La postazione vintage

Mele e appunti

Su System Folder, il mio blog in inglese che ha come tema principale i Mac vintage e il Mac OS ‘classico’, ho appena pubblicato un articolo intitolato The (Classic) Setup, e pensavo di estendere l’idea anche ai miei lettori in lingua italiana.

L’idea è questa: è da tempo che seguo con interesse la serie Sweet Mac Setups sul blog di Shawn Blanc. In sostanza, chi ha voglia di mostrare la propria postazione di lavoro e di parlare dell’hardware e software che utilizza, si mette in contatto con Blanc e manda foto e risposte alle seguenti domande:

  1. Che aspetto ha la tua scrivania? (E qui si risponde con 2–3 foto)
  2. Come è costituita la tua attuale postazione? (Qui si descrive in dettaglio l’hardware che usiamo quotidianamente)
  3. Per cosa utilizzi questa postazione? (Qui si parla del proprio lavoro, del perché si è scelto di utilizzare tale hardware, ecc.)
  4. Quali software utilizzi quotidianamente, e per fare cosa?
  5. Possiedi altro hardware/attrezzature Mac?
  6. Hai in progetto qualche aggiornamento?

I risultati sono interessanti, sia perché danno un’idea di come altri organizzano il proprio spazio di lavoro, sia perché a volte leggendo i contributi altrui si possono scoprire applicazioni che non si conoscevano, o anche periferiche e soluzioni che magari potrebbero fare al caso nostro.

La mia idea per System Folder è quella di fare una cosa analoga, ma è rivolta a chi utilizza ancora Mac d’epoca. So che esistono altri appassionati che, come me, continuano a trovare un uso per i Mac vintage: magari come postazioni di scrittura senza distrazioni, magari perché utilizzano ancora dei software che non girano più sotto Mac OS X, o continuano a servirsi di periferiche ancora in ottimo stato ma che non possono essere collegate a un Mac moderno… Se vi riconoscete nel ritratto, e avete una postazione Mac vintage fissa, e vi interessa partecipare, contattatemi. Le domande a cui rispondere sono leggermente diverse da quelle proposte da Blanc, e sono solo quattro:

  1. Che aspetto ha la tua scrivania?
  2. Come è costituita la tua postazione vintage?
  3. Per cosa utilizzi questa postazione?
  4. Quali software utilizzi, e per fare cosa?

Rispondendo alla quarta domanda, si possono anche aggiungere delle considerazioni sul software utilizzato e porre l’accento su utility particolarmente utili, sempre in ambito di Mac OS classico.

L’idea prenderà corpo (spero) su System Folder, pertanto mi occuperò di tradurre in inglese gli eventuali contributi. È possibile che crei una sezione anche qui, come è possibile che lanci un’iniziativa in italiano per le postazioni moderne. Per ora non mi sbilancio troppo, anche perché se l’idea prende piede dovrò prevedibilmente dedicarvi del tempo. Quindi per ora preferisco procedere con ordine e dare la precedenza al vintage e al retrocomputing — poi si vedrà. Grazie a tutti in anticipo.

Non siamo gadget (seconda parte)

Mele e appunti

Una settimana fa pubblicai alcuni estratti dal recente libro You Are Not a Gadget di Jaron Lanier mutuati dal sito di Mandy Brown, insieme ad alcune osservazioni e note a margine della stessa Brown. Ho cercato di tener fuori la mia voce il più possibile per vedere se l’argomento era sufficientemente forte da stimolare un certo dibattito nei commenti. A parte alcuni volonterosi, mi è sembrato di notare più che altro un atteggiamento di attesa: di una mia opinione, di un po’ più di carne al fuoco. Ho cercato di stendere appunti e considerazioni sui punti sollevati nel post precedente in questi giorni, ma essendo stato colpito da un’improvvisa burrasca lavorativa, non ho prodotto altro che divagazioni, che voglio ugualmente condividere.

