Un’altra pagina di storia Apple (parte 2)

Mele e appunti

 

[Per chi si è perso la prima parte]

* * *

“…Quindi ci siamo chiesti: come si potrebbe portare il Mac su più scrivanie possibili e senza licenziare il sistema operativo, in un modo che possa convincere gli utenti DOS/Windows a passare a Mac?”

Una bella sfida. Occorreva:

  1. Ideare una piattaforma hardware sufficientemente semplice da poter essere prodotta a costi contenuti;
  2. Configurare il sistema in maniera tale che i vari livelli di utenza (il principiante, l’utente medio e l’esperto) potessero tutti sfruttare lo stesso hardware di base ed espandere il proprio sistema nel tempo attraverso l’aggiunta di ‘moduli’ che impiegassero la tecnologia plug & play di Apple;
  3. Offrire sia il sistema operativo Macintosh sia DOS/Windows nella stessa piattaforma, dando così agli utenti PC la possibilità di provare il Mac ed eventualmente preferirlo al DOS, oppure di usare entrambi gli OS sulla stessa macchina. [Che, guarda un po’, precorre di una ventina d’anni lo scenario attuale e ciò che si può fare con i Mac con processore Intel, mediante Boot Camp, Parallels, ecc.].

Nel frattempo, John Fitch, un ingegnere hardware del dipartimento Apple II, stava formulando ipotesi molto molto simili. Ultimato il lavoro sull’Apple IIGS, Fitch era preoccupato per la mancanza di un prodotto hardware che continuasse l’albero genealogico della famiglia Apple II.

Fitch voleva progettare un nuovo computer partendo dal chip Motorola 68030, che a quei tempi era sufficientemente potente per applicazioni aziendali e high-end, ma altrettanto versatile per applicazioni a livello domestico, non professionale. Il team di sviluppo era impegnato, fra le altre cose, nel design di quel che sarebbe poi diventato il Macintosh II, pertanto il progetto di Fitch necessitava di un’architettura diversa, per distinguerlo dal Mac. In quanto prodotto della linea Apple II, avrebbe dovuto avere un’architettura ‘aperta’, ed è a questo punto che Fitch pensa a un approccio più radicale rispetto alla formula consueta ‘scheda madre + slot d’espansione’.

Ebbe l’idea nel settembre 1984: “Avevo riflettuto per settimane intorno all’idea di un computer compatto che la gente avrebbe potuto mettere in soggiorno ed espandere gradualmente, secondo le esigenze, fino a diventare una macchina complessa e articolata. Tuttavia, invece di realizzare una configurazione standard per la scheda madre, disegnai un backplane, una struttura di base, che contenesse l’alimentatore, alcuni chip ROM, connettori I/O sul retro, e una track, una ‘spina dorsale’ che si collegasse direttamente al bus per il trasferimento dei dati ad alta velocità”.

La struttura di base (backplane) e la spina dorsale (track) dovevano supportare dei moduli, a forma di libro, ognuno contenente schede e chip per far girare Mac OS, il software per Apple II, DOS, Windows, UNIX, più altri moduli per il collegamento di dischi, modem e hardware di rete, tutti collegati alla medesima base. Dato che il backplane era orizzontale e i vari moduli aggiuntivi verticali e sottili, Fitch immaginò il sistema come una serie di libri su una mensola (bookshelf, appunto). Ancora Fitch: “Un sistema di base avrebbe avuto una ‘mensola’ corta, con uno o due ‘libri’. Una implementazione da ufficio avrebbe contato tre o quattro ‘libri’, mentre una stazione high-end sarebbe stata costituita da sette-otto ‘libri’ disposti su una ‘mensola’ molto più lunga”.

