Scrivanie molto estese

Mele e appunti

Grazie a una segnalazione di Rob Griffiths su Mac OS X Hints, ho scoperto ScreenRecycler, uno shareware che credo sia l’uovo di Colombo per chi voglia collegare più di un monitor al proprio Mac. Il programma (che costa una ventina di Euro) permette di utilizzare il monitor di un altro Mac/PC per estendere la scrivania del Mac principale senza collegare fisicamente il monitor, ma utilizzando in maniera intelligente la tecnologia di rete. Così è possibile estendere la scrivania di un MacBook Pro per esempio sfruttando lo schermo di un iBook o di un PowerBook. Oppure aggiungere un terzo o quarto monitor se la configurazione principale prevede già (come nel mio caso) un PowerBook collegato a un monitor esterno.

Più di tante parole valgono le immagini, per questo l’autore ha creato un breve video dimostrativo delle capacità del programma.

Ho provato la demo, e i risultati sono di tutto rispetto. Il meccanismo geniale è quello di utilizzare un client VNC (il programma ne offre uno molto semplice e veloce, JollysFastVNC) da caricare e lanciare sul Mac di cui si vuole sfruttare lo schermo, e installare l’applicazione ScreenRecycler sul Mac principale. La prima volta il programma installerà un driver (ScreenRecyclerDriver.kext) in /Sistema/Libreria/Extensions/ e sarà necessario riavviare il Mac. Successivamente, per controllare la posizione del “nuovo” monitor, per modificarne la risoluzione e la profondità colore, sarà sufficiente andare in Preferenze di Sistema > Monitor. Il “nuovo” monitor viene rilevato proprio come se fosse collegato fisicamente al computer. Comodo. E se si vuole sfruttare lo schermo di un computer Windows o Linux, basta usare un client VNC dedicato a queste piattaforme. L’autore ne suggerisce alcuni nella documentazione di supporto.

Per ora sto provando questo shareware a tempo perso, ma sto cominciando a pensare di acquistarlo.

A ognuno il suo: ottimizzazione dei Mac

Mele e appunti

Con gli anni, sono venuto accumulando parecchi Mac. Fra desktop e portatili, la mia piccola collezione conta una quindicina di Mac tutti funzionanti. Mi piacerebbe avere spazio sufficiente per vederli tutti installati (li potrei perfino collegare tutti in rete locale), ma occorre essere realisti. I Mac che uso principalmente sono quattro. L’elenco, in ordine decrescente di utilizzo, è il seguente:

  1. PowerBook G4 12 pollici, 1 GHz, 1,25 GB di RAM, disco rigido da 40 GB. (La macchina principale)
  2. PowerBook G4 Titanium 15 pollici, 500 MHz, 1 GB di RAM, disco rigido da 40 GB.
  3. PowerMac G4 Cube, 450 MHz, 256 MB di RAM, disco rigido da 20 GB.
  4. iBook G3 Firewire, 466 MHz SE graphite (“conchiglione”), 576 MB di RAM, disco rigido da 10 GB.

Considerazioni, e un excursus sui dischi rigidi

Le prime due cose che saltano all’occhio sono a) la relativa età avanzata delle mie “macchine da combattimento” (l’epoca di questi Mac si estende dal 1999 al 2004 circa), e b) le dimensioni piuttosto ridotte dei dischi rigidi, almeno rispetto agli standard attuali.

Per quanto riguarda l’età, e anche considerando l’altra dozzina di Mac non inclusi in questo elenco, e tutti ancora più vecchi, bisogna riconoscere uno dei più grandi punti di forza della piattaforma Macintosh: la longevità. Per chi, come il sottoscritto, non deve utilizzare per lavoro strumenti software che necessitano di hardware costantemente aggiornato, l’aspetto della longevità del Mac è una vera manna. Dei quattro Mac che uso più frequentemente, in tutti questi anni, gli unici elementi che si sono guastati e che ho dovuto sostituire sono stati i dischi rigidi (dei due PowerBook), e il lettore DVD (dell’iBook G3). L’unico Mac a lasciarmi davvero a piedi fu il sempre caro iMac G3 blueberry, colpa di un brutto difetto di quella generazione di iMac: l’estrema suscettibilità alle variazioni di corrente. Un brutto temporale era spesso fatale per gli iMac G3. Saltava la scheda del monitor CRT e, nei casi peggiori, in una reazione a catena si friggeva anche la scheda logica. Non bastava spegnere il computer, bisognava scollegarlo fisicamente dalla presa a muro. Ricordo ancora quanto mi costò ripararlo, nel lontano 2001: 1.400.000 delle vecchie lire (con la riparazione mi aggiunsero però 128 MB di RAM), un milione meno di quanto lo pagai due anni prima.