La ‘esagerazione’ di Lanier

Nei commenti allo scorso post alcuni facevano notare i toni forse un po’ esagerati del discorso che parte da Lanier. Ripeto, non ho (ancora) avuto modo di leggere il suo libro, quindi le mie sono solo impressioni. Tuttavia ho avuto modo di leggere libri analoghi, ossia testi che analizzano determinati aspetti del presente (da un punto di vista sociologico, psicologico, economico, ecc.) e provano a fare ipotesi per il futuro, a volte in maniera decisamente interrogativa, ossia Date queste premesse, che cosa succederebbe se…? È inevitabile che nella prefigurazione di scenari futuri si finisca con l’essere iperbolici in qualche misura, specie se si vuol tentare di anticipare dei possibili percorsi e i loro sviluppi in un arco temporale che racchiude qualche decennio. Ed è ancor più inevitabile che questo avvenga quando si parla di uomo e tecnologie, visto che i ritmi di un certo tipo di progresso sono tali che si fatica a stare al passo e non è escluso che certe situazioni sfuggano di mano.

Quando si esaminano testi che, in una forma o nell’altra, trattano possibili scenari futuri in tono distopico, c’è sempre un respingente psicologico che si attiva un po’ in tutti. Leggere saggi che parlano dei possibili effetti del riscaldamento globale nel medio-lungo termine, o che sviluppano una serie di ipotesi per il futuro del pianeta considerando che le risorse non sono infinite e che potrebbero presentarsi tempi bui, per esempio, genera immediatamente nel lettore una posizione difensiva: “Sono ipotesi, non è mica detto che vada a finire così”, “Sono certo che se la situazione si fa difficile ce la sapremo cavare”, “L’autore sta esagerando, quelle trasformazioni non possono avvenire così rapidamente”, e così via. Si regisce, insomma, prendendo le distanze da quei futuri, consciamente o no, covando la speranza che non si avverino o che, in qualche modo, siano problemi di chi verrà dopo di noi, di qualcun altro. Quando la reazione è di incredulità, è perché, forse, si sta osservando un’immagine, una possibile istantanea di una situazione che pare irriconoscibile nel presente, e quindi difficile da credere perché non ci si sofferma sui possibili percorsi trasformativi che rappresentano un segmento che unisce il punto A presente con un potenziale punto B futuro. In altre parole, è come se qualcuno ci presentasse un’immagine dei nostri connotati come potrebbero essere fra 30 anni. “Quello non sono io!” è la normale reazione, non importa se l’immagine proviene da un calcolatore che studia l’invecchiamento basandosi sulla nostra cronologia medica e sul nostro stile di vita. Tutto quel che vediamo è un futuro ‘improbabile’ da cui tendiamo a prenderne distanza.

A volte l’esagerazione di un autore nell’ipotizzare un possibile scenario futuro ha un che di voluto: lo scopo è stimolare una discussione, sensibilizzare il pubblico, provare (anche se magari in minor misura) a cercare di piantare dei buoni semi oggi in modo da ottenere piante migliori in futuro, così che si possa scongiurare o alterare in meglio una situazione che potrebbe andare male, un problema che può espandersi se non affrontato.

Sulla figura dell’autore

Con la premessa appena introdotta, torno agli argomenti di Lanier citati dalla Brown. Sulla digitalizzazione delle opere librarie in sé, Lanier non pare esprimersi in maniera negativa (almeno, da quanto si può evincere dall’estratto). D’altronde nessuno nega alcuni specifici vantaggi della fruizione in formato elettronico di un’opera qualsiasi (che sia un romanzo, un saggio, un articolo, una notizia, ecc.). Lanier pone l’accento sul come, sui metodi, sugli approcci. Quando scrive:

L’approccio alla cultura digitale che più aborro potrebbe benissimo trasformare tutti i libri del mondo in un unico libro. … Google e altre aziende stanno scansionando e rendendo disponibili nella ‘nuvola’ i libri delle biblioteche, in un enorme progetto Manhattan di digitalizzazione culturale. Quel che accadrà dopo è cruciale.

