Velocizzare l'avvio di Word

Mele e appunti

Quelle volte che mi capita di usare Word 2004 per leggere certa documentazione in arrivo (e per quanto mi sforzi di non usare prodotti Microsoft, vi sono file contenenti stili e formattazioni che solo Word sembra in grado di decifrare), l’avvio dell’applicazione è sempre orrendamente lungo. Il principale responsabile di tale ritardo è un processo che Word svolge al lancio: “Ottimizzazione del menu Font”. Più si hanno font installati, più lungo sarà questo processo. Se poi avete abilitato l’opzione “Menu con tipi di carattere e stili WYSIWYG” in Preferenze > Generale, la situazione è ancora peggiore.

Solitamente i rimedi offerti per accorciare questa ottimizzazione e velocizzare l’avvio di Word sono la riduzione dei font attivi sul Mac e la disattivazione dell’opzione suddetta. Oltretutto, Word dovrebbe compiere l’operazione di ottimizzazione dei font solamente quando sono stati aggiunti o eliminati/disattivati dei font sul Mac, ma nel mio caso Word si comporta così sempre, a ogni avvio, e ultimamente non ricordo di aver modificato nulla a livello di caratteri.

In Internet ho trovato una soluzione un po’ drastica ma davvero efficace. Si tratta di andare alla cartella /Applicazioni/Microsoft Office 2004/Office/Support Files/ ed eliminare o spostare il file FontCacheTool (io ho creato una cartella nuova e l’ho spostato). Ora al prossimo avvio Word dovrebbe aprirsi istantaneamente.

Impressioni su Google Chrome

Mele e appunti

Per un appassionato di browser come il sottoscritto, la notizia dello sviluppo di Google Chrome non poteva che allettarmi, specie per i fondamenti alla base del progetto. Consiglio, a questo proposito, la lettura dell’originale e ben fatta presentazione a fumetti (è piuttosto tecnica in certi punti, ed è ovviamente in inglese, ma merita; i disegni e la spiegazione sono molto chiari).

Ieri, utilizzando una postazione negli uffici della biblioteca dell’Università Politecnica di Valencia, ho potuto installare e provare Chrome. Dopo una sessione di sei ore circa, ecco alcune prime impressioni. Non sono stato a sviscerare ogni recondito elemento del nuovo browser di Google; quanto segue sono semplicemente appunti che considerano un normale utilizzo dell’applicazione. Aspetto con grande curiosità la versione per Mac. Il PC su cui ho fatto la prova è un Intel Core Duo a 2 GHz con 1 GB di RAM e Windows XP, e stamane ho installato Chrome anche su un vecchio PC portatile che ho qui a casa, un Pentium III a 900 MHz con 384 MB di RAM, sempre con Windows XP.

1. Va subito detto: Google Chrome ha un potenziale spaventoso. Come altri hanno già fatto notare, Google ha un considerevole vantaggio rispetto ad altri browser: sono partiti da zero e hanno potuto iniziare a modellare Chrome puntando sulle innovazioni che intendono sviluppare ‘sotto il cofano’. La primissima impressione che mi dà Chrome, anche visivamente, è che sia un prodotto confezionato scegliendo accuratamente le cose migliori della concorrenza e partendo da lì.

2. L’interfaccia grafica, prima di provare il browser e limitandomi a osservare le schermate che erano apparse in rete, non mi aveva particolarmente entusiasmato. Avendola davanti e usando Chrome, mi devo un po’ ricredere. È assai pulita, minimale, e lascia quindi molto spazio ai contenuti delle pagine Web. Ho notato subito tre scelte interessanti:

