Hardware, software e scappatoie

Mele e appunti

Quando si tratta di acquistare hardware, ma soprattutto software e servizi, noto in parecchie persone un atteggiamento piuttosto irritante — quello della scappatoia. In forum e mailing list, un tipo di richiesta frequente è Sto cercando un programma che faccia x, y, e z — e soprattutto che sia freeware. Oppure, se la richiesta riguarda quale software scegliere fra varie alternative per svolgere un determinato compito, magari si legge un consiglio del tipo …Oppure si può usare l’applicazione x, che è ottima, però a pagamento. L’hardware deve costare poco e durare una vita. Se non si riesce a pagarlo poco, si prova a giocare la carta dell’estero. Parlavo giusto ieri con un conoscente, tutto contento perché un suo parente, che risiede negli USA da una quindicina d’anni, gli compra iPhone 3G; quella persona, per acquistare regolarmente iPhone — lo ricordo — dovrà giocoforza sottoscrivere un contratto biennale con AT&T e subito terminarlo, pagando una penale. Poi, una volta spedito iPhone al mio conoscente, questi dovrà togliere il blocco operatore se vorrà usarlo come telefono, perché al momento si può fare solo il jailbreaking (per installare applicazioni di terze parti al di fuori dell’App Store), ma non lo sblocco. Tutta questa trafila per risparmiare cinquanta, forse cento Euro, e per ritrovarsi totalmente privi di garanzie di qualunque tipo.

Oggi si pagano molte cose: alcune si è obbligati a farlo (le bollette per servizi fondamentali come luce, gas, telefono/internet, l’assicurazione dell’auto, ecc.), altre sono frutto di acquisti ‘di piacere’ (libri, musica, film; andare al cinema, a teatro, ai concerti; comprarsi vestiti e accessori), e alla fine troviamo il software, la Cenerentola della situazione. Per molti, pagare per utilizzare un software o effettuare una piccola donazione (per un programmatore che mette liberamente a disposizione i suoi sforzi chiedendo solo un piccolo contributo “se trovate utile il software”), sembra un’eresia. Allora si cerca l’alternativa gratis, oppure si cerca il software commerciale su canali alternativi, oppure si cercano i codici pirata per sbloccare il programma — magari alla fine della giornata, compiuta la missione, ci si sente anche furbi e brillanti. Poc’anzi ho citato musica e film fra gli acquisti di piacere, ma anche questi ovviamente vengono spesso ottenuti utilizzando canali alternativi. Io però voglio soprattutto concentrarmi sul software.

E parlando di software, la cosa che più mi fa imbestialire, è che la scappatoia molto spesso non è nemmeno dettata da reali considerazioni o problematiche economiche. Ho provato centinaia di shareware, pagando quelli che ho continuato a usare con regolarità e lasciando perdere gli altri, e nella maggior parte dei casi il costo varia dai 15 ai 35 dollari, ossia, al cambio attuale, dai 7 a 16 Euro. Come dicevo, la mentalità della scappatoia spesso non dipende da problemi economici, ma agisce ‘di principio’, l’unico obiettivo è farla franca. Il conoscente di cui sopra non ha problemi a raccontarmi della sua avventura per procurarsi iPhone risparmiando qualche decina di Euro mentre stiamo cenando ed è lui a offrire la cena, presentandosi ben vestito e con la sua BMW coupé.

Lungi da me scrivere un post moralista, ognuno è liberissimo di spendere il proprio denaro come vuole, basta che non venga a sventolarmi in faccia i propri espedienti e la propria — diciamolo — disonestà atteggiandosi a gran volpone. Il fatto è che tutto il software che non è freeware ha un costo ed è giusto pagarlo. I sistemi operativi e i grandi pacchetti a uso professionale sono in genere i software più costosi, frutto dello sforzo di centinaia di ingegneri e programmatori, e devono portare la pagnotta a casa pure loro. Photoshop o InDesign hanno costi che non ci possiamo permettere? Sono strumenti di lavoro, e chi li ha bisogno per lavoro li acquista e li paga come è giusto che sia. Se uno fa il grafico, l’impaginatore, lo stampatore, ecc., e non può permettersi gli strumenti per il proprio lavoro, forse c’è qualcosa che non va a monte. Se invece Photoshop e InDesign servono per fare qualche semplice operazione di fotoritocco o per mettere insieme una newsletter o il dépliant occasionale, allora ha senso cercare alternative più economiche (e ci sono).

Stesso discorso per i font. In tanti si stupiscono dei prezzi dei font commerciali, ma spesso dietro un font commerciale c’è il lavoro di un disegnatore (o di un piccolo gruppo di disegnatori) che lo fa di mestiere, ed è giusto che possa vivere di quel mestiere. E il font commerciale si rivolge a un target di acquirenti che andrà a utilizzarlo per scopi commerciali (una casa editrice, una rivista, un periodico, un’agenzia di Web design, eccetera). Vuoi usare il font carino per un documento che stai scrivendo? O per fare una brochure amatoriale? Le alternative sono innumerevoli, e Internet è piena di siti di font gratuiti. Persino i grandi produttori di font mettono a disposizione alcune delle loro creazioni a prezzi ridotti o gratuitamente se i font non servono a scopo di lucro.