si nota la sua critica a un certo approccio alla cultura digitale. Bisognerebbe leggere tutto il libro per comprendere con esattezza quale sia tale approccio, ma provo ugualmente a indovinarlo: la trasformazione dal cartaceo al digitale ‘all’ingrosso’, prodotto di un processo che fagocita autori, culture, autorità delle fonti, qualità delle opere, per creare un qualcosa di totale e amorfo che possa essere facilmente reperito e consumato, sullo sfondo di un (possibile) svilimento della cultura, trasformata dalla digitalizzazione dei contenuti in un qualcosa usa-e-getta, per una società formata da persone che hanno sempre più problemi di attenzione. Problemi di attenzione che sono causati dall’incredibile quantità di informazioni che per lo più subiamo oggi, e che possono fare danni a lungo termine in quanto si può arrivare all’incapacità di processare informazioni in forma diversa da quella digitale liofilizzata che abbiamo oggi sotto gli occhi.

La frase importante è Quel che accadrà dopo è cruciale. Ossia, una volta terminato il processo di digitalizzazione culturale, il momento delicato sarà il ‘come’ fruire del ‘cosa’.

L’identità dell’autore è importante, e a chi sembra impensabile il suo soffocamento, occultazione, sparizione, oblio, a chi sembra esagerata l’ipotesi che si possa arrivare al cosiddetto libro unico, faccio notare come già oggi si possano individuare certi meccanismi in potenza che, se trascurati o affrontati superficialmente, possono portare a scenari magari non identici a quelli ipotizzati da Lanier, ma forse con un certo grado di similitudine.

Un problema è rappresentato dal DRM, dalla gestione dei diritti digitali. Una questione su cui il dibattito non potrebbe essere più diviso. Il fruitore di contenuti tende ad assumere una posizione egoistica e a guardare il DRM in cagnesco, perché pone limiti alla sua libertà di fruizione. Posizione esacerbata da come è stato finora implementato il DRM. Le restrizioni non piacciono a nessuno, nemmeno a me, però al tempo stesso ritengo che sia necessario trovare un sistema che protegga l’autore di una qualsivoglia opera. Ancora di più, ritengo che sia necessario trovare un sistema per educare il fruitore a dare un valore all’opera che acquista e che scarica, e a rispettare il prodotto intellettuale altrui. Dico questo perché, a mio avviso, la possibilità di accedere praticamente a qualsiasi cosa sul Web, attraverso vie legittime ma molto spesso attraverso vie e metodi, uhm, alternativi, porta abbastanza inevitabilmente a uno svilimento culturale. Scendendo nell’esempio concreto: “Voglio vedere il film Tale, dove/come posso scaricarlo?” Spesso basta mettere il titolo del film (magari uscito da appena qualche settimana) seguito dalle parole download o torrent in Google per poterlo vedere sul proprio computer nel giro di pochissimo tempo. Discorso analogo con la musica. Discorso abbastanza simile con i testi (qui lo scaricatore folle potrebbe avere qualche problema in più perché non di tutti i libri esiste — ancora — il file .doc o .pdf).

Questa reperibilità all’ingrosso porta a una mentalità fortemente materialistica e consumistica da parte del pubblico, che svaluta sempre più l’opera intellettuale e il lavoro che vi sta dietro. Per questo oggi tutto deve essere a buon mercato, se non gratis, altrimenti il fruitore non compra e cerca la via alternativa. Questo è il lato oscuro e sgradevole della digitalizzazione culturale: perdendo la connotazione di oggetto tangibile, l’opera perde di valore. Va benissimo comprare un libro in libreria e pagarlo 20 Euro, ma lo stesso libro in versione digitale se costa più di 3 Euro (per dire) è un furto. Rimando, a questo proposito, a un mio vecchio articolo, Un mestiere difficile, in cui riporto l’esperienza e le considerazioni di un autore che due anni fa decise di mettere a disposizione un suo libro in formato elettronico gratuitamente ma con l’opzione di lasciargli una donazione.