Le figure che ho pubblicato nella prima parte di questo articolo illustrano il concetto (e la profonda somiglianza fra l’idea del 2005 di quei due designer e il progetto di Fitch del 1984–85) meglio di mille parole. Certamente “Bookshelf 2005” ha un aspetto più moderno e accattivante, à la Bang & Olufsen, per dire. Ma l’altrettanto minimalista progetto Jonathan si difende ancora bene dopo vent’anni. (Dimenticavo: il codename Jonathan deriva banalmente dal nome di battesimo di Fitch). Differenze esteriori a parte, è innegabile come l’idea di “Bookshelf 2005” non sia per nulla originale. Intendiamoci, non è mia intenzione insinuare che i due designer abbiano semplicemente copiato l’idea di Fitch dandole solo un tocco più attuale: è capitato più di una volta che gruppi di creativi, o singoli designer, in differenti contesti e/o epoche abbiano presentato progetti simili fra loro senza conoscere o aver già visionato il lavoro altrui. Se ricordo bene, per restare in ambito Apple, all’uscita dell’iMac G4, un designer francese ne aveva reclamato l’idea di fondo — quando il team di progettisti Apple era totalmente all’oscuro dei disegni di questa persona. Credo comunque che gli ideatori di “Bookshelf 2005”, avendo studiato design industriale, siano quasi certamente incappati in Apple Design, il libro da cui ho tratto io stesso le immagini qui presentate e il materiale storico su cui si fonda questo pezzo. Apple Design è un bellissimo volume che racconta la storia dell’Apple Design Group dalle origini al 1997, con la creazione del Twentieth Anniversary Macintosh. Peccato non sia più in commercio, anche se forse su Amazon è ancora possibile ricuperare copie usate. Io l’ho trovato e consultato alla biblioteca del Politecnico di Valencia, e guarda caso si trovava nella sezione dedicata al design industriale.

In ogni caso, rimane il fatto che “Bookshelf 2005” e il progetto Jonathan siano essenzialmente la stessa cosa. Un’idea ‘innovativa’… che Apple elaborò più di 20 anni fa.

Un’altra pagina di storia Apple (parte 1)

Mele e appunti

È da molto che avevo intenzione di pubblicare questo articolo, ma avevo perso parte dei miei appunti (incredibile a dirsi, ma uso ancora carta e penna). Ora, riordinando altre carte, ho potuto ritrovare e riassemblare il mio scritto. Data la lunghezza, lo pubblicherò in almeno due parti.

L’anno scorso, facendo delle ricerche in Google, mi sono imbattuto in questa notizia (un altro articolo sull’argomento si trova a questo indirizzo). Il titolo la dice tutta: “Un nuovo design per il personal computer vince un concorso sponsorizzato da Microsoft”. La didascalia alla foto di questo progetto, chiamato Bookshelf, incalza: Due designer industriali della Purdue University hanno vinto un premio prestigioso in un concorso internazionale co-sponsorizzato da Microsoft Corp. per un progetto di personal computer che potrebbe cambiare il modo in cui si guardano i film, si ascolta musica, si gioca ai videogiochi e si leggono le riviste.

Il concorso è del 2005. Pubblico anche qui la foto del progetto vincente, Bookshelf:

bookshelf-800x600.jpg

Il concetto di base del progetto è evidente: Bookshelf in italiano significa ‘mensola di libri’, e l’idea è proporre un personal computer modulare, composto da un’unità centrale (il ‘volume’ più grosso) e da varie componenti che possono essere acquistate e aggiunte a piacere per espandere il sistema con nuovo hardware e nuove funzionalità. Fin qui tutto bene.

Solo che quando ho visto la foto e ho letto di cosa si trattasse le mie prime parole sono state “Io questa idea l’ho già vista”. Dopo una breve ricerca sapevo che la mia memoria non mi ingannava:

jp01.jpg
jp03.jpg
jp06.jpg

.

Signori, ecco tre immagini del “Jonathan Project”, Apple Computer, 1984–1985. (Foto: copyright Rick English)

Suppongo che molti non abbiano praticamente mai sentito parlare di questo prototipo di Apple. E qui inizia la pagina di storia di cui parlavo nel titolo dell’articolo. Il principale riferimento bibliografico è P. Kunkel, Apple Design, Graphis 1997 (fuori catalogo).

