Ecco la terza e ultima parte dell’intervista a John Sculley, da me tradotta in italiano.
D: Parliamo di pubblicità, che è così importante per Apple. Nel suo libro lei parla di ‘pubblicità strategica’ – di pubblicità come strategia. È un’idea molto interessante…
Sculley: Quando arrivai nella Silicon Valley, la pubblicità non esisteva. L’unica azienda interessata a investire nella pubblicità era Apple. HP non faceva pubblicità a quell’epoca. Nessuno faceva pubblicità a livello di grandi marchi a quei tempi. Una delle cose per cui venni assunto in Apple era contribuire a portare questo tipo di pubblicità di grandi marchi in Apple.
Il logo Apple era multicolore perché Apple II fu il primo computer a colori. Nessun altro poteva gestire il colore, ed è per questo che hanno inserito le bande colorate nel logo. Se si voleva stampare il logo in un annuncio pubblicitario su una rivista o su una confezione, lo si poteva stampare in quattro colori ma Steve, essendo Steve, insistette su sei colori. Per cui, ogni volta che si stampava il logo Apple, veniva sempre stampato in sei colori. Questo faceva aumentare i costi di un 30–40%, ma era quel che voleva Steve. È ciò che abbiamo sempre fatto. Era un perfezionista sin dai primi tempi.
D: Quell’atteggiamento farebbe diventare matte tante persone. Non la faceva diventar matto?
Sculley: Non guasta che qualcuno ti faccia diventare un po’ matto se è una persona che ha così coerentemente e costantemente ragione. Quel che ho imparato nel mondo della tecnologia di alto livello è che esiste una linea molto molto sottile fra il successo e il fallimento. È un’industria in cui si corrono rischi costantemente, specialmente se si è un’azienda come Apple, sempre a spingere l’innovazione.
Le possibilità di ritrovarsi dall’una o dall’altra parte di quella linea sono pressoché identiche. A volte Steve sbagliava su molte cose da un punto di vista tattico. Non voleva mettere un disco rigido nel Macintosh, per esempio. Quando qualcuno gli accennò al problema delle comunicazioni, lui tirò un floppy disk all’altro lato della stanza e disse “Questo è tutto ciò di cui avremo bisogno”. D’altro canto però, Steve guidò lo sviluppo di AppleTalk e AppleLink. AppleTalk era il protocollo di comunicazioni che permetteva al Macintosh di interfacciarsi con la stampante laser, e che alla fine permise la nascita del desktop publishing.
AppleTalk a quei tempi era un’idea brillante. Brillante quanto il Macintosh. Era l’ennesimo esempio di utilizzo di un approccio minimalista e di risoluzione di un problema che nessun altro riteneva fosse un problema da risolvere. Steve negli anni Ottanta stava risolvendo problemi che 15–20 anni dopo si sono rivelati essere esattamente i problemi giusti da affrontare. La sfida di quell’epoca era che eravamo lontani decenni dal momento in cui la tecnologia si sarebbe sufficientemente standardizzata e potenziata così da trasformare quelle cose in mercato di massa. Per molti aspetti, Steve era parecchio in anticipo sui tempi.
Guardando indietro, fu un grosso errore che io venissi assunto in qualità di CEO. Io non ero la prima persona che Steve volesse come CEO. Lui era la scelta ideale, ma il consiglio di amministrazione non era pronto ad affidargli il ruolo di CEO quando aveva 25–26 anni.
Esaurirono tutti i candidati più ovvi dell’industria high tech per il ruolo di CEO. Alla fine, David Rockefeller, che era azionista Apple, disse “Proviamo un’industria diversa e affidiamoci al cacciatore di teste più importante negli USA fuori dall’ambito high tech: Jerry Roach.
E così mi assunsero. Arrivai non sapendo nulla di computer. L’idea era che Steve e io avremmo lavorato come partner, fianco a fianco. Lui sarebbe stata la figura tecnica e io quella del marketing.
Il motivo per cui ho detto che fu un errore assumermi come CEO è che Steve aveva sempre voluto essere il CEO. Sarebbe stato molto più onesto che il consiglio di amministrazione avesse detto “Troviamo un sistema per fargli fare il CEO. Tu potresti concentrarti sui tuoi ambiti e lui sui suoi”.
Si ricordi che Steve era il presidente del consiglio di amministrazione, il maggiore azionista e il capo della divisione Macintosh, per cui si trovava al tempo stesso sopra di me e sotto di me. Era tutto un po’ una facciata, e secondo me non saremmo mai arrivati alla rottura se il consiglio avesse svolto un lavoro migliore nel valutare non solo “come facciamo a far venire un CEO in azienda che piacerà a Steve?”, ma anche “come facciamo a garantire una situazione in cui questa manovra avrà successo nel tempo”?
La mia impressione è che quando Steve se ne andò (nel 1986, dopo che il consiglio respinse la sua richiesta di sostituire Sculley in qualità di CEO), io non sapevo ancora molto di computer.
La mia decisione fu anzitutto di sistemare l’azienda, ma io non sapevo come sistemare aziende e riportarle al successo.
Tutto quel che facemmo poi erano idee di Steve. Io capivo la sua metodologia. Non l’abbiamo mai cambiata. Per cui non abbiamo mai dato in licenza i prodotti. Ci siamo concentrati sul design industriale. Abbiamo persino costituito il nostro dipartimento interno di design, che esiste tuttora in Apple. Abbiamo sviluppato il PowerBook, abbiamo sviluppato QuickTime. Tutte queste cose sono state costruite intorno alla filosofia di Steve. Tutto riguardava le vendite, il marketing e l’evoluzione dei prodotti.
Ogni idea di design era chiaramente di Steve. Steve è la persona a cui si dovrebbe rendere il merito per tutto quel che venne realizzato durante il mio mandato.
Ho fatto due errori davvero stupidi di cui mi pento moltissimo perché avrebbero potuto fare la differenza per Apple. Uno fu quando ci trovammo alla fine del ciclo di vita dei processori Motorola. Prendemmo due dei nostri migliori tecnologi e li mettemmo in una squadra che facesse ricerche e consigliasse la prossima mossa.
Tornarono dicendo che non faceva differenza scegliere l’una o l’altra architettura RISC, bastava scegliere quella con cui poter ottenere l’accordo commerciale migliore. “Ma non scegliete CISC”, dissero. CISC significa Complex Instruction Set Computer, mentre RISC significa Reduced Instruction Set Computer. [cfr. Wikipedia]
Intel fece molte pressioni per trovare un accordo insieme, ma finimmo con IBM e Motorola con il PowerPC. E quella fu una decisione terribile, col senno di poi. Se avessimo potuto lavorare con Intel, avremmo ottenuto una piattaforma di componenti più standardizzata per Apple, che avrebbe davvero fatto la differenza per Apple negli anni Novanta. In quegli anni i processori stavano diventato abbastanza potenti da far girare un’intera tecnologia e il software relativo, e fu a quel punto che Microsoft prese il volo con Windows 3.1.
Prima di quel periodo bisognava farlo a livello software e hardware, come lo faceva Apple. Quando i processori divennero sufficientemente potenti, si convertirono in un bene prezioso e il software poteva gestire tutte quelle subroutine che noi in Apple dovevamo far gestire all’hardware.
E così perdemmo completamente il treno. Intel avrebbe poi investito 11 miliardi di dollari e fece evolvere il processore Intel per la gestione della grafica… Fu una decisione tecnica terribile. Non ero tecnicamente qualificato, purtroppo, per cui seguii i consigli che mi furono dati.
