MacBook Air 11" dal vivo

Mele e appunti

Un paio di note volanti

Ieri ho fatto un giro rapidissimo alla FNAC qui a Valencia perché ero rimasto a corto di DVD vuoti, e anche perché in fondo speravo fossero arrivati i nuovi MacBook Air per vederli da vicino.

Arrivato vicino alla zona dedicata ai prodotti Apple notavo un certo affollamento, che mi faceva ben sperare. Quando mi sono avvicinato ho notato invece che è ancora l’iPad ad attrarre attenzione (un dettaglio da non trascurare; il tavolo con gli iPad in esposizione è costantemente affollato da quando è uscito iPad, tanto che dovetti recarmi di mattina presto per provarne uno). Dei nuovi MacBook Air neanche l’ombra, o quasi.

In realtà un modello di MacBook Air da 11 pollici c’era, ma passava praticamente inosservato essendo chiuso e in stop, ed essendo collocato a fianco di un MacBook Pro da 17 pollici connesso al Cinema Display da 24.

Mia moglie e io ci siamo avvicinati, lo abbiamo aperto e ci abbiamo giocherellato un po’. Si tratta del modello con disco SSD da 128 GB. Impressioni:

  1. La faccenda dell’Instant On è assolutamente vera. Il MacBook Air, aprendolo, era subito pronto all’uso.
  2. La sottigliezza è sorprendente: si fa fatica a credere che vi sia un computer lì dentro.
  3. La velocità è altrettanto sorprendente. Le applicazioni si aprono all’istante, tanto che non sai se stai davvero lanciandone una o ritornandoci su dopo averla già avviata. Ho aperto un numero sufficiente di applicazioni e il Mac non dava segni di rallentamento nel passare dall’una all’altra. Ma non so quanto sia rilevante, dato che non ho avuto tempo di fare prove intensive aprendo documenti (ho però aperto molte finestre e pannelli in Safari, e anche qui l’Air si è comportato egregiamente).
  4. Non ho notato grosse differenze fra la tastiera dell’Air e quella del mio MacBook Pro 15”. Le dimensioni sono identiche, la risposta dei tasti mentre si scrive è praticamente la stessa (forse i tasti del MacBook Air hanno una corsa leggermente più corta, ma se c’è una differenza probabilmente la si nota dopo molto tempo passato a dattiloscrivere).
  5. Lo schermo è buono. Come si può vedere nella foto in alto, ha una buona luminosità. E non avendo di fronte il pannello di vetro dei MacBook Pro, il problema dei riflessi è decisamente attenuato, al punto che si poteva utilizzare tranquillamente il MacBook Air anche con l’illuminazione pessima e sguaiata del negozio.
  6. La risoluzione di 1366×768 su uno schermo da 11.6” rende in effetti un po’ più piccoli gli elementi dell’interfaccia, ma devo ammettere di non aver avuto nessun problema a navigare tra file e cartelle, a leggere documenti di esempio, a navigare il Web. Insomma, si sta più stretti, ma non c’è perdita di usabilità.
  7. Peccato non averlo potuto soppesare: per ragioni di sicurezza il MacBook Air era attaccato al piano d’appoggio. Ma il fatto è che non ce n’è bisogno: l’Air trasuda leggerezza e compattezza.

Per fare un confronto con la luminosità di altri schermi ho cercato di scattare una foto che prendesse sia lo schermo del MacBook Air che quello del MacBook Pro e del Cinema Display disposti a fianco. Non so quanto possa essere indicativa, ma eccola qua:

Ieri avevo poco tempo e conto di tornare alla FNAC nei prossimi giorni per fare qualche prova in più. Per intanto posso dire che il MacBook Air da 11 pollici ha un’attrattiva davvero potente, e credo possa essere una seconda macchina fenomenale. E no, non è un netbook. Per costruzione, usabilità e prestazioni dista anni luce da un netbook qualsiasi.

The MacBook Air keyboard layout

Tech Life

As you may have heard or noticed, the new MacBook Air models do not have a separate Power key on the top case like all the other MacBook/MacBook Pros. Due to space constraints, the Power key is now part of the keyboard, and takes the upper right position, previously reserved to the Eject key. You can see a detail in this photo taken by Ars Technica (at page 5 of this article):

Power Key detail

After reading about this change, I mistakenly thought that the upper row of keys in the new MacBook Air had now one more key, and consisted of 15 keys instead of 14.

On closer examination of various photos, I stand corrected: they still have 14 keys — it’s their layout and functions that have shifted.