Ora, se già oggi l’importante è fruire di qualcosa — anzi, direi quasi che l’importante è ottenerlo nella maniera più rapida e indolore (senza pagare, senza restrizioni) possibile; si accumula prima e poi forse si fruisce. Oggi esistono già tracce che possono minacciare la figura dell’autore e l’importanza della voce individuale. Nel mio piccolo ne sono stato testimone: articoli di autori di cui seguo i blog sono stati presi e copincollati da altri siti senza attribuzione, probabilmente in forma automatica, da robot Web che seguono determinate parole chiave e aggregano contenuti — a volte si tratta di operazioni corrette, con un piccolo estratto e un link alla fonte, a volte sono fotocopie digitali belle e buone, e se uno si imbatte nella fotocopia non sa né chi è l’autore, né dove trovare l’originale.

È capitato anche a me, così come spesso i miei lavori di traduzione, che hanno costato fatica, specie per dare una voce e uno stile a un autore straniero, vengono pubblicati senza attribuzione, come se la traduzione fosse qualcosa ‘curato in casa dall’editore’, come se la mia opera intellettuale fosse di seconda scelta e di minore importanza rispetto al testo originale. Sempre nell’ambito delle traduzioni si fa un ricorso sempre maggiore al crowdsourcing, ossia al lavoro di una massa anonima di ‘operai culturali’ che le imprese possono sottopagare (o non pagare, buttandola sul volontariato e sull’immagine: “Pensate, potrete vantarvi di aver collaborato con noi, Grande Azienda Molto In Vista Del Settore!”). Tutti questi fenomeni contribuiscono all’indebolimento della figura autoriale.

Se già oggi siamo a questo punto, dicevo, quale sarà il prossimo passo? È così ‘esagerato’ e peregrino supporre che in un futuro non lontano al fruitore non importerà nemmeno sapere se ciò che sta leggendo è frutto di un certo autore, se è un anonimo mashup, se è davvero opera di chi sta dietro al sito sul quale lo scritto viene pubblicato, e via dicendo? Bisogna coltivare e curare il senso critico. Ci torno su poco più avanti.

La vita ridotta a un database

Il frammento riportato nel post precedente, in cui Lanier parla dell’influenza negativa che possono esercitare la tecnologia e gli strumenti digitali sull’amicizia e in generale sulle relazioni umane, può sembrare di primo acchito slegato dal discorso sull’autore e sulla cultura, ma ci sono delle somiglianze, specie se tracciamo un parallelo con il discorso di accumulo digitale consumistico a cui alludevo prima. Nell’ottica del social networking molto spesso la grande maggioranza di ‘contatti’, ‘amici’, ‘seguaci’, altro non è che accumulo digitale — un database, appunto. La quantità di contatti che accumuliamo è assolutamente ingestibile se pensassimo di trattarli tutti con eguale importanza e umanità. Sono, appunto, contatti, punti di contatto spesso fugace e superficiale; contatti, non persone. Anche qui c’è un appiattimento verso il basso, perché in questo database di contatti ci ficchiamo persone che conosciamo da vent’anni, compagni di scuola che non vediamo da vent’anni (e con i quali ci illudiamo di ‘rientrare in contatto’ solo perché aggiungiamo il loro profilo al nostro bottino digitale), sconosciuti dei quali magari abbiamo apprezzato uno scritto, un pensiero, uno scambio di vedute, e via dicendo. È una socialità virtuale che di sociale spesso ha ben poco; il sistema è invece assai comodo a livello individualistico perché ben si confà alle nostre ‘vite frenetiche e impegnate’. Rintracciare un vecchio amico, riprendere i contatti e magari la frequentazione costa fatica. Invece vuoi mettere buttare il suo nome in pasto a Google, vedere che nel 95% dei casi il primo risultato è il suo profilo in Facebook o LinkedIn, e aggiungerlo alla lista dei contatti/amici? Fa niente se magari poi nemmeno gli scriviamo una lettera. È lì, nei contatti. Ci si sente un po’ più a posto, come quando si placa un improvviso buco allo stomaco consumando uno snack veloce.