  • Assenza di una barra menu. In Chrome tutto si fa utilizzando le icone sulla barra strumenti. Opzioni e preferenze sono accessibili tramite le due icone all’estrema destra, a forma di ‘pagina’ e di ‘chiave inglese’. I bookmark hanno una gestione dinamica simile a Firefox 3, mediante l’icona a forma di stella integrata nella barra indirizzo.
  • Assenza di una barra di stato permanente a fondo pagina. L’attività del browser e la visualizzazione dell’URL di un link su cui si passa con il puntatore del mouse vengono sempre mostrati nella parte inferiore della finestra, ma in un’area temporanea che appare in sovraimpressione, per così dire. Questo sempre nell’ottica di destinare ai contenuti Web il maggiore spazio possibile.
  • Mi piace il fatto che, durante la navigazione all’interno di un sito, nella barra indirizzo rimanga evidenziata la parte principale dell’URL (in nero), mentre il resto dell’URL in caso di sottopagine rimane in grigio. Questo dà un’indicazione sempre immediata del sito Web in cui ci si trova, specie quando gli URL delle sottopagine diventano molto lunghi, come in eBay. (Esempio: per la pagina principale di flickr, l’URL appare così: http://www.flickr.com. Ma l’URL lungo di una sottopagina apparirà così: http://www.flickr.com/photos/nuail/2833891225/in/photostream/).
  •  

    3. Abituato a Safari, Camino, Firefox, che hanno a destra della barra indirizzo il campo di ricerca, la fusione di questi due elementi nell’unica barra indirizzo di Google Chrome mi sembrava inizialmente una scelta poco intuitiva. In realtà è piuttosto efficace: il sistema di suggerimenti, specie se si usa Google come motore di ricerca predefinito, funziona ottimamente. Stavo cercando informazioni sui prodotti di Data Robotics, e mi è bastato iniziare a digitare “Data Ro…” che già nel menu a discesa appariva http://drobo.com.

    4. Non mi sono ancora addentrato nella gestione dei bookmark, funzionalità per me cruciale in un browser, ma il sistema di registrazione di un bookmark con un solo clic sull’icona a stella è assai intuitivo, comodo e ben congegnato. Facendo clic, il bookmark viene immediatamente salvato, e appare un piccolo pop-up che permette di cambiare il titolo del bookmark. Si preme Invio e voilà, il gioco è fatto.

    5. Chrome è paurosamente veloce. Ottima la scelta di usare WebKit come motore di rendering; non che Gecko faccia schifo — basta vedere le prestazioni di Camino — però Google ha fatto un gran lavoro di ottimizzazione. Persino sul vecchio Pentium III a 900 MHz il rendimento di Chrome è notevole, e sembra di usare un computer moderno. Ugualmente veloci sono le interfacce di Gmail e MobileMe. Con Gmail sembra di lavorare con un’applicazione desktop: le modifiche e il ridisegno degli elementi che cambiano nella pagina sono istantanei. Ho ‘marcato come letti’ 1.058 messaggi in pochissimo tempo e senza pause di attesa. Anche MobileMe mi ha stupito, specie navigando nelle sottocartelle di iDisk: sembrava di essere nel Finder, in locale. Apple, per parte sua, ha senza dubbio migliorato la reattività generale dell’interfaccia di MobileMe, ma sotto Chrome questa è (almeno nella mia recente esperienza) percettibilmente più veloce.

    Insomma, sono davvero impressionato. In sei ore di utilizzo Chrome non si è mai piantato e non ho mai avuto la sensazione di star utilizzando un’applicazione in Beta. Spero che il team di ingegneri che sta lavorando alla versione Mac faccia un lavoro altrettanto buono. Come dicevo all’inizio, Chrome ha un potenziale da non sottovalutare, e potrebbe presto far perdere utenza ad altri browser, Safari compreso. Non ha senso parlare di ‘guerra dei browser’, perché non siamo più nel 1995 quando in pratica c’erano soltanto Internet Explorer e Netscape. Oggi il panorama dei browser è più variegato e molti, come me, ne usano più d’uno, ma il fatto che Google entri come nuova alternativa è stimolante, e le acque dei browser stavano diventando troppo stagnanti ultimamente.

