Un comportamento anomalo

Mele e appunti

Circa due mesi fa notai un’anomalia nel comportamento del mio nuovo MacBook Pro nel collegamento a caldo con il monitor LCD esterno che utilizzo quando lavoro in postazione ‘desktop’, e scrissi il seguente messaggio in alcune mailing list a cui sono iscritto:

Sto cercando informazioni su Internet riguardo al problema che sto per descrivere, ma non ho trovato niente di preciso o definitivo. Vediamo se qui qualcuno ha un’idea.

Hardware in questione

  • MacBook Pro 15″ unibody (mid 2009), 2,66 GHz Core 2 Duo, 4 GB RAM. Mac OS X 10.5.8.
  • Monitor Belinea o.display 20″ LCD widescreen con uscita VGA. Risoluzione 1680x1050.
  • Adattatore VGA /–/ mini DisplayPort.

Il problema
Uso abitualmente il MacBook Pro in configurazione desktop, collegato al monitor suddetto mediante l’adattatore in questione, e ovviamente in modalità scrivania estesa.

Se scollego a caldo l’adattatore, il MacBook Pro rileva il cambio e passa al suo monitor, raccogliendo e ridimensionando le finestre, eccetera. Come dovrebbe fare. Quindi tutto OK.

Quando, magari rientrato a casa dopo aver usato il MacBook Pro on the road, lo ricollego al monitor (che nel frattempo è in stop) a caldo, il MacBook Pro si spegne. Così, all’improvviso, come se di punto in bianco mancasse ogni forma di alimentazione. Pigiando il pulsante di accensione, il Mac si avvia e fa tutto normalmente, rilevando il monitor e sistemando la scrivania di conseguenza.

I tentativi di risoluzione del problema
Ho provato a vedere se era un problema legato alla scheda NVIDIA 9400, ma anche passando alla 9600 prima di collegare il monitor, il MacBook Pro si comporta così.

Ho provato a collegarlo spegnendo prima il monitor, ma non cambia niente. L’unica è spegnere il MacBook Pro, collegarlo al monitor, e poi accendere. Che non è proprio il massimo della praticità, ne converrete. Questo non mi è mai successo con il PowerBook G4 12″ e l’adattatore DVI /–/ VGA, al quale ho sempre collegato/scollegato quel monitor, a caldo, senza problemi.

Può essere colpa dell’adattatore? Ogni idea è ben accetta. E grazie in anticipo. 

In un messaggio seguente, aggiunsi:

Nel frattempo ho notato che collegando l’adattatore mentre il MacBook Pro è in stop non succede nulla di critico, e ciò è buono. L’unico inconveniente è che quando lo risveglio lui rileva il monitor, ma perde completamente ogni impostazione assegnata in precedenza: mi duplica la scrivania invece di estenderla, e passa a una risoluzione inferiore sia sul monitor esterno che su quello interno. Mi tocca reimpostare, ma se non altro è meglio che dover spegnere il MacBook Pro ogni volta che devo ricollegarlo al monitor.

Io continuo a pensare sia un problema legato all’adattatore. Ma al tempo stesso non vedo l’ora che mi arrivi Snow Leopard per verificare se il comportamento cambia o meno con il nuovo gattone. 

Avendo preso l’abitudine di collegare/scollegare il monitor esterno mentre il MacBook Pro dorme, e avendo molte altre cose per la testa in questo periodo, mi stavo dimenticando del problema in oggetto. Me ne sono ricordato ieri perché ho inavvertitamente connesso il monitor con il MacBook Pro acceso e puf! — spegnimento istantaneo del Mac. Un particolare a cui non ho dato sufficientemente peso nel primo messaggio è che questi spegnimenti istantanei del MacBook Pro non sono affatto benefici se, per esempio, si tengono svariate applicazioni aperte con documenti non salvati e lavori in corso. Grazie al cielo programmi come MarsEdit (che utilizzo per scrivere e pubblicare i miei articoli in tutti i blog che gestisco) hanno funzioni di autosalvataggio e ricupero a seguito di crash improvvisi, ma non sempre si ha questa fortuna. I client di posta sono più suscettibili, e ho già dovuto ricostruire caselle in Mail e Mailsmith; in un caso isolato ho anche perduto dei messaggi, fortunatamente non di primaria importanza.