Tornando allo shareware, la bellezza di essere in regola a mio avviso non ha prezzo (scusate il gioco di parole). La bellezza di provare un’applicazione, vedere che fa davvero al caso proprio (sfruttando il periodo di prova gratuita che praticamente tutti i programmatori/sviluppatori offrono) e poi acquistarla… Uno si sente bene. Se poi l’inglese non è un problema, un valore aggiunto è rappresentato dalla comunicazione diretta con l’autore o con la piccola impresa creatrice del software. Parlo per esperienza: queste persone sono contentissime di ricevere feedback, suggerimenti per migliorare, notifiche di bug o comportamenti inaspettati dell’applicazione, e così via. Io non potrei fare a meno di programmi come Mailsmith (50 Euro), SpamSieve (14 Euro — ma offerto gratuitamente se si compra Mailsmith), TextExpander (14 Euro), MarsEdit (14 Euro), Transmit (14 Euro), BBEdit (60 Euro), Tex-Edit Plus (circa 8 Euro). Il totale speso è di poco più di 150 Euro, che è un’inezia considerando che:

  • Sono strumenti essenziali per il mio lavoro, e mi aiutano a essere più produttivo
  • Non li ho acquistati tutti insieme, ma progressivamente
  • Gli aggiornamenti minori sono in genere gratuiti
  • Ho diritto al supporto diretto del produttore del software
  • E, perché no, aumentano la positività del karma

Ma soprattutto è un’inezia considerando il valore che acquistano quei programmi quotidianamente — oppure anche occasionalmente, ma è per toglierci le castagne dal fuoco, come DiskWarrior (47 Euro) o Pacifist (meno di 10 Euro). E ci sono applicazioni gratuite per le quali ho donato un piccolo contributo, perché le uso in continuazione, perché le trovo utili, perché mi sembrava corretto farlo (Goliath, VLC, Skim, 1001, ecc.).

Sarà che la mia professione di traduttore freelance mi porta a essere solidale con chi sviluppa software, visto che entrambi investiamo molto tempo ed energie in quel che facciamo, spesso venendo retribuiti in maniera nient’affatto proporzionale con quanto investito, a volte scontrandoci con atteggiamenti che non rispettano per niente il nostro lavoro e il nostro tempo (clienti che vogliono tutto subito e che costi poco da un lato; utenti che piratano il software pur di non pagare nemmeno 5 Euro dall’altro). Sarà per questo che per me chi cerca la scappatoia per non pagare un programma che costa 15 Euro (e che in molti casi ne vale di più) è un pezzente. Si può discutere fin che si vuole, ma ai miei occhi è e rimane un pezzente.

iPhone OS 2.0: ancora acerbo

Mele e appunti

iPhone 2.0: The glory wore off in wash: in questo articolo, David Heinemeier Hansson di 37signals.com racconta della propria esperienza, piuttosto deludente, non tanto con iPhone 3G, quanto con la versione 2.0 del sistema operativo:

[…] Ho usato iPhone ogni giorno per una settimana circa [dal lancio di iPhone OS 2.0], e non mantiene le aspettative che aveva creato la prima versione [del software e di iPhone]. La sensazione è di incredibile fragilità [del software]. Ecco solo alcuni dei problemi da me incontrati:

  • Ritardi fastidiosi ovunque.
  • Passare alla vista SMS a volte significa attendere più di 10 secondi.
  • Gli effetti di transizione nel passaggio da un’applicazione e l’altra vengono tralasciati del tutto o ‘accorciati’ (non è un effetto gradevole, in quanto sembra che l’interfaccia tentenni).
  • A volte è necessario toccare tre volte sul pulsante Avanti veloce in iTunes per ottenere una risposta.
  • Di tanto in tanto lo schermo si congela per 4–5 secondi e non accetta alcun input. Poi, quando si risveglia, si mette a riprodurre tutti i tocchi che uno ha febbrilmente inserito durante il congelamento.
  • A volte la tastiera non riesce a stare al passo con quel che scrivo (e non sono questo fulmine di velocità)
  • Varie applicazioni sono andate in crash più d’una volta.
  • L’intero iPhone è andato in crash un paio di volte.
  • Riavviare iPhone sembra ridurre l’incidenza di questi problemi, ma non per molto, e il dover riavviare mi sembra un espediente ‘sporco’ e molto in stile Windows.

