.

Io non sono un purista, non possiedo un impianto stereo esoterico da migliaia di Euro, non ho una stanza dove chiudermi e ascoltare la mia collezione di vinili. Ma sono cresciuto con un’educazione musicale differente, con l’abitudine per esempio di dare alla musica un suo spazio nella mia giornata. Ascoltare un disco, specie una novità appena comprata, per me è sempre stato un piccolo rito, come per altri può essere il tè, il caffè, il fumare il sigaro o la pipa; insomma, il ritagliarsi un’oasi di tranquillità in cui dedicarsi a quella sola attività. Nel mio caso, ascoltare musica. Senza fare altro. In cuffia, o attraverso le casse dello stereo. E utilizzando un impianto hi-fi, non il computer e i miseri altoparlanti a esso collegati. È un rito che, bene o male, mi ha sempre accompagnato fin da quando ero molto piccolo: ricordo che non avevo ancora 3 anni e già mettevo i 45 giri nel piatto della fonovaligia dei miei genitori e mi sedevo vicino ad ascoltare i dischi. I nomi degli artisti e i titoli delle canzoni mi dicevano poco o nulla, ma avevo imparato ad associare le musiche che preferivo ai colori delle etichette dei dischi, e a volte delle copertine, così sapevo sempre che cosa mettere.

Col passare degli anni e con il diminuire del tempo a disposizione per queste cose nell’arco della giornata, anch’io sono diventato in gran parte un ‘consumatore’ di musica, e fra iTunes e Spotify ho un rapido e comodo accesso a una quantità di musica inimmaginabile solo cinque anni fa. E per ‘consumare’ e condividere vanno benissimo. Ma, tornando alla citazione che ha dato l’impulso a questo articolo, la gente non solo vuole condividere la musica. Certa gente, fra cui il sottoscritto, continua a voler ‘possedere’ la musica e a volere qualcosa di solido per le mani, come il CD. Ma non è soltanto questo: qualsiasi file musicale, a parte forse certi formati lossless, se la sogna la qualità audio di un CD. Eh sì, ci sono persone a cui la qualità ancora importa. Il CD rappresenta inoltre una garanzia di maggior durevolezza: un archivio musicale solo digitale deve essere costantemente salvaguardato con backup e copie ridondanti, perché è alla mercé dell’integrità dei dischi rigidi o delle memorie flash. Il primo CD che ho acquistato nel 1986 è ancora lì, fresco come il giorno in cui lo comprai, e lo posso ancora ascoltare senza problemi oggi, 23 anni dopo.

Il Dizionario Garzanti, alla voce obsoleto riporta questi sinonimi: disusato, antiquato, superato. Oggi probabilmente i CD si usano meno, e come ho già detto sono meno pratici dei file MP3, AAC, e dei lettori musicali come iPod, ma mi pare improprio considerarli obsoleti, perché sotto il profilo qualitativo di certo non lo sono. È un po’ triste che, a volte, a decretare l’obsolescenza siano più le abitudini e le tendenze, che non parametri come la qualità intrinseca delle cose. Che il futuro della musica sia la progressiva immaterialità non ci piove, ma a me piacerebbe anche che si arrivasse a ottenere una qualità tale da far dimenticare i CD, e non solo un compromesso qualità-praticità. Mi piacerebbe che la musica digitale progredisse in maniera più simile alla fotografia digitale, che negli esempi più eccelsi sta arrivando a ottenere risultati che non fanno venir voglia di tornare alla pellicola, per dire.

Google Chrome OS: primissime riflessioni

Mele e appunti

Lo scorso 19 novembre, Google mi ha fatto un regalino interessante per il mio compleanno: ha presentato una prima idea dei lavori in corso su Chrome OS. Non ho letto moltissime reazioni altrui alla presentazione, a parte il solito Gruber e qualcun altro, e per quanto riguarda il materiale su Google Chrome OS mi sono limitato a quel che Google ha messo a disposizione, in special modo le pagine di Chromium OS, più questo video in cui viene presentata l’interfaccia utente.