In merito ai dischi rigidi, quella di mantenere dischi di piccola capacità è una scelta personale. Quando cambiai i dischi ai due PowerBook avrei potuto acquistare hard disk capaci il doppio, se non il triplo, degli originali. Ho preferito optare per piccole dimensioni e utilizzo di dischi rigidi esterni, partizionati in volumi i cui contenuti sono suddivisi per categorie. Ho tre dischi rigidi esterni per un totale di circa 600 GB. In una partizione sono contenuti i vecchi backup: posta, preferenze, applicazioni, documenti personali, cose scaricate da Internet e ora introvabili, manuali, eccetera. Un’altra partizione contiene la mia libreria iTunes, un’altra film ed episodi di serie televisive in formato divx, un’altra ancora è dedicata a Time Machine, poi possiedo svariati backup di foto e documenti, a volte in triplice copia (su hard disk, DVD e CD). La mia politica, da qualche anno a questa parte, è quella di esternalizzare il più possibile, e tenere sul disco interno del PowerBook solo il sistema, le applicazioni, i dati e i documenti più recenti, e poco altro. Questo ha per me il duplice vantaggio di avere spazio libero su disco e di non perdere quasi nulla in caso di guasti improvvisi.

Sempre in tema di dischi rigidi, mi sembra di aver accumulato sufficiente esperienza (maneggiando Mac dalla fine degli anni Ottanta) per poter affermare ciò che per alcuni è già un truismo e per altri magari no: non esiste la “marca buona” o “migliore”. Specie oggigiorno, l’unica raccomandazione è quella di evitare dischi di marche ignote e provenienza dubbia. Per il resto, Maxtor, Seagate, IBM, Quantum, Western Digital, Hitachi, Fujitsu, Toshiba e compagnia bella sono fondamentalmente tutti un terno al lotto, a meno che non si stiano acquistando dei modelli particolari per l’uso intensivo su server. Ho sentito le storie e le lamentele più buffe sui dischi rigidi: c’è chi evita una tal marca perché “ne ho presi tre in quattro anni e non mi sono durati niente”. Spiacente, ma la diagnosi è ‘sfortuna’ e niente più. Una partita difettosa, un problema di alimentazione nel guscio Firewire/USB da 25 Euro comprato all’ipermercato, e via dicendo, ma in sintesi è sfortuna. Vengono prodotti in tutto il mondo milioni di dischi rigidi. Chi si lamenta in quel modo perde di vista una cosa basilare: è un insignificante incidente statistico.

Quanto appena detto dovrebbe essere evidente di per sé, ma molte persone affrontano tuttora la tecnologia con retaggi di superstizione e scaramanzia. Ci si convince che una marca è buona perché “non si rompe mai”, o “mai avuto problemi”. Bene, dico io, finché dura, tutto bene, ma fai un bel backup ogni tanto.

Qualche esempio di inconsistenze: ho un Seagate da 130 MB che funziona dal 1993. È stato nella pancia di due PC, poi l’ho montato in un guscio esterno. Un altro Seagate da 2 GB funziona in un PowerMac 9500 da 10 anni senza problemi. Nello scatolone della ferraglia giacciono due Seagate comprati nel 2001 e nel 2003 e durati circa sei mesi l’uno. E gli IBM? La serie Travelstar, da quel che ho potuto vedere su hardware mio e altrui, sarebbe da evitare: un floppy dura di più. Però il mio PowerBook 5300 del 1995 ha ancora il suo disco rigido IBM originale da 1,1 GB e funziona benone. Il Quadra 950 ha un secondo disco rigido, un IBM, comprato di seconda mano nel 1997 e ancora pimpante. Ho visto dischi Toshiba durare tre settimane tre, e il mio iBook G3 ha ancora il suo Toshiba originale da 4200 giri al minuto del 2000. Insomma, ho provato le marche più disparate, sia sui miei Mac, sia facendo assistenza ad altri, e ogni marca ha dato risultati di affidabilità piuttosto casuali e incoerenti. Di tanto in tanto vengo ancora interpellato a riguardo, mi si chiede un consiglio su una “buona marca” di hard disk. Col tempo, ho condensato la risposta, che ora è più o meno Inutile affannarsi: va a culo.