Here’s a photo of the old MacBook Air’s top row of keys:

Old MacBook Air top row of keys

(Click to enlarge)

Left to right we find:

  1. Esc key
  2. F1 / decrease brightness
  3. F2 / increase brightness
  4. F3 / Exposé
  5. F4 / Dashboard
  6. F5 / decrease keyboard brightness
  7. F6 / increase keyboard brightness
  8. F7 / previous audio track
  9. F8 / Play-Pause
  10. F9 / next audio track
  11. F10 / Mute
  12. F11 / decrease volume
  13. F12 / increase volume
  14. Eject

Now let’s take a look at the new MacBook Air (the 11.6″ model):

New MacBook Air top row of keys

(Click to enlarge)

The photo is darker and less clear (maybe this photo from Engadget is clearer), but here’s the key layout (changes are in bold italic):

  1. Esc key
  2. F1 / decrease brightness
  3. F2 / increase brightness
  4. F3 / Exposé
  5. F4 / Dashboard
  6. F5
  7. F6 / previous audio track
  8. F7 / Play-Pause
  9. F8 / next audio track
  10. F9 / Mute
  11. F10 / decrease volume
  12. F11 / increase volume
  13. F12 / Eject
  14. Power key

See what’s happened? Since the new MacBook Air models no longer have a backlit keyboard, the keyboard controls for keyboard brightness have gone, and more than half of the top row of keys has been redefined.

On a tangential note, I’m also wondering: since we’ll have Mission Control in Mac OS X 10.7 Lion and (from what I’ve inferred by the October 20 keynote) the Exposé and Dashboard functions will be unified, I guess that soon the two separated function keys won’t be much useful.

Qualche impressione su Back To The Mac

Mele e appunti

Streaming come si deve

Solo un congelamento del video per un minuto, in un’ora e mezza di keynote. Non male.

iLife ’11

Interessante il discorso sulle applicazioni a pieno schermo, anche collegato al futuro Mac OS X 10.7 Lion. Sembra quasi di avvertire i segnali di un passaggio al tipo di interfaccia di iOS, ossia un’applicazione per volta si prende tutto lo schermo e tutto il focus. Anche elementi grafici dell’interfaccia utente di iOS (pulsanti, barre di scorrimento) sono visibili sia nel nuovo iPhoto, sia più avanti durante le dimostrazioni dell’anteprima di Mac OS X 10.7.

La dimostrazione di iPhoto mi ha impressionato, e mi ha quasi convinto ad adottarlo come gestore della mia biblioteca fotografica (finora ho trovato più che sufficiente Graphic Converter, e ho appena imparato a muovere i primi passi in Aperture). Per quanto riguarda iMovie e GarageBand, non sono due applicazioni che uso solitamente, ma le nuove versioni fanno venire ancor più voglia di provarle e pasticciarci un po’.

iWeb e iDVD non hanno subito nessun aggiornamento. Onestamente non so in cosa avrebbe potuto migliorare iDVD. È un programma che ho usato alcune volte e non mi sembra poi tanto male. iWeb, invece, avrebbe bisogno di un bell’aggiornamento per renderlo più flessibile. Ritengo però che, prima di iWeb, occorrerebbe sistemare definitivamente MobileMe per renderlo un servizio di cloud computing più versatile e potente. (E magari rendere più umano lo schema degli URL: perché la pagina principale di un sito ospitato in MobileMe non può avere un URL come nome-utente.me.com invece di web.me.com/nome-utente/titolo-pagina-home, che è più difficile da memorizzare?)

FaceTime per Mac

La considerazione più in linea con il mio pensiero l’ha già detta l’amico Lucio Bragagnolo:

Il fattore esplosivo di FaceTime non è quello tecnico, ma quello di utilizzo. Non so se ricordi il primo spot di iPhone: alla fine si diceva che l’aggeggio, oltre a fare mille cose, telefonava persino. iPhone telefona, ma non è un telefono. Non so sei hai visto gli spot attuali di iPhone 4, che sembrano di iPhone 4 e invece mostrano solo FaceTime. Un sistema di videochiamata qualsiasi, solo che nessuno parla. Il valore sta nella connessione video sontuosa.

Mentre tutti invitano a chiamare con il bonus di vedersi pure. La voce è di qualità, il video è quello che è. Apple invita a vedersi con il bonus che volendo ci si parla pure. In altre parole, propongono vediamoci invece di sentiamoci. Di sistemi di videochiamata per l’utenza estesa ne esistono infiniti, ma tutti sono di qualità video accomodante. FaceTime no. Tecnicamente, FaceTime su Mac doppia iChat, ma Apple sta lavorando per creare una rete mondiale di apparecchi in grado di fare FaceTime tra loro e, stante che iChat dipende da Aim e invece FaceTime no, la fase di passaggio attuale è inevitabile. È di passaggio però.