Il problema rimane. Gli unici cambiamenti rispetto a due mesi fa è che ora ho installato Mac OS X 10.6.1 al posto del 10.5.8, e che finalmente le impostazioni del monitor rimangono memorizzate, quindi non devo reimpostare risoluzioni, disposizioni di scrivanie, profili di calibrazione e annessi e connessi. Ho provato a farmi cambiare l’adattatore ma, avendolo acquistato a giugno, alla FNAC mi hanno risposto picche. L’unico suggerimento utile che mi è pervenuto dalle mailing list a cui ho chiesto aiuto è stato quello di resettare il power manager del MacBook Pro, ma la cosa non ha sortito effetto alcuno. Il Mac, sottolineo, funziona egregiamente in tutto e per tutto, e non manifesta stranezze né a livello di batteria, né di alimentatore, né di contatti: le ricariche avvengono regolarmente, nei tempi consueti, senza anomalie di sorta. Per ora non posso spendere 30 Euro in un secondo adattatore video, per poi magari scoprire che il problema permane, ma non so davvero da che cosa possa dipendere questa anomalia.

Sicurezza portatile

Mele e appunti

Fra le discussioni più recenti nella mailing list di MisterAkko ve n’è una che riguarda la sincronizzazione dei file e l’utilizzo di servizi di sincronizzazione/condivisione come Dropbox e SugarSync (oltre a iDisk, servizio compreso nel pacchetto MobileMe). Fabio, che ha lanciato il tema, chiede se ci si fida di sistemi come questi, e se si è disposti ad affidare le proprie password e in generale i propri dati sensibili. Come spesso accade, chi risponde porta esempi personali e (se tutto va bene) la discussione si espande e si fa interessante.

Io sono un felice utilizzatore di Dropbox e non posso parlarne che bene. Tengo sincronizzati una serie di file e cartelle su cinque Mac e un iPhone. Da quando hanno lanciato l’applicazione gratuita per iPhone le cose sono davvero migliorate per me perché, fra le altre cose, posso tenere nella cartella condivisa alcuni file PDF con gli orari e i percorsi delle linee di autobus e metro di Valencia, e consultarli su iPhone quando sono fuori sede.

Nella discussione in lista sono venuti fuori alcuni metodi per la conservazione di password e dati sensibili. C’è chi si scrive le password su un foglietto da tenere nel portafoglio, c’è chi adopera e consiglia la classica chiavetta USB (magari più d’una, visto che è sempre più facile perdere questi oggetti che vengono costantemente miniaturizzati), c’è chi ha trovato molto efficace l’utilizzo di 1Password in combinazione con Dropbox.

Nelle mie esperienze dirette con altri utenti (Mac ma non solo), in genere saltano fuori due profili che stanno reciprocamente agli antipodi: da una parte l’utente facilone, distratto, senza backup recenti e che scrive password di login su post-it che appiccica al monitor (lo giuro, esistono ancora queste persone); dall’altra l’utente paranoico, con backup multipli, ridondanti e disseminati in più di un luogo, password su file cifrati salvati dentro immagini disco cifrate o partizioni fisiche cifrate, al punto che uno si chiede Ma cosa avrà mai da proteggere?

È chiaro che per l’utente paranoico qualsiasi soluzione meno paranoica sarà inefficace. In quest’ambito il giusto mezzo è difficile da trovare, e credo che non sia tanto una questione di strumenti usati per la sicurezza dei propri dati, quanto una questione di atteggiamento.