[…]

A giudicare da quel che ho sentito altrove e dai numerosi commenti all’articolo di Hansson (107 al momento in cui scrivo), pare che questi problemi siano abbastanza diffusi, che non dipendano molto dalla quantità di applicazioni di terze parti installate, e che siano effettivamente del software 2.0 (anche i possessori di iPod touch che sono passati dalla versione 1.1.4 alla 2.0 lamentano alcuni degli inconvenienti in cui si è imbattuto Hansson. Interessante, in particolare, questo commento (a firma Charlie Wood):

Un paio di settimane prima del rilascio di iPhone OS 2.0, i miei amici che lavorano in Apple mi dissero che non era ancora pronto. Evidentemente avevano ragione. Mi hanno anche detto che la prossima release dell’OS di iPhone, programmata per settembre, sarà considerevolmente migliore.

Di solito non presto molta attenzione ai pettegolezzi e alle voci di corridoio, ma ho l’impressione che questo commento non sia tanto campato per aria. Problemi con la versione 2.0 dell’OS di iPhone ce ne sono, segno che il software 2.0 è stato pubblicato comunque per evitare slittamenti sul grande lancio di iPhone 3G, MobileMe, e compagnia cantante, e che sia stato rilasciato nello stato migliore possibile data la scadenza inderogabile. Settembre, visti i precedenti, ha senso come possibile periodo di piccole novità software. Attendo curioso, e meno male che ho posticipato l’acquisto di iPhone 3G (tattica coadiuvata senza dubbio dalla pressoché totale irreperibilità di iPhone qui a Valencia).

Apple, l'identità, e il falso problema del controllo

Mele e appunti

Sono dieci anni che Steve Jobs è tornato al timone di Apple, dieci anni di crescita spaventosa e inarrestabile (secondo i risultati del terzo trimestre, Apple ha venduto 2.496.000 Mac e 11.011.000 iPod negli ultimi tre mesi, circa il 40% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno). Uso prodotti Apple dai primi anni Novanta, leggo di Apple dal 1983–84 quando, ragazzino, sognavo di comprarmi un Apple //c prima e un Macintosh poi. È interessante vedere come si sono evolute le cose. E non parlo solo di Apple in quanto tale, ma anche e soprattutto del contesto critico che l’ha sempre circondata, nei periodi di successo e nei periodi bui. È quindi altrettanto interessante notare come è variata la percezione dell’entità Apple agli occhi del pubblico.

Il successo dell’accoppiata iPod + iTunes Store, e il cambiamento di indicazione nominale (da “Apple Computer, Inc.” ad “Apple, Inc.”) annunciato al principio del 2007 congiuntamente all’introduzione di iPhone, ha fatto scattare un interruttore. Da quel momento si è cominciato a dire che qualcosa in Apple (o di Apple) è mutato. Le critiche sul Web, i commenti sui blog autorevoli erano tutti piuttosto unanimi nel registrare questo scarto di Apple più o meno definibile, ma che sostanzialmente suonava così: “Apple è la nuova Sony” (ossia: con lo sviluppo di dispositivi non-Mac come Apple TV, iPod, iPhone; con il successo commerciale nell’industria musicale e dell’intrattenimento grazie all’iTunes Store, Apple non è più un produttore di computer, ma — inserire un tono spregiativo — un volgare produttore di elettronica di consumo). Ora, a un anno dall’introduzione di iPhone sul mercato, le critiche hanno assunto un tono differente: “Apple è la nuova Microsoft”, sottolineandone il lato ‘monopolistico’ all’interno dell’ecosistema chiuso iPod+iTunes da un lato, e piattaforma iPhone + App Store dall’altro. Ora Apple, dopo la perdita di innocenza, è il nuovo Male, ha sete di controllo, non bisogna fidarsi.

Questa ‘chiusura’ di Apple non è affatto una novità. C’è chi ricorda con gli occhi umidi i tempi dell’Apple ][, che aveva un’architettura aperta, che lo aprivi e ci infilavi le schede aggiuntive che volevi. Beh, mica tutte, solo quelle compatibili con Apple ][. Con l’introduzione del primo Macintosh, privo di slot e con tutte le porte proprietarie, il contrasto era forte, così come la filosofia che stava dietro a entrambi i sistemi. Il primo Macintosh aveva indubbiamente del potenziale, e scarsissimo software; Apple invitava gli sviluppatori a scrivere programmi per Macintosh, per far crescere la piattaforma, ma esercitando comunque un minimo di controllo, che a quell’epoca significava imporre agli sviluppatori di seguire le Linee Guida dell’interfaccia utente. I programmi dovevano rispettare certi criteri di usabilità, avere scorciatoie da tastiera coerenti con il Finder e le poche applicazioni Apple sviluppate in casa, e così via. Certo, nessuno puntava la pistola, ma sta di fatto che i pacchetti software per Macintosh di maggior successo sono stati i più aderenti alle Linee Guida di Apple e hanno contribuito a creare quell’esperienza Mac, quel look and feel, con cui i recensori si sarebbero riempiti la bocca per gli anni a venire.