Mac OS X 10.7 Lion

Dal keynote di Jobs sembra chiaro che una delle linee principali di sviluppo della prossima versione di Mac OS X sia quella di prendere idee sviluppate in iOS (e più specificamente in iPad) e riportarle al Mac — back to the Mac, appunto.

Alcune di queste idee sono:

  • Gestualità multi-touch
  • App Store
  • Schermate di applicazioni
  • Applicazioni a schermo intero
  • Auto save
  • Le applicazioni riprendono da dov’erano rimaste quando vengono avviate
  •  

    Nelle critiche post-evento, è stata ovviamente la notizia dell’imminente lancio del Mac App Store a essere il principale oggetto di discussione, insieme alla nuova linea di MacBook Air. Alcuni hanno anche espresso qualche perplessità su Mission Control e Launchpad. Su queste ultime novità non mi esprimo: è troppo presto e occorre vedere come funzionano dal vivo.

    Osservando la dimostrazione, però, la mia primissima impressione su Mission Control è che mi sembra un tantino eccessivo riunire Spaces, Exposé, Dashboard e la Scrivania in un unico luogo. E tutti quei passaggi dentro e fuori le applicazioni, gli ambienti virtuali, le finestre aperte delle applicazioni, ecc., mi appaiono molto soggetti a gestualità accidentali, che generano passaggi non voluti e quindi confusione (lo stesso Craig Federighi si è inceppato un paio di volte).

    Del salvataggio automatico (Auto save) e del fatto che le applicazioni — come in iOS — registrino il proprio stato all’uscita e riprendano da dove si trovavano quando le riapriamo, è stato dato solo un accenno da Jobs, ma credo che potrei passare a Lion direttamente solo per questa funzionalità, che può sembrare piccola, ma è importantissima (e viene da dire: quanto tempo abbiamo atteso per averla su un sistema operativo!)

    Il Mac App Store mi ha lasciato un po’ perplesso. Da un lato è allettante poter comprare, installare e gestire applicazioni per Mac come si fa su iPhone, iPad e iPod touch. Sicuramente è una funzione che avvicinerà ancor di più al computer le persone meno avvezze alla tecnologia. Dall’altro è un’iniziativa che sconvolgerà il mondo degli sviluppatori per Mac di terze parti.

    Il Mac App Store avrà un modello del tutto simile all’App Store di iOS. Le applicazioni subiranno un processo di revisione prima di essere ammesse o respinte proprio come avviene in iOS. A quanto ho sentito, le linee guida per fare in modo che un’applicazione Mac passi l’esame sembrano essere ancor più restrittive rispetto all’App Store per gli iDispositivi. E, sempre come per l’App Store di iOS, gli sviluppatori divideranno con Apple i proventi delle vendite dei programmi secondo il medesimo rapporto 70/30. Visto che il Mac App Store è totalmente facoltativo, la mia domanda è: che cosa mai potrebbe spingere uno sviluppatore ad accettare l’ingresso nel Mac App Store? La maggiore visibilità? È un bel compromesso: entro in Mac App Store pronto a cedere il 30% dei profitti ad Apple in cambio di maggior visibilità o ne resto fuori, faccio pubblicità come meglio credo, e mi tengo tutti i profitti?

    Trovo un po’ eccessivo da parte di Apple il proporre una spartizione dei guadagni con il rapporto 70/30 come per l’App Store. Può aver senso nella piattaforma iOS, come parte delle ‘regole del gioco’ lanciata praticamente insieme alla piattaforma stessa. In ambito di software per Mac mi sembra una costosa forzatura (anche se, ripeto, la partecipazione al Mac App Store è assolutamente facoltativa).

    E poi, perché vietare versioni demo/trial? Su iPhone e iPad, dato che il prezzo medio di un’app è molto contenuto, uno può rischiare quei 3–4 Euro e comprare una nuova app a scatola chiusa. Con un programma da 70–100 dollari per Mac mi sembra assurdo non poterlo provare prima di deciderne l’acquisto. Può darsi che Apple abbia ragionato in questo modo: la versione dimostrativa potete scaricarla dal sito dello sviluppatore, e poi acquistarla con comodo dal Mac App Store. Plausibile, ma anche macchinoso. In fin dei conti durante il keynote hanno insistito sulla facilità d’uso dell’interfaccia e sulla semplicità del processo d’acquisto e installazione di applicazioni, del tutto identico a quanto accade in iOS.