Ottimizzare i Mac

Abbiamo visto nel post precedente come sia inutile ottimizzare i dischi sotto Mac OS X. Ottimizzare i Mac è un altro discorso, e può essere utile, sia al Mac che all’organizzazione del proprio lavoro. Io parlerò della mia esperienza. Ognuno avrà una situazione e configurazione diversa e con risultati diversi.

Ognuno dei miei quattro Mac principali ha un suo ruolo e quindi una sua configurazione ben precisa. Tutti si integrano a vicenda. Il Cube, per esempio, è fisicamente collocato a sinistra del mio monitor principale. Il Cube è collegato a un monitor CRT da 17 pollici, anch’esso a sinistra del mio monitor (LCD da 20 pollici) principale, a cui è collegato il PowerBook G4 12 pollici, che si trova all’estrema destra. Alla mia postazione ho quindi 3 monitor davanti a me. La funzione del Cube è pertanto di unità gregaria, sul cui schermo fa comodo avere informazioni addizionali, pertanto c’è Safari sempre aperto, insieme a un lettore di feed RSS (NetNewsWire) e a Mail, che contiene tutto l’archivio di posta elettronica (10 anni di email) importato da Netscape 4.77, nonché due indirizzi Gmail che uso marginalmente. Il Cube mi aiuta a non avere troppe pagine Web aperte sul PowerBook e a non avere, in generale, troppo affollamento quando sto lavorando. La configurazione del Cube è un piccolo esperimento che ho voluto fare sin da subito. Visto che mi è arrivato con una versione di Mac OS 9 intonsa e nient’altro, ho subito installato Mac OS X 10.4.11 e ho ridotto al minimo indispensabile l’aggiunta di software di terze parti (2 o 3 applicazioni, credo). Non vi sono pannelli di controllo di terze parti, niente che possa interferire col sistema, nemmeno un menu extra. Dei 20 GB di capacità del disco rigido, ho al momento 15 GB liberi. In sei mesi il Cube non si è mai piantato, ed è percettibilmente più reattivo del PowerBook Titanium, che ha un G4 leggermente più veloce e 768 MB di RAM in più.

Parlando del Titanium, la sua funzione è quella di essere il secondo portatile in carica e macchina di rinforzo quando lavoro fuori sede e non voglio scollegare il PowerBook G4 12 pollici dalla sua configurazione “desktop”. Il Titanium contiene tutti i programmi di scrittura che uso per lavorare; una cartella “Rix@Work” con i lavori recenti sempre sincronizzata con il PowerBook principale; Mail e Mailsmith, che tengono una copia delle email dei miei account di lavoro (a parte .Mac, che sincronizza la posta in entrata su mac.com su qualsiasi Mac, con gli altri account Mailsmith ha l’ordine di scaricare ma di non rimuovere la copia dal server); in più utilizzo il Titanium come macchina per le prove: ci installo tutti i programmi che mi sembrano interessanti, parecchio open source, ecc. Se il programma mi piace, mi è utile, è stabile e non fa danni, lo trasmetto anche al PowerBook principale, se no butto e non è successo niente. Sul Titanium, sotto l’Ambiente Classic ci sono anche programmi Mac OS 9 di una certa caratura che utilizzo saltuariamente ma che non voglio abbandonare, come Adobe Framemaker.

L’iBook G3 è la macchina da scrittura. Pur avendo installato Mac OS X 10.4.11, il tutto è ridotto all’osso. Non perché la macchina ha un disco rigido da soli 10 GB, ma perché è inutile gonfiarla di programmi che la renderebbero solamente più lenta e affaticata. Il sistema è al minimo (occupa meno di 2 GB). I browser sono due: Safari e Camino, nient’altro. Mail ha configurato solo l’account .Mac. Dashboard ha solo la calcolatrice e l’orologio. Contiene solo i documenti personali e di lavoro, più la scrittura creativa. Così configurato, viaggia benone e non sembra neanche un G3. Peccato per la batteria, dopo anni di buona autonomia con la vecchia, e alcuni mesi di autonomia eccezionale (più di 5 ore) con la nuova, quest’ultima ha bruscamente smesso di funzionare in maniera affidabile.