Per comprendere l’idea che sta alla base del Progetto Jonathan occorre anzitutto prendere il libro della storia di Apple e aprirlo intorno al tardo 1984, appena dopo l’introduzione del primo Macintosh. È in questo periodo che Apple iniziò a sentire fortemente l’esigenza di espandere il bacino d’utenza Mac, e per concretizzare il proprio credo “one person, one computer” era necessario non solo aumentare la quota di mercato, ma anche diffondere l’ ”idea Mac” in un mercato dove il principale avversario era il PC IBM per quanto riguarda l’hardware, e il sistema operativo DOS di Microsoft (MS-DOS) per il software. Quest’ultimo stava per trasformarsi in un nuovo OS con interfaccia grafica chiamato Windows, e sfoggiava una brutta rassomiglianza con la GUI del Macintosh.

Parlando di qualità non v’erano dubbi che l’hardware IBM fosse inferiore e che DOS/Windows fosse primitivo rispetto all’ambiente Macintosh, tuttavia l’accoppiata IBM/Microsoft rappresentava la scelta ‘sicura’ nel mercato business in rapida crescita. Apple doveva cambiare questa situazione, un compito non facile e che obbligava a sedersi intorno a un tavolo e a prendere delle decisioni. Un grande ostacolo, nella competizione con IBM, era rappresentato dalla scelta di fare del Macintosh una tecnologia proprietaria. Da un lato ciò garantiva una qualità e coerenza superiori nelle applicazioni. Dall’altro IBM aveva appena creato un’architettura aperta per la piattaforma PC, permettendo ad altre aziende di effettuare il reverse engineering del PC e di diffondere milioni di ‘cloni’ con installata una versione licenziata del DOS.

Di fronte a un simile scenario non esisteva alcuna evidente strategia di contrattacco, e le alternative da considerare erano tutte piuttosto drastiche:
1. Una soluzione poteva essere ridurre il prezzo del Macintosh, adeguandosi alla media del mondo PC, sperando di aumentare le vendite e quindi la diffusione della piattaforma Macintosh. Steve Jobs era sempre stato un fautore dei prezzi abbordabili: secondo i suoi piani il primo Macintosh avrebbe dovuto essere una macchina relativamente economica, al costo di 1.000 dollari per unità. Poi, visti i costi di sviluppo e della componentistica, Jobs aveva alzato tale aspettativa a 1.500 dollari. Fu Sculley a convincerlo a vendere il Macintosh a 2.500 dollari per unità, così che potesse finanziare una campagna pubblicitaria di lancio multimilionaria.

A fine ’84 Jobs tornava alla carica con l’idea originaria di abbassare il prezzo del Macintosh a 1.000 dollari. Vi fu un frenetico finesettimana di riunioni al quartier generale Apple, e Sculley, forte della sua maggiore esperienza commerciale, presentò una serie di obiezioni che convinsero Jobs a non ridurre i prezzi: se tagliamo drasticamente il prezzo del Macintosh, ciò non farà altro che confermare le accuse dei detrattori, cioè che il Macintosh è solo un giocattolo, non un vero computer. Se la riduzione del prezzo è minima, rinunciamo ai profitti senza una crescita reale delle vendite. Insomma, meglio mantenere i prezzi alti per finanziare il reparto Ricerca & Sviluppo.