La grande coesione hardware + software è sempre stato il motivo primario della qualità e del successo di Apple. In un ecosistema chiuso ci sono meno rischi di incompatibilità e di conflitti, e la piattaforma diventa progressivamente affidabile. Là fuori c’erano i PC, che chiunque poteva produrre (i ‘cloni’ di IBM), e i programmi per DOS/Windows, che facevano il possibile per funzionare su PC con configurazioni spesso diversissime fra loro, e per convivere con ogni espansione hardware e relativi driver che apparivano sul mercato.

Il motivo principale della deriva di Apple nella metà degli anni Novanta è di ordine amministrativo e di marketing. Macchine di qualità, potenti e versatili, ma costose e difficili da piazzare. Per non parlare della tremenda decisione di licenziare Mac OS ad altri produttori, nella speranza di vendere di più. Tutto il contrario, e quella parentesi aperta si è chiusa in fretta. Per fortuna.

Jobs, si diceva, riprende in mano la situazione. Taglia i rami secchi e riduce le tipologie di Mac che Apple offriva. Troppa confusione, troppi modelli con caratteristiche simili fra loro, eccetera. L’iMac G3 è la rinascita. La qualità dei prodotti Apple è invariata, ma Jobs butta sul tavolo due carte vincenti: il marketing e il design. Il messaggio dell’iMac è che è il computer per tutti, facile da usare e la macchina ideale per connettersi a Internet. Jobs ribadisce in chiave più moderna lo stesso messaggio del 1984: il Mac per tutti noi. E l’iMac, dal prezzo più abbordabile, lo diventa di sicuro. Ma l’iMac era forse un sistema aperto? Niente affatto. Tagliava un ponte con i computer in generale (eliminando il lettore floppy) e con i Mac precedenti (eliminando le porte SCSI, seriali, ADB e introducendo la tecnologia USB). Non era espandibile, perché il form factor era della macchina tutta-in-uno.

Eppure è stato un successo.

Anche iPod + iTunes si possono considerare una felice unione di hardware + software e, in un certo senso, sono come un Macintosh. Anche iPod e iTunes sono un sistema più chiuso che aperto. Eppure sono stati e sono tuttora un successo colossale. Con iPhone la formula non cambia. Ecosistema chiuso, un certo controllo da parte di Apple su come scrivere il software per iPhone e come veicolarlo… Ho come l’impressione che sarà un altro successo, ancora più grande.

Visto il pattern? Chiusura, controllo, qualità, design, marketing. Shakerare bene e il prodotto si chiama successo.

Tirando le somme, che cosa è cambiato nell’identità di Apple? Molto meno di quanto a prima vista si è portati a credere. La principale differenza è che nella seconda “era Jobs”, il messaggio secondo cui i prodotti Apple sono qualitativamente superiori, sono affidabili, e funzionano appena tolti dalla scatola, è finalmente arrivato al grande pubblico. Un messaggio che quell’élite spocchiosa di utenti Mac della prima ora già sapeva da anni. Per far arrivare questo messaggio, Jobs ha usato pensiero e tattiche laterali: invece di sbandierare computer Macintosh ai quattro venti, invece di pestare i piedi dicendo che non ci sono solo PC Windows, ma che anche i Mac sono un’ottima scelta per il professionista e l’uomo d’affari, Jobs ha confezionato una bella caramella (iPod) e ha cominciato a distribuirla per invitare più gente a visitare il suo negozio e, uh, ha funzionato.

Quel che è cambiato è l’enorme successo di pubblico. Apple è sempre stata ‘chiusa’, ma prima questo particolare non aveva importanza, perché Apple veniva vista come un’innocua azienda con buffi computer tutti diversi e che erano buoni per fare grafica. Apple era il piccolo culto di nicchia. Oggi qualcuno si è reso conto che Apple “fa sul serio”, e quindi le critiche più agguerrite devono fare leva su qualcosa che suoni sgradevole e malevolo: ecco quindi tutti i discorsi sull’ ”ecosistema chiuso”, sul “controllo”, su “Apple = Grande Fratello orwelliano”. Apple non è un ente governativo, non ha interesse a controllare le nostre vite e a limitare le nostre libertà, come vogliono farci intendere i fresconi della Free Software Foundation. Apple ha interesse a vendere i propri prodotti — come tutte le aziende di questo mondo — per proseguire fra l’altro lo sviluppo e la ricerca e per produrre innovazione — come poche altre aziende di questo calibro. Il controllo, a mio avviso, è uno spauracchio per screditare Apple, dovuto forse al timore e all’invidia che suscita il successo di Apple. Successo di pubblico, quindi democraticissimo. Il controllo di Microsoft si traduce nell’insistenza a sviluppare tecnologie e soluzioni che ruotano intorno al Trusted Computing (la novità più recente è l’idea che prende il nome di Digital Manners Policies) — questo sì che è controllo con la scusa di proteggere il povero utente. Il controllo di Apple è, mi si permetta, un falso problema. Controllo per Apple significa più che altro istinto di conservazione e garanzia di offrire all’utente finale un prodotto di qualità. Il concetto di Trusted Computing è che altri scelgono per noi, che ci piaccia o no. Apple non impone scelte a nessuno: i nostri prodotti e servizi sono questi e funzionano così; se vi sta bene, ottimo, altrimenti guardate altrove. Non c’è trucco non c’è inganno. Una delle tesi favorite dei complottisti anti-Apple è che Apple ha il controllo remoto dei propri prodotti attraverso l’aggionamento del software, e che, se volesse, potrebbe installare di tutto e di più all’insaputa dell’ignaro utente. Teoricamente possibile, commercialmente insensato. Ve la immaginate la caduta libera se accadesse una cosa del genere?