Quanto sto per scrivere sono solo reazioni e riflessioni basate sullo stato attuale del progetto, e visto che Chrome OS ha ancora davanti circa un anno di sviluppo prima di essere pronto per la commercializzazione, è tutto da prendere con beneficio di inventario.

La mia impressione generale su Chrome OS è positiva, nel senso che la mera esistenza di un progetto del genere è una boccata d’aria fresca nel panorama attuale dei sistemi operativi, che mi pare piuttosto stagnante. Scendendo nei particolari, non posso fare a meno di notare come per me gli aspetti positivi e negativi di Chrome OS siano essenzialmente due facce della stessa moneta. Vediamo un po’.

1. La prima cosa da evidenziare è che Chrome OS non vuole essere un sistema operativo completo come Windows o Mac OS X. È un sistema progettato fin da subito per essere installato su hardware specifico (netbook e simili), hardware da non considerarsi come principale. L’idea del netbook è quella di avere una seconda (o terza) macchina ultraportatile molto comoda da avere sempre con sé per effettuare una serie specifica e limitata di compiti (essenzialmente navigare il Web, leggere la posta, sfogliare qualche documento o anche eBook, passare in rassegna un po’ di foto digitali…). Come i netbook non pretendono di sostituire il Mac o PC principali, Google si prefigge lo stesso obiettivo sul fronte del software. Chrome OS deve quindi essere veloce, leggero (per non affaticare troppo i processori a bassa potenza dei netbook), e fare poche cose ma bene e con eleganza.

Un simile approccio è sensato e permette di costruire il prodotto guardando avanti, invece di preoccuparsi di realizzare un altro mastodonte come Windows che deve essere compatibile con un numero impressionante di macchine, supportare programmi di oggi, ieri e dell’altroieri, e via dicendo.

L’altra faccia della medaglia, però, è il rischio di focalizzarsi su una nicchia di prodotti che potrebbe trovarsi parecchio cambiata da qui a un anno. È vero che Google può benissimo modificare, adattare e riplasmare Chrome OS strada facendo, ma continuo a ritenere la fascia dei netbook un settore fragile e capriccioso. Uno degli intenti — lodevoli — di Google è proprio quello di rafforzare questo settore, offrendo una migliore integrazione hardware/software e rendendo così meno frustrante per l’utente medio tutta l’esperienza del computerino ultraportatile; al tempo stesso mi chiedo, non è che l’autunno del 2010 sia un po’ troppo tardi per debuttare?

Una grossa incognita che ha la potenzialità di scombussolare completamente il contesto è il famigerato tablet Apple. Lo so, al momento è tutta speculazione, ma supponendo che Apple presenti un simile dispositivo prima dell’estate prossima, e supponendo che abbia l’impatto che ci si aspetta da un simile prodotto, Google potrebbe trovarsi nella posizione di dover fare degli aggiustamenti e delle correzioni di tiro al progetto Chrome OS in modo da tener conto dell’innovazione che invariabilmente introdurrà Apple nel settore. D’accordo, questa è una bella serie di ‘se’ e ‘forse’, ma in sostanza la mia osservazione è che Google, progettando Chrome OS per essere un sistema operativo ottimizzato e mirato a una fascia specifica di computer, rischia di creare un prodotto a spettro limitato e poco flessibile.

In altre parole: Google vuole rafforzare e potenziare la ‘piattaforma netbook’ in modo che superi certi limiti attuali (fra cui: interfaccia utente non eccelsa, variegata e dipendente da altri sistemi operativi — Windows e Linux — che non offrono versioni veramente ottimizzate per i netbook); quel che spero non accada è che Chrome OS finisca, in un certo senso, col cadere vittima dei limiti che vuole superare, che finisca con l’essere un sistema operativo di nicchia e non estendibile ad altre soluzioni.

2. Tutto nella nuvola. Una delle caratteristiche più prevedibili di un ambiente operativo (mi sembra che la definizione sia più calzante per Chrome OS) prodotto da Google è la forte dipendenza dalla cosiddetta ‘nuvola’, ovvero la stragrande maggioranza delle informazioni che l’utente gestisce — la posta elettronica, i documenti creati con Google Docs, ecc. — saranno conservate in server remoti. Come riportato da questo articolo di Macworld, Sundar Pichai, vice presidente del Product Management di Google, alla presentazione di Chrome OS ha detto che la semplicità di Chrome OS deriva anzitutto dalla sua interfaccia basata sul browser; ogni applicazione è quindi un’applicazione Web e non sono presenti programmi di tipo desktop. Gli utenti non devono installare programmi, né software, né preoccuparsi degli aggiornamenti, nulla. È una Web app, è un link, è un URL, ha detto Pichai.