Il senso critico

Uno dei commentatori alla prima parte del post, Giancarlo, scriveva: Probabilmente si parlava male anche quando è stata introdotta la televisione o le enciclopedie su cd o altro. non entro volutamente nei dettagli ma è sempre la solita minestra: c’è uno strumento nuovo e c’è chi lo critica rispetto a quello tradizionale che verrebbe soppiantato… Il coltello può uccidere sicuramente ma non è nato per quello, dipende da come lo utilizziamo. Facebook, Wikipedia, mashup, YouTube sono problemi mondiali fino a quando non scegliamo di spegnere il computer e di leggerci un libro, andare in piazza per trovare gli amici o usare un enciclopedia di carta per le nostre ricerche. Sta a noi.

Giusto, sta a noi. Ma è facile dirlo fra noi che abbiamo (o riteniamo di avere) buonsenso e senso critico. È facile per chi appartiene a una generazione che ha saputo sviluppare relazioni umane prima di Internet saper distinguere fra un rapporto veramente umano, fisico, e un rapporto digitale. Per chi ha assistito alla costruzione del tempio tecnologico (passatemi l’immagine) è più facile saperne distinguere l’interno dall’esterno, saperne vedere i limiti, giudicarlo, saperlo utilizzare. Queste persone vedono il computer e il Web come luoghi da cui passare, per un certo periodo della giornata, e da cui andarsene al termine della visita. Ma esistono sempre più persone che vedono il computer, il Web, e tutta questa tecnologia per comunicare, come luoghi in cui vivere. Non è del tutto ‘colpa’ loro, perché molte di loro sono persone che sono nate e cresciute già dentro il tempio tecnologico, sono persone da sempre circondate da questa tecnologia. Bisogna coltivare e curare il senso critico e stimolare queste persone affinché non diventino strumenti della tecnologia, ma che sappiano sfruttarla al meglio per loro, che sappiano che è uno strumento nelle loro mani e che vi sono modi e modi di usarlo. Che sappiano che non è tutto, che ha dei limiti, che è sempre bene non subirlo passivamente.

Il senso critico è qualcosa che si insegna e non si può sperare che si sviluppi spontaneamente dal nulla o che sia innato. La tecnologia è suadente perché in molte situazioni ci facilita indubbiamente le cose — nel bene e nel male. Adattarsi in queste circostanze è semplice e senza sforzo, quindi il vedere sempre e comunque la tecnologia e la cultura digitale come cose buone e giuste sembra l’inevitabile conseguenza. Quando qualcuno fa notare determinate cose, mette in guardia contro certi abusi che possono avere effetti inattesi, manifesta le sue perplessità nei confronti di un certo servizio online, di una certa tendenza visibile nelle comunità online, è un parruccone luddista, uno non al passo coi tempi, eccetera.

C’è uno strumento nuovo, e c’è chi lo critica — giustamente. Non perché lo strumento sia per forza negativo, nocivo o degradante in sé, ma perché trovo giusto non accettare tutto senza nemmeno porsi il problema o la questione, senza nemmeno soffermarsi a pensare a certi possibili sviluppi, al fatto che non sia tutto rose e fiori sempre e comunque. È qui una delle mie grosse perplessità sui libri elettronici. Ottima la fruibilità, ottima la reperibilità, ottima certa praticità. Ma guardando avanti, che cosa sparirà oltre all’uso della carta? E soprattutto, a qualcuno importerà? Occorre alimentare il dibattito e il senso critico affinché perlomeno si abbia coscienza di certi processi trasformativi, e che passi il concetto per cui non dobbiamo subire ogni ‘progresso’ tecnologico solo perché fa comodo a tanti o perché viene pubblicizzato con astuzia. Insomma, uno strumento non è né buono né cattivo in sé, dipende dall’uso che se ne fa. Ma occorre insegnare tale uso affinché sia fatto con criterio, sapendo distinguere il buon uso dal cattivo uso (qualità), e il buon uso dall’abuso (quantità). Con questo mio blog cerco, fra le altre cose, di stimolare questo genere di riflessioni, perché lo ritengo molto importante.