2. Un’altra soluzione per contrastare IBM/Microsoft era quella di licenziare il Macintosh alle stesse aziende costruttrici di Cloni PC. L’effetto di una tale strategia sarebbe stato estremo: i ‘clonatori’ avrebbero prodotto svariate incarnazioni di Mac a basso costo, per la gioia degli utenti, e Apple si sarebbe trasformata da compagnia produttrice di hardware + software in un’azienda unicamente incentrata sul software, come Microsoft. Erano in molti, fuori e dentro l’azienda di Cupertino, a ritenere questa possibilità un uovo di Colombo che avrebbe solo giovato ad Apple. Non Sculley, che si rifiutò sempre. Per lui il sistema operativo del Macintosh era troppo prezioso per essere imbastardito: perché ficcarlo in uno stupido cassone antiestetico e venderlo a 100 dollari quando si poteva integrarlo in hardware di qualità superiore prodotto da Apple e venderlo a 3.000 dollari?

Qui entra in gioco frogdesign, lo studio di design industriale tedesco che Apple stava già impiegando da alcuni anni per dare forma alle proprie macchine. Tony Guido, di frogdesign: “Apple aveva investito moltissimo nella parte hardware, sia in termini finanziari che psicologici. Non ci avrebbe rinunciato così facilmente. D’altro canto però era chiaro che la genialità del Macintosh era il software. In frogdesign abbiamo pensato: perché non sfruttare questo fatto per riposizionare la compagnia? Quindi ci siamo chiesti: come si potrebbe portare il Mac su più scrivanie possibili e senza licenziare il sistema operativo, in un modo che possa convincere gli utenti DOS/Windows a passare a Mac?”

[Fine Prima Parte]

Sia lodato SpamSieve

Mele e appunti

Non ho mai avuto grossi problemi con lo Spam, malgrado l’infornata di account email che ormai mi ritrovo. Quando usavo account gratuiti di libero.it, inwind.it, iol.it, lo Spam era praticamente un fenomeno raro, al punto che non era necessario contraffare l’indirizzo email quando frequentavo i newsgroup. Poi è arrivato .Mac e, grazie anche alla mia politica di scarsa divulgazione (o, peggio, pubblicazione online) dell’indirizzo mac.com, in quattro anni di sottoscrizione non ho mai visto un messaggio di Spam. Con l’avvento di Gmail ho aperto vari account gmail.com e ne sono più che soddisfatto: i filtri antispam sono molto buoni. Ogni tanto qualche messaggio riesce ad arrivare alla casella in entrata, ma quando entro nell’account via Web e vedo che ne sono stati catturati più di 300 so che posso stare tranquillo.

Qualche giorno fa, prenotando un volo sul sito di una compagnia a basso costo che utilizzo di frequente, ho visto che hanno aperto un programma ‘a punti’: ogni volta che compri un biglietto aereo, la tua spesa viene calcolata in punti e, come al supermercato, puoi usare quei punti per scontarti spese successive; se voli molto puoi arrivare a pagarti un biglietto coi soli punti accumulati. Io non volo moltissimo, ma quando lo faccio tendo a rivolgermi a questa compagnia. Insomma, mi son detto, perché no? Loro avevano già parte dei miei dati: ho semplicemente attivato il profilo nel programma a punti, confermato il mio nome utente e password (in questo caso il nome utente è l’indirizzo email), mi hanno subito caricato i punti del mio recente acquisto e mi è arrivata un’email di conferma che tutto era in regola. Ottimo…

…Ma tre ore dopo, allo stesso indirizzo email che ho fornito alla compagnia aerea (indirizzo che non è gmail.com, né mac.com), cominciano ad arrivare messaggi di Spam. Non lo ‘Spam’ che in genere inviano queste aziende (Roxio, per esempio, ti tempesta con messaggi informativi e pubblicità), ma proprio il classico Spam fatto di farmacie online, Viagra, orologi fasulli e altre amenità. La mattina successiva controllo la posta e i messaggi di Spam erano già dodici, ne stavano arrivando due ogni ora.

Ho scritto un’email incattivita alla compagnia aerea, suggerendo loro di trattare un po’ meglio i dati dei clienti. Questo non avrebbe fermato lo Spam, e qui entra in scena SpamSieve.