    I nuovi MacBook Air

    Un deciso passo avanti rispetto alla generazione precedente. Approvo assolutamente la scelta di fare definitivamente a meno dei dischi rigidi a favore di memorie flash. Il guadagno in prestazioni dovrebbe essere evidente, e già leggo di chi ha provato i MacBook Air negli Apple store e dice che si avviano da spenti in una manciata di secondi.

    Credo che il modello da 11,6” base farà furore, malgrado le limitazioni e il prezzo di 999 Euro (costa come il MacBook bianco). Offre una leggerezza e portabilità eccezionali. L’ingombro è quello di un iPad, grosso modo, ma hai con te un Mac vero, con un bello schermo e soprattutto una tastiera e un trackpad di dimensioni standard. La risoluzione di 1366x768 mi sta un po’ stretta, però d’altro canto se penso che il mio PowerBook G4 da 12” ha uno schermo 1024x768 (e pesa più del doppio), non c’è da lamentarsi.

    Se ve la cavate con l’inglese, vorreste acquistare uno dei nuovi MacBook Air ma avete qualche perplessità, Marco Arment ha scritto un’ottima ‘guida all’acquisto’ che consiglio di leggere.

    Conclusioni

    Dopo questo tipo di eventi Apple, ho notato che ormai lo schema delle reazioni della gente (su Web, mailing list, forum) è sempre quello: criticare criticare criticare, per poi accettare accettare accettare e comprare comprare comprare. Apple continua a stupirmi, il pubblico ormai non più.

    Intervista a John Sculley (3)

    Mele e appunti

    Ecco la terza e ultima parte dell’intervista a John Sculley, da me tradotta in italiano.

    [Link alla prima parte]

    [Link alla seconda parte]


     

     

    D: Parliamo di pubblicità, che è così importante per Apple. Nel suo libro lei parla di ‘pubblicità strategica’ – di pubblicità come strategia. È un’idea molto interessante…

    Sculley: Quando arrivai nella Silicon Valley, la pubblicità non esisteva. L’unica azienda interessata a investire nella pubblicità era Apple. HP non faceva pubblicità a quell’epoca. Nessuno faceva pubblicità a livello di grandi marchi a quei tempi. Una delle cose per cui venni assunto in Apple era contribuire a portare questo tipo di pubblicità di grandi marchi in Apple.

    Il logo Apple era multicolore perché Apple II fu il primo computer a colori. Nessun altro poteva gestire il colore, ed è per questo che hanno inserito le bande colorate nel logo. Se si voleva stampare il logo in un annuncio pubblicitario su una rivista o su una confezione, lo si poteva stampare in quattro colori ma Steve, essendo Steve, insistette su sei colori. Per cui, ogni volta che si stampava il logo Apple, veniva sempre stampato in sei colori. Questo faceva aumentare i costi di un 30–40%, ma era quel che voleva Steve. È ciò che abbiamo sempre fatto. Era un perfezionista sin dai primi tempi.

    D: Quell’atteggiamento farebbe diventare matte tante persone. Non la faceva diventar matto?

    Sculley: Non guasta che qualcuno ti faccia diventare un po’ matto se è una persona che ha così coerentemente e costantemente ragione. Quel che ho imparato nel mondo della tecnologia di alto livello è che esiste una linea molto molto sottile fra il successo e il fallimento. È un’industria in cui si corrono rischi costantemente, specialmente se si è un’azienda come Apple, sempre a spingere l’innovazione.

    Le possibilità di ritrovarsi dall’una o dall’altra parte di quella linea sono pressoché identiche. A volte Steve sbagliava su molte cose da un punto di vista tattico. Non voleva mettere un disco rigido nel Macintosh, per esempio. Quando qualcuno gli accennò al problema delle comunicazioni, lui tirò un floppy disk all’altro lato della stanza e disse “Questo è tutto ciò di cui avremo bisogno”. D’altro canto però, Steve guidò lo sviluppo di AppleTalk e AppleLink. AppleTalk era il protocollo di comunicazioni che permetteva al Macintosh di interfacciarsi con la stampante laser, e che alla fine permise la nascita del desktop publishing.

    AppleTalk a quei tempi era un’idea brillante. Brillante quanto il Macintosh. Era l’ennesimo esempio di utilizzo di un approccio minimalista e di risoluzione di un problema che nessun altro riteneva fosse un problema da risolvere. Steve negli anni Ottanta stava risolvendo problemi che 15–20 anni dopo si sono rivelati essere esattamente i problemi giusti da affrontare. La sfida di quell’epoca era che eravamo lontani decenni dal momento in cui la tecnologia si sarebbe sufficientemente standardizzata e potenziata così da trasformare quelle cose in mercato di massa. Per molti aspetti, Steve era parecchio in anticipo sui tempi.