Non siamo gadget

Mele e appunti

È da molto che seguo l’ottima Mandy Brown e il suo A Working Library. Una delle cose che più mi piacciono sono i suoi appunti, le sue note a margine mentre sta leggendo un libro particolarmente interessante. È il caso, per esempio, di una delle sue letture attuali: You Are Not a Gadget di Jaron Lanier (link Amazon). Nella sezione che Brown dedica al libro, ecco il breve sommario, che già da solo ha suscitato il mio interesse:

Il manifesto di Lanier incentra l’attenzione sui tanti modi in cui il comportamento umano viene meccanizzato dalla tecnologia. Un argomento risalta sugli altri: che Internet così com’è oggi non è un qualcosa di biologicamente determinato, ma il risultato di una serie di decisioni prese in un recente passato. Non dobbiamo accettarla per come è: è nel nostro potere renderla uno strumento migliore.

Vorrei davvero avere tempo di acquistare questo libro e di condividere le mie riflessioni a riguardo, e probabilmente in futuro ci ritornerò sopra. Nel frattempo mi limito a tradurre gli estratti che ha segnalato Mandy Brown, traducendo anche le sue osservazioni; già questo mi sembra buon cibo per dare il via a una discussione.

[Prima di proseguire, una convenzione grafica: dato che riporterò le parole di due autori diversi — Mandy Brown che a sua volta cita Jaron Lanier — metterò in corsivo non indentato le parole di Mandy Brown, e userò il codice HTML della citazione per riportare il pensiero di Jaron Lanier. Così dovrebbe essere sufficiente per distinguere le varie voci.]

Sulla paternità di un’opera, sulla specificità della figura dell’autore

Quarant’anni dopo la Morte dell’Autore di Barthes, Jaron Lanier fa notare che un altro tipo di morte potrebbe incombere su di noi:

L’approccio alla cultura digitale che più aborro potrebbe benissimo trasformare tutti i libri del mondo in un unico libro. … Google e altre aziende stanno scansionando e rendendo disponibili nella ‘nuvola’ i libri delle biblioteche, in un enorme progetto Manhattan di digitalizzazione culturale. Quel che accadrà dopo è cruciale. Se i libri nella ‘nuvola’ verranno consultati attraverso interfacce utente che incoraggiano la mescolanza di frammenti (mashup) che oscurano il contesto e la paternità di ogni frammento, il risultato finale sarà un solo unico libro. È quanto già accade oggi con molti contenuti; spesso non si sa da dove viene un frammento citato in una notizia di cronaca, né chi ha scritto il commento o chi ha girato un filmato. Una continuazione di questa attuale tendenza ci porterà a vivere come nei vari imperi medievali, o come nella Corea del Nord; società con un unico libro.

(Lanier, pag. 46)

Peraltro, un’autrice e il suo editore hanno recentemente difeso il sistema dei mashup, della mescolanza di frammenti, dicendo che è ciò che i ragazzi fanno oggi, non rendendosi conto, apparentemente, di come una tale affermazione renda automaticamente obsoleti sia gli autori che gli editori.

La tecnologia eterea, digitale, che sostituisce la macchina da stampa, sembra essere entrata in voga in un’epoca in cui la sfortunata ideologia che sto criticando domina la cultura tecnologica. La paternità di un’opera — la quintessenza del punto di vista individuale — non è una priorità della nuova tecnologia.

(Lanier, pag. 47)

È proprio quel punto di vista individuale che ha importanza; la Wikipedia impone una sola voce per tutti gli argomenti, come se potesse esistere una prospettiva generale unica, accettata e prodotta dal crowdsourcing. Il problema è che una volta che si raggiunge il cosiddetto ‘punto di vista dell’occhio di Dio’, si perde la capacità di interrogarlo; si perde la percezione del nostro essere, della nostra identità.

Sull’amicizia

Ciò che l’analisi computerizzata degli esami scolastici di tutte le scuole del paese ha compiuto ai danni dell’educazione è esattamente quel che Facebook sta facendo ai danni delle amicizie. In entrambi i casi, la vita viene ridotta a un database. Entrambe queste degradazioni si basano sullo stesso errore filosofico, ovvero il credere che i computer possano attualmente rappresentare il pensiero o le relazioni umane. Queste sono cose che i computer, al momento, non possono fare.

(Lanier, pag. 69)

Dirò di più: queste sono cose che i computer non dovrebbero fare mai. La tecnologia dovrebbe migliorare le nostre vite, non sostituirsi a esse.