Insomma, non tutto il “controllo” viene per nuocere, e parlo soprattutto di iPhone. L’apertura, la libertà di prendere qualcosa e metterlo a disposizione di tutti, affinché chiunque possa sperimentarci sopra e rivoltarlo come un calzino, sono tutti concetti fantastici e condivisibili. Poi però il prodotto va realizzato, confezionato, preparato per il pubblico e venduto. E il cosiddetto concorrente “libero” di iPhone, il FreeRunner, è ben lontano da tale traguardo. Date un’occhiata a questi due video per avere un’idea del disastro di usabilità che è oggi il FreeRunner. Ogni tanto, magari — e sottolineo magari — un po’ di controllo e di chiusura non guastano.

Cinque (s)ragioni per non comprare iPhone

Mele e appunti

[Il presente articolo è stato aggiornato]

Nel proprio blog, la Free Software Foundation ha pubblicato un articolo intitolato 5 reasons to avoid iPhone 3G, ossia 5 ragioni per non comprare iPhone.

È il classico esempio di articolo disonesto, scritto per alimentare FUD: Fear, Uncertainty, Doubt, ossia paure, incertezze e dubbi. Disonesto perché le informazioni che fornisce, sulle quali si basano le argomentazioni dell’autore, sono volutamente incomplete, accuratamente selezionate per tirare acqua al proprio mulino. Ma entriamo nei dettagli. L’articolo esordisce così:

Le cinque vere ragioni per non acquistare iPhone 3G:

  • iPhone blocca completamente il software libero. Gli sviluppatori devono pagare una tassa ad Apple, che diviene l’unica autorità per stabilire ciò che può venire installato o meno sui telefoni di tutti.
  • iPhone approva e supporta la tecnologia DRM (Digital Restrictions [sic!] Management)
  • iPhone rivela la vostra posizione e fornisce ad altri dei metodi per rintracciarvi a vostra insaputa
  • iPhone non riproduce formati audio brevettati e privi del DRM, come Ogg Vorbis e Theora.
  • iPhone non è l’unica via. Esistono all’orizzonte migliori alternative che rispettano la vostra libertà, non fanno la spia, riproducono formati liberi e vi permettono di usare software libero — come FreeRunner

I più informati su Apple e iPhone immagino stiano già ridendo e piangendo. C’è infatti da ridere e da piangere, soprattutto leggendo l’articolo nella sua interezza. Intanto provo a disinnescare queste cinque (s)ragioni una a una.

1. iPhone blocca completamente il software libero. Gli sviluppatori devono pagare una tassa ad Apple, che diviene l’unica autorità per stabilire ciò che può venire installato o meno sui telefoni di tutti.

A parte il fatto che questa affermazione sembra ignorare l’intera comunità di hacker che hanno prima sprotetto iPhone con il jailbreaking e poi sviluppato e distribuito software assolutamente libero da più di un anno a questa parte. Va poi aggiunto che molti sviluppatori sono ben felici di pagare la gabella (una cifra peraltro ragionevolissima), perché l’ingegnoso sistema di distribuzione di App Store permette di diffondere il software in maniera capillare; e la maggior parte delle centinaia di applicazioni già presenti su App Store sono gratuite. Fraser Speirs ha recentemente scritto sul suo blog: […] La mia applicazione per iPhone, Exposure, ha visto un incremento medio di 3.200 nuovi utenti al giorno da quando App Store ha aperto i battenti. Exposure si ritrova già da ora ad avere il doppio degli utenti di FlickrExport per Aperture.