Se un utente smarrisce il suo netbook con Chrome OS, o subisce un furto, può tranquillamente acquistarne un altro, autenticarsi e accedere immediatamente a tutte le proprie applicazioni e informazioni, così come a qualsiasi impostazione precedentemente personalizzata, perché tutto sarà basato sulla ‘nuvola’, ha continuato Pichai.

Sempre citando l’articolo di Macworld, per quanto riguarda la sicurezza Chrome OS mette ogni applicazione in quella che Google definisce ‘security sandbox’ (ossia un’area circoscritta); alle applicazioni vengono levati gli estesi privilegi d’accesso che tipicamente hanno nei sistemi operativi convenzionali. Così facendo si limita anche la loro possibilità di fare danni in caso vengano compromesse dal malware. Se Chrome OS rileva un problema di sicurezza, la procedura che segue è il riavvio. Chrome OS si esegue totalmente entro il modello di sicurezza del browser, che è molto diverso da come funzionano attualmente i sistemi operativi tradizionali, ha detto Pichai.

I netbook con Chrome OS non supporteranno dischi rigidi, si dice nell’articolo, solo dischi a stato solido, e i dati verranno continuamente sincronizzati fra il computer e la ‘nuvola’.

Questo sistema, pesantemente orientato al cloud computing, riduce il computer con Chrome OS praticamente allo stato di un terminale senza cervello, e i benefici elencati sono senza dubbio interessanti: sincronizzazione immediata dei dati (immaginate di avere tutto il sistema dentro una cartella come Dropbox); minor rischio per l’integrità dei dati in caso di smarrimento, furto, o guasto del netbook; meno preoccupazioni per l’utente per quanto concerne il mantenimento della macchina (sono tutte applicazioni Web, quindi ogni aggiornamento di una o più parti di Chrome OS viene presumibilmente fatto a monte, nella ‘nuvola’, e il singolo netbook sincronizza la situazione in locale e quindi si aggiorna in automatico).

Anche qui, il rovescio della medaglia è proprio nella grande dipendenza dalla ‘nuvola’ e nel fatto che i dati vengono conservati in remoto. Sarà che provengo da un uso pluriventennale dei computer, sarà che ho da sempre il pallino di archiviare e fare backup locali, ma l’idea di non avere direttamente sottomano le mie cose a me mette ansia. È storia di un mese fa il mezzo disastro che è accaduto ai clienti di T‑Mobile muniti di smartphone Sidekick, che per un problema di backup occorso a Danger (il provider del servizio, un’azienda che appartiene a Microsoft), hanno perduto parte delle informazioni personali sincronizzate appunto attraverso la ‘nuvola’. Certo, sono io il primo ad avere più fiducia in Google che in una compagnia di Microsoft, ma la possibilità di un guasto tecnico a monte c’è sempre, e il fatto che non sia mai successo nulla di grave a Gmail, Google Docs e affini, non vuol dire che non possa accadere. Della mia posta Gmail conservo una copia in locale, e mi auguro che Chrome OS, quando sarà terminato, potrà permettere il salvataggio dei dati offline.

Oltre alla dipendenza dai servizi della ‘nuvola’, c’è anche il discorso della dipendenza dall’essere collegati a Internet. Sto pasticciando con un’installazione di Chrome OS in una macchina virtuale usando Sun VirtualBox, e noto che all’avvio di Chrome OS viene presentata una maschera di login. Si accede ovviamente con un account Google, ma la differenza con un login in Mac OS X è che in Mac OS X ci si autentica in un account locale, mentre in Chrome OS il login è al proprio profilo Google remoto. Questo significa che se non c’è rete, o se c’è un problema qualsiasi di connessione, non si entra nel sistema. Come dicevo, lo sviluppo è solo agli inizi, e il prodotto finale potrebbe benissimo essere totalmente diverso, però ritengo che si debba dare all’utente la possibilità di lavorare anche in locale, magari su copie temporanee dei dati che poi vengono sincronizzate quando la connessione torna a essere disponibile.