    Adesso ci sono, adesso no

    Mele e appunti

    Di rientro dalle vacanze, una sgradita sorpresa: il mio disco rigido esterno LaCie Firewire da 160 GB non funziona. Si accende, ma invece di fare la classica sequenza di rumorini di avviamento per poi montarsi sulla scrivania del Mac, entra in un ciclo assai simile a quello di un’auto che non va in moto. Ovviamente il giorno prima di partire tutto funzionava come di consueto. L’imprevisto non mi affligge più di tanto: posso ricuperare all’incirca i 3/4 dei dati contenuti in quel disco da backup effettuati su altri dischi (rigidi e ottici) e su altri Mac. Rimane però la seccatura legata all’imprevisto in sé, e alle conseguenze che esso porta. 1) Tempo da investire nel tentativo di ricuperare i dati del disco (tentativo che voglio comunque fare, provando a smontare il case e a trapiantare il disco in un altro guscio Firewire); 2) Ricerca e acquisto di un altro disco rigido esterno; 3) Perdita di una seppur ridotta percentuale di dati, che al momento non so identificare con esattezza: quel disco era una sorta di sgabuzzino, ci mettevo un po’ di tutto, e potrebbe contenere versioni più recenti di certe cartelle che ho in backup altrove.

    Questa disavventura mi porta a riflettere. Non sulle mie strategie di backup, che considero ancora valide. Se mai sul più ampio discorso della conservazione (e quindi trasmissione, ricuperabilità) dei dati in quest’epoca tanto farcita di ‘alta tecnologia’.

    Il progresso tecnologico di questi ultimi decenni è notevole e sotto gli occhi di tutti; molti entusiasti vedono passi avanti dappertutto, ma non bisogna trascurare certi compromessi e, se vogliamo, certe curiose contraddizioni che tale progresso si porta dietro. Una di queste riguarda appunto la conservazione dei dati.

    Il backup è una strategia di sopravvivenza: si fanno più copie degli stessi dati su più supporti. Questa ridondanza è tranquillizzante: se perdo quel CD, se quel disco rigido si guasta, poco male perché ho una copia dei dati e non perdo nulla. Fare il backup dei dati è pratica sempre più consigliata e adottata, anche perché oggi si digitalizza sempre di più. Il backup non è più una pratica che si svolge unicamente in ambito aziendale (ricordate le grandi unità a nastro, grandi come frigoriferi, che riempivano le stanze dei ‘centri meccanografici’?), ma riguarda ormai tutti, utenti esperti e non. Le foto di famiglia, le foto delle vacanze, i filmini, la musica, tutto si sta riducendo a file, a sequenze di zeri e uni, da un lato intrinsecamente perfette, non soggette a degrado a ogni riproduzione; dall’altro costrette a essere registrate su supporti men che perfetti. Supporti a buon mercato, che durano poco. Che oggi ci sono, domani no. Ah, il paradigma della mortalità.

    Sì perché il backup, a un livello astratto, concettuale, è una sciocchezza. È un’operazione che si fa perché si è coscienti dell’inaffidabilità dei supporti. Da un punto di vista progressista, un disco rigido, un CD-ROM, una memoria flash, dovrebbero essere migliori della carta, del negativo fotografico, e di molti altri ‘vecchi’ supporti. Lo sono se consideriamo gli aspetti della comodità di trasporto, della grande capacità di immagazzinamento in uno spazio così ridotto, della facilità con cui è possibile accedere ai dati che contengono ed effettuare ricerche, e via dicendo. Ma perdono miseramente il confronto in termini di affidabilità pura, di capacità di conservazione dei dati, di durata nel tempo.