Apple viene dipinta dalla Free Software Foundation come un’autorità totalitaria di stampo orwelliano: il Grande Fratello, il censore unico depositario della verità che gli permette di distinguere ciò che è buono e ciò che non è buono per i cittadini. Questa, scusate, è una Grande Stronzata. Lasciando perdere i toni settari della FSF per un momento, e utilizzando un briciolo di buonsenso, si possono facilmente comprendere alcune cose. Premesso che è Apple stessa a fornire e a mantenere l’intera struttura di distribuzione delle applicazioni di terze parti, io credo che abbia diritto a stabilire contributi (termine più appropriato di “tassa”) per accedere e usufruire di tale struttura, e a stabilire un minimo di controllo su ciò che passa attraverso la struttura. È un po’ come mettere a disposizione una serie di locali a uso pubblico: chi li vuole utilizzare paga un affitto; chi li fornisce vuole perlomeno dare un’occhiata a chi entra, per evitare che possa danneggiare i locali o la comunità. E in ogni caso, viste certe applicazioni passate su App Store, non è che i controlli siano poi così rigidi.

Poi vi è sempre il discorso della responsabilità verso i propri utenti. Cercare di filtrare quel che arriva su ogni iPhone là fuori non è necessariamente negativo. Lo sostengo sin dai tempi di iPhone EDGE e della totale assenza di supporto per applicazioni di terze parti. L’open source e il software libero sono belle cose, senza alcun dubbio. Vi sono ottimi prodotti open source per Mac; ma esiste anche un’incredibile quantità di software mal scritto, instabile, in perenne stato alpha, sviluppato d’impulso e poi abbandonato. Permettere la proliferazione indiscriminata di questa roba su un dispositivo come iPhone rischia di comprometterne l’affidabilità. iPhone è una gioia per i nerd, per i power user e i patiti di tecnologia, ma non dimentichiamoci tutti gli altri utenti che vedono iPhone come un bel telefono che deve funzionare come tale, che vogliono magari provare il giochino o un programma per prendere appunti, senza dover smanettare per riprendere il controllo del telefono.

2. iPhone approva e supporta la tecnologia DRM (Digital Restrictions [sic!] Management)

Sic!” l’ho aggiunto io, perché questi signori neanche sanno che DRM è l’acronimo di Digital Rights Management. [Nota: nei commenti mi si fa notare che lo sanno, che è un modo diffuso per riferirsi al DRM criticamente. Sono dell’opinione che, se queste persone vogliono davvero fare divulgazione — o contro-informazione — in maniera corretta, dovrebbero perlomeno chiamare le cose col proprio nome]. Detto questo, per quanto riguarda il discorso musicale e i formati protetti dalla tecnologia FairPlay, non sto a ripetere la solita storia, che non è Apple a imporli, ma le case discografiche. Che Jobs si espresse pubblicamente e prese una chiara posizione contro il DRM. Che iTunes Store vende anche (e tanta) musica non protetta da DRM. Il fatto che le applicazioni di terze parti vengano anch’esse protette da FairPlay è a mio parere un modo di proteggere gli sviluppatori che espongono i propri lavori. L’hacker incallito che vuole a tutti i costi copiare il codice di un programma, non si farà certo ostacolare da FairPlay. C’è altro da dire? Ah sì: non so voi, ma la mia biblioteca musicale è composta da oltre 30 GB di musica non protetta da DRM (copie legali di CD musicali regolarmente acquistati, con le relative gabelle pagate alle case discografiche), musica che posso tranquillamente trasferire e riprodurre su iPod e iPhone.

3. iPhone rivela la vostra posizione e fornisce ad altri dei metodi per rintracciarvi a vostra insaputa

Ecco, questa è la perla, questo è il vero spargimento di paure, incertezze e dubbi. Perché non è vero, ripeto non è vero che si possa venire rintracciati a propria insaputa. Qualsiasi programma o servizio che tenti di accedere ai Location Services di iPhone genera un avviso e chiede conferma all’utente. È l’utente a permettere o meno la localizzazione. Nulla avviene ‘dietro le quinte’ e a nostra insaputa. Anche in questo caso, i complottisti della Free Software Foundation temo dovranno rimangiarsi le parole. Fra l’altro, non è stato lo stesso Stallman a dichiarare che qualsiasi cellulare è in grado di rilevare la nostra posizione (a nostra insaputa)? Niente Apple = Grande Fratello, sorry, passate oltre.

(Assai pertinente l’osservazione di Darby Lines nel suo commento: Prima questi imbecilli si lamentavano del fatto che Apple non dava agli sviluppatori piena libertà d’azione; e adesso il fatto che gli sviluppatori possano accedere alle informazioni GPS è una cosa orribile. Cercate di decidervi, maledetti ipocriti. Ah, dimenticavo: “libertà” conta solo se è la libertà di essere d’accordo con voi).

4. iPhone non riproduce formati audio brevettati e privi del DRM, come Ogg Vorbis e Theora.

Che è in sostanza la stessa cosa del punto 2. Non riesco a rispondere senza essere sarcastico: a qualcuno mancano questi formati? A qualcuno importa davvero se mancano? Alle decine di milioni di utenti di iPod no.