Menzione speciale per il Colour Classic e il PowerBook 5300, gli unici Mac della vecchia guardia a non essere in un armadio. Li uso saltuariamente, e anch’essi vengono sfruttati in modo efficace. Il PowerBook 5300 è archivio e fonte principale di software per i miei Newton. In più è configurato per essere il Mac da ultimissima spiaggia nell’improbabile scenario in cui tutti gli altri Mac più moderni non dovessero funzionare. Tempo fa ho dimostrato che, almeno per il mio lavoro, questo Mac ormai obsoleto può ancora funzionare e venirmi in aiuto in casi molto estremi. Il Colour Classic, come ho già accennato varie volte, è il mio database librario (mantenuto in FileMaker 2), che consulto alla bisogna. Il bello del Colour Classic è che si avvia in circa 30 secondi, alla faccia dei Mac moderni.

Mac OS X e l'ottimizzazione dei dischi

Mele e appunti

Apple ha recentemente ripubblicato una nota tecnica che tocca uno degli argomenti più discussi in merito a Mac OS X, al pari della famigerata “riparazione dei permessi”: è necessario deframmentare i dischi sotto Mac OS X?

Vista l’utilità e la solita assenza dell’italiano fra le lingue disponibili, ho pensato di tradurla e pubblicarla qui. Il testo originale di tutto quel che segue è Copyright Apple, Inc. 2008.

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Mac OS X e l’ottimizzazione dei dischi

Sull’ottimizzazione e la frammentazione
L’ottimizzazione di un disco è un processo in cui le posizioni fisiche dei file di un volume vengono “sistemate per essere più efficienti”. I file e i metadati vengono riorganizzati per migliorare i tempi di accesso ai dati e ridurre il tempo necessario alla testina del disco rigido a muoversi in lettura.

Col passare del tempo, a mano a mano che il volume si riempie e i file vengono modificati e risalvati, i file possono “frammentarsi”: porzioni differenti di uno stesso file vengono archiviate in luoghi diversi del volume. Il procedimento di raccolta dei vari frammenti dei file e della loro “ricongiunzione” è noto come ottimizzazione. Tuttavia, se durante l’ottimizzazione avviene qualche imprevisto, come l’interruzione di corrente, i file potrebbero danneggiarsi e dover essere ricuperati da una copia di backup.

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Prodotti interessati: Mac OS X 10.0, Mac OS X 10.1, Mac OS X 10.2, Mac OS X 10.3, Mac OS X 10.4, Mac OS X 10.5
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È necessario ottimizzare?

Se utilizzate Mac OS X è molto probabile che non sarà affatto necessario ottimizzare. Ecco le ragioni:

  • La capacità dei dischi rigidi è ormai molto maggiore rispetto ad alcuni anni fa. Con una maggior quantità di spazio libero su disco, il file system non ha bisogno di riempire ogni angolo e pertugio disponibili. Il formato Mac OS Esteso (HFS+) evita il più possibile il riutilizzo dello spazio su disco lasciato dai file cancellati, questo per evitare di riempire troppo presto aree di spazio disco recentemente liberate.
  • Mac OS X 10.2 e le versioni successive comprendono l’allocazione ritardata per i volumi in formato Mac OS Esteso. Questo permette di combinare una serie di piccole allocazioni in un’unica grande allocazione in un’area del disco.
  • La frammentazione spesso era provocata dalla continua aggiunta di dati ai file esistenti, specie i file con resource fork. Con dischi rigidi più veloci e cache migliorate, per non parlare del nuovo formato dei file delle applicazioni (pacchetti, non più singoli file), molte applicazioni semplicemente riscrivono il file intero ogni volta. Mac OS X 10.3 Panther può inoltre deframmentare automaticamente questi file che si espandono progressivamente. Tale processo a volte è chiamato “Hot File Adaptive Clustering”.
  • Grazie a un caching read-ahead e write-behind energico (lett. “leggi in anticipo, scrivi in background”), una lieve frammentazione dei file ha un impatto minore sulle prestazioni percepite del sistema.