    Oggi i dischi rigidi archiviano una quantità sempre maggiore di dati, e costano sempre meno. Ho dato un’occhiata ad alcuni dischi che potrebbero rimpiazzare il mio defunto LaCie da 160 GB; ve n’è uno da 500 GB che mi costerebbe meno della metà di quanto pagai il mio da 160 circa quattro anni fa. E che probabilmente durerà meno di quattro anni. Per quanto ne so potrebbe durare quattro mesi o quattro settimane. Certo, sono i dati la cosa importante, più che i supporti, che sono un mezzo e non fine. Ma l’imprevedibilità di certi supporti ‘moderni’, lasciatemelo dire, alle volte è esasperante, che uno abbia fatto il backup o no. L’idea di conservare dati attraverso una continua duplicazione e utilizzando strategie di ridondanza, estrapolata e considerata in sé e per sé, è terribile e dovrebbe essere superata. È come tornare al Medioevo, prima dell’invenzione della stampa; per far sì che uno scritto, un trattato, un’opera in versi o in prosa, durassero e venissero diffusi e tramandati, occorreva ricopiarli interamente a mano. Più copie si facevano, migliori erano le possibilità che l’opera sopravvivesse. Poi la stampa rivoluzionò il contesto, e oggi farebbe sorridere uno che si mettesse a fotocopiare tutti i libri che possiede per conservarne i contenuti, o a scrivere gli stessi identici appunti su tre taccuini differenti. Eppure con i contenuti digitali lo facciamo continuamente. L’inaffidabilità dei supporti viene controbilanciata da un ripetuto baby-sitting dei dati. Oggi si privilegia la velocità, la facilità di gestione, di ricerca, di riproduzione. Sono indubbiamente tutte buone cose, non intendo certo dire che si stava per forza meglio quando si stava peggio. Un disco rigido esterno ha lo stesso ingombro di una pila di 3–5 CD audio e può contenere una quantità di dati migliaia di volte superiore, ma potrebbe smettere di funzionare la prossima settimana, domani, oggi, alla prossima accensione. Ieri ho ascoltato nello stereo il CD “Hot Rats” di Frank Zappa, acquistato nel 1989, e quando ho premuto Play, le possibilità che il CD ‘non funzionasse’ erano, in proporzione, pressoché nulle.

    In quest’epoca dove ormai vige la mentalità del “tutto si butta e si ricompra, non si ripara” ci ritroviamo i negozi pieni di prodotti informatici (ma non solo) certamente a buon mercato ma in gran parte mediocri, che durano sempre meno e che forniscono un’affidabilità paurosamente scarsa. All’industria dell’hardware non chiedo il ‘disco rigido eterno’, ma supporti più durevoli, che riservino meno sorprese e che non necessitino di attenzioni continue per salvaguardare i dati che contengono. Preferirei di gran lunga pagare di più, piuttosto che riempirmi la scrivania di tanti hard disk da 80–100 Euro l’uno, ognuno contenente il backup del backup del backup…

    A mobilità variabile

    Mele e appunti

    Rieccomi al timone del blog, dopo un mese di vacanza passato quasi totalmente lontano da Internet, posta elettronica, impegni di lavoro. Un’esperienza irrinunciabile e benefica. Ho visto che in mia assenza sono arrivati altri commenti a miei post precedenti, e sto cercando di riaggiornarmi con tutto. Mi scuso se ad alcuni non ho ancora risposto.

    Durante il mese di vacanza, passato nella campagna toscana, mi sono portato il taccuino su cui solitamente annoto spunti e idee per Autoritratto con mele. Una delle cose che mi sono appuntato è la pessima esperienza passata quando ho cercato di collegarmi da punti Internet pubblici per leggere la posta. Ma prima una piccola premessa. Quando chiudo per ferie in agosto, in genere porto con me il mio PowerBook G4 12″ e il mio cellulare SonyEricsson K700i con prepagata TIM. Fra i miei lavori ve n’è uno che devo svolgere anche in agosto: devo scaricare il materiale necessario che mi arriva per email, effettuare la traduzione e rispedirlo sempre per email. Per fare questo mi è comodo collegarmi a Internet con il cellulare, visto che dove passo le vacanze non ho rete telefonica fissa. Ora, a meno di non sottoscrivere una qualche tariffa dati flat, usare sempre il cellulare per controllare la posta e per navigare il Web diventa, come immaginerete, piuttosto costoso. Limito quindi le connessioni all’indispensabile, e cerco Internet café e similari per tutto il resto.

    Ecco, quest’anno è la prima volta che non mi riesce di controllare la posta, né del mio account @mac.com, né dei miei account Gmail.

    Per @mac.com il problema è stato la nuova interfaccia di MobileMe e il fatto che i requisiti minimi dei browser supportati escludono versioni di Internet Explorer anteriori alla 7. Nei due Internet point da cui sono passato, i PC avevano tutti installato Windows XP in versione spartana e Internet Explorer 6. Cercando di accedere invece alla mia posta Gmail, Explorer andava continuamente in crash. Ho quietamente proposto agli addetti di installare un browser moderno, che so, Firefox 3, ma la risposta è stata, più o meno, “non abbiamo i privilegi per installare applicazioni sulle macchine, e il tecnico adesso non c’è”. (‘Il tecnico’ — m’è venuto da sorridere).