Il mio approccio era e rimane tuttora quello descritto in Strategie di backup. Sulla scia di quell’articolo mi sento di dire che, a mio avviso, l’atteggiamento più sano nei confronti della sicurezza digitale personale deriva essenzialmente:

  • dall’importanza dei dati stessi: è essenziale saper distinguere nella maniera più autocritica possibile quel che è da considerarsi ‘vitale’, ‘insostituibile’, e raffinare le tecniche di backup/protezione di conseguenza;
  • dalle probabilità reali che tali dati possano venire compromessi: sia a livello di integrità fisica degli stessi (se ne conserva un’unica copia su un vecchio disco rigido? se ne conserva un’unica copia su una chiavetta USB che non mettiamo mai nello stesso posto? Meglio provvedere), sia a livello di protezione dagli altri (chi può avere interesse a trafugare le mie password e certi file sensibili?)
  •  

    In altre parole, se distinguiamo la sicurezza in due filoni principali — salvaguardia dei dati stessi e protezione dall’intercettazione di quei dati da parte di altre persone — le due domande da porsi sono rispettivamente 1) Quanto sono importanti questi dati per me? 2) Quanto sono importanti questi dati per gli altri? Le strategie di sicurezza si costruiranno rispondendo ai due quesiti e si differenzieranno a seconda di chi siamo, che vita facciamo, che lavoro eseguiamo, quanti e quali dati maneggiamo, e così via. Per quanto mi riguarda, vale sempre un concetto esposto nel mio articolo sulle strategie di backup:

    Per me la sicurezza non significa sviluppare la strategia di backup più paranoica e ridondante possibile; se mai significa, forse paradossalmente, dipendere il meno possibile dai backup. Ovvero ridurre al minimo indispensabile la quantità di dati essenziali da conservare. Che oggi vuol dire renderla il più gestibile possibile.

    Ovviamente argomenti come questo non sono mai semplici, e lungi da me il suonare semplicistico. Ma il buonsenso mi pare sempre un ottimo punto di partenza. Esempi sparsi:

    1. Ad alcuni l’idea di scrivere le password personali più importanti su un foglio di carta e conservarlo gelosamente nel portafoglio sembra un’idiozia, ma oltre a essere consigliato da Bruce Schneier, uno dei maggiori esperti in sicurezza in circolazione, è un sistema più sicuro del farne una copia digitale in un file di testo e conservarlo in una chiavetta USB — per una semplice questione probabilistica: è più probabile smarrire la piccola chiavetta che non il portafoglio; analogamente è più facile che il portafoglio sia sempre con voi (e così le password), ed è più probabile dimenticarsi a casa la chiavetta.

    Quindi, se la caratteristica principale che devono avere i dati sensibili è “stare con me ovunque, essere immediatamente reperibili”, il foglietto di carta può avere un certo vantaggio sul pendrive USB. Ma se l’idea dell’usare carta e penna sembra antidiluviana e fragile, allora di certo un servizio come Dropbox è migliore di una chiavetta USB, in quanto le informazioni trasferite sui server di Dropbox sono immediatamente disponibili su qualunque computer possa collegarsi a Internet (questo per la sincronizzazione e l’accesso da una macchina su cui non è installato il software Dropbox; perché per il resto Dropbox crea una copia locale dei file). E naturalmente si possono consultare anche da iPhone.

    2. La criptatura dei dati è sicuramente una misura di sicurezza efficace, ma anche in questo caso il farne uso dipende da ciò che si vuole proteggere e dall’usabilità di questi dati se dovessero finire nelle mani sbagliate. Una serie di informazioni assolutamente slegate fra loro, da cui solo il legittimo proprietario può cavare qualcosa, si possono benissimo lasciare in chiaro. Nella mia esperienza ho visto utenti chiusi fuori dalle loro stesse misure di sicurezza, vuoi per un malfunzionamento hardware del dispositivo (copia e criptatura dei dati eseguita con successo ma un settore avariato del disco non ha permesso la conseguente decodifica), vuoi perché l’utente stesso ha fatto pasticci non conoscendo bene il software per la criptatura e poi non sa come venirne a capo (sì, lo so, sono tutti software piuttosto semplici, ma non completamente a prova di idiota, ahimé).