5. iPhone non è l’unica via. Esistono all’orizzonte migliori alternative che rispettano la vostra libertà, non fanno la spia, riproducono formati liberi e vi permettono di usare software libero — come FreeRunner

Uh, che iPhone non sia l’unica scelta lo sappiamo, signori della Free Software Foundation, non è il caso di trattarci da deficienti. Che esistano alternative migliori a iPhone non sta a voi dirlo. Se volete che la gente pensi con la propria testa, lasciate che siano gli utenti a stabilire che cosa è migliore di iPhone. Se con questo articolo volete che gli utenti si formino un’opinione informata, così da poter compiere una scelta, allora informateli davvero, in maniera onesta e trasparente. Questo articolo è, invece, disonesto, obliquo e in malafede. Ed è intriso della retorica tipica della propaganda religiosa. Basta leggerne la conclusione:

Ma possiamo scegliere. FreeRunner non è ancora in grado di fare tutto quel che fa iPhone e sicuramente non è così attraente. Ma in quanto a potenziale, il fatto che sia supportato da una comunità mondiale di persone invece che da un’unica entità avida, disonesta e reticente, FreeRunner è anni luce avanti. Possiamo barattare la nostra libertà e il nostro denaro per comprare qualcosa di appariscente in superficie, oppure possiamo spendere un po’ di più, tenerci la nostra libertà, e supportare un tipo di business migliore. Se vogliamo che le imprese siano guidate dall’etica, dobbiamo premiare quelle che già lo sono. Evitando di arricchire aziende che vogliono privarci della nostra libertà e favorendo quelle che ci rispettano, daremo il nostro contributo per un futuro migliore. 

E chiudo qui, perché ho già dedicato troppo del mio tempo a certe scempiaggini.

* * *

Aggiornamento — Sono andato a cercare qualche informazione in più su questo FreeRunner, una delle “migliori alternative che rispettano la vostra libertà, non fanno la spia, riproducono formati liberi e vi permettono di usare software libero”. È un’alternativa, per il momento, mooolto all’orizzonte. Nella pagina principale sul Neo FreeRunner della Wiki di OpenMoko si legge:

The FreeRunner can be purchased from the Online Store as of July 3, 2008. The software available on the phone makes it suitable for power users and developers only, it is not ready for the general consumer yet. 

Ovvero: FreeRunner può essere acquistato dallo Store online dal 3 luglio 2008. Il software disponibile sul telefono lo rende più adatto soltanto a utenti esperti e a sviluppatori, non è ancora pronto per il grande pubblico di consumatori.

Dopo qualche giro nel sito di OpenMoko, si scopre che l’aggeggio è “Sold Out”, esaurito. Deve andare proprio a ruba. Che non sia pronto per il grande pubblico lo si può capire anche da qualche stralcio tratto dalle istruzioni d’uso del telefono. Prendiamo ad esempio questa pagina, una panoramica sul Neo FreeRunner. Andiamo a vedere come regolare il volume del dispositivo:

Al momento in cui scriviamo, non esiste un modo per regolare il volume direttamente dallo schermo.

Per ora occorre avviare l’applicazione terminale, oppure effettuare il login via USB, e lanciare l’applicazione alsamixer. Il mixer è più semplice di quanto possa sembrare. Basta usare le frecce destra e sinistra per selezionare “headphone” o “PCM” e utilizzare le frecce su/giù per regolare il volume. È anche possibile regolare il volume del microfono con l’impostazione “mic2”. Al termine, premere ESC. Poi uscire dall’applicazione terminale o effettuare il logout da USB.

Per rendere permanenti le impostazioni del microfono, si dovranno aggiornare i file di configurazione in /usr/share/openmoko/scenarios/. Per farlo, inserire il comando

alsactl ‑f path-to-statefile store

I file di default sono i seguenti (in /usr/share/openmoko/scenarios/):

    gsmhandset.state
    gsmheadset.state
    gsmspeakerout.state
    headset.state
    stereoout.state

Questi corrispondono ai vari profili sonori (Sound Profiles) accessibili nel Debug Tool sotto Applications.

Una procedura per aumentare il volume del microfono è anche la seguente:

  1. Entrare in Freerunner via ssh
  2. Digitare vi /usr/share/openmoko/scenarios/gsmhandset.state
  3. Cercare la stringa “Mic2”
  4. Modificare il parametro in “value 3”

E stiamo parlando di aumentare il volume, mica di installare qualcosa.

A ogni modo, ironia a parte, sono sinceramente curioso di vedere come sarà questo FreeRunner quando sarà pronto per il famigerato “utente medio”. La strada verso l’intuitività, per adesso, sembra lunghetta. E iPhone, aperto o chiuso che sia, è già di parecchie lunghezze avanti.