Per queste ragioni, la deframmentazione non serve praticamente a nulla.

Nota: i sistemi Mac OS X utilizzano centinaia di migliaia di piccoli file, molti dei quali vengono toccati raramente. Ottimizzarli può essere una procedura laboriosa e con vantaggi pratici risibili. Esiste inoltre la possibilità che uno dei file collocato dal sistema in una “corsia preferenziale” per essere letto velocemente durante l’avvio del Mac, venga spostato durante la deframmentazione. Il che ridurrebbe le prestazioni.

Se si ritiene necessario deframmentare

Prima si provi a riavviare. È semplice e potrebbe essere d’aiuto.

Se i dischi sono quasi pieni, e si modificano o si creano spesso file di grandi dimensioni (facendo editing video, ma si veda il Suggerimento più oltre se si utilizza iMovie e Mac OS X 10.3), esiste la possibilità che i dischi siano frammentati. In questo caso, la deframmentazione potrebbe servire. Per deframmentare, esistono alcune utility di terze parti.

Un’altra opzione è di fare il backup dei file più importanti, cancellare il disco rigido e reinstallare Mac OS X e i file del backup.

Suggerimento: Se si utilizza iMovie e Mac OS X 10.3 Panther, e FileVault è attivato, possono sussistere dei problemi prestazionali se il progetto si trova nella cartella Inizio criptata (Scrivania compresa). Vedere iMovie: Using FileVault Can Affect Performance.

Divulgazione e parzialità

Mele e appunti

Sono sempre stato un avido lettore di Mark Pilgrim, frequento il suo sito abbastanza regolarmente più o meno dai tempi in cui leggo John Gruber (quattro anni o giù di lì), ma, a differenza di Gruber, negli ultimi tempi leggo Pilgrim con sempre meno entusiasmo. I suoi post ‘tecnici’ continuano ad avere un certo valore informativo e, si sa — o almeno lo sanno i frequentatori abituali di diveintomark.org — che Pilgrim non è esattamente un autore politicamente corretto, che ha il suo carattere e manifesta atteggiamenti che lo rendono antipatico specie ai suoi nuovi lettori/commentatori. I newbie più clamorosi si beccheranno una sua risposta che, per chi lo segue da molto tempo, è ormai diventata un marchio registrato: You must be new here (Devi essere nuovo di qui).

Fin qui nulla di sostanziale da obiettare. Uno il proprio blog e la propria ‘persona-Web’ se li gestisce come vuole. C’è chi scrive pezzi infiammati, fortemente critici e magari poco informati (ma se ne frega, l’importante è espellere la propria opinione); c’è chi scrive cercando di considerare vari punti di vista e provando a essere il più esauriente possibile; c’è chi cerca un confronto costruttivo con i propri commentatori, e chi non fa altro che attizzare discussioni che scendono presto nel personale e da un post originario sul Trusted Computing o sul MacBook Air, dopo 30 commenti i partecipanti alla discussione stanno già dandosi del cretino e dell’idiota vicendevolmente.

In tutti questi esempi c’è comunque una onestà di fondo, a mio avviso. Il blogger astioso, dalle forti opinioni, è palesemente di parte: fa parte del suo modo di essere (almeno nel contesto di ciò che scrive). Il blogger pacato sarà magari più prolisso, discuterà con i commentatori se uno di essi gli farà notare un’incongruenza o se gli proporrà una lettura diversa dello stesso argomento, eccetera. Quando un blogger acquista autorità, è secondo me fondamentale che quell’onestà, in un senso o nell’altro, sia mantenuta. Se il blogger omette intenzionalmente certe informazioni solo perché così il suo discorso non si increspa, allora non va bene (per me). È dimostrato che un sacco di gente, malgrado i motori di ricerca esistano dall’infanzia del Web, non sappiano ancora cercare informazioni su Internet, o quantomeno non sappiano approfondire la tal notizia o il tal argomento di cui sentono voci di corridoio. Chi non sa destreggiarsi con Google per cercare altri punti di vista che aiutino a inquadrare una nozione, che contribuiscano a sviscerare un argomento o a vederlo in tutta la sua interezza, è piuttosto normale che finisca con l’affidarsi a siti noti, a voci autorevoli. Io stesso, che so utilizzare bene un motore di ricerca, non ho bisogno di verificare le fonti di un post di John Gruber, che ha fama di essere un articolista preciso, che se scrive un post lo fa con cognizione di causa, che prima di affermare qualcosa di importante egli stesso verifica le informazioni in suo possesso, eccetera.