    Fa un poco rabbia avere la soluzione di un problema lì davanti a te e non poterci far nulla. Allo stesso tempo mi sono chiesto: ma Apple e Google, dall’alto della loro esperienza e delle loro finanze, non potrebbero realizzare anche una versione solo testo, pienamente accessibile, della loro interfaccia Web per la posta elettronica? (Soprattutto Apple; Gmail è comunque più accessibile di MobileMe). Non sempre si incontrano computer aggiornati nei luoghi di pubblico accesso. Da un lato chi gestisce un Internet café dovrebbe sforzarsi di aggiornare le applicazioni, anche per un discorso di sicurezza informatica, dall’altro un po’ più di accessibilità, in quest’orgia di ‘Web due punto zero’, non farebbe male.

    (Per curiosità, ho poi provato ad accedere a MobileMe usando il PowerBook e la connessione GPRS: dopo circa tre minuti la pagina non era ancora completata e io stavo scaricando KB e KB di interfaccia, bellina senza dubbio, ma poco pratica in questa circostanza).

    Cuil prodest?

    Mele e appunti

    La notizia ha già fatto il giro della Rete: un’ex dipendente di Google, Anna Patterson, suo marito Tom Costello, e un altro ex dipendente, Russell Power, hanno fondato Cuil (da pronunciarsi: “cool”), un nuovo motore di ricerca che vuole entrare in competizione con Google. Idea coraggiosa, senza dubbio. Come fa notare Rory Cellan-Jones nel suo articolo, l’atteggiamento competitivo traspira anche dalle FAQ:

    D: Quali informazioni conservate sul mio conto?
    R: Nessuna. Analizziamo il Web, non i suoi utenti. Leggete la nostra Policy sulla privacy per ulteriori informazioni. È corta. 

    È ovvio che l’impresa è appena partita, per cui non c’è granché da commentare. Qualche veloce considerazione a caldo:

    1. L’interfaccia mi piace. Si ispira evidentemente a Google: il nome del motore di ricerca è in grande, sopra il campo di testo per immettere la ricerca, presenza estremamente contenuta di link, pagina spoglia. Trovo indovinata la scelta dei colori; i miei occhi ringraziano per lo sfondo nero e i colori freddi.

    2. Anche la pagina dei risultati è graficamente interessante, così come è piacevole l’idea di incorporare immagini correlate ai risultati, il tutto in un layout che ricorda vagamente un giornale. La possibilità di esplorare per categorie è un’altra idea che ha potenziale. C’è del buono, insomma.

    3. Purtroppo le ricerche lasciano ancora a desiderare; i server di Cuil, forse per l’improvvisa attenzione da parte del pubblico, hanno faticato non poco a gestire le richieste. Più volte mi è capitata la pagina “Nessun risultato trovato per …” o “Il motore di ricerca non è al momento disponibile…”, ecc. Per competere con Google ci vuole ben altro. Un motore di ricerca deve fare essenzialmente una cosa: rispondere con rapidità e completezza alle richieste dell’utenza. Google è insuperato su questo campo, direi anche insuperabile. Cuil parte male: se i risultati di una ricerca non ci sono, sono evidentemente incompleti, o i server non ce la fanno a gestire il traffico, un utente non ha interesse a ritornare. Mai come in questo difficile settore è fondamentale la prima impressione.

    4. E parlando di prima impressione, che razza di nome è “Cuil”? La pronuncia non è intuitiva: se non avessi letto che va pronunciato cool, mai lo avrei pensato. Non sono un madrelingua inglese, ma suppongo che anche per gli anglofoni non vi sia immediatezza. Ho fatto leggere “cuil” ad Alex, la voce sintetizzata di Mac OS X, e lo ha pronunciato kii-ul. Sembra una sciocchezza, ma il nome è importante. Google è immediato, ha un suono divertente, si ricorda facilmente, e ormai è stato integrato nel vocabolario inglese come vero e proprio verbo (to Google — cercatelo nel Dizionario Oxford di Mac OS X).

    Insomma, per adesso Cuil è un motore di ricerca… diesel. Faccio comunque tanti auguri ai fondatori e ne ammiro il coraggio.