    Allo stesso tempo mi è capitato giusto una settimana fa di trovare una chiavetta USB per terra, vicino al Politecnico di Valencia. Ho provato ad analizzarne i contenuti, più che altro per vedere se c’era la possibilità di risalire in qualche modo al proprietario. C’erano dei file PDF di dispense di architettura, qualche foto di edifici e modellini, e poi varie cartelle con file Word temporanei e/o corrotti, più una cartella contenente un file di testo con una serie di password e codici; da quel che ho capito, uno di questi codici serviva ad accedere al conto corrente online di questo tizio o tizia. Pessima sicurezza? Beh, sì, ma per aver smarrito la chiavetta, non per aver lasciato quei codici in chiaro — perché se non conosco il nome della persona, né quale sia la sua banca, né tantomeno il suo codice cliente, io di quella password o codice d’accesso non so che farmene.

    3. La privacy è importante, ma non a scapito del buonsenso. Con il recente boom dei servizi remoti, spesso riuniti sotto la generica denominazione cloud computing, spessissimo assisto a gente preoccupata per la riservatezza dei dati che affidano a compagnie come Dropbox, Google, Amazon, ecc. Ogni tanto risalta fuori il discorso Gmail e Google come Grande Fratello orwelliano che può leggere la nostra posta e le nostre informazioni personali. Ha più senso preoccuparsi dell’integrità di quei dati, non che qualcuno li legga. Gli account Gmail attivi al momento saranno milioni, la quantità di informazioni che circolano su quegli account sarà dell’ordine delle centinaia di gigabyte. Dubito fortemente che vi sia qualcuno in Google che si prende la briga di aprire la nostra posta. Quel che dovrebbe preoccupare maggiormente è l’integrità di quelle informazioni, perché Google, semplicemente, non la garantisce. Se abbiamo uno o più account Gmail ai quali arrivano allegati importanti, farne sempre alcune copie in locale e metterli al sicuro, invece di preoccuparsi di fantomatiche eminenze grigie che potrebbero intercettarli.

    Questi ovviamente sono solo alcuni spunti. Il discorso è complesso e ha molte facce e punti prospettici da cui osservare. Possiamo certamente estenderlo nei commenti.

    Snow Leopard: diario di bordo (5)

    Mele e appunti

    Briciole del finesettimana

    Raccolgo in questo post una serie di minuzie catturate nel finesettimana, senza ordine preciso.

    1. In Mail è cambiata la scorciatoia per eliminare definitivamente i messaggi cancellati dai vari account, prima era ⌘-K, adesso è ⇧-⌘-⌫. Ci ho messo un po’ ad abituarmi, ma alla fine ritengo sia una scorciatoia migliore; da un lato ricalca il ⌘-⌫ che si usa ormai automaticamente nel Finder per spostare un file nel Cestino, dall’altro mi è vantaggiosa perché non coincide più con ⌘-K in Mailsmith, che serve per controllare se sono arrivati nuovi messaggi.

    2. Ho notato che da Snow Leopard la gestione del suono in uscita presenta due livelli di volume separati. Se per esempio metto a zero il volume degli altoparlanti integrati del MacBook Pro e poi collego gli auricolari o gli altoparlanti esterni alla porta audio out e imposto il volume a una certa altezza, quando in un secondo momento stacco il jack degli auricolari o degli altoparlanti esterni, il volume torna all’altezza precedentemente impostata per gli altoparlanti integrati (nel mio esempio, zero). Prima il volume rimaneva sempre allo stesso livello, con effetti piuttosto sgradevoli (In una scala da zero a dieci, se metto il volume delle cuffie a 8 può essere tollerabile, specie se sono cuffiette piccole e di poca potenza; ma se sto ascoltando della musica a volume 8 in cuffia e decido di passare agli altoparlanti integrati del Mac o agli altoparlanti esterni amplificati, il volume a 8 è assordante).

    3. A volte le icone sulla scrivania perdono la personalizzazione. Occorre entrare in Opzioni vista (⌘-J) e spostare un po’ il cursore per ingrandire/rimpicciolire, poi tornano a posto.

    4. Aggiornamento Software offre in generale più informazioni ed è più vispo nel controllo post-aggiornamento.

    Schermata 2009-10-30 a 00.50.12.png

    In questa figura si può notare come Aggiornamento Software abbia rilevato la presenza di aggiornamenti che a installazione ultimata non obbligano a riavviare il Mac, e informa l’utente in maniera preventiva. Una piccola cortesia decisamente gradita.