Tornando a Pilgrim, è interessante e indicativa una sfumatura saltata fuori nei commenti a un suo post che risale agli inizi di maggio: The day the music died. Pilgrim spiega all’inizio che questo post è una lettera che ha inviato a suo padre per spiegargli cosa significa che Microsoft abbandona il supporto a MSN Music. (Il post è del 6 maggio, e non era ancora stato annunciato che Microsoft ha esteso tale supporto di altri tre anni).

Da gran sostenitore di standard aperti, di open source, e compagnia bella, è ovvio che Pilgrim si scagli contro la protezione dei diritti digitali (DRM), e che Microsoft con PlaysForSure, e Apple con FairPlay, siano brutti e cattivi. È ovvio che Pilgrim inviti a non acquistare musica protetta da DRM e che chi lo fa è fesso perché quando la piattaforma che mette a disposizione l’acquisto di brani protetti (MSN Music nel caso di Microsoft, iTunes Store nel caso di Apple) viene a mancare uno si ritrova con brani che, in sostanza, non può più gestire — almeno secondo Pilgrim. È interessante a questo punto leggere questo estratto:

[…] Microsoft ha chiamato questa piattaforma per sviluppatori “PlaysForSure”, e loro (e i loro partner) hanno pubblicato numerosi annunci in cui si diceva che la musica acquistata dall’iTunes Music Store di Apple si sarebbe potuta ascoltare “solo” sugli iPod o utilizzando iTunes. Questo, tecnicamente parlando, era vero, e lo è tuttora, ed è per questo che ho caldamente consigliato a Dora, a chi mi legge, e a chiunque mi stia a sentire, di non “acquistare” mai nulla dall’iTunes Music Store [sic] che potreste voler “possedere” per un periodo di tempo più lungo di quanto Apple permetta. Né dovreste “acquistare” nulla da uno store compatibile con “PlaysForSure” […]

Ad Apple bisogna riconoscere, se così si può dire, che ora è possibile acquistare alcuni brani dall’iTunes Store che sono privi di protezione e che possono essere riprodotti ovunque. Apple li chiama “iTunes Plus”, perché suona molto meglio così che chiamare tutti gli altri brani “iTunes Minus”. Apple ha inoltre promosso lo scaricamento di podcast e altre fonti non tradizionali di “cose che vorreste scaricare sui nostri dispositivi portatili che ci fruttano un sacco di soldi”. Steve è tutto fuorché un idiota. […]

I più informati, leggendo questo estratto, staranno già pensando quel che pensavo io quando lo lessi per la prima volta. Ossia: non è vero che la musica comprata su iTunes Store è riproducibile solo su iTunes e sugli iPod. È possibile masterizzarsi i brani su CD e riconvertirli in altri formati, sia lossy (come l’MP3) che lossless, e riprodurli ovunque si voglia. E infatti un paio di commentatori contrattaccano. Il primo commento avrei voluto scriverlo io:

Neanche a me piace il DRM, e acquisto brani iTunes Plus (“plus” perché il bitrate è superiore: 256kbps). Però trovo estremamente comodo che chiunque critica Apple sulla questione DRM spesso ignori la possibilità di masterizzare CD con i brani comprati. Fra l’altro con questa tecnica non si perde un livello di fedeltà audio se si reimportano i brani in un formato non compresso, un formato lossless o teoricamente nello stesso formato originario (AAC 128kbps). Per non parlare del fatto che molta gente non si accorgerebbe nemmeno di quella famigerata perdita di fedeltà audio.