Ho avuto la fortuna di trovare SpamSieve in bundle quando ho comprato Mailsmith, ma questa bella applicazione è sempre stata parcheggiata sul mio disco rigido senza mai dover essere utilizzata. C’è sempre una prima volta, come si dice. Lanciato il programma, mi ha subito avvertito della presenza di un aggiornamento. Gli ho dato conferma, ha scaricato l’aggiornamento, lo ha installato e SpamSieve si è riavviato. Operazione semplice, pulita, veloce. Un buon inizio. L’ho poi configurato per interagire con Mail (se si usano più programmi di posta, fra l’altro, è possibile istruire SpamSieve affinché interagisca con tutti — altra ottima cosa), e in un minuto d’orologio era già impostato. Le istruzioni sono semplici e il manuale è davvero ben scritto ed esauriente.

Nelle ore successive, SpamSieve ha filtrato con successo tutto lo Spam, anche senza addestramento (il programma si serve di una serie di filtri bayesiani per separare lo Spam dalla posta buona, ed è possibile insegnare a SpamSieve a distinguere con sempre maggiore accuratezza, fornendogli campioni di Spam e di posta regolare). Insomma, mi ritengo parecchio soddisfatto e consiglio questo ottimo programma a chiunque abbia problemi con lo Spam. È possibile scaricare SpamSieve e utilizzarlo senza restrizioni per un periodo di prova di 30 giorni. Richiede almeno Mac OS X 10.4. Costa 30 dollari (meno di 15 Euro) e li vale tutti, a mio parere. È compatibile con i programmi di posta più disparati e il manuale offre istruzioni di configurazione per:

  • Apple Mail
  • Entourage
  • Eudora (versione 6 e 5.2)
  • GyazMail
  • Mailsmith
  • Outlook Express
  • PowerMail (versione 5 e 4)
  • Thunderbird
  • Claris Emailer (!!)

iPhone 3G: altri piccoli dettagli

Mele e appunti

TidBITS iPod & iPhone: iPhone 3G Trivia: Interessante contributo di Glenn Fleishman, che offre qualche dettaglio in più su iPhone 3G, visto che ha potuto provare brevemente un’unità durante un briefing di Apple. Visto il gran chiacchierare e il quantitativo di aria fritta (che neanche le cucine dei MacDonald’s nei giorni peggiori) che ha saturato la rete a seguito dell’annuncio di iPhone 3G, mi sono ripromesso di trattare sul mio blog solo informazioni utili e verificabili nel limite del possibile. Ho scelto questo contributo di TidBITS per questo motivo. Seguono, tradotte, le parti salienti dell’articolo.

Ho potuto provare brevemente un iPhone 3G durante un briefing di Apple, e devo dire che è molto più maneggevole dell’iPhone originale, che ho posseduto sin dal primo giorno in cui fu venduto. Il retro in materiale plastico ha un buon feeling al tocco, ed è ovvio che sarà più resistente a graffi e urti. (Il retro in alluminio del mio vecchio iPhone presenta un’ammaccatura a seguito di una brutta caduta, e il telefono appare un po’ logoro). […]

iPhone 3G appare decisamente più veloce in tutto: non è chiaro se ciò dipenda dal software 2.0 che ottimizza il telefono, o da un processore più veloce. Apple non ha voluto parlare di velocità del processore.

Durante il briefing, Greg “Joz” Jozwiak, direttore del marketing di iPhone e iPod, mi ha passato — con discrezione e senza proferire parola — un piccolo oggetto di plastica e metallo. L’ho messo nella mia mano e ho pensato “Hmm, due sporgenze metalliche da una parte… è una spina elettrica. Uno slot dall’altra… sembra una porta USB. […] Un alimentatore, il più piccolo che abbia mai visto”. [Vedere foto alla pagina originale dell’articolo]

[…] Jozwiak ha detto che, malgrado la fotocamera sia sostanzialmente la stessa del primo iPhone, sono state migliorate la gestione e l’elaborazione delle immagini, e la presenza del chip GPS consentirà il geotagging delle foto, ossia verranno contrassegnate da coordinate di latitudine e longitudine.