    5. Sempre parlando di Aggiornamento Software, certe localizzazioni in italiano dentro Mac OS X continuano a lasciarmi perplesso:

    Schermata 2009-10-30 a 01.04.53.png

    Che cosa vorrà mai dire “Informazioni su” 7 minuti? Appena arriva il prossimo aggiornamento, passo all’interfaccia in lingua inglese e vedo com’è l’originale.

    6. Mi sembra che Mac OS X 10.6 sia più preciso nel visualizzare le icone relative ai server di rete. In figura si nota come vengano distinti i MacBook Pro unibody da quelli della vecchia generazione, così come le dimensioni dei MacBook Pro stessi (13 e 15 pollici). Da quel che ho potuto vedere, tutti i Mac desktop (vecchi e nuovi) vengono invece caratterizzati genericamente dall’icona di un monitor Cinema Display.

    Elenco dei computer in rete

    7. L’icona AirPort nella barra dei menu ora presenta un feedback più dettagliato.

    Schermata 2009-11-01 a 11.30.44.png
    - Problemi con la connessione.

    AP.jpg

    — Durante il tentativo di connessione a una rete WiFi, le barre del segnale si animano. 

    8. Quando si perde il collegamento con un volume remoto montato sulla scrivania, il Finder di Snow Leopard finalmente reagisce con prontezza e offre una finestra di dialogo un po’ più utile rispetto alle versioni precedenti di Mac OS X:

    Schermata 2009-10-24 a 11.22.50.png

    9. Acquisizione Immagine presenta sempre un’interfaccia un po’ troppo spartana (ed è un peccato, perché da Mac OS X 10.5 è evidente che si tratti di un’applicazione che ha il suo potenziale), ma se non altro sta acquistando l’aspetto ormai classico di molti programmi Apple, con pannello riassuntivo sulla sinistra, contenuti nella finestra centrale, e comandi nella parte sottostante:

    Acquisizione Immagine in Mac OS X 10.6

    10. In Snow Leopard, se si attiva QuickLook sull’icona di un download parziale, si potranno vedere le informazioni aggiornate in tempo reale:

    Schermata 2009-10-30 a 04.33.42.png

    Quando ho catturato questa immagine era possibile vedere le dimensioni del file aumentare dinamicamente fino alla fine del download, così come la barra di progresso. Su Mac OS X Hints dicono che se il file è un immagine, si vedrà l’immagine in anteprima formarsi riga per riga, mentre se si tratta di un filmato si cominceranno a vedere i primi fotogrammi. Non è una funzione terribilmente utile, ma credo rientri sempre in un’idea di fondo di Snow Leopard che vedo implementata in molti luoghi dell’interfaccia, ovvero fornire all’utente più informazioni e un feedback più dettagliato. Il che non guasta mai.

    Per adesso è tutto, ma ovviamente continuo a prendere appunti.

    Snow Leopard: diario di bordo (4)

    Mele e appunti

    In questi giorni, pur scrivendo di altro, ho continuato a prendere appunti su Snow Leopard. Ma è difficile fare un discorso organico come avvenne a fine 2007, quando iniziai il diario di bordo di Leopard. Rispetto a Tiger, Leopard presentava svariate novità e l’esperienza d’uso aveva tutta una serie di differenze che saltavano immediatamente agli occhi. Con Snow Leopard i cambiamenti ci sono, ma il tutto è decisamente più sottile. Io cerco di essere un buon osservatore, e sto costruendo il diario di bordo annotando i dettagli che mi si presentano durante l’utilizzo del Mac. Per chi fosse interessato a un elenco delle nuove funzionalità rispetto a Leopard, le pagine dedicate a Snow Leopard sul sito Apple sono più che sufficienti.

    Questioni di carattere

    Per ora, nel passaggio a Snow Leopard l’unica seccatura degna di nota in cui mi sono imbattuto è in ambito font. Io utilizzo FontExplorer X per la gestione dei caratteri (lo lascio però impostato in modo da non spostare fisicamente i file dei font — diciamo che lascio credere a Libro Font di avere il comando, mentre in realtà tutte le operazioni di vista previa, importazione font e attivazione/disattivazione le compio in FontExplorer X), ma la versione gratuita (1.2.3) di questa applicazione non viene più supportata da Linotype, e sebbene il programma in sé funzioni sotto Snow Leopard, ne sconsiglio l’uso come gestore primario dei font.