Pertanto l’affermazione: ho caldamente consigliato […] di non “acquistare” mai nulla dall’iTunes Music Store che potreste voler “possedere” per un periodo di tempo più lungo di quanto Apple permetta. è semplicemente falsa. E dato che tu sei a conoscenza dell’opzione di masterizzare un CD (che anche Apple menziona apertamente), non stai facendo altro che nascondere questo fatto intenzionalmente, per “migliorare” il tuo punto di vista. Solo che nascondere i fatti (a volte si dice “mentire”) ti rende una fonte inattendibile. E che cosa hai ricavato di buono? Hai convinto tuo padre. Bravo.

ora è possibile acquistare alcuni brani dall’iTunes Store che sono privi di protezione e che possono essere riprodotti ovunque. Apple li chiama “iTunes Plus” — un’altra frase non proprio vera: si può e si è sempre potuto masterizzare un CD non criptato con la musica comprata su iTunes Store. Naturalmente non è possibile riprodurre un file AAC su un dispositivo che non riproduce gli AAC, e ci sono molti dispositivi che non lo fanno.

Ma a parte questo, Apple non vuole il DRM, e lo ha dichiarato pubblicamente. Le case discografiche vogliono il DRM, e lo hanno dichiarato pubblicamente. Perciò qualsiasi sfogo anti-DRM che non parli del fatto che molte, se non tutte, le etichette discografiche non venderebbero musica scaricabile se non fosse per il DRM, e che lo iTunes Store di Apple è stata l’unica prova per l’industria che questo era il futuro dell’industria musicale, rende un disservizio nei confronti dei propri lettori. Apple ha fatto quel che ha dovuto fare, nei termini più vantaggiosi per i consumatori che ha potuto contrattare con le case discografiche, così da poter dare alla gente quel che voleva: musica da scaricare.

Credo che il percorso della musica vada verso un futuro senza DRM. Amazon MP3 ne è la prova. Ma neanche vendendo musica non protetta a un bitrate più alto (malgrado l’MP3 non sia efficiente come l’AAC, può essere riprodotto in molti più luoghi) Amazon potrà superare Apple, perché le persone preferiscono la comodità del modello di Apple [la struttura dell’iTunes Store]. Per cui si critichi Apple finché si vuole, ma Apple vive nel vero mondo del business. Spesso business significa compromessi. Apple ha dovuto fare ciò che ha fatto, se voleva entrare in gioco. Oppure avrebbe potuto aspettare l’anno scorso, quando Amazon ha lanciato il proprio store musicale.

È ovvio che, per svariati milioni di persone, due anni di musica protetta con FairPlay sono stati meglio che non avere musica del tutto.

Le tue argomentazioni, che sarebbero semplici da sostenere (DRM = male) sono purtroppo indebolite dalle tue rappresentazioni dei fatti intenzionalmente scorrette. E ciò è triste.

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Dopo la WWDC 2008

Mele e appunti

Daring Fireball: WWDC 2008 Miscellany: Riporto qualche interessante osservazione di John Gruber a seguito della WWDC 2008 di San Francisco, interpolando qualche mio commento.

Per coloro che decidono di passare da un iPhone originale al nuovo iPhone 3G, nessuno sembra sapere ancora che cosa si potrà fare con un vecchio iPhone non più legato a un contratto AT&T attivo. Presumo che si potrà sottoscrivere un nuovo contratto con AT&T, ma anche che si dovranno pagare le nuove tariffe mensili (più care), malgrado l’iPhone originale non supporti il networking 3G. 

Un amico in chat suggeriva l’ipotesi della ‘rottamazione’: proporre ai possessori di iPhone originale un passaggio agevolato a iPhone 3G consegnando la vecchia unità. Ma i problemi di un simile scenario sono diversi: in primis, che se ne fa AT&T dei vecchi iPhone? Li restituisce ad Apple? Non credo le due aziende abbiano stipulato alcun accordo di questo genere, né vedo alcun interesse da parte di Apple e men che meno AT&T, nel volersi impelagare in uno scenario simile.

Ho notato una totale assenza di interesse per le API di iPhone non ufficiali, utili al jailbreaking. Ovviamente, nessuna sessione o workshop della WWDC si sarebbe soffermata a trattare (o semplicemente a menzionare) le API non ufficiali. Ciò che intendo dire è che non ho notato nessun partecipante parlare di quelle API, né ho visto gente sfoggiare applicazioni per iPhone ‘jailbroken’ nei corridoi. Può essere che sia stato io a non incappare in simili personaggi, o che le persone interessate a scrivere applicazioni per iPhone sprotetti non siano il tipo di persone che partecipano alla WWDC. 