Un solo vero libro

Sul perché possiamo fare a meno della Wikipedia:

A mio avviso, se la Wikipedia sparisse, sarebbe comunque possibile risalire alle informazioni che raccoglie, ma in forme maggiormente contestualizzate, con maggiore visibilità per i singoli autori, e con un maggiore senso di stile e presenza.

(Lanier, pag. 143)

Ma non è un discorso applicabile anche all’omonimo della Wikipedia, l’enciclopedia? C’è un motivo per cui una volta che si arriva alla scuola superiore non è più permesso citare l’enciclopedia: è una risorsa di qualità inferiore. Sarebbe pericoloso dimenticarsi di questo concetto.

Che lo facciano con cordialità o meno, i tipi della Wikipedia agiscono sempre seguendo il principio per cui la collettività si avvicina maggiormente alla verità e che si possa fare a meno della voce del singolo individuo.

(Lanier, pag. 144)

In altri punti del libro, Lanier definisce questo atteggiamento la ‘filosofia del libro unico’, ossia l’idea che tutto il sapere umano si possa raccogliere in un solo vero libro. Cosa che, naturalmente, porta a non avere più libri né verità.

* * * * *

È possibile reagire con stupore e incredulità di fronte agli estratti del libro di Lanier; è facile pensare che sia un esagerato e magari un catastrofista. Da osservatore critico del fenomeno del social networking posso dire di aver notato un’allarmante mentalità da gregge da parte di molta utenza, alla quale basta mettere a disposizione servizi gratuiti e un minimo ben fatti (nel senso che annullano ogni possibile sforzo da parte dell’utente) per vedere come tali servizi vengano adottati in massa in maniera quasi acritica.

La crescita di Google, in potenza e in diffusione negli ambiti più diversi, vista nella prospettiva del pensiero di Lanier, è per me particolarmente allarmante, e potrebbe produrre trasformazioni culturali di un impatto tanto grande quanto discutibile (se non lo sta già facendo).

Synchronised writing

Software

Or: How I Learned to Stop Worrying about Word Processors and Love Synchronisation

There’s been a gradual but inexorable change in my writing habits with the computer. After much obsessing about how to employ the tools I use to work and to write creatively in the most effective way, I concluded that simplification was the way to go.

My work has to do with text in two phases:

  1. Managing documents created by other people and sent to me for translation;
  2. Writing content – work-wise this means the translation of the original text, which can be in a file or directly on the Web (if I have to prepare a version of a website in a different language). Otherwise it means writing articles/essays on my blogs, or carrying on with some literary, creative project.

As regards to managing documents sent by other people, the easiest way is to have a tool that can properly display the document in its original format and, as it often happens, that can create a file with the formatting required by the client. This applies to Word documents, in most cases, but also to InDesign or (rarely) Quark XPress projects. In the case of InDesign and Quark XPress assignments, copying the text to be translated into another editor, to then translate it and paste the translation back in the InDesign or XPress file, doesn’t make much sense. It’s a waste of time, and moreover it’s important that the translated text respect the layout of the original document, without exceeding the limits imposed by the various text frames. With Word, instead, since I hate using it, I try as much as possible to write the translation in a simple and flexible text editor (BBEdit, TextWrangler, TextEdit) and then paste it into a new Word document. I work comfortably and the customer is happy — a win-win situation.

When it comes to my personal content, for blog articles I use MarsEdit, that is simply the best tool around and is worth all the (little) money it costs; for literary creations instead I use one of those aforementioned editors. BBEdit or TextWrangler if it is plain text or text that I’ll use somewhere else (on a personal publication, for example, whose layout or choice of typefaces isn’t yet final); TextEdit when I need styles, italics, bold text, tables, lists. For the occasional special case, I just launch Pagehand, which has the advantage of directly producing a PDF document as default. For ‘business’ communications and longer, more complex documents, I’ve learnt to appreciate Pages. 

Lately, though, I’m getting rid of these bundles (where possible), and for writing original content I increasingly find myself using a combination of two software products that are really making a difference: Notational Velocity and Simplenote for iPhone.