3. Come accennato al punto precedente, un punto di forza della semplicità di Chrome OS è il poggiarsi sul browser, e alle attività a esso relative; le applicazioni Web di contorno sembrano essere delle estensioni, dei widget; un po’ come se — in Mac OS X — lavorassimo esclusivamente in Dashboard. Anche in questo caso, rovesciando la medaglia ci troviamo di fronte ai limiti di avere un browser come nodo centrale del sistema operativo. Chrome OS invita ad aprire parecchi pannelli nel browser; quelli delle applicazioni Web che usiamo più spesso si possono persino ‘ancorare’ e mantenere nel browser nella parte sinistra, come sorta di segnalibri per accedere rapidamente alle applicazioni (in figura si vedono i pannelli di Gmail e Google Calendar).

Pannelli di Chrome OS

Chrome OS non ha una barra menu. L’icona Chrome all’estrema sinistra ha una funzione analoga al menu Mela sui sistemi Macintosh, e richiama una serie di applicazioni correlate ai servizi Google. I pannelli più corti sono ‘ancorati’ e servono ad avere accesso diretto alle applicazioni aperte. Gli altri sono normali pannelli di pagine Web.

Certo, sono più piccoli dei normali pannelli delle pagine Web, ma o si continuano ad aprire finestre del browser e altri pannelli al loro interno, oppure l’affollamento sulla parte superiore del browser diventa ingestibile (un problema analogo ai famigerati tab on top di Safari 4 beta). È vero che Chrome OS permette di passare rapidamente tra finestre e attività in corso con una funzione simile a Exposé in Mac OS X, ma a chi come me preferisce avere una sola finestra con svariati pannelli, il browser di Chrome OS potrebbe risultare un po’ strettino, anche considerando le dimensioni ridotte degli schermi dei netbook.

4. Appunto: dimensioni ridotte degli schermi dei notebook. Pichai ha dichiarato che Lo scopo di questo sistema è quello di fornire un’esperienza Web meravigliosa per l’utente. Questo è lo scenario su cui ci stiamo concentrando. Da quel che ho visto finora, Chrome OS sembra essere un sistema particolarmente efficace su schermi di dimensioni sicuramente maggiori di quelle offerte dal netbook medio. L’idea dei pannelli è affascinante, e mi piace soprattutto la possibilità di collassarli e tenerli nella parte inferiore, pronti all’uso e all’interscambio di informazioni. Questo tipo di minimizzazione mi ricorda molto la vista come finestre a comparsa in Mac OS 8 e 9, e trovo che sia un’idea utile e con molte potenzialità. Tuttavia, nel contesto di un display compreso fra gli 8 e gli 11 pollici, non so quanto sia efficace affollare l’interfaccia con pannelli (anche se a scomparsa) e zone d’interesse al di fuori del browser. Browser che dovrebbe essere, appunto, al centro del sistema operativo e fornire un’esperienza Web il più soddisfacente possibile. Secondo me, con l’area di lavoro ristretta messa a disposizione dal netbook medio, l’interfaccia dovrebbe orientarsi sullo schermo pieno e su elementi di contorno poco intrusivi.

Come dicevo, sono osservazioni che si basano sullo stato dei lavori attuale e virtualmente ogni elemento dell’aspetto e dell’idea di Chrome OS potrebbe cambiare in corso d’opera. La perplessità più forte rimane legata alla forte dipendenza di Chrome OS dalla ‘nuvola’, che è l’aspetto che molto probabilmente rimarrà costante fino al completamento del prodotto. Sono comunque molto curioso e molto interessato a vedere gli sviluppi di Chrome OS e come sarà il sistema nella sua veste definitiva. Che l’azienda Google piaccia o no, occorre constatarne le spinte innovative e la voglia di cambiare le carte in tavola in un ambito difficile e consolidato come quello dei sistemi operativi.