Fra l’altro, in tema di jailbreaking, è interessante la situazione che si sta creando — almeno negli USA — a seguito della presentazione di iPhone 3G. La procedura di attivazione di un contratto con AT&T è cambiata: adesso non è possibile uscire da un punto vendita AT&T senza aver sottoscritto un contratto, pagato e attivato iPhone 3G. In molti, in giro per la Rete, si stanno quindi chiedendo se l’epoca del jailbreaking, dello sblocco di iPhone, non stia giungendo al termine. Prima era possibile acquistare iPhone e attivarlo in un secondo momento, comodamente da casa con iTunes; ma questo dava la possibilità a molta gente di non attivare affatto iPhone con AT&T, e quindi di sbloccarlo. Ora questo non è più possibile.

Parentesi nella parentesi: mi sembra evidente come la politica sostanzialmente permissiva di Apple verso il mercato degli iPhone sbloccati sia servita alle proprie analisi di marketing, come ulteriore conferma dell’enorme successo del prodotto anche al di fuori di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania. Apple ha potuto tastare il polso a livello mondiale e constatare che una situazione del genere era un terreno più che fertile per seminare un iPhone 3G con GPS.

Molte delle cose che più mi hanno colpito riguardavano le sessioni dedicate a WebKit. A differenza della maggior parte delle informazioni tecniche fornite durante la WWDC, molte delle novità di WebKit sono liberamente disponibili. Ciò che mi ha impressionato osservando queste demo è come sia possibile costruire un’interfaccia grafica davvero accattivante per le applicazioni Web utilizzando elementi come il tag canvas, SVG e CSS avanzato. Certo, nessuna di queste cose funziona su Internet Explorer, e IE possiede ancora una quota di mercato enorme — ma non viene usato dal tipo di persone che adottano nuove applicazioni Web con tecnologie all’ultimo grido. La quota di mercato di Firefox 3 e Safari 3 messi insieme, per esempio, è maggiore della quota di mercato globale di Mac OS X. Moltissimi sviluppatori scrivono applicazioni desktop che girano solo su Mac — perché non esiste un numero altrettanto elevato di persone che creino applicazioni Web funzionanti solamente su browser davvero moderni? […] 

Parlando di WebKit, sto pian piano traducendo l’articolo tecnico che approfondisce le innovazioni introdotte da SquirrelFish. Dovrebbe apparire sul mio blog la settimana prossima.

Infine, c’è molta curiosità in merito all’iPod touch. Nonostante le tariffe mensili più care, il prezzo di partenza di iPhone, 199 dollari, fa sembrare piuttosto alto il prezzo per un iPod touch da 8 GB, 299 dollari. L’anno scorso, dopo il lancio del primo iPhone, mi sembrava ovvio che Apple avrebbe prodotto un iPod che fosse sostanzialmente un iPhone senza il telefono. Quest’anno non è affatto chiaro, considerando iPhone 3G, quali possibili novità hardware siano in serbo per iPod touch. Il networking 3G è una funzionalità da telefono, e non credo che implementeranno il GPS su iPod touch.

A mio avviso, il prezzo di iPod touch rimarrà inalterato ancora per qualche mese. Se le vendite scenderanno perché dei potenziali acquirenti di iPod touch preferiscono un iPhone 3G da 199 dollari, non credo proprio che la dirigenza Apple si metterà a piangere. Poi, a settembre, durante il solito evento Apple dedicato alla musica e allo iPod, vedremo un abbassamento del prezzo di iPod touch (o un cambio della guardia: iPod touch da 8 GB sparisce e con 299 dollari sarà possibile comprare il modello da 16 GB) e, invece di modifiche hardware significative, una serie di nuove funzionalità software. Una cosa che è notevolmente assente dall’imminente versione 2.0 del software di iPhone/iPod touch sono nuove applicazioni Apple. Forse la strategia è quella di distribuire prima il sistema operativo, e poi passare l’estate a perfezionare nuove applicazioni da lanciare verso l’autunno.

E qui direi che Gruber sta vedendo giusto su tutta la linea.