    Il problema che ho riscontrato è che i font attivati con FontExplorer X non venivano visti dalle applicazioni Apple, che si basano sul selettore font fornito dal sistema (il pannello che si apre selezionando Formato > Font > Mostra font (⌘-T) in TextEdit, per intenderci), e naturalmente nemmeno da Libro Font. Avevo già pensato di passare alla versione Pro di FontExplorer X: 79 Euro non sono pochi per un singolo programma, ma FontExplorer X Pro ne vale la pena: è molto più ricco e versatile, e poi la versione più recente al momento in cui scrivo (la 2.0.3) è compatibile con Snow Leopard.

    Fatto il passaggio, aggiornato il database dei font, il problema pareva ripresentarsi anche con FontExplorer X Pro 2.0.3. Leggendo le note di rilascio si scopre che si tratta di un problema noto sotto Mac OS X 10.6/10.6.1, ma che fortunatamente è superabile:

    I font attivati in FontExplorer X Pro non appariranno in nessuna delle applicazioni attive che fanno uso del pannello font di Apple. Tale pannello font verrà correttamente aggiornato dopo che l’applicazione incriminata sarà stata chiusa e riavviata.

    Controllo totale

    Un’applicazione che è stata potenziata in Snow Leopard è Condivisione Schermo. Ora, quando si sta controllando un altro Mac remotamente mediante Condivisione Schermo, tutti i comandi di navigazione (come il passaggio da un’applicazione attiva all’altra con ⌘-Tab, e i tasti con associate le funzioni di Exposé) adesso hanno effetto nella macchina remota. Perché abbiano effetto sul Mac che stiamo utilizzando, sarà necessario far passare Condivisione Schermo in secondo piano, per esempio facendo clic con il mouse al di fuori della finestra principale di Condivisione Schermo. Questo maggiore controllo è davvero gradito, perché ora i movimenti all’interno del Mac che stiamo controllando risultano più naturali. Sotto Leopard mi veniva spontaneo voler passare da un programma all’altro sul Mac remoto, e istintivamente facevo ⌘-Tab, con l’effetto di passare a un altro programma sul Mac in uso e vedermi ‘sparire’ Condivisione Schermo da sotto il naso.

    * * * * *

    In ogni caso, a due settimane abbondanti dall’installazione di Mac OS X 10.6 devo dire che le mie preoccupazioni prima di installare erano eccessive: Snow Leopard si sta dimostrando meno capriccioso e imprevedibile di quanto la letteratura sul Web dava a intendere. A chi ha raggiunto queste pagine del mio blog e si sta chiedendo se Snow Leopard sia ‘più veloce’ di Leopard, rispondo con un ‘Ni’. Alcune applicazioni, come ho già avuto modo di notare, sono in effetti più reattive e i miglioramenti rispetto a Leopard sono indubbi. Il Finder, ora riscritto in Cocoa, è immutato nell’aspetto ma è molto più affidabile, stabile e vispo. Stesso discorso per Mail e Safari, quest’ultimo in particolar modo sembra proprio invulnerabile. A livello generale, comunque, non si nota uno scarto in velocità che faccia sembrare Leopard lento, per dire. È del tutto possibile che lo scarto sia maggiormente avvertibile su macchine meno prestanti. Io ho un MacBook Pro nuovo, con un processore a 2,66 GHz e 4 GB di RAM, quindi non so quanto faccia testo. (Peraltro mi chiedo che senso abbia parlare di velocità di un sistema operativo: la velocità è la nostra, e tutt’al più si può parlare di reattività delle operazioni e dei programmi, e da questo punto di vista siamo a un livello di immediatezza che certe differenze, in velocità bruta, si misurano solo con i benchmark e non so quanto abbiano senso nell’ambito dell’esperienza diretta, empirica).