    Guardando indietro, fu un grosso errore che io venissi assunto in qualità di CEO. Io non ero la prima persona che Steve volesse come CEO. Lui era la scelta ideale, ma il consiglio di amministrazione non era pronto ad affidargli il ruolo di CEO quando aveva 25–26 anni.

    Esaurirono tutti i candidati più ovvi dell’industria high tech per il ruolo di CEO. Alla fine, David Rockefeller, che era azionista Apple, disse “Proviamo un’industria diversa e affidiamoci al cacciatore di teste più importante negli USA fuori dall’ambito high tech: Jerry Roach.

    E così mi assunsero. Arrivai non sapendo nulla di computer. L’idea era che Steve e io avremmo lavorato come partner, fianco a fianco. Lui sarebbe stata la figura tecnica e io quella del marketing.

    Il motivo per cui ho detto che fu un errore assumermi come CEO è che Steve aveva sempre voluto essere il CEO. Sarebbe stato molto più onesto che il consiglio di amministrazione avesse detto “Troviamo un sistema per fargli fare il CEO. Tu potresti concentrarti sui tuoi ambiti e lui sui suoi”.

    Si ricordi che Steve era il presidente del consiglio di amministrazione, il maggiore azionista e il capo della divisione Macintosh, per cui si trovava al tempo stesso sopra di me e sotto di me. Era tutto un po’ una facciata, e secondo me non saremmo mai arrivati alla rottura se il consiglio avesse svolto un lavoro migliore nel valutare non solo “come facciamo a far venire un CEO in azienda che piacerà a Steve?”, ma anche “come facciamo a garantire una situazione in cui questa manovra avrà successo nel tempo”?

    La mia impressione è che quando Steve se ne andò (nel 1986, dopo che il consiglio respinse la sua richiesta di sostituire Sculley in qualità di CEO), io non sapevo ancora molto di computer.

    La mia decisione fu anzitutto di sistemare l’azienda, ma io non sapevo come sistemare aziende e riportarle al successo.

    Tutto quel che facemmo poi erano idee di Steve. Io capivo la sua metodologia. Non l’abbiamo mai cambiata. Per cui non abbiamo mai dato in licenza i prodotti. Ci siamo concentrati sul design industriale. Abbiamo persino costituito il nostro dipartimento interno di design, che esiste tuttora in Apple. Abbiamo sviluppato il PowerBook, abbiamo sviluppato QuickTime. Tutte queste cose sono state costruite intorno alla filosofia di Steve. Tutto riguardava le vendite, il marketing e l’evoluzione dei prodotti.

    Ogni idea di design era chiaramente di Steve. Steve è la persona a cui si dovrebbe rendere il merito per tutto quel che venne realizzato durante il mio mandato.

    Ho fatto due errori davvero stupidi di cui mi pento moltissimo perché avrebbero potuto fare la differenza per Apple. Uno fu quando ci trovammo alla fine del ciclo di vita dei processori Motorola. Prendemmo due dei nostri migliori tecnologi e li mettemmo in una squadra che facesse ricerche e consigliasse la prossima mossa.

    Tornarono dicendo che non faceva differenza scegliere l’una o l’altra architettura RISC, bastava scegliere quella con cui poter ottenere l’accordo commerciale migliore. “Ma non scegliete CISC”, dissero. CISC significa Complex Instruction Set Computer, mentre RISC significa Reduced Instruction Set Computer. [cfr. Wikipedia]

    Intel fece molte pressioni per trovare un accordo insieme, ma finimmo con IBM e Motorola con il PowerPC. E quella fu una decisione terribile, col senno di poi. Se avessimo potuto lavorare con Intel, avremmo ottenuto una piattaforma di componenti più standardizzata per Apple, che avrebbe davvero fatto la differenza per Apple negli anni Novanta. In quegli anni i processori stavano diventato abbastanza potenti da far girare un’intera tecnologia e il software relativo, e fu a quel punto che Microsoft prese il volo con Windows 3.1.

    Prima di quel periodo bisognava farlo a livello software e hardware, come lo faceva Apple. Quando i processori divennero sufficientemente potenti, si convertirono in un bene prezioso e il software poteva gestire tutte quelle subroutine che noi in Apple dovevamo far gestire all’hardware.

    E così perdemmo completamente il treno. Intel avrebbe poi investito 11 miliardi di dollari e fece evolvere il processore Intel per la gestione della grafica… Fu una decisione tecnica terribile. Non ero tecnicamente qualificato, purtroppo, per cui seguii i consigli che mi furono dati.

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