MobileMe: requisiti e dettagli per usufruire dell'estensione gratuita di 30 giorni

Mele e appunti

Chi possiede un account .Mac / MobileMe avrà notato nella propria casella di posta un’email di Apple, che si scusa ufficialmente per i disguidi e disservizi occorsi durante la transizione da .Mac a MobileMe. Come gesto di riparazione, Apple concede un’estensione gratuita di 30 giorni dell’iscrizione al servizio — cosa che trovo lodevole e generosa, se consideriamo che i disguidi sono durati quattro o cinque giorni.

Apple ha inoltre pubblicato la prima bozza di una serie di FAQ sull’argomento. Come sempre, le lingue disponibili per questo documento oltre all’inglese sono il francese, il tedesco e il giapponese. Ho pensato di occuparmi di una veloce traduzione italiana e pubblicarla qui. Come per la già pubblicata FAQ in italiano sulla transizione da .Mac a MobileMe, tutti i link contenuti nella FAQ puntano a materiale in lingua inglese.

[Il testo originale del seguente articolo è Copyright Apple, Inc. 2008]

Riepilogo
Questo articolo delinea le modalità con cui Apple concederà l’estensione gratuita di 30 giorni dell’iscrizione al servizio MobileMe ai membri che ne hanno diritto.

Nota: Queste FAQ verranno aggiornate quando l’estensione di 30 giorni sarà resa disponibile. Appuntate questa pagina nei bookmark e ricontrollatela fra qualche settimana. Si fa presente che il team di Supporto MobileMe non potrà fornire ulteriori informazioni in merito a tale estensione, per cui si richiede gentilmente di fare riferimento a questo articolo per aggiornamenti sull’argomento.

Perché Apple sta estendendo i periodi di sottoscrizione del servizio?
La transizione da .Mac a MobileMe si è rivelata più difficoltosa e instabile del previsto. Le sottoscrizioni usufruiranno di un’estensione gratuita di 30 giorni: con questo vogliamo esprimere ai clienti la nostra gratitudine per aver portato pazienza durante il periodo di transizione.

Ho diritto all’estensione di 30 giorni?
Avete diritto se rientrate in una di queste situazioni:

  • Eravate un membro .Mac il cui account era ancora attivo il giorno 9 luglio 2008
  • Siete un nuovo membro MobileMe che ha creato il proprio account entro il giorno 15 luglio 2008 alle 19:00 (ora legale del Pacifico)
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    Quando questa estensione verrà applicata al mio account?
    Entro le prossime settimane. Preghiamo di controllare queste FAQ per eventuali aggiornamenti sulla disponibilità.

    E nel caso io sia nel periodo di prova gratuito?
    Il vostro periodo di prova gratuito verrà esteso di altri 30 giorni. Il cambiamento sarà apportato al vostro account entro le prossime settimane.

    Il mio account scadrà molto presto. Che cosa succede in questo caso?
    Il vostro account non scadrà prima che venga applicata l’estensione di 30 giorni. La nuova data di scadenza sarà appunto posticipata di 30 giorni dall’applicazione dell’estensione. Se avete ricevuto di recente un’email che vi informa dell’imminente scadenza del vostro account (o avete incontrato un messaggio analogo utilizzando MobileMe), vi preghiamo di ignorare tale comunicazione.

    Il mio account si rinnoverà automaticamente molto presto. Che cosa succede in questo caso?
    L’account sarà rinnovato normalmente e vi verrà addebitato il costo previsto. Quando l’estensione di 30 giorni sarà applicata, verrà aggiunta alla vostra sottoscrizione senza costi aggiuntivi.

    Secondo i criteri summenzionati, io avrei diritto all’estensione. Ma il mio account è scaduto prima del 15 luglio 2008 alle 19:00 (ora legale del Pacifico). Quali sono le conseguenze in questo caso?
    Per garantirvi l’estensione di 30 giorni, abbiamo riattivato l’account. Potrete continuare a utilizzare MobileMe fino alla prossima data di rinnovo. Se siete comunque intenzionati a non rinnovare il vostro account, leggete queste istruzioni.

    Ho acquistato un upgrade. Anche i miei upgrade verranno estesi?
    L’estensione di 30 giorni si applica a qualsiasi upgrade acquistato, come l’aumento dello spazio di archiviazione dell’account o un upgrade Family Pack.

    Voglio comprare un upgrade. Anche in questo caso verrà esteso?
    Sì, qualsiasi upgrade che acquistiate verrà esteso di 30 giorni rispetto alla data contrattuale.

    Ho ricevuto un’email in cui si dice che il mio account MobileMe si rinnoverà presto. È vero?
    Nelle prossime settimane aggiorneremo i nostri database per riflettere i cambiamenti apportati alla data di scadenza e rinnovo delle sottoscrizioni. In questo periodo è possibile ricevere delle comunicazioni che informano dell’imminente rinnovo dell’account. Vi preghiamo di ignorarle fino a quando non sarà applicata l’estensione di 30 giorni al vostro account.