Utilizzando metadati fotografici standard, il caricamento di un’immagine ‘geotagged’ permette ai servizi che supportano il tracciamento basato sulla posizione di inserire la foto in una mappa. Flickr non è stato il primo a introdurre il supporto per il geotagging, ma è sicuramente uno dei servizi più notevoli.

Ho anche ricavato alcuni dettagli su come il GPS funzionerà sia in rapporto alla vita della batteria, sia per quanto riguarda la privacy. Un GPS può essere pericoloso: e se una persona non vuole che sia tracciata la posizione in cui si trova? Inoltre tale funzionalità può essere deleteria per la durata della batteria. Jozwiak ha detto che la funzione GPS è attiva solo quando l’utente la sta utilizzando: ciò fa parte della scelta di non avere processi in background, così da poter conservare batteria e funzionalità.

Quando usiamo l’applicazione Mappe, saremo in grado di scegliere se attivare o meno le funzioni di localizzazione e tracciamento GPS. Allo stesso modo, se un programma vuole utilizzare la funzionalità Core Location, iPhone (qualsiasi modello) chiederà la nostra autorizzazione. Core Location utilizza il tracciamento GPS, Wi-Fi, e mediante torri cellulari. (Fra l’altro, non sono sicuro che i percorsi GPS possano essere trasferiti da iPhone, o se sia possibile soltanto osservare i percorsi come ha mostrato Jobs durante la demo, ossia all’interno dell’applicazione Mappe). […] 

Safari 4 Developer Preview

Mele e appunti

È da qualche ora che sto utilizzando la versione 4 (Developer Preview) di Safari. L’applicazione è scaricabile nell’area download della sezione Members di Apple Developer Connection (partire da http://developer.apple.com/, e scegliere “ADC Member Site” in alto a destra vicino al campo di ricerca. Bisogna avere come minimo una sottoscrizione gratuita ADC per poter scaricare i software per sviluppatori).

Dopo quattro ore di uso piuttosto intenso, nessun problema, nessuna chiusura inaspettata, né altre sorprese strane. L’interfaccia grafica è identica a Safari 3.1.1. La velocità e la reattività mi paiono superiori. Finora non ho notato nuove preferenze o funzionalità, eccetto una, che mi sembra una gran cosa. Nel menu File (Archivio) è presente una nuova voce: Save as Web application. In pratica serve a trasformare un sito Web in un’applicazione a sé stante. Esempio: sono andato su http://www.wordreference.com e ho fatto File > Save as Web application. Nella cartella Applicazioni si è creata una sottocartella “Safari Web Applications” in cui è stata creata l’applicazione “wordreference.app” (in realtà Safari usa il titolo del sito, in questo caso “English to French, Italian…”, ma ci siamo capiti). Facendo doppio clic sull’applicazione, ecco che appare il sito in una sorta di browser semplificato che lo contiene, e finché si ha un collegamento Internet, il sito è usabilissimo. È un concetto analogo al ritagliare un clip Web per Dashboard, solo che invece di un widget si ha un’applicazione funzionante.

webapp-es.png

Ecco l’applicazione Web creata partendo dal sito wordreference.com

webapp-icon.png

Ecco l’icona dell’applicazione Web: notare che il documento è una piccola anteprima della home page del sito

Per il mio lavoro trovo comodo avere un sito come wordreference.com accessibile come applicazione Web separata invece di averlo come uno dei tanti pannelli aperti in Safari. Una funzione del genere può essere anche utile per chi utilizza il Mac in luoghi aperti al pubblico come “punto informativo”: si va al sito dell’azienda o dell’ente pubblico, si crea l’applicazione Web del sito, e ai visitatori si presenta quella invece del browser, così possono navigare soltanto all’interno del sito.