The latest version of Notational Velocity supports full synchronisation with Simplenote for iPhone. I was already a user of Notational Velocity, but admittedly I wasn’t using it on a regular basis. Instead, I was treating it no more and no less than a practical notepad, remembering the times of another handy Note Pad, that of System 6 and 7. The fact that now Notational Velocity synchronises with Simplenote may seem at first just another cute feature. Instead, together with what Notational Velocity already offers, this has turned out to be a small Copernican revolution for me.

Notational Velocity is the classic application that provides a limited but well thought-out set of features:

  1. Notes can be written in rich text, therefore you can have bold, italicised, underlined, indented text.
  2. It uses the spellchecking tools provided by Mac OS X.
  3. Notes can be managed and written in a single database (and encrypted if you so desire), or as simple plain text files, RTF files, or documents in HTML format. These are thoughtful, wise design choices.
  4. There is no Save command. Everything you write is automatically and persistently stored, just like my beloved Newton. In the event of a crash you don’t lose anything.
  5. You can specify a keyboard shortcut to launch the application. I always keep Notational Velocity open, so I haven’t set it.
  6. It is already a 64-bit app, which does not hurt.
  7. The interface is minimal and, at least for me, beautiful.

These features, and the way Notational Velocity is designed, are the reasons that made me like this program right from the start. But the new sync feature with Simplenote has been the touch of genius that has exponentially increased my use of and my addiction to Notational Velocity.

1. Anything I write, any corrections I make, changes are immediately saved in both Notational Velocity itself (as I said, there is no Save command) and in Simplenote. That means I automatically have an updated copy of all my notes on my iPhone everywhere I go, and if I need to make lengthy additions/corrections, I can do so on every computer at hand, since I can login to the Simplenote website and use the Web-based interface.

2. By installing Notational Velocity on my other Macs, I also automatically have all my notes synchronised on each machine. I take notes on my iBook G3 or on the PowerBook G4 or on the Cube, then I can leave my home office with the MacBook Pro, open Notational Velocity and I will always work with updated notes and documents.

3. I’m out with just my iPhone. I have an idea, or see something that’s worth taking note of. I open Simplenote and write, copy URLs or tweets with interesting links. Then I get home and the notes I took on the move are already in the computer.

This writing system is extraordinarily handy and efficient. It’s the Dropbox of text editing. It provides me with two phenomenal automatisms: saving and backup. Notational Velocity takes care of the first, while Simplenote syncing handles the second. It is a system that doesn’t get in my way and lets me concentrate on creating and writing. And besides, it’s open source, and Steven Frank has hacked in a third pane that shows you the note you’re viewing as rendered by Markdown.

I find that this way of working with text reflects a fresher, more up-to-date approach, something more in tune with certain aspects of the ‘New World computing’ Frank himself spoke about recently. With Notational Velocity many things become simpler and the user need not worry about anything except what to write and note. Where the individual files are located doesn’t matter. There’s no need to waste time painstakingly filing them and sorting them into folders. Visually, they are ‘inside’ the application when you launch it, you just have to remember one little word to find notes written even a long time ago (in any case, you can easily sort and rearrange your notes by title, date created, date modified, and tags).

It is the antithesis of the bloated word processor (hi, Microsoft Word!), overflowing with functions and features, 450 of which will probably remain unused. Or, as I have often noticed, are entirely unknown to the user, either because they’re submerged by panels and tabs of options, or because they’re hidden in optional toolbars. Or again because they are difficult to understand, hardly usable or simply unnecessary in a word processor (we know that Word has delusions of grandeur and wants to do the work of other programs that have nothing to do with text documents).

And the simplicity of Notational Velocity does not mean less flexibility or versatility – quite the contrary. Clearly it can’t replace a full word processor if you need to manage styles, indexes, tables, long and complex documents (like books and manuals), and so on. Clearly it can’t replace a text editor focused on coding and programming, like BBEdit or TextMate (although it’s more than enough if you just need to copy & paste short snippets of code), but for the rest, the combination of Notational Velocity and Simplenote can be a really useful and practical solution.